Archive from aprile, 2011
Apr 27, 2011 - opinioni    1 Comment

Dove va oggi l’istruzione? (Martha Nussbaum)

di Martha C. Nussbaum (la Repubblica,15.04.2011)

cop.aspx.jpegDove va oggi l’istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l’istruzione è ciò che crea quell’atteggiamento mentale. Malgrado ciò, assistiamo a cambiamenti radicali nella pedagogia e nei programmi scolastici, sia nelle scuole che nelle università, cambiamenti sui quali non si è riflettuto a sufficienza.

La maggior parte dei Paesi moderni, ansiosi di crescere economicamente, hanno cominciato a pensare all’istruzione in termini grettamente strumentali, come ad una serie di utili competenze capaci di produrre un vantaggio a breve termine per l’industria. Ciò che nel fermento competitivo è stato perso di vista è il futuro dell’autogoverno democratico.
Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è «un cavallo nobile ma indolente». Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l’autorità, di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento.

Oggi la ricerca psicologica conferma la diagnosi di Socrate: la gente ha la preoccupante tendenza a sottomettersi all’autorità e alle pressioni sociali. La democrazia non può sopravvivere se non poniamo un limite a questi pericolosi atteggiamenti, coltivando l’attitudine a pensare in modo curioso e critico. Fin dal tempo in cui Socrate esortava gli ateniesi a non «vivere una vita senza indagine», sono soprattutto gli studi umanistici, e in particolare la filosofia, a permettere di coltivare tali capacità.
Coltivare l’argomentazione di Socrate favorisce inoltre un sano rapporto tra i cittadini nel momento in cui essi discutono di importanti questioni all’ordine del giorno. I mezzi di comunicazione moderni amano le frasi lapidarie e la sostituzione di un’autentica discussione con l’invettiva. Ciò crea una cultura politica degradata.

In un corso di filosofia, invece, gli studenti imparano a sviscerare l’argomentazione dell’avversario e a chiedere quali sono gli assunti sui quali essa si basa. Nel fare ciò, spesso gli studenti scoprono che le due parti, in realtà, hanno molto in comune e sorge in loro la curiosità di vedere in cosa realmente essi divergono, anziché considerare la discussione politica semplicemente un mezzo per segnare punti a favore della propria squadra e di umiliare l’avversario. La filosofia contribuisce così a creare uno spazio realmente deliberativo e questo è ciò di cui abbiamo bisogno, se vogliamo risolvere gli enormi problemi che affliggono tutte le democrazie moderne.

Ai cittadini occorre anche la conoscenza della storia, i fondamentali delle principali religioni e del modo in cui funziona l’economia globale. Ancora una volta, gli studi umanistici sono essenziali a questo sforzo di comprensione globale: lo studio della storia del mondo e delle principali religioni, lo studio comparato della cultura e la comprensione di almeno una lingua straniera, sono tutti elementi essenziali nel favorire una sana discussione circa i pressanti problemi del mondo. Inoltre, questo insegnamento storico deve includere un elemento socratico: gli studenti devono imparare a valutare l’evidenza, a pensare da soli sui diversi modo in cui essa può essere collocata e messa in atto nella realtà attuale. Perciò, per realizzare un’idea soddisfacente di cittadinanza globale, abbiamo bisogno anche della filosofia. Infine, i cittadini devono essere in grado di immaginare come appare il mondo agli occhi di coloro che si trovano in una situazione diversa dalla loro. Gli elettori che prendono in esame una proposta che interessa gruppi diversi (razziali, religiosi, ecc.) all’interno della loro società, devono essere in grado di immaginare le conseguenze che tali proposte hanno sulla vita delle persone reali e ciò richiede un’immaginazione coltivata. In che modo si coltiva l’immaginazione? Tutti noi veniamo al mondo muniti di una rudimentale capacità di positional thinking, di pensare dal punto di vista degli altri, ma tale capacità, solitamente, opera in un ambito limitato, nella sfera familiare, e richiede un ampliamento e un perfezionamento intenzionali. Questo significa che abbiamo bisogno della letteratura e dell’arte, attraverso le quali raffiniamo quello che il grande romanziere afro-americano Ralph Ellison definiva il nostro “occhio interiore”, imparare a vedere coloro che sono diversi da noi non soltanto come un minaccioso “altro” ma come esseri umani totalmente eguali, con aspirazioni e obiettivi propri.

Ciononostante, in tutto il mondo, gli studi umanistici, l’arte e persino la storia vengono eliminati per lasciare spazio a competenze che producono profitti, che mirano a vantaggi a breve termine. Quando ciò avviene, le stesse attività economiche ne risentono, perché una sana cultura economica ha bisogno di creatività e di pensiero critico, come autorevoli economisti hanno sottolineato. Di recente, la Cina e Singapore, Paesi che certamente non hanno a cuore lo stato di salute della democrazia, vedendone l’importanza ai fini dell’innovazione e della creazione di un ambiente di lavoro non corrotto, hanno attuato vaste riforme dell’istruzione, tali da conferire maggiore centralità agli studi umanistici e all’arte, sia nei programmi scolastici che in quelli universitari. Dunque, nel lungo termine, la contrazione dell’istruzione in realtà nuoce al benessere economico.

Anche laddove ciò non accade, gli studi umanistici e l’arte sono essenziali per il genere di governo democratico che le nazioni hanno scelto e per il tipo di società che esse desiderano essere. Dobbiamo opporci con forza ai tagli agli studi umanistici, sia nell’istruzione scolastica che in quella superiore, affermando con fermezza che tali discipline apportano elementi senza i quali le democrazie moderne, come quella ateniese prima di Socrate, sarebbero ancora una volta dominate da una mentalità gregaria e dalla deferenza verso i capi carismatici. Questo sarebbe uno scenario terribile per il nostro futuro.

“Il populismo che si nutre d’ignoranza” (Barbara Spinelli)

Quando Obama vinse le elezioni, nel 2008, furono molti a esser convinti che una grande trasformazione fosse possibile, che con lui avremmo cominciato a capire meglio, e ad affrontare, un malessere delle democrazie che non è solo economico. La convinzione era forte in America e in Europa, nelle sinistre e in numerosi liberali. La crisi finanziaria iniziata nel 2007 sembrava aver aperto gli occhi, preparandoli a riconoscere la verità: il capitalismo non falliva.
Ma uno scandaloso squilibrio si era creato lungo i decenni fra Stato e mercato. Il primo si era ristretto, il secondo si era dilatato nel più caotico e iniquo dei modi. Lo Stato ne usciva spezzato, screditato: da ricostruire, come dopo una guerra mondiale.
Le parole di Obama sulla convivenza tra culture e sulla riforma sanitaria annunciavano proprio questo: il ritorno dello Stato, nella qualità di riordinatore di un mercato impazzito, di garante di un bene pubblico minacciato da interessi privati lungamente dediti alla cultura dell´illegalità. Non era un´opinione ma un fatto: senza l´intervento degli Stati, le economie occidentali sarebbero precipitate. Un´economia non governata non è in grado di preservare lo Stato sociale riadattandolo, di tenere in piedi l´idea di un bene pubblico che tassa i cittadini in cambio di scuole, ospedali, trasporti, acqua, aria pulita, pensioni per tutti.
Quel che sta accadendo oggi non smentisce i fatti. Li occulta, li nega, con il risultato che i cittadini si sentono abbandonati, increduli, assetati di autorità che semplifichino le cose con la potenza del vituperio. Intervenendo per sanare il mercato, Stati e governi hanno adottato misure forse corrette ma il momento della verità l´hanno mancato, con il consenso delle opposizioni. Hanno mancato di dire che al mondo di ieri non torneremo, e che gli sforzi fatti oggi daranno frutti lentamente, perché lenta e lunga è stata la malattia capitalista. Di qui il dilagare di populismi di destra, in Europa e America, e la forza ipnotica che essi esercitano sulle opinioni pubbliche.
Prima ancora che la crisi finanziaria divenisse visibile fu l´Italia a negare i fatti, con Berlusconi e Lega. L´Italia è stato il laboratorio di forze che ovunque, oggi, sono in ascesa: in Belgio il Vlaams Belang (Interesse fiammingo), in Olanda il partito anti-islamico di Geert Wilders, in Ungheria il Fidesz, in Francia il Fronte di Marine Le Pen, in Finlandia i Veri Finlandesi.
Il rifiuto dello straniero, la designazione dell´Islam come capro espiatorio, la chiusura delle frontiere mentali prima ancora che geografiche: i populismi odierni si riconoscono in tutto questo ma la xenofobia non è tutto, non spiega la natura profonda della loro seduzione. All´origine c´è una volontà ripetitiva, sistematica, di non sapere, non vedere la Grande Trasformazione in cui stiamo entrando comunque. C´è una strategia dell´ignoranza, come sostiene il professore di linguistica Robin Lakoff, un desiderio di fermare il tempo: «L´attrattiva dei populisti scaturisce da un affastellarsi di ignoranze: ignoranza della Costituzione, ignoranza dei benefici che nascono dall´unirsi in sindacato, ignoranza della scienza nel mondo moderno, ignoranza della propria ignoranza» (Huffington Post, 30 marzo 2011).
Il vero nemico dei nuovi populismi è la democrazia parlamentare, con il suo Stato sociale e la sua stampa indipendente. Di qui le incongrue ma efficaci offensive antistataliste contro Obama, nel preciso momento in cui l´economia ha più bisogno dello Stato. Di qui il diffuso fastidio per la stampa indipendente, quando più ci sarebbe bisogno di cittadini responsabili, quindi bene informati. A tutti costoro i populisti regalano illusioni, cioè il veleno stesso che quattro anni fa generò la crisi. Ai drogati si restituisce la droga. Cos´è d´altronde l´illusione, se non un gioco (un ludus) che dissolve la realtà nelle barzellette sconce quotidianamente distillate dal capo? Cos´è il fastidio per la stampa indipendente, se non strategia che azzera la conoscenza dei fatti? Meglio una barzelletta del potente che una notizia vera sul potente.
L´Italia è all´avanguardia anche in questo campo: la concentrazione dell´informazione televisiva nelle mani di uno solo è strumento principe dell´ignoranza militante, e distraente. In Ungheria l´odio per la stampa impregna il partito del premier Viktor Orbán: le nuove leggi varate dal governo prevedono un´autorità di controllo sui mezzi di comunicazione, composta di cinque esponenti nominati dal partito di maggioranza. All´autorità spetta di verificare se la stampa è «equilibrata e oggettiva», di decidere multe o chiusure di giornali o programmi tv, di imporre ai giornalisti la rivelazione delle fonti se sono in gioco «la sicurezza nazionale e l´ordine pubblico».
Anche lo straniero come capro espiatorio è gioco d´illusione, feroce, con la realtà multietnica in cui già da tempo viviamo. Il fenomeno non è nuovo. Negli anni ´20-´30, la Germania pre-nazista esaltò il Blut und Boden, il sangue e la terra, come fonte di legittimazione politica ben più forte della democrazia. Oggi lo slogan è imbellito – si parla di radicamento territoriale, davanti a una sinistra intimidita e plaudente – ma la sostanza non cambia. La brama di radici, ancora una volta, impedisce il camminare dell´uomo e lo sguardo oltre la propria persona, il proprio recinto. Consanguineità e territorio divengono fonti di legittimazione più forti della Resistenza.
Helsinki ladrona, Roma ladrona, Washington ladrona: si capisce da questo slogan (lo stesso in Finlandia, Italia, America) come l´anti-statalismo sia centrale. Come la xenofobia sia il sintomo più che la causa del male. Vedendo che la crisi perdura, le popolazioni hanno cominciato a nutrire un´avversione radicale verso l´idea stessa di uno spazio pubblico dove la collettività, tassandosi, difende i più deboli, i più esposti. I populisti non temono di contraddirsi, anzi. D´un sol fiato si dicono antistatalisti e promettono uno Stato controllore, tutore dell´etnia pura, normalizzatore delle coscienze e delle conoscenze.
I sondaggi sul successo del Tea Party, il movimento neoliberista Usa, lo confermano. La molla decisiva non è il razzismo: è il rigetto della riforma sanitaria di Obama, del principio dell´etica pubblica. L´etica pubblica mette tutti davanti alla stessa legge, perché nessun interesse privato abbia la meglio. Lo Stato etico dei populisti impone il volere del più forte: Chiesa, lobby, etnia. Lo chiamano valore supremo, non negoziabile. In realtà è puro volere: suprema volontà di potenza.
Come mai le cose sono andate così? Come mai Obama può perdere le elezioni? In parte perché i governi hanno sottovalutato l´enorme forza del risentimento. In parte perché non hanno spiegato quel che significa, nel mondo globalizzato, salvare il bene pubblico. Ma è soprattutto la verità che hanno mancato: sono quattro anni che descrivono la crisi come superabile presto, il tempo d´arrivare alle prossime elezioni. Obama stesso ha omesso di spiegarla nella sua lunga durata: come qualcosa che trasformerà le senescenti società occidentali, che le obbligherà a crescere meno e integrare giovani immigrati, se non vorranno scaricare i propri anziani come il vecchio capofamiglia sulla sedia a rotelle che i nazisti gettano dalla finestra nel Pianista di Polanski. Per paura elettorale i governanti celano la verità, e ora pagano il prezzo.
Anche l´Europa ha la sua parte di colpe. Gli strumenti li avrebbe: può usare l´articolo 7 del Trattato di Lisbona, contro le infrazioni antidemocratiche in Italia o Ungheria. Può costruire una politica dell´immigrazione, avendone ormai la competenza. Se non lo fa, è perché non guarda ad altro che ai parametri economici. Perché è indifferente all´ethos pubblico. Perché quando esercita un potere, subito se ne pente. Perché dimentica che anch´essa è nata nella Resistenza.
Nel momento in cui la sua fonte di legittimazione politica è usurpata (al posto della Resistenza: il radicamento territoriale) l´Europa ammutolisce. Ha vergogna perfino delle cose non sbagliate che ha fatto: del comportamento che ebbe nel 2000, ad esempio, quando i neofascisti di Haider divennero determinanti nelle elezioni austriache del ´99. Non mancarono certo gli errori: troppo presto si usò l´arma ultima delle sanzioni, presto abbandonate. Ma anche se disordinatamente, l´Unione almeno reagì, s´inalberò. L´Austria fu costretta a riaprire ferite tenute nascoste, a discutere colpe sempre negate, e il suo volto cambiò. Se l´Unione è così invisa ai populismi vuol dire che potrebbe far molto, se solo lo volesse.

La Repubblica 27.04.11

Apr 24, 2011 - Storia    No Comments

25 aprile, la nostra festa

b0d99341ebf9bdc62e01e01c06a5ce3e_medium.jpgDomani, 25 aprile, è Festa nazionale. Il che significa che la nazione italiana riconosce in quella data il fondamento della propria identità. Detto altrimenti: il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani perché per far parte della Patria è necessario riconoscere – nel fatto storico che si celebra – la radice della propria comune cittadinanza. Ora, il 25 aprile è stato scelto a riassumere i giorni in cui i partigiani insorgono in tutte le più importanti città del nord, liberandole. “Aldo dice ventisei per uno” è la frase in codice trasmessa da radio Londra con cui il comando della Resistenza il pomeriggio del 24 aprile dà l’ordine dell’insurrezione generale.

Il 25 aprile è dunque la festa di tutti gli italiani perché è la festa della Liberazione, la festa della vittoria della Resistenza antifascista. La Resistenza antifascista è dunque il fondamento del nostro essere italiani. Chi della Resistenza antifascista nega o disprezza o combatte i valori sta semplicemente minando e negando l’identità e l’appartenenza che ci fanno Patria. Patria e Resistenza antifascista sono sinonimi, fino a che l’Italia vuole restare “Repubblica italiana” e non collassare di nuovo in quella mera “espressione geografica” di cui parlava Metternich. La Resistenza antifascista fa tutt’uno infatti con la Costituzione repubblicana, che nasce nel pieno esplodere della guerra fredda e che tuttavia custodisce l’identità comune della Nazione, al di là di uno scontro politico sempre più aspro, proprio perché radicata nell’impegno comune – fino al sacrificio della vita – cui hanno saputo dar luogo i partigiani in montagna, i militanti dei partiti clandestini nelle città, nelle carceri, in esilio.

La Resistenza antifascista, e la Costituzione che ne codifica la “buona novella” (firmata dal democristiano De Gasperi e dal comunista Terracini, ed elaborata da figure straordinarie come Calamandrei), rappresentano perciò una sorta di religione civile, di ethos comune dell’Italia democratica, nel venire meno dei quali va in pezzi la Patria stessa, e resta la nuda forza degli “spiriti animali”, le “ragioni” di chi ha più potere ed eversiva-mente lo esercita in una sorta di guerra civile soft. Forse l’articolo 1 va cambiato davvero: “L’Italia è una Repubblica democratica … nata dalla Resistenza antifascista, ai cui valori si ispira”.

Domani 25 aprile, giorno della Liberazione, della vittoria della Resistenza antifascista, è Festa nazionale. Festa dell’Italia. Chi non vi partecipa “toto corde” è perciò contro la Patria, dell’Italia si fa nemico.

Paolo Flores d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2011

Non c’è più religione (forse)? Compratevi il TUUM!

anello-rosa-zoom.jpgNon c’è più religione (forse), o forse sì, chissà. Certo che i nostri sono tempi complicati, qualche volta anche divertenti ma certamente non banali.

Uno si dà a letture edificanti e il venerdì mi trovo di fronte il diavolo e l’acquasanta: per posta mi arrivano insieme L’Espresso e La Libertà (organo della Diocesi reggiana). Fino a oggi mi sembrava di sapere chi ricoprisse i ruoli suddetti e me ne facevo una ragione, anche perchè, come noto, il diavolo è spesso più stuzzicante. Poi, invece, oggi sfoglio il periodico cattolico e che ti trovo nell’ultima pagina, a tutta pagina, con tanto di colore? La pubblicità di TUUM, l’anello, opera pregevole delle Sorelle Ronca, con inciso il Padre Nostro. Un gioiello che si trova anche nell’apposito sito web, così presentato:

COLLEZIONE ANELLI TUUM GIOIELLI

Sorelle Ronco Rivenditore Ufficiale Tuum gioielli vi presenta gli esclusivi Anelli Tuum gioielli in oro, argento brunito e argento bronzato. Il ciondolo – anello Tuum trae la sua fisicità dalle parole in rilievo del Padre Nostro preghiera universale: Padre Nostro in Latino per gli anelli in oro e Padre Nostro in italiano per gli anelli argento.

http://www.sorelleronco.it/Prodotti/Gioielli/Tuum/Tuum.htm

La cosa mi ha lasciato perplesso, io non mi perplimo di frequente ma stavolta ho avuto un momento di smarrimento. Ho pensato a cose banali come il Poverello di Assisi, al Cristo che prende a mazzate i mercanti nel tempio, a quel girone dantesco dove i simoniaci venivano ficcati nella terra a testa in giù, uno sull’altro. Roba banale perchè la domanda vera che mi fischiava fra le orecchie era una, semplice: perchè solo gli anelli in oro (rosa a 880€, giallo 1760€) hanno la preghiera in latino e quelli d’argento in italiano? Perchè il latino è per i ricchi? Perchè chi sa il latino diventa ricco più facilmente? Avendo frequentato con qualche profitto il Classico e trovandomi ora in una condizione di francescana pauperitas subito mi sembrava di poter smentire tale ipotesi, e allora? Il latino è trendy? L’oggetto prestigioso è rivolto alle gerarchie vaticane? A devoti possidenti? Non ho una risposta. Lascio ai miei 25 lettori una ipotesi di soluzione del dilemma.

Rimane comunque lo smarrimento: che il Padre nostro potesse fare tante cose ne ero già convinto ma che potesse dare “fisicità” a un bel ciondolino in oro 18k questa ancora mi mancava, comunque prendete queste considerazioni anche come un consiglio per possibili acquisti per la prossima Pasqua, per il vostro partner, per la mamma/papà, volete mettere che schiccheria presentarsi a messa con l’anello? Infilato in che dito? Ma che domande: in quello medio, tenuto ben dritto, mi raccomando….

Apr 13, 2011 - Storia    No Comments

La forze del destino. Storia d’Italia

Duggan.jpgIeri abbiamo presentato il volume di Christopher Duggan La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi (Laterza, 2008),  discutendone con l’autore. Uno dei temi affrontati è stata la ricorrente mancanza di una “educazione” (civile e politica non solo culturale) come radice delle debolezze degli italiani, così restii a diventare una Nazione e così soggetti ad essere una “massa” da usare per l’uomo della provvidenza di turno. Riporto le conclusioni del volume, che consiglio ai miei 25 lettori (sono quasi 700 pagine ma si legge benissimo, senza obbligo di una lettura totale):

Per molti osservatori, sia in Italia che all’estero, è difficile capire come un uomo che sembra mostrare così poco rispetto per i valori dello Stato,e ha ripetutamente calpestato la distinzione fra sfera pubblica e sfera privata, riesca a ottenere un così ampio sostegno elettorale. Ma perché gli individui possano liberamente sceglierli come bussole per il comportamento, i valori pubblici, non diversamente da quelli privati, hanno bisogno della sanzione dell’autorità morale; e a quanto pare nel corso dell’Ottocento e Novecento l’esperienza di molti italiani comuni è stata purtroppo tale da creare un diffuso scetticismo nei confronti dei fini e valori collettivi, a tutto vantaggio del perseguimento di fini e valori privati”.

 

“Al principio del ventunesimo secolo l’Italia presentava un volto completamente trasformato rispetto al paese povero e arretrato in cui due secoli prima erano nati Mazzini, Garibaldi e Cavour. La grande maggioranza dei suoi abitanti si nutrivano di gran lunga meglio, erano di gran lunga più istruiti, e notevolmente più ricchi e più sani (e magari più felici). Erano anche indubbiamente più italiani. Ma le preoccupazioni che avevano tormentato i patrioti del Risorgimento-al cui centro stava il problema di come costruire una nazione con un passato condiviso e un senso forte di un destino e di una meta collettivi-conservavano negli anni di Forza Italia un’urgenza quasi altrettanto grande che nell’epoca dei Carbonari e della Giovine Italia. Fin dal principio, la nazione italiana era stata difficile da definire e ancor più difficile da costruire; e malgrado gli sforzi di poeti, scrittori, artisti, pubblicisti, rivoluzionari, soldati epolitici di vario colore e orientamento, era chiaro che i vecchi modelli di pensiero e di comportamento erano tuttora profondamente radicati, e  che la fede nell’ideale dell’”Italia” non aveva avuto lo sviluppo auspicato da tanti patrioti.

È d’altronde possibile che l’insistenza con cui il progetto di “fare gli italiani” era stato perseguito fino alla seconda guerra mondiale avesse finito col risultare controproducente, contribuendo a erodere la credenza in valori nazionali collettivi. Ma per funzionare bene gli Stati hanno bisogno di un senso pervasivo e dominante del più vasto insieme cui gli interessi degli individui, dei gruppi e dei partiti debbono in ultima analisi subordinarsi. E al principio del nuovo millennio l’”Italia” continuava ad apparire un’idea troppo malcerta e contestata per poter fornire il nucleo emotivo di una nazione, o almeno di una nazione in pace con se stessa e capace di guardare con fiducia al futuro.”  (pag.672-3).

Attenzione!! Roba forte!

Attenzione, questa è roba forte!! Solo per maggiorenni, magari accompagnati (da chi volete voi..).

Prima l’intervista a Radio Maria nella quale definiva le grandi catastrofi, come lo tsumani in Giappone, ”giusti castighi, voce della bontà di Dio” ora la discutibile analisi storica con la quale attribuisce la fine dell’impero romano all’abnormale presenza di omosessuali (”invertiti”). E’ certo che le opinioni di Roberto de Mattei, vicepresidente del Cnr, non passano inosservate e rimbalzano in Rete accompagnate da furiose richieste di dimissioni per posizioni giudicate  oscurantiste, fondamentaliste e omofobiche e comunque incompatibili con il suo ruolo al Cnr.

http://tv.repubblica.it/copertina/le-crociate-di-de-mattei-l-impero-romano-crollo-per-i-gay/65658?video=&ref=HRER2-1

Un popolo stupefacente

Siamo un popolo stupefacente! Non solo perchè quello che vediamo ormai ogni giorno può essere frutto solo di uso di sostanze (di bassa qualità) assunte con grande liberalità, ma anche perchè siamo pronti a meravigliarci, sbalancando la boccuccia e sbarrando gli occhietti con un “ooh! di meraviglia, stile Alicenelpaesedellemeraviglie, di fronte alla notizia farlocca della giornata. Siamo sempre pronti alla “stupefazione” (termine colto proferito da un architetto nell’atto di esporre i suoi meravigliosi progetti per la nostra città). Allora ci “stupefiamo” per cose che logicamente ci arrivano sui cabasisi. Un paio di esempi.

mfl_predappio_2009p.jpgHo riportato l’articolo di Maurizio Viroli sulla necessità dell’antifascismo. Alcuni deputati hanno presentato un pdl (progetto di legge, non porcata del leader) per abolire le norme tansitorie che vietano la ricostituzione del disciolto partito fascista, etc.. Sconcerto, indignazione, finanche skifani ha disapprovato. Bene, bravi. Però. A Predappio chi è sepolto e onorato? Pietro Gambadilegno? Omer Simpson? Forza Nuova, Casa Pound cosa sono? Succursali del Rotary? Quando mai un giudice ha condannato qualcuno per “apologia di fascismo?” Tant’è che quando nel 2005 trovammo in un autogrill a Udine bottiglie di Cabernet con etichette dedicate a Himmler, Goering e simili gentiluomini (una la conservo in cantina ma non la berrò mai, il vino deve essere schifoso) gli avvocati ci sconsigliarono da sporgere denuncia “tanto nessun giudice la prenderà in considerazione…c’è libertà di opinione..” E ora ci stupefiamo? Provate a disegnare una svastichetta in Germania e poi diteci dove mandarvi le arance e i biscotti per i carcerati…Qui il fascio è una “opinione”. Del resto ascoltate in questi giorni la radio e ascolterete lo spot dell’ultima collana di Hobby&Work “Benito Mussolini e il fascismo”, in due comodi DVD da acquistare in edicola. Ma sì, stupefiamoci!

La lega (scusate la parolaccia) ha proposto gli eserciti regionali. Ohhh, vergogna, brutti, cattivi, non si fa così. Perfino Ignazio LaRissa ha sputazzato fuochetto e fiammine. Bravi, bene. Però. Cosa deve fare la lega perchè tutti capiscano che è un movimento razzista, xenofobo, violento, non fascista bensì più simile all’ideologia nazi (terra e sangue)? Un movimento con cui non si tratta. Punto. Non bastano i signori che si aggirano nel Consiglio Comunale di Reggio? Maneschi e bevitori. Gentaglia per i quali il minimo è di sussumere (bello, eh) il loro slogan “Fuori dalle palle!” ma anche fuori dai luoghi di rappresentanza democratica. La democrazia è fragile, non può sopportare tutto, e lo stiamo vedendo. Se non si mantengono ben fermi i principi della Costituzione chi la vuole distruggere ha gioco facile. Nel 1933 un imbianchino austriaco ci fece vedere come si fa, e anche lui e i suoi erano stati eletti democraticamente.

Allora, anzichè stupefarci un giorno sì e l’altro no, ripartiamo dai fondamentali: dalla nostra storia, lavorando ogni giorno (la “manovalanza democratica”) andando a ripetere a tutti, i nostri e gli altri, come si è costruita la nostra democrazia, com’è stato difficile farlo e come tocchi a noi, ora, dare il nostro piccolo contributo perchè continui ad esistere, in Italia, quella democrazia. Magari serve.

 

Sull’antifascismo non si tratta (M.Viroli)

L’idea di tre senatori del Pdl e di un “finiano” di presentare un disegno di legge costituzionale per abrogare la disposizione XII che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” sarebbe niente di più di un’ulteriore prova dell’ignoranza dei parlamentari della maggioranza di governo, se non fosse immorale e pericolosa.

Gli sconsiderati senatori sostengono infatti che la disposizione in questione è transitoria e dunque, dopo 65 anni, può essere allegramente abbandonata. Anche chi conosce soltanto i primi rudimenti di diritto costituzionale sa che quella disposizione non è transitoria perché non contiene indicazioni di limiti temporali ed è invece finale, e sta lì in quanto esprime un giudizio storico e morale inappellabile e irreversibile di condanna del regime fascista.

La ragion d’essere della nostra Costituzione è l’antifascismo. Tolta quella disposizione, tutta la carta fondamentale perde la sua fisionomia etica e politica. Ma questo è appunto ciò che il signore e i suoi servi vogliono: liberarsi dalla Costituzione, devastandola pezzo per pezzo. O noi ci liberiamo di loro, o loro si libereranno dalla Costituzione, ultimo baluardo della nostra libertà e dignità civile. Non c’è via di mezzo. Questo è il carattere dello scontro politico oggi in Italia. La ragione per cui l’idea di abrogare la disposizione XII è immorale la capisce anche un bambino: sarebbe un’offesa alla memoria di coloro che hanno lottato contro il fascismo e un’assoluzione dei crimini e delle responsabilità di quel regime. E’ un’idea pericolosa perché il fascismo, come modo di sentire e di pensare, è nella nostra storia e fa parte del nostro spirito nazionale. E’ dunque semplicemente folle indebolire le difese politiche e legali. Saggezza e rettitudine suggeriscono un comportmento esattamente opposto.

Chiunque abbia la possibilità di fare sentire la propria voce in Parlamento, nelle piazze, nelle televisioni, sui giornali, ha il dovere di parlare per fare nascere un movimento di sdegno nobile e fermo contro questo nuovo attacco alla nostra libertà. Il prossimo 25 aprile sia l’occasione per dire al signore e ai suoi servi che per impedire un simile scempio siamo disposti a lottare con tutte le nostre forze.

viroli@princeton.edu

Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2011