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Lug 31, 2014 - 500 parole, Storia    No Comments

Il vecchio pozzo

Lì, sotto i prunus rossi e gialli, c’è il vecchio pozzo. Una cosa senza pretese, un semplice tubo di cemento con qualche filo d’edera arrampicato. Allora un coperchio rotondo di assi di legno inchiodate, oggi un cappello pesante di metallo, di un verde un po’ stinto.

Nemmeno prima che arrivasse l’acquedotto da quel pozzo si attingeva acqua da bere, lo si usava per raccogliere l’acqua piovana che andava ad integrare quella di una piccola falda poco più a monte della casa. Non serviva per l’acqua ma più modestamente come elementare frigorifero. Il padre d’estate teneva in fresco la sua birra, che faceva arrivare chissà da dove, chiusa in bottiglie con quella cosa a scatto basculante che chiamavano “macchinetta”. La birra e qualche panetto di burro, prodotto a pochi metri da lì, nel caseificio di famiglia.

Fine estate 1944, l’Appennino brucia ancora sotto i colpi dell’Operazione Wallenstein, case bruciate, stalle svuotate, bestiame razziato. I figli più grandi, allora ragazzi poco più che ventenni, erano andati fino a Bibbiano, dove nel campo sportivo, trasformato in lager di passaggio, era stato rinchiuso anche lo zio, don Bonini, il parroco di S.Andrea del Castello di Carpineti che aveva visto la sua chiesa colpita dalle cannonate tedesche sparate da Pantano, dall’altra parte della vallata. Era andata distrutta anche la sua canonica e con essa non solo quei bei mobili antichi, lascito di fedeli devoti, ma soprattutto tutti i suoi risparmi, quel sacchetto di “marenghini” d’oro che aveva accantonato per i suoi poveri, una volta che, ormai vecchio com’era, se ne fosse andato. Erano andati a riprenderlo, lui che aveva voluto seguire a piedi nel caldo e nella polvere i suoi contadini catturati, e lo avevano riportato a casa, per consentirgli almeno da lì a poco di arrivare a quella pace che la sua vita di povertà e dedizione gli aveva ben meritato.

La montagna saccheggiata, i partigiani sbandati, il borgo attraversato da soldataglia carica di bottino. In quella casa arrivarono verso l’imbrunire, una giornata calda. Chissà se davvero erano SS, in fondo bastava anche meno per morire in quelle giornate. Qualche parola smozzicata da un ufficiale che, cosa strana in quelle giornate, bussa prima di entrare. Sudato, i capelli biondi rasati corti e un ciuffo. Si siede a tavola e chiede “aqua..”, altri due si fermano sulla porta, un mitra a tracolla, l’elmetto legato al fianco.

Silenzio in casa, le donne si stringono verso il camino, i figli sono nascosti in solaio. Classe 1915 e 1918. Renitenti. Roba da finire contro il muro, quello mezzo intonacato, lì nella piazzetta vicina al voltone.

Il padre fa un cenno, abbozza un saluto all’ufficiale, poi rivolto alla figlia: “Paolina, vai a prendere la birra..”. La ragazza è giovane, ventun anni ancora da compiere, alta, i capelli ondulati. Si muove, fa qualche passo, poi si ferma: sulla porta i due, quasi appoggiati agli stipiti. Sorridono, una parola, due, fra loro, poi si scostano lo spazio appena per farla passare, per sentire da vicino il profumo di quella ragazza. Paolina esce e corre al pozzo, scosta le assi, le bottiglie sono dentro un secchio di lamiera tenuto da un mattone legato alla corda, come contrappeso. Prende le bottiglie ma c’è un altro secchio. Non quello solito del burro, è più in basso. C’è qualcosa di lungo avvolto in tela da sacco, umida. La scosta appena. Sono due canne di fucile, lucide, scure. Due piccoli occhi che la guardano. Per un attimo non respira. Poi, quasi per automatismo, lascia ricadere il coperchio di legno.

Trovare birra in una casa di italiani, gente infida. Chissà cosa avrà pensato quell’ufficiale, ma in guerra tutto può succedere e chiama gli altri due e riempiono i bicchieri. La madre, intanto ha preso del pane dalla madia. Pane e birra, e lo mangiano di gusto e annuiscono con qualcosa sul viso che assomiglia a un sorriso. Il soldato raccoglie anche le briciole e si prendono le due bottiglie vuote. Possono sempre servire con quella chiusura ermetica.

Anche il capo s’è alzato, si riaggiusta il ciuffo e bofonchia qualcosa che sembra un ” ‘giorno”. Sono usciti da qualche minuto prima che qualcuno in casa riesca ad aprire bocca. Passa mezz’ora buona prima che scendano i figli dal solaio. Paolina è ancora nell’angolo dove era tornata, la sorella le stringe un braccio e piange in silenzio.

La madre si muove verso il tavolo, raccoglie i bicchieri e dice al padre che si è quasi accasciato su una sedia: ” Iusfin (Giuseppe), stasera farai a meno della birra..”.