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L’emergenza e il rispetto della carta (Ugo de Siervo)

La formazione del Governo presieduto da Monti e la larghissima fiducia che ha conseguito in Parlamento hanno suscitato un dibattito sulle caratteristiche costituzionali di ciò che è avvenuto.
Dal punto di vista del nostro sistema costituzionale non è mutato nulla di sostanziale: siamo dinanzi ad un Governo di tipo parlamentare, che ha conseguito una ampia fiducia dalle due Camere e che è sorto dopo le dimissioni volontarie del precedente Governo, evidentemente consapevole di essere inadeguato dinanzi alle dure prove che attendono il nostro Paese, anche in relazione ai confronti che si svolgono a livello europeo. Certo, vi è stato un palese impegno del Presidente della Repubblica ad evitare le elezioni anticipate, che avrebbero prodotto un pericoloso vuoto di potere in una fase non poco convulsa; così pure vi è stata una manifesta indicazione da parte del Presidente della persona di Monti come presidente del Consiglio, evidentemente ritenuto decisamente preferibile, nell’attuale contingenza, per le sue qualità professionali.

Nulla di straordinario, anzi è quasi da manuale la situazione attuale per illustrare il ruolo impegnativo a cui può essere chiamato ad operare un Presidente di una Repubblica parlamentare in situazioni difficili, se non eccezionali: più i partiti politici ed i gruppi parlamentari di maggioranza si dimostrano impotenti dinanzi a grandi ed impellenti situazioni di crisi, più il Presidente della Repubblica deve contribuire ad aiutare il sistema parlamentare a trovare vie d’uscita.

Vie d’uscita condivise e capaci di far superare le difficoltà, anche attingendo – ove occorra – al patrimonio di personalità estranee alle dirette responsabilità parlamentari. Né una scelta del genere potrebbe essere negata in nome del rispetto degli esiti delle ultime elezioni, ormai lontanissimi e contraddetti dal progressivo e pubblico disfacimento del largo schieramento maggioritario allora esistente, nonché dalla dimostrata inadeguatezza del Governo dimissionario ad operare in modo efficace sul piano della crisi finanziaria. Il punto fermo è che l’azione del Presidente della Repubblica deve essere fatta propria dal sistema parlamentare attraverso il conferimento della fiducia al nuovo Governo.

Quindi ciò che è avvenuto non è altro che una (pur impegnativa) applicazione della relativa elasticità della forma di governo quale opportunamente configurata dalla nostra Costituzione: le buone Costituzioni non devono, infatti, prevedere un particolareggiato sistema di rapporti giuridici fra i vari organi rappresentativi sulla base del sistema politico esistente in un dato momento; al contrario, tenendo conto della inevitabile e continua mutabilità dei sistemi politici e partitici, devono permettere di far funzionare al meglio il sistema parlamentare attraverso le tante diverse fasi. D’altra parte, occorre ancora un volta ripetere che non ogni problema che si manifesti nel funzionamento delle nostre istituzioni può essere risolto pensando a ipotetiche riforme costituzionali (che potrebbero essere improvvisate e quindi pericolose, come dovrebbe insegnarci l’esperienza degli ultimi anni), allorché potrebbe largamente bastare un miglior funzionamento del nostro sistema politico.

Occorre quindi anche assolutamente evitare di parlare di Parlamento «commissariato» dal Presidente della Repubblica, se la grande maggioranza dei nostri parlamentari ha liberamente dato la fiducia al nuovo Governo, evidentemente nella speranza che possa riuscire ad eliminare o almeno a ridurre la situazione di grave difficoltà nella quale siamo.

Certo, c’è una evidente anomalia nel fatto che quasi tutti i componenti del Governo Monti si caratterizzino per le loro professionalità e non, invece, per la loro adesione ai movimenti politici che hanno espresso la fiducia. Ma qui pesa evidentemente l’eredità delle forti contrapposizioni che esistevano intorno al precedente Governo ed il conseguente rifiuto di passare ad una compagine governativa in cui potessero lavorare insieme esponenti politici che si erano tanto a lungo duramente contrapposti; quest’ultima scelta non ha certo resa più semplice la prossima vita del nuovo Governo, che dovrà impegnarsi molto per instaurare e mantenere buoni rapporti con i diversi gruppi parlamentari che hanno dato la fiducia, ma che restano non poco estranei alle concrete determinazioni governative. Ma il Governo ha però dalla sua la situazione del rilevante stato di necessità nel quale si opera, che diventerà argomento forte per ridurre le contrapposizioni, più o meno strumentali, fra i gruppi parlamentari ed il Governo.

Semmai l’esistenza di un Governo caratterizzato dalla presenza di tanti tecnici e specialisti e sul quale si fa tanto affidamento, dovrebbe rendere consapevoli i dirigenti dei diversi partiti che nelle loro organizzazioni gli specialisti sembrano invece mancare o contare troppo poco; ma soprattutto questi dirigenti politici dovrebbero essere consapevoli che negli attuali partiti sono rari coloro che sono riconosciuti come capaci di porre al vertice gli interessi generali e che di conseguenza – ove ve ne sia la necessità – sono assolutamente determinati a farli prevalere su tutti gli altri interessi.

La Stampa, 1.12.2011

Dentro e fuori (Antonio Padellaro)

Dentro c’è un governo asserragliato nell’aula di Montecitorio per uno strano rito propiziatorio. Riesce a far votare una brutta legge sull’Università quando ha già un piede nella fossa. Anche se tra due settimane strappasse uno straccio di fiducia sarebbe un misero governicchio, tenuto in vita finché ai suoi nemici per la pelle, i finiani, starà bene così. Sarà un’agonia e forse non ci sarà il tempo per approvarla anche al Senato la brutta legge che porta la firma di un ministro, Gelmini, che non riuscì neppure a laurearsi decentemente.

Fuori ci sono gli studenti. Migliaia e migliaia in ogni città e in tutte le città. Li abbiamo visti in televisione e non avevano le facce dei “provocatori e dei massimalisti” (parole del povero Cicchitto sopravvissuto a se stesso). Sembravano ragazzi e ragazze come se ne vedono tanti, come i nostri figli o i nostri nipoti. A Roma marciavano verso il Palazzo del governo asserragliato cantando la loro rabbia.

Dentro c’è un mondo finito. Lo sanno anche Berlusconi e la sua corte. Volti grifagni e avvizziti resi maschere da un eccesso di coloranti. Eccoli che scappano e si nascondono dentro le berline lampeggianti sotto la pioggia. Resisteranno circondati da escort e ruffiani e faranno ancora danni. Ma il loro tempo è scaduto.

Fuori c’è una generazione a cui hanno detto: voi non contate niente. E se siete maschi trovatevi un padrino che vi protegga. E se siete femmine, e un po’ carine, trovatevi un marito ricco. Ieri, quei ragazzi gridavano: ci avete tolto il futuro ma ce lo riprenderemo. Sono saliti sui tetti nel gelo delle notti per annunciare: voi avete il potere ma noi siamo troppi e abbiamo vent’anni. E infatti ritorneranno. E saranno di più.

Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2010

Nov 22, 2010 - Italia, Europa, mondo    No Comments

Tre pensierini sul PD

tre_scimmiette-713365.jpgSolo tre pensierini-ini sul PD.

1. Il PD è nato dalla fusione fra DS e DL. C’era chi votava DS (e quindi non votava DL) e chi votava DL (e quindi non votava DS). All’improvviso tutti hanno votato tutti. Gli stessi elettori (e fin qui tutto bene) dovevano votare gli stessi candidati (e qui non tutto va bene). Qualcuno ha inghiottito il rospo, qualcuno non ce l’ha fatta. Non potendo votare i legoidi o i berluscones, avviliti dalla sinistra estrema (meglio, esterna al reale) se ne sono stati a casa. Chi si aspettava la logica: partito nuovo, gente nuova, è rimasto con l’amaro in bocca. Gli altri si sono dovuti fare una ragione dei paradossi della vicenda. Io che non avevo mai votato a.e. Fioroni (e non lo voterei nemmeno con la pistola alla nuca) mi sono ritrovato ad appoggiare quella lista che comprendeva non solo Fioroni, ma la Binetti, D’Alema, LaTorre, etc… Mi stupisco di avercela fatta, sono davvero un uomo di marmo (sfpd) ma anche il marmo prima o poi cede alle ingiurie del tempo..

2. Il PD ha radici ebraiche? Come noto, l’ebraismo non pratica il proselitismo, in termini cristiani non evangelizza, si nasce ebrei e chi vuol convertirsi lo fa per scelta personale. Al PD interessano nuovi iscritti, militanti, persone interessate a spendersi in un’attività “politica”? Pare di no. Sottoscritto a parte, poco rappresentativo da molti punti punti di vista, conosco decine di amici/elettori ai quali mai nessuno è andato a chiedere: “Perchè non ti iscrivi?”. Chissà perchè? Forse perchè era gente in gamba e non si sarebbe accontentata di portar borse ai soliti noti, mediocri di lungo corso? Mah, scusate il brutto pensiero ma, come sa chi mi conosce, sono cattivo d’animo perchè ho avuto un’infanzia difficile…

3. E’ difficile conoscere il reale, figurarsi cosa pensa il PD su varie questioni, tanto che ci nasce il dubbio di una svolta sartriana incentrata sul programma “Essere e nulla”. Ma la domanda che uno si pone è: la politica culturale del PD a Reggio Emilia coincide con quella dell’amministrazione del Comune capoluogo? Se sì, grazie tanto: alla prossima tornata elettorale vi aspetto tutti a Fortezza Bastiani per una buona grigliata (portate la carne, il vino ce lo metto io), se no: cosa cappero ci sta a fare il PD di fronte allo sfascio in corso? Nisi unum aliud, tertium non datur…

Nov 20, 2010 - Italia, Europa, mondo    No Comments

Quanto pesa il vaticano (Bruno Tinti)

FotoVaticano.jpgUna parte del lavoro che faccio adesso consiste nell’andare in giro per partecipare a dibattiti organizzati da associazioni culturali, librerie e, qualche volta, da partiti.
La settimana scorsa sono andato a Trieste, in una libreria fantastica: grandissima, piena di libri insoliti, con un bar fornito di cose buonissime e di vini superlativi. Tra il pubblico c’era un cittadino americano che parlava un ottimo italiano e che, non so per quali ragioni, era molto interessato ai fatti nostri. In particolare aveva un’ottima competenza giudiziaria e, siccome io avevo messo a confronto il nostro sistema con quello statunitense, concludendo che il nostro era comunque assai migliore, mi ha mosso alcune significative obiezioni, molto tecniche. La gente ha partecipato molto, il che in fondo mi ha stupito: ma guarda che fame di informazioni, ho pensato.

Dove la cosa si è fatta interessante è quando questo signore ha spiegato che, secondo lui, il nostro problema sta nel fatto che siamo cattolici e, in particolare, che in Italia c’è il Vaticano, il Papa, una gerarchia ecclesiastica molto attiva politicamente etc. etc. Ha continuato dicendo che noi abbiamo tante leggi, la maggior parte inutili (ho condiviso entusiasticamente), perché è nella nostra formazione culturale quella di farci guidare dall’esterno, da leggi o persone che ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Mentre nei Paesi anglosassoni, che sono a maggioranza protestante, le leggi sono in numero infinitamente minore, i processi si basano su precedenti decisioni da cui ci si discosta solo in casi eccezionali e le regole etero imposte (insomma i casi in cui si dice al cittadino cosa fare e cosa non fare) sono pochissime. E questo perché, ha concluso, i protestanti hanno una cultura diversa, un codice etico e civico di cui si considerano depositari e responsabili; e le cui violazioni costituiscono un’incoerenza verso se stessi, non una trasgressione a comandamenti esterni.

La cosa mi è piaciuta molto e ho cercato di spiegare che proprio questo sostanziava la differenza fondamentale tra il nostro codice di procedura penale e quello americano: noi abbiamo la sentenza, dove il giudice spiega quali leggi ha seguito, come le ha interpretate e dunque perché ha preso quella decisione. Negli Usa hanno il verdetto, cioè la decisione tout court: ti condanno, ti assolvo; ma la giuria non spiega quali ne sono stati i motivi. In effetti, la giuria è il popolo; e il popolo, etico – diciamo così – per natura e non per obbedienza, non ha bisogno di spiegare.

La cosa più divertente per lo sconcerto che ha provocato è arrivata alla fine. Il mio amico (a questo punto così lo consideravo) ha detto: “Il problema vostro è la confessione. Voi vi comportate male ma poi avete il vostro mediatore privato con Dio. Andate da lui, gli raccontate tutto e vi dichiarate pentiti. E lui vi perdona e vi dice: va e non peccare più. Non aggiunge, ma è implicito, però se pecchi torna qui che l’aggiustiamo. Da noi, se uno si comporta male il problema è serio. Che fa, si autoassolve?”.

Mi è piaciuta molto. Chissà che ne pensano i miei 25 lettori?

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/19/quanto-pesail-vaticano-una-parte-del-lavoro-che/77630/

Ago 17, 2010 - Italia, Europa, mondo    No Comments

Digital divide

Cari amici e 25 lettori,

avrete pensato che anche il sottoscritto sia andato in ferie, magari in qualche isoletta trendy o in quel di Capalbio? Tranquilli, nulla di tutto ciò. Vigilo dall’alto di Fortezza Bastiani i movimenti nella valle fra Tassobio e Monteduro. Sentinella, a che punto è la notte? Notte fonda, si direbbe, ululati di iene e tanfo di guano come sottofondo. Confesso, ormai rieco a vedere solo i notiziari della BBC, come si faceva una volta con Radio Londra. Solo che oggi sul terreno le parti sono quasi invertite: la maggioranza sguazza nella brodazza, la corte del Regno dei Birboni ha dichiarato guerra aperta alle regole, allo Stato, a tutto. L’opposizione non c’è. Sfumata, evaporata, disciolta (forse al mare? Il sole fa brutti scherzi alle teste di burro…).

In questo povero paese ci tocca sentire risuonare ancora la demenza leghista e qualche cefalopenico dell sinistra (?) magari pensa che, sì, forse, il federalismo e pippe simili, negli USA Obama con un discorso nobile e alto riafferma l’uguaglianza di tutte le religioni in uno stato laico, ma non a parole, autorizzando la costruzione di una moschea a Ground Zero.

Ascolto il cardinale aperto per turno e capisco perchè da anni ho scelto di dare l’8 p.m. alla Chiesa Valdese.

Leggo che l’ancora on. Dell’Utri, condannato già in II grado per mafia, per ferragosto se ne va a visitare le carceri, piene di detenuti in attesa di giudizio o condannati in I grado, e mi auguro che il suddetto sia andato ad effettuare un sopralluogo della sua prossima residenza. Ottimista?

Reggio è sempre all’avanguardia (e lo sapevamo): anche a Ferragosto ci siamo meritati le prime pagine della stampa più qualificata. Come? L’Università, la Fottigrafia Europea? Notti variocolorate? Naah! Balotelli a Reggio a trovare una “fanciulla”. Pensate, lui, il grande, parcheggia in Piazzale Fiume, cento metri da casa mia e io dov’ero? Chiuso a Fortezza Bastiani a perdere un appuntamento con la storia, quella vera. Oddio, ho pensato, anche se ci fossi stato, anche se il pedatore fosse passato sotto le mie finestre…io non l’avrei riconosciuto. Sicuro al 100%! Che vergogna, confesso, essere così ignorante! Ma, tranquilli, studierò, mi metterò in pari, a ottobre inizierò la collezione di figurine Panini…

p.s. che c’entra il titolo del post? “Digital divide”? Facile, a FB il cellulare prende appena, per usare internet ho allestito un I.point sugli spalti, all’aperto e, vi garantisco, che nonostante l’amore per i miei 25 lettori, starsene lì sotto la pioggia dei giorni scorsi era dura, veramente dura…

Spinelli: “Tra D’Alema e soci il solito fratricidio”

Secondo la scrittrice ed editorialista de La Stampa, il Pd deve favorire la creazione di un governo di transizione prima del voto, senza dare spazio a regolamenti di conti interni

Barbara Spinelli, scrittrice ed editorialista de La Stampa, spiega: “Siamo all’ultimo atto. O forse solo all’ultima scena di uno dei tanti atti della tragedia berlusconiana”. Comunque non è un gran bello spettacolo. E il sipario non sembra chiudersi.

I titoli di coda per ora si fanno attendere.
Siamo alla fine della maggioranza parlamentare del premier. L’uscita di Fini dal Pdl può trasformarsi nell’ultimo atto dell’avventura berlusconiana. Si tratta di capire come gestirlo. Può essere l’ultimo atto, ma può anche essere l’ultima scena di uno degli atti di cui è composto il dramma del signore di Arcore. Da questa situazione, che senza dubbio è di fine regno, in realtà Berlusconi ha la possibilità di uscire restando in sella e pesando sulla vita politica italiana in modo molto più forte di quanto immaginiamo.

Accadrebbe se si andasse alle urne con questa legge elettorale?
È molto probabile che se le elezioni non saranno davvero libere il premier vinca ancora e che aspiri tra qualche anno al Quirinale. Bisogna trasformare quest’ultima scena in ultimo atto. Il rischio è andare subito al voto con un regime che ha trasformato le elezioni in un evento non democratico. Sono completamente d’accordo con Flores d’Arcais quando dice che prima vanno sciolti i nodi del sistema elettorale e del monopolio televisivo.

Una parte del Pd, la Finocchiaro ma non solo, dice di non temere le elezioni ‘qui e ora’.
Anche Di Pietro e Vendola: dimostrano però di sottovalutare la natura del regime in cui ci troviamo. Di fare dell’antiberlusconismo senza aver capito cosa significhi davvero il berlusconismo.

Che vuol dire?
Il berlusconismo non è una persona che abusa del proprio potere. È un sistema ormai molto definito di leggi, equilibri istituzionali, rapporti con la Costituzione. È un paesaggio dell’informazione desolato e uniforme. Il problema non è affrontare le urne con questa persona, ma con questo regime. È come se nell’89 – quando sono caduti i regimi comunisti – si fosse andati a votare senza creare nuove Costituzioni, senza un pluralismo politico e nuovi giornali. Noi siamo avvantaggiati, perché una Carta fondamentale ce l’abbiamo già, ma consultare ora gli elettori è una fortissima sottovalutazione del pericolo.

Questione morale: Berlusconi che intima a Fini di fare luce sull’appartamento di Montecarlo non è come quel proverbio in cui lo straccio dice al cencio ‘sei pieno di polvere’?
Certo, è l’affermazione del ‘tutti rubano, quindi nessuno ruba’. È il marcio che c’è non soltanto nella classe politica italiana, ma anche nell’opinione pubblica. Il premier reagisce in questo modo perché Fini ha rotto sulla legalità. Un tema che si riteneva fosse del tutto irrilevante dal punto di vista degli equilibri politici e del funzionamento dello Stato.

Perché Fini non ha spiegato?
Forse gli conveniva e gli converrebbe. Ma visti gli scandali fasulli sollevati in passato dai giornali di Berlusconi (per distruggere Prodi, o Boffo) forse fa bene a ribadire la sua fiducia nella magistratura e a non dire altro.

Questa storia di Montecarlo nasce da un’inchiesta del quotidiano della famiglia Berlusconi. Uscita, esattamente nel momento della rottura tra Fini e Berlusconi, a puntate, particolari e retroscena somministrati con il contagocce. Minaccia, avvertimento, tentativo di ‘condizionamento’?
È più di una minaccia, è l’uso politico dell’informazione. Non voglio dare un giudizio su questa vicenda, perché il modo in cui il Giornale e Libero usano i dossier ha dimostrato la poca credibilità di questi quotidiani.

Berlusconi potrebbe avere problemi di numeri al Senato. Riuscirà a tenere in piedi il governo con qualche equilibrismo o farà la fine di Prodi?
No, alla lunga non potrà. E penso che lui non lo vorrà.

Fini, Casini, Rutelli: anatomia del Terzo polo.
Tendo ad accoglierlo positivamente come inizio di un’alleanza più vasta, che si unisce per traghettare l’Italia verso il dopo B. Mi piace anche l’immagine usata da Casini, ‘area di responsabilità istituzionale’: di essa può benissimo far parte tutta l’opposizione attuale. Lo scopo è creare le condizioni per elezioni veramente democratiche.

Però l’opposizione sembra divisa e confusa: non sarebbe il momento per dare una linea forte, comprensibile agli elettori e condivisa all’interno?
Sono stati colti tutti alla sprovvista: e ci metto Pd, Vendola, Di Pietro. Non credo che Bersani abbia ragione quando dice che il merito di questa situazione sia del Pd e non di Fini. Io penso che sia Fini a sceneggiare il possibile ultimo atto del berlusconismo. Bersani fa giuste analisi: bisogna uscire da questo pantano, predisporre una nuova legge elettorale con un governo di transizione. Mi stupisce il fatto che dica tutto questo alla leggera, che non stia elaborando una strategia concreta: obiettivi, alleanze, strade.

Parole in libertà?
Sembra quasi di sì. Per esempio: buttare lì il nome di Tremonti ha creato problemi dentro il Pd e a Tremonti stesso. Una candidatura possibile – che a me non piace molto, ma può forse servire a disfarsi del presente regime – viene semplicemente bruciata prima di averla negoziata. Imperdonabile leggerezza.

D’Alema ha già bocciato Vendola: è il peccato originale del Pd non riuscire a vedere oltre il proprio naso?
È la solita logica del fratricidio. E il non voler vedere che Vendola ha tutti i numeri per diventare un leader. Ha linguaggio, freschezza, libertà dagli apparati. Un personaggio così è preziosissimo da coltivare e persuadere. Uno di cui il centrosinistra ha bisogno, non nell’ora in cui si deve uscire dal berlusconismo, forse, ma in futuro sì. È grottesco liquidarlo così, per di più da parte di D’Alema che da 15 anni ha regolarmente fatto accordi con Berlusconi.

Il Partito democratico ha votato Vietti alla vicepresidenza del Csm e lanciato Tremonti come ipotetico premier. Ma gli elettori del Pd vogliono davvero uno che ha contribuito alla depenalizzazione del falso in bilancio a Palazzo dei Marescialli e l’uomo dello scudo fiscale a Palazzo Chigi?
Si ritorna alla questione della legalità, un tema che soltanto una parte del Pd sente come prioritario. Non a caso chi rompe tutto su questa questione è Fini non la sinistra. Questo tema è stato considerato “antiberlusconismo” e il Pd ha sempre detto che nuoceva alla sinistra.

Da destra si urla contro il giustizialismo tutte le volte che si pone un problema che ha a che fare con la giustizia e il rapporto tra i poteri. Ma la legalità non è un totem, è uno strumento.
La legalità è uno strumento essenziale che permette alla democrazia di funzionare e ai poteri di dialogare correttamente. Se i poteri non hanno autonomie garantite la democrazia non c’è più.

Facciamo una previsione. Elezioni subito o governo di salute pubblica?
Io spero, l’ho già detto, in un esecutivo che riscriva il “porcellum” e l’assetto dell’informazione televisiva. Al di là di quello che auspico, la previsione è un azzardo perché dipende dell’estensione e dalla forza della nuova ‘area di responsabilità istituzionale’. E dall’intelligenza del Partito democratico che, per favore, aiuti a creare questo governo di transizione, senza cercare di regolare per l’ennesima volta i conti tra le correnti del Pd. Che abbia un’idea chiara, magari ce la tenga nascosta, ma la porti avanti seriamente e con rigore. Non da pecioni, bruciando in anticipo gli eventuali candidati.

Da Il Fatto Quotidiano del 7 agosto 2010

Nuovo mondo, vecchi sistemi

bavaglio.jpgGiornata oggi di sciopero dell’informazione contro la Legge-bavaglio. In edicola solo i giornali del Padrone e il Riformista, il quotidiano di sinistra di estrema destra.

Giusto protestare. La legge è una delle ultime raffiche di un governo in agonia (che però ha la pelle dura e tanti caricatori in saccoccia pronti).

Però. Non troviamo nulla di meglio che uno sciopero che taglia l’informazione a tutti? Protestiamo contro la censura e poi, nei fatti, per un giorno, ci autocensuriamo? Questa dello sciopero generale mi sembra un riflesso pavloviano. Di fronte al problema, alla legge sbagliata, alla ennessima mascalzonata del Regno dei Birboni, zac! Sciopero! E poi?

Oggi il cavaliere plastificato se la gode, o almeno sta tranquillo fra ètere e sciampagn. Certo non con le mani in mano, lui e gli altri della banda. Ma noi, duri e puri (e poco furbi) gliela abbiamo fatta vedere! Vuoi censurarci? E non ci censuriamo prima! Diabolici!

Usiamo sistemi dei tempi di Pellizza da Volpedo, “compagni avanti il gran partito…”. Già il partito è partito e non è mai arrivato. Ma noi a scioperare come le mondine, i tornitori della Breda nel 1943.

Siamo un paese dove ogni giorno solo 2 milioni di persone leggono i giornali (Gazzetta dello Sporc compresa) ma 11 milioni si scolano il videovangelo. E che facciamo? Sciopero, niente giornali. Mah!

Una volta lo sciopero era un atto forte, che arrecava danno al Padrone (con sacrificio del lavoratore). Oggi ci martelliamo le gonadi mentre il Padrone se ne frega allegramente, sorseggiando un Daiquiri con i servi attorno.

Fantasia. Immaginazione. Qualche idea nuova, no? Io oggi non solo avrei fatto fatto uscire i quotidiani, ma li avrei fatti uscire al 50% del costo, 3×2, anche gratis. Distribuendoli porta a porta come si faceva una volta. Andando dalla gente che non legge e dire loro “prova, magari ti piace”. Eh, bravo furbo, mi dice l’amico Drogo, qui a Fortezza Bastiani: ma così gli editori democratici ci perdevano talleri, money, zwanziche.

Urca! Che ingenuo che sono! Business as usual allora. Sempre in difesa della libertà di stampa, però…o no?

Mag 27, 2010 - Italia, Europa, mondo    1 Comment

Riflessive riflessioni

Sono stato lontano da Fortezza Bastiani qualche giorno. Diceva il poeta:

“Se son d’umore nero allora scrivo, frugando dentro alle nostre miserie, di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo.”

Così ho fatto, riflettendo sull’oggi e il domani, su me, la vita e la morte, l’essere e il nulla. Eccetera. Cose che ai miei 25 lettori fregano poco e nulla (e hanno ragione). Ma del resto ci sono  “di quei giorni che ti prende la malinconia e fino a sera non ti lascia piùe il contesto, il famoso contesto, così caro a noi storici certo non aiuta a riprendere un tono minimamente umano, se non proprio ottimista.

Siamo con le pezze ai fondelli, arriva la stangata. Pagano i poveretti, si taglia la cultura, la scuola. Chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori a destra come a sinistra. Un vescovo si fa fare una statua già da vivo, gli italiani paiono continuare ad apprezzare la banda di furfanti che ci amministra, il prossimo 2 agosto il governo non sarà a Bologna così non si farà fischiare. 40.000 giovani hanno lasciato l’Italia (mia figlia fra questi) perchè qui non c’è speranza, si parla di abolire dieci inutili province, anziche tutte le province e c’è chi minaccia la guerra. Il figlio di Briatore, di pochi mesi, è depresso perchè non può stare più sull’avito yacht da 60 metri (anzichè esserlo perchè ha capito di chi è figlio). Nelle nostre contrade il buon fabiodakasina si lamenta perchè i rossi lo perseguitano, il direttore generale del Comune (130.000 euro all’anno) dice che lui saprebbe come fare ma..non lo lasciano lavorare. Il nostro sindaco si candida al Nobel per l’economia rivelando che a Reggio un euro investito in cultura (sarebbe fotografiaeuropea) ne rende sette (7)! Roba che Friedman e la London School of economics gli fa una pippa…

Come si diceva? Grande è la confusione sotto il cielo…quindi nulla va bene.

Come se ne esce? Chiederebbe il mio amico Amos. Facile, non se ne esce. Un consiglio di lettura: S.Auslander, A Dio spiacendo, Guanda 2010.

Dal racconto La guerra dei Bernstein in esso contenuto:

Ecco le cose che Bernstein aveva messo nella malandata valigia marrone che teneva sotto il letto nella speranza che il Messia arrivasse in piena notte: due paia di calzini neri,, un paio di calzoni neri, una camicia bianca, un Libro dei Salmi, qualche regulach, i suoi pasticcini alla marmellata preferiti, tre yarmulks, un set di riserva di filatteri, due scialli da preghiera (uno per tutti i giorni, uno per il sabato) e un costume da bagno, perchè non si sa mai.

…Bernstein viveva ogni momento di questa vita nella fiduciosa preparazione della successiva. Quarantacinque anno di studio della Torah lo avevano convinto non solo della sordidezza di questo mondo, ma anche della perfezione e della beatitudine del Mondo a venire. Invecchiando, mentre quel mondo si avvicinava implacabilmente, Bernestein si faceva sempre più attento. Proprio il mese prima aveva festeggiato il suo cinquantesimo compleano. “Sei a metà dalla morte!” diceva lo scherzoso biglietto d’auguri che gli aveva lasciato la signora Bernstein. Anche la signora Bernstein teneva una valigia sotto il letto, ma non l’aveva preparata per il Messia. Bernstein decise che, con la metà della vita già trascorsa, non gli restava molto tempo per accumulare punti. D’ora in poi, ogni azione intrapresa e ogni atto considerato sarebbero stati sottoposti a una profonda analisi costi-benefici di premi e punizioni…”

Mag 14, 2010 - Italia, Europa, mondo    No Comments

La Resistenza imparata dai nonni (Leonardo Tondelli)

partigiani.jpgMa è vero che la Gelmini vuole cancellare la Resistenza dalle scuole? Sì e no. Non è vero che i nuovi programmi ministeriali abbiano eliminato la lotta antifascista. È semplicemente successo che i collaboratori della Gelmini, dovendo sintetizzare il programma di Storia del Novecento in una paginetta, non abbiano usato la parola “Resistenza”. Per loro stessa ammissione, affrontare la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra senza toccare l’argomento è praticamente impossibile. Dipenderà poi da ogni singolo insegnante, che alla paginetta allegata a una circolare darà un’occhiata a settembre, per poi rinchiuderla in un cassetto e non guardarla probabilmente mai più. L’approccio degli insegnanti dipende molto più dai libri di testo, e sui libri per ora la Resistenza resiste.

È curioso che si accusi la Gelmini di questo tipo di revisionismo: si dà per scontato che la Resistenza sia un punto fermo dei programmi di Storia della scuola dell’obbligo. Eppure, se ci pensate bene, fino a poco tempo fa non lo era affatto. Sono piuttosto rari quelli della mia generazione che hanno fatto in tempo a studiare i partigiani a scuola: e questo non a causa del programma: sui foglietti del ministero magari la parola “Resistenza” c’era. Ma poi mancava il tempo, a Pasqua si arrivava a Sarajevo e il fascismo era confinato negli ultimi mesi. Ciononostante in qualche modo ce l’abbiamo fatta anche noi, a crescere antifascisti. Viceversa, oggi i programmi dedicano alla Storia del Novecento un anno intero di scuola dell’obbligo: c’è tutto il tempo per affrontare i totalitarismi e capire l’insidiosa differenza tra repubblichini e repubblicani; ci sono le giornate della Memoria e del Ricordo, da osservare nelle scuole di ogni ordine e grado; in pratica, non abbiamo mai avuto una scuola così antifascista; eppure le svastiche incise nei banchi non sono un granché diminuite.

Forse quello che rende ancora così affascinante quel periodo della nostra Storia recente è proprio il fatto che abbiamo dovuto studiarcelo da soli, con strumenti che la solita scuola gentiliana non ci dava. A differenza della Grande Guerra, con le sue triplici alleanze e le sue battaglie, ridotte a uno sbiadito ricordo scolastico, la Resistenza abbiamo dovuto impararla dai nonni: riuscivamo ancora a leggerla in certe scritte sbiadite sui muri tra i quali siamo cresciuti, e nei rancori di persone che conoscevamo. Se l’avessimo studiata a scuola forse l’avremmo sentita molto meno nostra. È una mia teoria: la scuola rende noioso qualsiasi argomento, e la Resistenza non merita di diventare un argomento noioso. Nessun professore di Storia potrà mai davanti a sé la platea di un concerto di piazza, come è successo ancora una volta al comandante Diavolo a Carpi, lo scorso 25 aprile.

I partigiani non erano soldati come gli altri. Non meritavano i soliti monumenti, e forse ha un senso che non si riesca a confinarli in una paginetta di riassunto del Novecento. Del resto, se negli ultimi anni erano riusciti a entrare a scuola, probabilmente non è lontano il giorno in cui ne usciranno: non a causa di una circolare ministeriale, ma perché di Storia se ne insegnerà sempre meno. Nei licei, ad esempio, le quattro ore di Storia e geografia dovrebbero ridursi a tre. A quel punto probabilmente si tratterà di scegliere se insegnare i partigiani o la Cina, i repubblichini o l’Australia. Non ci sarà nessun bisogno di cancellare la Resistenza dal programma: anzi, sarà facile attribuire la colpa agli insegnanti, che non riescono a procedere spediti lungo il ‘900 con classi di quasi trenta alunni. Insomma, è possibile che i nostri figli dovranno arrangiarsi a impararla in casa o in strada. Come abbiamo fatto noi. E non è detto che sia per forza un male.

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La sindone, il papa e il successore di Poletto (don Paolo Farinella, prete)

TKimg49c8989f9925f.jpgIl papa è andato a Torino a vedere la sindone. Ognuno impegna il proprio tempo come meglio crede. Personalmente penso che invece di perdere tempo a visitare lenzuola che nulla aggiungono alla fede, avrebbe fatto meglio se si fosse dedicato di più a riformare i preti (quelli che restano) e a rilanciare il concilio Vaticano II, l’unica via per parlare al mondo di oggi. La sindone non mi interessa, mi lascia indifferente perché resta come una «icona», cioè un simbolo di uomo crocifisso e non ha senso perdere tempo in verifiche di autenticità. Essa è parte di quel «superfluo» religioso tanto caro a chi fa incetta di religioso miracolistico, salvo poi considerare gli immigrati indegni di avere gli stessi diritti di tutti gli italioti.

Faceva specie vedere il papa tutto bianco che più bianco non si può e accanto a lui Cota, il governatore leghista e il gentiluomo papale Gianni Letta, il prosseneta di Berlusconi. Mi meraviglio che Berlusconi non abbia preso il posto della sindone per potere dire che era apparso anche al papa e di sentirsi crocifisso per il bene del Paese. Poareto!

Intanto Calderoli non aveva ancora finito di parlare contro l’Unità di Italia che Bagnasco gli ha dato una bacchettata sulla lingua, affermando l’importanza delle celebrazioni. Mi piace l’interventismo veloce della Cei, sempre vigile e attenta a quello che accade nei suoi dintorni. Quanta solerzia e che tempestività, signor Cardinale! Lei non ha mosso un capello davanti alle indecenze del signor Berlusconi a caccia di verginelle minorenni, non ha fato una grinza davanti al caso Boffo, costruito ad arte per intimidire la Cei, ma ora, poffarbacco, nèh!, a scemenza calda, arriva la sua condanna immediata, ferma e risoluto sul «valore non negoziabile» dell’Unità d’Italia.

Miracolo! E’ una svolta! Peccato, che il presidente della Cei, dorma quasi sempre e taccia quando deve parlare. Per es., sia Bagnasco che Bertone devono ancora rispondere alla mia lettera sulla comunione di Berlusconi ai funerali di Raimondo Vianello, a parte le «ante» ex et post di Fisichella che vanifica sempre tutte le occasione di stare zitto. Ricevo telefonate ed e-mail di preti, anche molto anziani, che mi chiedono se i due dell’Ave Maria hanno risposto perché si ritengono scandalizzati dal silenzio della gerarchia che parla dell’unità di Italia, ma nulla le cale dei suoi doveri pastorali. Rispondo che i due «fifty-fifty» non hanno risposto perché «in tutt’altre faccende affaccendate». Così va il mondo della gerarchia mondanizzata.

(6 maggio 2010)

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