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Mar 3, 2014 - Senza categoria    No Comments

Storie d’Italia: pillole per non dimenticare (3). La “piemontesizzazione” dell’Italia

Vítor_Emanuel_II_Itália Vittorio Emanuele II a caccia

La Germania moderna nacque nel 1870 con gli Hohenzollern, la Prussia unificò il paese. A noi toccarono i Savoia.

Perché fu proprio il Piemonte a diventare il “motore” dell’Unità?

 Furono vari gli elementi che giocarono a suo favore: i suoi tradizionali rapporti politici con la Francia (in lotta per scalzare il dominio austriaco in Italia) e il riuscito inserimento nello scenario europeo con la guerra di Crimea; aver avviato una serie di riforme economiche moderne, di cui lo sviluppo della ferrovia era il segnale più forte. Gli altri Stati erano tutti, direttamente o meno, sotto il controllo politico e militare austriaco e l’Austria era stata l’artefice di quell’assetto geopolitico. Non dimentichiamo che il grande architetto dell’Europa dopo il congresso di Vienna del 1815, il principe di Metternich, considerava l’Italia una semplice «espressione geografica».

Lo Stato Piemontese, pur basandosi su un sistema politico censitario, era l’unico ad avere una Costituzione liberale effettivamente operante nonché un sistema parlamentare. Lo Statuto Albertino, concesso nel 1848, fu mantenuto in vigore anche dopo la sconfitta nella prima guerra d’indipendenza. L’unificazione nazionale permise di estendere le libertà costituzionali all’intero Paese. Vennero inoltre avviate importanti riforme riguardanti la sanità e l’istruzione e si mise in movimento quel lento processo di democratizzazione della vita politica che ebbe come passaggio cruciale (mai sfruttato completamente) la riforma delle amministrazioni locali.

Non si può ignorare inoltre che l’Italia rappresentava agli occhi delle grandi potenze europee una questione irrisolta e potenzialmente esplosiva (come lo è stata per tutto il Novecento e oltre la penisola balcanica): la creazione di uno Stato unitario fu a un certo punto caldeggiata a livello diplomatico per impedire esiti pericolosi (una situazione di guerra permanente oppure l’ingresso stabile della Penisola nell’orbita di una delle potenze europee concorrenti). Ciò permise al nostro Paese di raggiungere quella «massa critica» in grado di metterlo al riparo dagli appetiti dei nostri ingombranti vicini europei.

 Chi pagò il prezzo più alto dell’unificazione?

 Fu soprattutto il Sud che, paradossalmente, ne fu il “motore” decisivo: se l’impresa dei Mille fosse fallita (cosa che non sarebbe spiaciuta neppure a Cavour) non avremmo avuto un’Italia unita, ma un Piemonte allargato fino al Lazio. La crisi del Regno borbonico era invece arrivata a una fase così avanzata che “bastarono” quei Mille, velocemente accresciuti fino a diventare una moltitudine, a far crollare l’intera struttura statale. I nostalgici hanno parlato – e ridicolmente ancora oggi parlano – di complotti massonici, britannici e simili fesserie, in realtà l’intero Stato borbonico era ormai al collasso. Garibaldi riuscì a far deflagrare quella situazione.

Il Sud fu decisivo ma i Mille vennero dal Nord: erano volontari, molti erano i giovani della classe media (la fascia sociale più debole nella storia nazionale), oltre la metà era di estrazione borghese, il resto erano operai e artigiani delle città. Tre quarti erano lombardi (434 su 1089), poi veneti (151), liguri (160), emiliani e toscani (121), ma c’erano anche siciliani (42) e calabresi (21). Circa un centinaio dei volontari che partirono con Garibaldi erano artisti o scrittori 8.

Fu proprio il Sud a essere caricato del peso dell’Unità, sin dall’inizio, sia in termini di delusioni che di costi umani. Le masse rurali, i “cafoni” si erano uniti ai garibaldini nella speranza di avere finalmente la terra da coltivare, come promesso loro, ma con l’avvento del nuovo Stato italiano la situazione rimase invariata. Il tanto sognato cambiamento sociale rimase una speranza. Ne è un esempio  la famosa considerazione del principe di Salina nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». I vari Stati furono unificati con un procedimento sbrigativo: con i plebisciti, anziché con assemblee costituenti che costruissero ex novo il nuovo Stato, come chiedevano i democratici. L’Italia nacque “piemontesizzando” gli altri Stati, nessun spazio fu dato alle autonomie locali, al federalismo di Cattaneo che, non accettando la forma monarchica, se ne andò in esilio in Svizzera, dove rimase fino alla morte. Le élites temevano che un percorso troppo “democratico” avrebbe portato alla dissoluzione del nuovo Stato che stava nascendo con una carenza di legittimazione popolare o che, peggio, trovassero spazio le istanze più radicali dei garibaldini e dei mazziniani. Vittorio Emanuele non ebbe neppure l’avvedutezza e la sensibilità politica di cambiare nome all’atto di divenire re del nuovo Stato.

Feb 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

Come abbiamo fatto a sopravvivere? (P.Coehlo)

Pur non apprezzando granchè l’autore brasiliano riconosco che queste considerazioni su noi, bambini di qualche decennio fa, hanno una loro efficacia..

1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né
airbag…
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata
speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.,,
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di
piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei
medicinali, nei bagni, alle porte.
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla
bottiglia dell’acqua minerale…
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che
avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non
avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il
problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima
del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva
rintracciarci. Impensabile….

9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il
pranzo con tutta la famiglia (si, anche con il papà).
10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di
nessuno, se non di noi stessi.
11.- Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12.- Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia
e nessuno moriva per questo.
13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi ,
televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby
surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet
… Avevamo invece tanti AMICI.
14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa
dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza
bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15.- Si! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto?
Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano
delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti
per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17.- Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità … e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?

E a crescere e diventare grandi?

(Paulo Coelho)

Feb 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

Un paese conservatore che, pur di non spostarsi vota i Berlusconi e i Grillo

Curzio Maltese (Venerdì Repubblica, 7 febbraio 2014)

Nelle celebrazioni dei vent’anni dall discesa in campo si è tralasciato un po’ ovunque, non solo nella stampa servile, un aspetto centrale. L’Italia è un paese di destra. La grande intuizione politica, ma in realtà commerciale di Berlusconi è stata questa: colmare il vuoto a destra creato dalle conseguenze di Tangentopoli. Con tutto quel che si è detto in questi anni sul genio comunicativo del Cavaliere, il potere delle sue televisioni, la sua astuzia di venditore, la verità banale è che se un altro avesse avuto la stessa intuizione probabilmente ce lo saremmo beccato comunque per un ventennio e oltre.

Del resto, prima della nascita di Forza Italia, la Lega aveva superato il 40 per cento a Milano e in Lombardia e i post fascisti avevano sfondato in molte aree del Centro e del Sud. In Italia il rapporto tra conservatori e progressisti è fermo da sessant’anni in una proporzione 60 a 40. Con la sola eccezione dei referendum radicali degli anni settanta, nel periodo di massimo spostamento a sinistra dell’opinione pubblica, le conquista progressiste nel Paese sono sempre state imposte da minoranze alla maggioranza conservatrice. La Costituzione è figlia di una classe dirigente antifascista, le riforme degli anni sessanta varate dai governi di centrosinistra erano invise all’elettorato democristiano, in larga parte assai più reazionario dei propri dirigenti.

Strano dunque non è che Berlusconi abbia vinto tre volte le elezioni, ma che sia riuscito a perderne due contro i progressisti, sia pure guidati da un ex democristiano e per fattori sfortunati. Fra il 2008 e il 2013 ha perso dieci milioni di voti e questo basterebbe per decretare la fine politica di un leader. Non fosse che la grande astuzia del Cavaliere è sempre stata quella di crearsi molti alibi e delle finte alternative in casa. Ieri Fini o Alfano, domani Toti o magari la figlia Marina. Creando in questo modo il falso mito della propria insostituibilità.

In realtà se domani nascesse a destra un leader più consistente e credibile, vincerebbe a mani basse. Due terzi dei voti di Grillo sono in realtà voti strappati al qualunquismo di destra e ha ragione Casaleggio a preoccuparsi per il voto dei militanti contro il reato di immigrazione clandestina. La cagnara dei deputati grillini in Parlamento è a distrarre l’attenzione degli elettori anti-immigrati, la schiacciante maggioranza dei 5S.

Questo siamo, un paese di conservatori ad ogni costo, perfino al costo di doversi sorbire un clown al governo per un ventennio.

Per dirla con Crainz: “La destra in Italia è il problema ma (questa) sinistra non è la soluzione”…

 

 

Feb 10, 2014 - Senza categoria    No Comments

Porta Castello, anni venti

Porta Castello

Porta Castello, anni venti. Foto aerea. A destra di Viale Umberto I è ancora visibile lo Stallo del Bagno, con la grande vasca semicircolare. La campagna arrivava ancora alle porte della città e sui viali di circonvallazione non erano ancora state costruite le villette di Viale Timavo. Campo Tocci era ancora un prato, residuo degli spazi erbosi fuori le mura. Visibili le due gabelle daziarie, abbattute negli anni sessanta. Via Mameli era solo uno stradello che partiva all’angolo di casa Largader (ancor oggi esistente). Sulla circonvallazione verso S.Pietro è ben visibile il superstite baluardo cinquecentesco.

 

Nov 4, 2013 - Senza categoria    1 Comment

La lampadina (breve apologo sul cambiamento)

La lampadina

 

Negozio, interno giorno.

Entra il cliente.

 

Cliente: “Buonasera, vorrei una lampadina, a basso consumo, 60 watt”.

Negoziante: “Perché?”.

lampadina accesa.jpgC.: “La lampadina s’è bruciata…”

N.: “Quale lampadina…”

C.: “La lampadina in sala..”

N.: “Ah,..”.

C.: “Da 60 watti non ce l’ha?”.

N.: “Per chi mi prende, lei offende la mia professionalità, certo che la lampadina ce l’ho..”.

C.: “E allora?”

N.: “Allora cosa?”

C: “La lampadina me la dà o no…”

N.: “Dipende…Lei perché vuole cambiare la lampadina?”

C.: “Perché l’altra è bruciata…”

N.: “E la vuole cambiare lei?”

C.: “Sì, certo…”.

N.: “Ah…allora lei ha qualcosa contro gli elettricisti…”.

C.: “Perché dovrei?”

N.: “Perché non chiama un elettricista?”

C.: “Per una lampadina?”

N.: “Vede? Lei non apprezza la professionalità dell’elettricista..”

C.: “Che c’entra? Per una lampadina..”

N. “Bravo, si incomincia così e poi si crea una crisi occupazionale…se nessuno chiama più gli elettricisti..già ci sono quelli polacchi…”.

C.:”Dovessi fare un impianto…ma per una lampadina…”

N.:”Tante lampadine in meno fanno una crisi…lei vuole la crisi?”

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Dicono tutti così..ha sentito il delegato sindacale…?”

C.: “Chi?”

N.: “Lei arreca danno all’occupazione, deve concordare un piano con il delegato sindacali, anzi i delegati…lei è credente?”

C.: “Cosa c’entra? Io volevo cambiare la lampadina…”

N.:”Dicono tutti così, e poi succede il casino, con questa mania di cambiare…Se lei è credente deve concordare il piano occupazionale prima col sindacato e poi con l’associazione degli elettricisti cattolici…”.

C.:”Elettricisti cattolici…ma che roba è…”.

N.: “Non faccia finta: ci sono i maestri cattolici, i farmacisti cattolici, ci sono anche gli elettricisti cattolici: se lei cambia la lampadina e quella si accende e consente di leggere magari stampa contraria alla morale, eh? O lei mi spegne una lampadina e nel seguente buio lei mi fornica, eh? Ci ha pensato?”.

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N: “E lei fa bene, figurarsi, ma prima di fare cambiamenti ci vuole prudenza, si deve predisporre un percorso, mica si può fare così, zac, svita e avvita…E poi da solo! La lampadina a quale quota è?”

C.: “Quota? Ma è in casa, in sala…”

N.: “Vede? Lei vuole fare cambiamenti ma lei mi approssima…la lampadina è nel portalampada, giusto? Allora è a soffitto, a livello tavolino, mensola, sono quote diverse…ci vuole precisione, altrimenti poi succedono i casini…”

C.: “Casini?”

N.: “Questione di quote, beata ingenuità, la quota incide sul rapporto con il sindacato…”

C.:”Sindacato? Un altro?”

N.: “Certo, il SiScaC (Sindacato scalisti Cobas). Finchè la quota è ad altezza d’uomo allora basta una comunicazione e via, ma se la quota del portalampada richiede l’uso della scala per lo svita/avvitamento ehh, allora, lei deve concordare con il SiScaC. Deve giustificare perché lei non si chiama un elettricista/scalista. Vuol provocare una crisi occupazionale? Di questi tempi? Concordi tutto con il SiscaC, o vuole trovarsi un picchetto sotto casa di famigliari di scalisti in cassa integrazione? Vuole che vadano a Roma a spaccare vetrine in segno di protesta?”

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Ho capito, sa? E le do ragione, ma i cambiamenti vanno fatti a ragion veduta, che una volta fatto il cambiamento cosa fa? Si pente e mi torna indietro? Diceva che voleva una lampadina da 60 watt a basso consumo, ma attacco piccolo o attacco grosso…?”

C.: “Attacco grosso…”

N.: “Ahi, ahi, come pensavo, allora deve fare la 57bis…”.

C.: “57bis?”

N.: “Esatto, ci vuole un professionista iscritto all’albo che certifichi che la filettatura è destrorsa-come da norma di legge- e che garantisca che la lampadina esausta verrà smaltita a norma di legge, secondo la normativa 342/29 del 1990…”

C.: “Cioè?”

N.: “Che lei butta la suddetta lampadina esausta nei contenitori dei rifiuti e dichiara di non farne altro uso improprio…”

C.: “Altro uso improprio? Una lampadina bruciata?”.

N.: “Caro lei, sapesse la gente cosa s’inventa…allora basta una 57bis e lei è a posto…”

C.: “Bene, ho annotato tutto, adesso la lampadina…?”.

N.: “Beh, a posto proprio…manca la liberatoria dell’Ausl, sulla tutela dall’infortunio domestico…metti che…”

C.: “Metto cosa???..”

N.: “Metti che lei svita/avvitando le venga una sindrome rotativa infiammatoria del polso, come la mettiamo? Lei poi mi va al pronto soccorso e mi ingolfa il triage, mi mette in crisi la reception? Si rende conto? Chi la sente poi la AsOPRo (Associazione ortopedici del polso rotativo)?

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Dicono tutti così, voglio cambiare, voglio riformare…eeehh, giusto! Ma ci vuole avvedutezza, lungimiranza, rispetto delle regole. Si deve cambiare, perbacco, siamo qui per questo, ma ci vuole attenzione, rispettare i diritti acquisiti, le professionalità, l’armonico svolgersi del flusso naturale delle cose…”.

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Senta, facciamo così, lei ha una faccia simpatica e si vede che è una brava persona…Adesso lei vada a casa, ci pensi su, la notte porta consiglio e poi domani, a mente fresca, ci rivediamo e magari costituiamo una commissione di 7 saggi, un bel tavolo di discussione per individuare il percorso che possa portare, nella generale soddisfazione, a programmare il cambiamento che lei tanto desidera…”

C.: “E se stasera, in sala, al buio non vedo il bordo del tappeto, inciampo sul tavolino, cado all’indietro e mi rompo la base cranica sul portombrelli di terracotta della zia Cesira?”

N.:” Eehh, vede che mi da ragione? I cambiamenti comportano rischi, bisogna essere attenti…a casa vada piano in giro, sia prudente, anzi, stia fermo in poltrona…ci vediamo domani, buonasera!”

C.: “Ma io volevo cambiare una lampadina…”

 

Set 26, 2013 - Senza categoria    No Comments

Da capo a piedi

claudio.jpgUn libro consigliato:

Claudio Franzoni, Da Capo a piedi. Racconti del corpo moderno, Guanda, 2013.

Negli ultimi anni l’attenzione quasi ossessiva per il corpo e per l’«immagine» ha contribuito a porre in una nuova luce l’ambito della gestualità, il concetto stesso di «gesto», vale a dire quella porzione di movimento che, per una ragione o per l’altra, ci appare così speciale, così eloquente. Eppure, abituati come siamo, da secoli, ad attribuire il primato alla parola, continuiamo a trascurarne la centralità. Questo libro dimostra invece l’importanza dei gesti, spesso decisiva, nei piccoli momenti della vita quotidiana e nei grandi passaggi della storia politica. Non un trattato sulla gestualità e neppure un manuale di consigli o indicazioni meccaniche, ma una ricognizione sull’uso odierno del corpo, a cominciare dai gesti del potere: agitare mani e dita per aria, incrociare le braccia, inginocchiarsi e baciare la terra, per arrivare, tra corna e linguacce, saluti romani e pugni chiusi, baci e bacini, gesti comuni e gesti desueti, a quelli che compiamo non solo nello scambio con gli altri, ma riferendoci alle cose, quando abbiamo a che fare con un telefono, una tastiera, una chitarra. Insomma l’occasione per osservare, attraverso esempi tratti dall’oggi e dal passato, come i movimenti del corpo, incluse le pose di cui facciamo il nostro «stile», siano la conseguenza di ben precise visioni del mondo e delle relazioni tra gli uomini.

Set 26, 2013 - Senza categoria    No Comments

“Ma il mito sono io”. Presentazione del volume di Laura Artioli, Roma, 21.9.2013

Presentazione a:

 

Laura Artioli, “Ma il mito sono io. Storia delle storie di Lucia Sarzi: il teatro, la Resistenza, la famiglia Cervi.” Aliberti Editore, Roma, 2012.

Palazzo Valentini, Roma, 21.9.2013

 

(testo provvisorio)

***

MA_IL_MITO_SONO_IO_fronte_LOW.jpgNon è facile ricostruire-in breve tempo- un percorso ventennale che va dal 1922 al 1943, un percorso che, a differenza di una lettura “epica” che ci è stata proposta in passato, fu invece difficile, articolato e spesso contradditorio.

 

Per prima cosa definiamo l’ambito territoriale: quegli spazi di pianura emiliana-lombarda e piemontese, a cavallo del Po, dove più profonda era stata la penetrazione ideale del riformismo socialista di fine ottocento e dove più si era estesa la costruzione di un “contromondo” fatto di leghe sindacali, Camere del lavoro e Case del popolo. Il tutto sostenuto economicamente dall’organizzazione cooperativa che aveva accompagnato e sostenuto il lento processo di riscatto delle grandi masse bracciantili non solo verso condizioni di vita migliori ma anche verso il proprio ingresso nella pur incompleta cittadinanza, con l’acqusizione, attraverso l’alfabetizzazione e l’istruzione, del diritto di voto.

Un percorso lento e faticoso che culminava non nell’abbattimento delle strutture padronali ma nella conquista delle amministrazioni locali. Significativamente Reggio Emilia è il primo capoluogo di provincia ad avere un’amministrazione socialista eletta, nel dicembre 1899.

Nel giro di nemmeno vent’anni si era passati dai moti contadini del “La Boje” (che riprendevano i moti del macinato di quasi vent’anni prima) all’insediamento nei consigli comunali di maggioranze decise a cambiare, passo per passo ma dall’interno, quella società di diversi in una società di uguali. Un percorso di crescita dove, a fianco dell’affermazione crescente del movimento socialista (che agiva sulla scorta del dibattito già attivo in Francia, Germania e Belgio) trovavano spazi anche le prime organizzazioni cattoliche, nate sulla spinta della Rerum Novarum di Leone XIII ed anche, piccole per dimensioni ma dal non trascurabile influsso ideale, anche le prime comunità evangeliche.

Erano gli anni in cui si arrivò a “municipalizzare” i principali servizi  delle città padane, ancora immerse nella campagna. Acqua, gas, illuminazione ma anche farmacie e persino costruzione di linee ferroviarie (in forma cooperativa), dove lo stato, dopo la costruzione della linea Milano-Rimini, non era in grado di rispondere al bisogno di collegamenti per le prime strutture produttive protoindustriali che si stavano sviluppando nelle province.

 

Ma le pianure emiliane e lombarde a cavallo del Po furono anche la culla del fascismo quando, dopo la guerra, le borghesie agrarie si trovarono a fronteggiare non solo l’accresciuto bisogno di un nuovo ruolo sociale ed economico delle masse contadine che volevano vedere realizzate le promesse ricevute nelle trincee dopo la rotta di Caporetto, ma anche-e soprattutto-l’incubo della rivoluzione bolscevica che nel 1917 aveva travolto la Russia zarista e che stava sostituendo, soprattutto nelle masse giovanili, la progressività del processo riformista con il “tutto e subito” della rivoluzione fatta sule canne dei fucili.

La sconfitta del riformismo, già entrato in crisi alla vigilia del conflitto sulle guerre coloniali nazionali, fu anche, in quelle condizioni una crisi generazionale. Il crollo degli iscritti giovani, segnalato da Giovanni Zibordi nel 1921, ne era solo il segnale più evidente.

In quello scontro il fascismo, che fu creazione italiana, non dimentichiamolo, seppe anche introdurre un elemento devastante di modernità : l’uso della violenza nel conflitto politico, un portato decisivo della I guerra mondiale che fu, a tutti gli effetti, la vera incubatrice di tutti gli-ismi (fascismo, nazismo, comunismo) che hanno devastato l’Europa nel secolo scorso.

La vittoria del fascismo in queste terre fu inaspettatamente (per gli stessi fascisti) rapida e definitiva. Di fronte alla violenza delle squadre fasciste l’organizzazione trentennale riformista andò rapidamente in pezzi. L’analisi sulla novità-fascismo, ancora di Zibordi nel 1922, non si tradusse in azione politica. La divisione interna del partito, ulteriormente indebolito dalla nascita nel 1921 del PcdI, il rifiuto (culturale prima ancora che politico) ad utilizzare la medesima violenza dell’avversario e la frattura nel fronte antifascista impedirono la costruzione di una resistenza di fronte all’attacco squadrista e al collaborazionismo delle strutture dello stato liberale.

 

L’antifascismo socialista sconfitto scelse la via dell’esilio (il caso della comunità reggiana ad Argenteuil ne è l’esempio più concreto) o quella del silenzio e del ritiro.

La crisi  del riformismo si tradusse proprio, negli anni, in un passaggio generazionale sul fronte dell’opposizione al regime che si andava affermando dopo le Leggi speciali del 1925. Alla generazione sconfitta dei padri lentamente e faticosamente iniziò a sostituirsi quella dei figli che trovarono, inevitabilmente, nel partito comunista clandestino l’unico luogo ove iniziare il proprio percorso di formazione.

Ma non fu un passaggio facile si trattò di una rottura spesso drammatica, tanto più difficile in territori dove le figure di riformisti come Camillo Prampolini avevano assunto valenze non solo politiche ma quasi mitiche e messianiche. Il riformismo diventava, per il movimento comunista, uno dei nemici da combattere, dopo il”tradimento” operato che aveva spalancato le porte ai fascisti.

Il tutto calato in una società rurale che il regime cercava di ricondurre nuovamente ad un controllo completo da parte delle classi proprietarie con la progressiva cancellazione di tutte le conquiste che erano maturate nel “biennio rosso” del 1919-1920.

L’antifascismo si ricostruisce nelle campagne, sotto la nuova prospettiva comunista che trova però proprio nella storia di quei territori sia un elemento di forza che di contraddizione. In province dove l’industrializzazione era ancora agli albori (le Reggiane nascono solo nel 1903 e solo dopo la prima guerra mondiale assumono dimensioni rilevanti) sono i contadini ad organizzare un’azione politica di resistenza, fatta di diffusione di stampa clandestina, di aiuto ai compagni incarcerati o al confino (il “Soccorso rosso”).

E’ comprensibile e significativo, rileggendo la relazione di Teresa Noce “Estella” nel 1932 sulla sua lunga permanenza in quelle campagne emiliane, la sorpresa e quasi lo sconcerto dei dirigenti comunisti in esilio a Parigi di fronte alla situazione politica trovata. Una provincia, quella reggiana, dove gli iscritti al Pci clandestino, erano oltre un migliaio, un terzo di tutta la Regione e la federazione (clandestina) di Reggio la prima in Italia. Una relazione, quella di “Estella” che sarà poi attentamente valutata e commentata da Togliatti e che sarà una delle “fonti” per il suo discorso “Ceti medi ed Emilia rossa”, tenuto a Reggio nel settembre 1946.

Ma era un  partito clandestino quasi “di massa”, fatto di contadini (in gran parte), poco avvezzo alle regole della clandestinità e dove rimanevano aperte le porte a quelli che erano stati i giovani di Prampolini. Un Partito comunista dove la egemone classe operaia aveva ben poco ruolo e dove la socialdemocrazia non era uno dei nemici da sconfiggere ma una fase ormai trascorsa da superare.

Un Pci poco incline alla clandestinità e che per questo, pur continuando la crescita diffusiva favorita anche dalla crisi economica degli anni ‘30, venne colpito ripetutamente dagli apparati repressivi fascisti. Nei 17 anni di attività del Tribunale speciale per la difesa dello Stato furono 214 i reggiani condannati, 206 quelli inviati al confino, 260 gli ammoniti, 196 i vigilati, nella quasi totalità comunisti. La grande fabbrica Omi Reggiane, militarizzata dal 1937 con l’avvio della produzione aeronautica, fu periodicamente colpita da retate poliziesche, l’ultima delle quali proprio nella primavera 1943, a pochi mesi dalla caduta del regime.

 

In questo contesto Lucia Sarzi si muove fino all’incontro con i Cervi in quell’autunno 1941, quando a pochi chilometri da Campegine le donne di Cadelbosco svolsero la prima manifestazione di aperto dissenso contro la guerra e la mancanza di generi di prima necessità.

 

Guerrino Franzini, autore della fondamentale “Storia della Resistenza a Reggio Emilia” (1967), inizia la sua monumentale ricostruzione con una frase significativa: “La Resistenza non nacque armata dal cervello di Giove”, ma, aggiungo, fu un processo lento, doloroso e difficile, come la vicenda dei Cervi e di don Pasquino e dei suoi testimoniano drammaticamente.

Non fu facile, infatti, la transizione fra quell’antifascismo guidato dal Pci, antifascismo politico, fatto di diffusione di stampa clandestina, di aiuto alle famiglie dei carcerati, di riunioni politiche di formazione di piccolissimi gruppi, sempre agite nell’ossessione della presenza di spie ed infiltrati, a quello che la nuova situazione dopo l’8 settembre richiedeva: la lotta armata.

E se la decisione di passare alla nuova fase (con la costituzione dei cosiddetti “Gruppi sportivi”) fu immediata (con la riunione alle Scampate di Quattro Castella già il 9 settembre), la realizzazione del progetto richiese tempi bel più lunghi.

Nelle stesse settimane in cui si compiva la vicenda politica e umana dei Cervi, venne inviato a Reggio l’Ispettore “Berto” che si dovette confrontare, dieci anni dopo, con una situazione non troppo diversa da quella incontrata da “Estella”.

La lotta armata stentava ad iniziare (il primo attentato fu compiuto solo il 15 dicembre), nella grande fabbrica in primo luogo, mentre era nelle campagne che si potevano ritrovare i primi segnali concreti di una volontà di azione, come i Cervi avevano confermato seppur con troppo anticipo sulle reali condizioni di lotta e con modalità e obiettivi non del tutto coincidenti con quelle del partito.

Dopo quella visita ispettiva furono avvicendati i vertici del Pci reggiano, sostituendo figure che poi nel corso della Resistenza avrebbero svolto, altrove, ruoli decisivi come Osvaldo Poppi “Davide” e Sante Vincenzi, ma che in quel difficile contesto non erano riusciti a mettere a sistema il disperso reticolo clandestino che era sopravissuto per tutti gli anni trenta e dopo lo scoppio della guerra.

Solo con gli inizi del 1944, con i primi gruppi reggiani e modenesi sugli appennini e la grande fuga dei giovani in maggio per evitare bandi di arruolamento inizierà a svilupparsi, anche grazie alla collaborazione alleata, il movimento partigiano che riuscirà a radicarsi così profondamente nell’esperienza popolare da riuscire a diffondersi anche nelle terre dei Cervi, terre di pianura e, secondo logica, le più inadatte ad una lotta clandestina.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia…

Apr 1, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Silenzio su Fortezza Bastiani

 

invasione-degli-ultracorpi-201x300.jpgSilenzio su Fortezza Bastiani in queste settimane passate, sotto la pioggia e il vento, dall’alto degli spalti, a guardare le poche carovane in fondo alla valle mentre risuonavano suoni di urla lontane, di gridi scomposti, echi di rutti e peti dalla pianura di un paese ormai perduto. Quindici mesi fa quando cadde il governo del vecchio maiale e si era sull’orlo del baratro, ebbi il banale buon senso di scrivere che quello che ci voleva era “rigore”, prima di tutto verso noi stessi. Una bella rilettura interiore, prima ancora che politica, per capire come tutto era potuto accadere, come un paese in vent’anni era stato divorato, macchiato, sporcato. Noi eravamo lì, certo non tutti con le stesse responsabilità, ma anche noi eravamo lì, a prendere bricioline, ad annidarci nella broda, a conservare tutti i nostri diritti, divenuti privilegi insostenibili. Rigore per tutti e per ciascuno. Nessun tribunale, nessuna spada fiammeggiante o giustizieri da avanspettacolo. Solo un esame interiore, serio.

Ma, come noto, in Italia l’unico rigore che può interessare è quello del calcio. Caduto il porco partì la giostra dei desideri, tutti volevano tutto e subito. E a nulla serviva dire che ci eravamo fermati sull’orlo del baratro e che bisognava mandar giù rospi grossi e viscidi. Ma soprattutto che il maiale non era stato trasformato in salsicce ma grufolava ancora nella fanga a condizionare ancora il paese. Un paese dove anziché rigore dilagava di nuovo l’eterno italico senso dell’arrangiarsi, di farsi i propri, schivare i doveri per urlare i propri diritti che poi fossero diventati rovesci a carico di altri, cosa importava?

Un paese bloccato, immobile, in cui nulla funziona ma in cui non si può cambiare nulla. Riforme, riformisti del nulla. Riformisti tutti purché tutto rimanga come sempre. Una destra impresentabile e orribile e una sinistra incapace di qualunque innovazione, diventata paladina di ogni privilegio, chiusa nelle sue liturgie, nei suoi apparati.

E poi fuori, confusi, urlanti, maleducati eccoli i barbari. Li abbiamo visti crescere su quel nulla che gli altri hanno lasciato, contro quelle stanze chiuse, quei walzer di seggiole e poltrone, oltre quel linguaggio vuoto e insopportabile che parlava solo a sè stesso e ai suoi adepti. Hanno trovato il nulla e sul nulla si può fare tutto, a parole, a urla, a vaffanculo. Hanno radunato ostrogoti autostradali, vandali cibernetici, calmucchi ecologisti, garagisti teosofici, hanno raccolto, come Cola di Rienzo e Masaniello, il grido della folla confusa, che come la mosca d’inverno sbatte sul vetro a casaccio cercando l’uscita, hanno raccolto i giovani usciti dalle scuole dove il sapere è divenuto un optional poco richiesto, tanto basta il diploma, la triennale e wikipedia. Hanno raccolto il rancore e la paura dei deboli travolti dalla crisi. Le fila si sono ingrossate, le abbiamo viste dall’alto degli spalti passare là in fondo come un fiume in piena a spazzare via tutto.

E come ai tempi di Romolo Augustolo buon anima mentre le mura crollavano ognuno reiterava autisticamente il proprio copione. Chi a fuggire dai giudici, chi a parlare di innovazione senza cambiarsi nemmeno i calzini di cachemire, chi ad aspettare la rivoluzione fra un mojito e un weekend nelle città d’arte.

Rigore? Nemmeno il calcio. Un paese perduto, una folla ubriaca a sbevazzare sulla tolda del Titanic, a questionare su tutto mentre la disoccupazione è aumentata del 22% e lo spread è lì a minacciare tutti. Un paese scoperto nella realtà di quello che è, un paese che sceglie al 50% o ancora il vecchio maiale o la tribù dei barbari urlanti. Un paese dove la sinistra si condanna alla futura irrilevanza, nella onanistica purezza di una conservazione dell’inesistente.

Andate sul web o in videoteca e guardatevi la miglior rappresentazione del nostro oggi: L’invasione degli ultracorpi, film del 1956 di Don Siegel, la terra invasa dagli alieni che, in silenzio, si sono presi tutti i terrestri, senza dolore, senza raggi laser, semplicemente entrando nei loro corpi e nelle loro menti.

“Sentinella a che punto è la notte?”. La notte è appena iniziata.

Apr 1, 2013 - Senza categoria    No Comments

La mossa del Colle per prendere tempo (F.Bei)

“Abbiamo guadagnato un po’ di tempo”. Arrivato a un passo dal precipizio, con le sue dimissioni pronte per essere firmate, Giorgio Napolitano ci ha ripensato. E l’aver trovato una soluzione, quella dei dieci saggi, per “guadagnare un po’ di tempo “, serve soprattutto a dare all’estero “un segnale di tranquillità ” e di “continuità istituzionale”. Altrimenti da martedì, senza un governo con i pieni poteri, senza più un capo dello Stato, con le tre principali forze politiche incapaci di formare una maggioranza, davvero l’Italia avrebbe rischiato grosso sui mercati. È stata questa la motivazione principale che ha convinto Napolitano, dopo una notte insonne, a resistere qualche altro giorno al suo posto, pur nello scoramento per la trattativa fallita per arrivare a un “governo di scopo”. Nei colloqui riservati con importanti esponenti della comunità d’affari interna e internazionale, nei contatti con la Banca d’Italia, il capo dello Stato ha trovato infatti la conferma dei suoi timori: le sue dimissioni, per quanto giustificate dallo stallo politico e dalla volontà di accelerare l’elezione di un successore “con i pieni poteri”, sarebbero state lette sui mercati come il suggello finale di un paese allo sbando. Senza timone e senza timonieri. “Lei è l’unico punto di riferimento rimasto in Italia”, gli hanno ripetuto in molti. Una telefonata ci sarebbe stata ieri anche con Mario Draghi, il presidente della Bce, che gli avrebbe appunto ribadito i rischi seri sui mercati per l’incertezza della situazione politica. Con le agenzie di rating pronte a un ulteriore declassamento del Paese. Una situazione insostenibile, che ha consigliato prudenza al Presidente. Anche il rapporto con Monti si ricostituito, dopo le tensioni dei giorni scorsi legate alla vicenda incresciosa delle dimissioni del ministro Terzi. Ieri il capo dello Stato si è sentito al telefono con il premier (anche per chiedergli il “permesso” di inserire Moavero nella squadra) e a Monti ha fatto molto piacere constatare che il Presidente lo avesse nuovamente investito di fiducia, definendo il governo ancora “operativo “, “in carica” e “non sfiduciato dal Parlamento”. Ma certo Napolitano è il primo a sapere che le due commissioni di saggi serviranno a futura memoria. Egli stesso lo ha fatto capire, spiegando che i testi prodotti dagli esperti “potranno costituire comunque materiale utile: voglio dire anche per i compiti che spetteranno al nuovo presidente della Repubblica nella pienezza dei suoi poteri”. Napolitano è infatti consapevole che spetterà al successore nominare il nuovo capo del governo. Il programma uscito dalla commissione di sherpa faciliterà il lavoro. E gli stessi componenti della squadra, i dieci saggi, potrebbero diventare i futuri ministri del governo del Presidente. Di fatto la loro indicazione consente di congelare la crisi, proiettando in avanti l’ora della decisione. “Guadagnare tempo ” quindi, per i mercati e per lasciare al prossimo inquilino del Colle la scelta. Già, il nuovo capo dello Stato. Di fatto è questa la partita che si è aperta ieri, lasciando sullo sfondo il tentativo di formare il governo. Nelle consultazioni con i presidenti delle Camere, Napolitano si è sincerato che venga fatto ogni sforzo per accelerare le procedure di convocazione del Parlamento in seduta comune. E se prima si parlava di lunedì 22 aprile come inizio delle votazioni, adesso sembra che si riuscirà ad anticipare a giovedì 18. In modo che già all’inizio della settimana successiva, forse già lunedì 22, potrebbe saltar fuori il nuovo capo dello Stato. L’obiezione di attendere le elezioni in Friuli non vale più, dato che il Consiglio regionale ha provveduto a nominare la scorsa settimana i rappresentanti da mandare a Roma per partecipare all’elezione del presidente della Repubblica. Per stringere ulteriormente i tempi, Napolitano starebbe valutando anche l’ipotesi di lasciare anzitempo (la fine del mandato è fissata al 15 maggio) – ma solo ad elezione avvenuta – in modo da evitare la coabitazione e passare subito le consegne. Se la gara per il Colle è di fatto aperta, opposti sono gli scenari e gli identikit dei possibili pretendenti. “L’elezione del capo dello Stato  –  ragiona Lorenzo Dellai, uno di quelli che ha suggerito a Napolitano l’idea dei saggi  –  sarà il banco di prova per vedere se i partiti vogliono un Presidente da combattimento oppure una figura di garanzia e di equilibrio. È chiaro che se il clima si deteriora, l’elezione sarà una prova muscolare e si avvicinerà la fine anticipata della legislatura “. Presidenti diversi per scenari diversi. Un Presidente “di combattimento” potrebbe essere Romano Prodi se il centrosinistra rompesse ogni dialogo con Berlusconi. E non a caso ieri Grillo ha citato come possibile presidente proprio il fondatore dell’Ulivo, uno che “cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche”. E che potrebbe uscire fuori grazie ai voti di Pd e cinquestelle. Ma certo è possibile che il lavoro dei saggi porti a un cambiamento del clima e che si arriva a un capo dello Stato frutto dell’intesa tra centrodestra e centrosinistra. Sono tre i nomi che circolano in questa cornice. Nell’ordine: Giuliano Amato, Franco Marini e Massimo D’Alema. Se uno dei tre riuscirà a salire al Quirinale vorrà dire che si sarà formata una maggioranza politica Pd-Pdl, capace anche di dar vita a un governo del Presidente o persino di Grande Coalizione. La terza ipotesi è quella più caldeggiata da Scelta Civica e dal centrodestra: la riconferma di Napolitano. Nonostante la netta contrarietà dell’interessato, sia Berlusconi che i montiani ancora ci sperano. Perché a un Napolitano nella pienezza dei suoi poteri difficilmente il Pd potrebbe dire di no.

(La Repubblica, 31.3.2013)



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