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Feb 20, 2013 - Senza categoria    3 Comments

La soluzione 54%

01_recupero_rovine_Ralph%20Horsley_Copyright_Wizard_of_the_Coast.jpgLa campagna elettorale volge-finalmente-all’epilogo. Stavolta mi sbilancio e vi dico cosa succederà la prossima settimana (tanto io lunedì parto e me ne vado a Praga…) 

Nella sera di lunedì le cose erano abbastanza chiare ma ben pochi riuscivano a capire cosa era successo: la solita sfilata di interviste lampo ma con una differenza che emergeva faccia dopo faccia, occhio sbarrato dopo occhio sbarrato. Stavolta non avevano vinto tutti. Aveva vinto soltanto lui. Il comico. Il movimento. La percentuale ormai si era assestata su quelle due cifre. Due numeri. 54%. Maggioranza assoluta. Camera e Senato. Porcellum o non porcellum.

Nelle strade i primi cortei di ragazzi ed attivisti, tuffi nelle fontane gelate, assideramenti e bottiglie di birra alzate al cielo.

Martedì mattina le testate del mondo occidentale (compreso il giapponese Ekke Kakkio) titolavano: “Lo tsunami Italia”.

Nei quartieri generali dei partiti di destra e di sinistra era stato un otto settembre in poche ore. Uffici vuoti, scrivanie deserte, fogli sparsi. I primi saccheggi di Ipad e cartelline stampa. Sul web i primi moderati annunci sotto il logo stellato: “L’Italia è nostra. Gli abbiamo fatto il culo”.

La gente si chiuse in casa, un po’ per il freddo, un po’ perché non si sa mai. Molti con nella testa quella domanda: “Oddio, ma cosa ho fatto?”, ripensando al voto dato. A quel 54%. Tutti attaccati al video dei pc, perché le varie tv riproponevano in loop le dichiarazioni della sera prima insieme al meglio di Masterchef. A seguire un “Porta a porta” vecchio di una settimana, un Santoro che urlava, un Sallusti ghignante. Il vincitore non aveva mai parlato con le tv, perché farlo ora, con il paese in mano?

Verso sera arrivò la prima notizia dalla FAZ (Frankfurte Allgemeine Zeitung), rilanciata dall’Ansa. Un vecchio suino siliconato era partito in tutta fretta da un aeroporto privato in Lombardia per ignota destinazione con il suo jet privato. Dopo di lui si era alzato in volo un Airbus colmo di ètere, leccardi, inquisiti e camorristi. I conventi lombardi registravano il tutto esaurito per l’improvviso afflusso di ciellini sulla via della redenzione.

Le strade verso la Val Seriana erano intasate da colonne leghiste, decise ad arroccarsi nel ridotto della Valtellina. La situazione divenne insostenibile quando ci si accorse che dalla Val Seriana non si arriva in Valtellina. La rivelazione provocò un totale blocco stradale che sarebbe durato un paio di settimane.

Anche a sud del Po la situazione divenne in breve tempo critica, dall’Emilia, Toscana e Marche si alzò una sorta di onda sonora crescente, facilmente ascoltabile fino a Basilea, un mantra lamentoso simile ad un ripetuto “om” ma che ascoltato attentamente suonava come

“madovecazzoabbiamosbagliatomadovecazzoabbiamosbagliato madovecazzoabbiamosbagliato…”.

Mentre il vento gelido spazzava la via Emilia deserta, fra ipercoop assaltate e coop edili in cenere, un piccolo gruppo di irriducibili fu segnalato al Lido di Ravenna mentre, imbarcato su un dodici metri, capitanato da un esperto lupo di mare, salpava verso la costa croata. Grande lo sconcerto a bordo quando scoprirono dalle mappe che la costa agognata non era più quella jugoslava e che il presidente Tito non era più su questa terra da qualche settimana.

Mercoledì verso mezzogiorno, perdurando il silenzio stampa dei vincitori, a parte un sobrio titolo sul sito web “Stronzi, adesso sono cazzi amari!”, un reporter della CNN individuò lo stato maggiore dei centristi arroccato in una cabina del telefono nei pressi dell’Università Bocconi, intanto il gruppo dirigente Fiom era salito sulla cima dell’ultima torre di raffinazione di Marghera intonando l’Internazionale, rigorosamente in lingua russa, mentre altri compagni salpavano su un gommone da Rimini verso Cuba.

Nel frattempo la Meloni e sodali erano segnalati essersi barricati nel cripta Mussolini del cimitero di Predappio dove però presto iniziarono le prime randellate fra camerati sul tema “so’ più fascio io…”.

Giovedì mattina, per abbreviare i tempi e la sofferenza, e prima che anche l’ultimo palafreniere fosse fuggito in Svizzera a godersi una dorata pensione, il presidente Napoletano convocò il vincitore al Quirinale. Il comico gli rispose con deferenza: “Vecchia mummia dei soviet, ficcati nel c..la tua convocazione” ed annunciò, in diretta web, twitter, ruzzle e google che la rete aveva scelto il premier al quale la “vecchia mummia” avrebbe affidato l’incarico di formare il nuovo governo monocolore.

Trattavasi di Assuntina Ghislanzoni, anni 42, collaboratrice domestica, con un passato luminoso di animatrice di comitati per la difesa del rospo smeraldino in val Coppetta e per la costituzione di una Commissione d’inchiesta sulle scie chimiche nel cielo di Vigarano Mainarda, madre di 4 cocker, 3 gatti e 1 varano. La Ghislanzoni, (nota ai militanti come la “Ghisla di ghisa” per la qualità della sua scatola cranica) veniva segnalata in partenza dal proprio domicilio (presso casa Casaleggio dove svolge le funzioni di colf) verso Roma. Arrivo previsto entro giorni otto, visto che, da tempo, per dare un segnale forte di innovazione, la “Ghisla” si muove solo su un velocipede ad energia mesmerica.

In attesa dell’arrivo del premier designato, apparve sul sito del Movimento, ribattezzato “La veritàààà” (incerta l’origine: un chiaro riferimento zavattiniano o alla Pravda di augusta memoria?) l’ordine del giorno n.1 recante la dicitura: “TxT: Tutto…per tutti”: 1. Internet per tutti; 2. Reddito garantito per tutti; 3. Nutella per tutti; 4. Solare e fotovoltaico per tutti; 5. Wii e PS per tutti; 6. A casa tutti…mo’ ci siamo noi”.

Venerdì furono rese pubbliche le prime nomine, dettate dall’Assuntina (in transito un po’ faticoso al Passo della Futa) in base a precisi curriculum di competenza: alla presidenza di Mediobanca Ciccio Pippozzi (ragioniere di Seregno); alla presidenza ENI Anselmo Brunazzi (benzinaio di Celle Ligure);  alla presidenza RAI Paolo Bisuzzi (antennista di Pistoia); alla presidenza Finmeccanica Mariuccia Ghisollo (nipote di Nino, già operaio alla Oto Melara); alla presidenza Cassa depositi e prestiti Francuzza Bassanini (omonima ma non congiunta del presidente uscente).

Sabato la CNN anticipa i primi nomi per i prossimi ministri: Celentano agli Interni, Dario Fo all’Economia, Antonio La Trippa agli Esteri e Checco Zalone ai rapporti con l’Europa.

Viene confermato che il nuovo Governo non si presenterà mai fisicamente in Parlamento ma interverrà solo su Skype e sul nuovo sito (www.soleamorecuorereteliberta.gov) che sostituirà, con decorrenza immediata, la obsoleta Gazzetta Ufficiale. Tutte le votazioni dei provvedimenti di legge avverranno on-line con il nuovo sistema “SR” (san remo): il 35% dei voti attribuiti ai parlamentari (che potranno farlo direttamente da casa senza affollare inutilmente Roma e dintorni), il 60% direttamente alla “ggente”, il restante 5% alla giuria tecnica fornita dalla Casaleggio Associati che elaborerà direttamente i risultati presso i propri server e li comunicherà nei tempi e modi dovuti.

Domenica a reti web unificate viene comunicato dal premier Ghislanzoni l’uscita dall’euro e il passaggio al sesterzio a decorrere dalla mezzanotte, la dichiarazione di guerra alla Germania e lo svelamento del quinto mistero di Fatima.

Lunedì mattina scatta l’operazione “Zwei Kügeln” (Due palle) la Germania invade l’Italia e viene costituito un governo collaborazionista. L’Italia può iniziare a diventare un paese normale.

 

 

 

Gen 21, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Guerra, guerre. Ancora sul terrorismo..

Continua il dibattito su questo blog con un nuovo intervento dell’amico Gianni:

Caro Massimo, permettimi di rientrare nel merito.
Ci sono due aspetti del tuo commento che mi mettono in disaccordo con te.
Il primo è la condanna tout court a Gallinari e al brigatismo in forma di anatema che non risparmia neanche la dignità della persona.
Il secondo è la distorsione della storia resistenziale.
Procedo per ordine.
La fantasia che ho voluto usare ipotizzando Gallinari alle prese con la lotta al nazifascismo serve per inquadrare la sua buona fede e l’abnegazione alla causa che lo muoveva, ma anche per rimarcare la tragicità dei suoi errori nell’aver abbracciato invece cause sbagliate.
Seppur i brigatisti reggiani si sentissero continuatori di una lotta resistenziale, ciò non fu perché quella lotta finì, pur con tutti i suoi strascichi e malumori, nel 45 con l’adesione alla dialettica del sistema democratico.
Per quanto marcio possa essere un sistema democratico (basta pensare all’oggi) è sempre un sistema da preferire rispetto a modelli che privano la libertà individuale; inoltre al suo interno contiene la possibilità di rivoluzionare le cose con gli stessi strumenti della democrazia.
Il risultato di quegli anni di lotta armata è devastante in tutti i suoi aspetti umani e politici, ed oggi ne continuiamo a pagare le conseguenze con una Italia ed una sinistra spostate a destra.
Il dramma quindi è un dramma politico.
Il secondo aspetto riguarda il tentativo di qualificare come criminali senza dignità Gallinari ed i brigatisti come lui, attraverso l’esercizio della retorica della “non violenza” e con paragoni falsificati con le lotte resistenziali.
E’ verissimo che molti fatti compiuti fossero disumani, quelli da te citati e altri.
Ma è sbagliato il teorema che li vuole criminali perché “…uccidere a sangue freddo persone, in nome di una qualunque ideologia, quello è e resta”, sottraendo al medesimo giudizio la lotta armata della Resistenza ed avvertendo che ogni paragone sarà trattato come oltraggio alla memoria.
La Masini che ha solo responsabilità politiche può permettersi di imbracciare il bastone e mettere tutti in riga dalle colonne del Carlino di ieri, semplificando il paragone delle due lotte armate attraverso la elevazione di quella resistenziale a insurrezione di popolo.
Tu no, per il tuo lavoro scientifico di storico specializzato nel periodo resistenziale che conosce bene i fatti ed ha scritto libri come “Combattere si può vincere bisogna. La scelta della violenza fra Resistenza e dopoguerra. Reggio Emilia 1943-1945”.
In esso tu descrivi con precisione come in un primo tempo c’era chi era contrario ad imbracciare la lotta armata e chi invece voleva un salto di qualità dell’antifascismo proprio attraverso l’innesco della violenza.
Tu ben descrivi le difficoltà che incontrarono i dirigenti comunisti locali nel trovare le persone che andassero a colpire a sangue freddo, e quando ciò iniziò il primo caso successe davanti agli occhi della figlia della vittima. Per non parlare poi delle esecuzioni fra le proprie fila, come testimoniato da libri quali “Il Commissario” di Osvaldo Poppi, o dalle vicende riguardanti il comandante Facio.
Inoltre per lunghi mesi la Resistenza non fu insurrezione popolare ma cospirazione. Fu una opzione alternativa e un riparo per i giovani che volevano sottrarsi all’arruolamento forzato e per i militari allo sbando.
Ma fu anche gesto eclatante di “sicariaggio” ad opera di persone inquadrate nei GAP, corpi “scelti” della Resistenza, che rimandano ai corpi speciali di un esercito.
Non possiamo trasformare e sterilizzare la storia cruda e reale in una favola retorica, quanto meno non lo puoi fare tu.
Se vuoi puoi giudicare e condannare fatti, mezzi e persone, se credi puoi dividere la Resistenza in buona e cattiva, ma non puoi trasfigurare le cose ad uso di una propaganda moralizzante e normalizzatrice.
Io Massimo non ti so dire se il fine viene o meno qualificato dal mezzo, se l’uccisione a freddo di uomini simbolo sia un assassinio o un atto di guerra.
Però so che se i partigiani avessero perso, il potere che si sarebbe consolidato non gli avrebbe dato l’onore delle armi considerandoli combattenti di un esercito (già erano chiamati terroristi nella RSI) e sarebbe stato loro negato ogni valore di scopo per il quale combattevano, relegandoli a criminali sanguinari.
Questo perché il giudizio del potere non è necessariamente la verità e non è neanche il giudizio della storia, ma può essere invece la propaganda di chi ha vinto.

Prospero Gallinari ha perso la guerra che ha combattuto, ha ammesso di aver perso e ciò forse ha significato per lui aver capito l’errore tragico di averla intrapresa. Non ha abiurato scegliendo così la strada scomoda del non cercar sconti dal sistema che ha combattuto. Ha evitato di render pubblico il suo travaglio interiore e nulla ha fatto per scagionarsi dall’accusa più infamante di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio Moro.
Non ha cercato attenuanti nell’opinione pubblica attraverso il pietismo. Forse perché le contraddizioni erano troppo devastanti da dirimere o forse perché ha così rivendicato il suo ruolo di combattente.
Tutto ciò non fa di lui un eroe, ma suscita rispetto anche nei suoi nemici, nonostante l’enormità dei suoi errori.
Gallinari ha riconosciuto nel nemico Cossiga che li ha combattuti, l’unico che riconoscesse loro l’onore delle armi e, proprio perché consapevole e determinato antagonista, anche l’unico che poi operò per chiudere la guerra degli anni di piombo con la liberazione dei detenuti, al pari dell’amnistia di Togliatti dopo la Liberazione.
Oggi, alla distanza di tanti anni dai fatti e dall’epilogo voluto da Cossiga, quale senso ha combattere e denigrare l’uomo Gallinari dopo aver combattuto e vinto il Gallinari politico e militare?
E’ solo un eccesso di preoccupazione democratica o la polemica è utile per aprire una nuova ulteriore fase di revisione storica?
Verso il brigatismo o verso la Resistenza? O verso una parte di quest’ultima?

In quest’epoca maleodorante evitiamo di offrire ai giovani polpette sterilizzanti, volte a innestar loro una morale di plastica ed il controllo delle loro emozioni; parlando di brigatismo spieghiamo loro il valore ed il primato della democrazia.

Caro Gianni,

ti ringrazio per il tuo contributo a discutere questioni che mi sembrano rilevanti nella costruzione di una comune consapevolezza civile. Non condividiamo le stesse idee ma è questo un altro fattore costruttivo, finchè c’è possibilità di discussione, intelligente e aperta.

Vengo alle questioni che continuano a dividerci. Certo la mia condanna al terrorismo è una condanna che lascia ben poco ai se e ai ma: come storico e come testimone degli eventi, posso approfondire quei fatti, leggerne le meccaniche, auspicare una totale disponibilità di fonti ma tutto questo non muta il giudizio su quel periodo. Un giudizio che coinvolge, logicamente, quanti di quel fenomeno politico-criminoso furono attori. Io non pratico, come dici, la retorica della non violenza, credo che la violenza sia nella storia umana un motore importante e spesso sia stata “levatrice della storia”, ma ogni violenza deve essere inserita nel contesto che l’ha prodotta e vincolata ai valori che la motivano. Uccidere, in tempo di pace persone inermi, per il senso che un’ideologia attribuisce loro, è un crimine e chi lo pratica è un “criminale”. E non credo che simili persone meritino nessun onore. Nelle mie considerazioni non ho mai parlato del caso specifico che ha animato le cronache di questi giorni, pietà per i morti ma nessun endorsement con quanto sono stati da vivi. In tutti questi anni mi ha sempre irritato vedere personaggi condannati per crimini di sangue apparire in tv a dire, spiegare, rilasciare interviste, come reduci di chissà quale meravigliosa avventura. Sono legalista: una volta scontata la pena il reo torna ad essere un cittadino, con tutti i diritti di “rifarsi una vita”. Un cittadino, non un maestro, un opinion maker. Tutti i protagonisti hanno scritto il loro libro (alcuni anche più di uno). Bene, bravi, grazie. Bastava quello. La mancanza di dignità sono stati loro a dimostrarla nel continuare ad apparire, a mostrarsi, a rivendicare. Questo da vivi. Ora che sono morti valga il classico “e il resto è silenzio”.

Vengo alla seconda questione, il nesso violenza-terrorismo-resistenza. Se qualcuno non ha capito quello che ho scritto chiedo scusa: non mi sono evidentemente spiegato bene. Citare un mio testo per equiparare resistenza-terrorismo, significa che quanto scritto è da buttare. Ma parto da un aneddoto: negli anni sessanta Giorgio Bocca richiese, per motivi di lavoro, il passaporto. Dopo qualche giorno giunse la chiamata dalla Questura di un funzionario che conosceva il giornalista che gli annunciava il rifiuto alla concessione del documento. Stupito, Bocca chiese perché. Il funzionario spiegò che la causa era l’informativa di un maresciallo dei carabineri di un paese delle montagna piemontese che riferiva che “il sunnominato Bocca Giorgio è stato visto aggirarsi armato per questa valle, insieme ad altre persone parimenti armate”.

“Sì, ero io-sbottò Bocca-ma era il 1944, eravamo partigiani…”.

Se nei miei saggi non sono riuscito a spiegare l’elemento-tempo, devo riconoscere che sono un storico mediocre e che è meglio (come forse farò) che cambi mestiere e mi dedichi al tombolo o al dècoupage. Il tempo è il fattore decisivo negli atti delle persone. Sparare a un fascista (armato o no) il 30 aprile 1945 nell’Italia del nord era un’azione militare e politica, sparare allo stesso fascista (armato o no) il 3 maggio 1945 era un omicidio. Perché il 2 maggio 1945 alle ore 12 in Italia finisce la guerra. Guerra. War. Krieg. Questa è la parola che da un senso o un altro allo stesso gesto. Guerra, e la regola da sempre è che vince chi ne uccide uno più dell’altro. Non esiste (per favore non dirlo a me!) una Resistenza buona e una cattiva, esiste una lotta armata in tempo di guerra, agita da uomini (i migliori come i peggiori). Ma era guerra. Seconda guerra mondiale. Non la guerra contro le multinazionali e il capitalismo decisa a tavolino da quattro strateghi che volevano cambiare il mondo. Sono stati sconfitti, e per fortuna! E sono stati sconfitti anche per l’impegno, per il no deciso, di operai ed ex partigiani, sono stati sconfitti dallo Stato ma anche dall’essere avanguardia del nulla.

Sconfitti ma quanti innocenti hanno pagato per niente? Caro Gianni, nel 1978 avevo 23 anni, ricordo il giorno di via Fani come fosse oggi, ma ricordo anche l’ubriacatura di ideologia, i volantini fumosi e incomprensibili, le assemblee deliranti, la violenza legalizzata sempre contro inermi, lo strizzare d’occhi di tanti a quei “compagni che sbagliavano”. Non c’era nessuna guerra, c’era un paese con i suoi problemi, in un contesto internazionale complicato e bloccato (che oggi quasi rimpiangiamo). C’erano tante cose in quegli anni, anche belle: entusiasmo, voglia di fare, sentimenti. Tutto spazzato via da quel delirio ideologico al quale ha risposto la durezza inevitabile dello Stato. Cossiga è la logica interfaccia di Gallinari e non mi ha stupito il suo atteggiamento.

Vedere riaffiorare oggi quelle facce, quelle parole, quei gesti mi provoca un misto fra pena e inquietudine.

Nessuna guerra e quindi nessun “militare” contro cui accanirsi oggi. Gli “sconfitti” hanno avuto anni da vivere che altri, per causa loro, non hanno potuto avere. Personalmente avrei preferito da loro un altro atteggiamento, un altro “stile”, ma da persone con la loro vicenda e personalità forse era chiedere troppo.

 

Gen 18, 2013 - Senza categoria    No Comments

Destra e sinistra esistono ancora (A.Giddens)

da: La Repubblica, 15.1.2013

Palazzo_magnani,_giano_bifronte.jpgDestra e sinistra sarebbero concetti superati, obsoleti, privi di senso, come qualcuno ora sostiene nella campagna elettorale italiana? Non sono d’accordo. Norberto Bobbio diceva che il significato di destra e sinistra cambia continuamente, e non c’è dubbio che oggi entrambi i termini significano qualcosa di diverso rispetto al passato. Ciononostante restano due concetti politici profondamente differenti e continuano ad avere un valore specifico anche nell’odierno mondo globalizzato.

La destra tradizionale di oggi in Europa e in generale in Occidente crede nel libero mercato, in uno stato poco invasivo e contenuto, in un conservatorismo sociale nella sfera privata. La sinistra crede in un governo attivo più che nello statalismo, in una maggiore regolamentazione del mercato, nel liberalismo sociale. Le differenze tra i due schieramenti sono ben visibili, sebbene non siano più così nette come un tempo. A sinistra non c’è più l’utopia socialista. A destra possono esserci aperture in campo sociale, come dimostra David Cameron in Gran Bretagna schierandosi a favore del matrimonio gay, peraltro con forte opposizione e disagio tra molti membri del suo stesso partito.
Inoltre oggi ci sono questioni, come quella dell’ambiente, che non sono più “di destra” o “di sinistra” sulla base dei vecchi parametri: il cambiamento climatico è un problema grave, urgente e profondo, che travalica ogni schieramento ideologico, perlomeno se guardato senza paraocchi.

In parte è vero quel che Tony Blair ha scritto nella sua autobiografia politica, dopo avere lasciato Downing Street: oggi vi sono forze che si distinguono per la propria “apertura” nei confronti della società e altre che si distinguono per una contrapposta “chiusura”. Due diverse mentalità, due modi di affrontare la realtà: apertura verso l’immigrazione, le nuove tecnologie, i cambiamenti sociali, in contrasto con chi preferirebbe chiudere le frontiere, respingere le innovazioni, mantenere lo status quo.
Ma questo contrasto non basta a definire la lotta politica. Rappresenta un programma e una visione troppo limitati. Ed è portatore di frequenti contraddizioni: vi sono partiti apertissimi quando si tratta di discutere di libero mercato, che vorrebbero privo di qualsiasi regola o laccio, e poi chiusissimi sul tema dell’immigrazione, senza comprendere che quest’ultima è una componente essenziale del liberalismo e che non può esserci un mercato “aperto” con una chiusura delle frontiere agli immigrati.
La discussione sul presunto superamento di concetti come “destra” e “sinistra” ha inoltre un difetto di fondo: induce a credere che, nel mondo di oggi, ci sia bisogno di meno politica di quello di una volta, ossia di meno ideologia, meno partiti, meno governo, come se tutto dipendesse dall’essere disponibili o contrari al cambiamento, inteso come generale progresso dell’umanità. Al contrario, ritengo invece che oggi ci sia bisogno di più politica di prima, perché i problemi globali, dalla drammatica crisi economico-finanziaria all’effetto serra, dimostrano che solo un intervento collettivo, programmatico, di sana governance internazionale, può mettere il nostro pianeta sulla strada giusta.

Una migliore definizione del confronto politico odierno verterebbe allora su un termine diventato assai popo-lare, seppure utilizzato spesso a sproposito: reformer.
Oggi tutti o perlomeno tanti si autodefiniscono così. Ma chi è, cos’è, un vero riformatore o riformista? In Europa è colui che comprende la profondità della crisi che stiamo attraversando e si rende conto delle risposte radicali che sono necessarie per superarla. Oggi tutti i Paesi industrializzati sono fortemente indebitati.
Tutti, chi più chi meno, hanno perso competitività sui mercati. Finora sono state indicate e discusse due vie d’uscita da questa situazione: incoraggiare la crescita economica con investimenti pubblici, oppure puntare sul rigore, sui tagli alla spesa pubblica, sugli aumenti delle tasse, in una parola sull’austerità. Ma riproporre l’alternativa tra il metodo keynesiano e il monetarismo potrebbe non bastare più. Certo, i tagli sono in qualche misura necessari. A mio parere, tuttavia, sono come le medicine: se non le prendi, ti ammali, ma se ne prendi troppe fai un’overdose e rischi di stare ancora peggio.

E allora che fare? Ciò che un autentico riformatore europeo dovrebbe porsi come obiettivo è una ripresa sostenibile. Una ripresa in grado di preservare un welfare state che richiede sicuramente tagli e accorgimenti per fare i conti con un nuovo scenario demografico e sociale; ma che al tempo stesso non indirizzi i principali benefici della crescita sullo 0,1 per cento della popolazione, sulle fasce più alte di reddito.
Una ripresa sostenibile significa un modello economico che eviti di distruggere l’ambiente e la classe media: non credo che l’Occidente uscirà dalla crisi e diventerà più competitivo semplicemente vendendo sempre più automobili alla Cina, fino a quando i cinesi ne avranno tante quanto noi, o di più. Né continuando a indebitarsi, per poi aspettarsi che siano i giovani d’oggi, molti dei quali sono disoccupati, a pagare i nostri debiti quando saranno diventati adulti: sia i debiti in campo economico che quelli in campo ambientale.
Come realizzare un’impresa così immane e complessa? Io continuo a credere che sia possibile, attraverso un genuino riformismo di sinistra. Lo stesso spirito di quella Terza Via a cui ho dedicato una parte dei miei studi teorici, il cui primo artefice non è stato in realtà Blair, come si è talvolta indotti a credere, ma piuttosto Bill Clinton e il partito democratico negli Stati Uniti. Dunque un progressismo capace di conquistare consensi al centro, comprendendo le legittime preoccupazioni dei ceti medi su questioni come sicurezza, tasse e immigrazione, ma senza rinunciare alle aspirazioni di una società più giusta e più egualitaria, rese ancora più impellenti oggi dalle conseguenze del crack finanziario e dalle minacce del cambiamento climatico.
La Terza Via va perciò adeguata ai problemi del ventunesimo secolo, ma anche alle nuove opportunità che il secolo appena cominciato lascia intravedere, non ultima quella di una nuova rivoluzione industriale e tecnologica, che sarà necessaria perché nessun Paese potrà veramente risollevarsi dalla crisi se non produce più niente. Tra queste opportunità vi sono quelle che può cogliere l’Europa: secondo vari studiosi la nostra Unione, oggi afflitta da lacerazioni e difficoltà, ha il potenziale per uscire da questo periodo non solo rinsaldata e rinvigorita, ma perfino più forte degli Stati Uniti. È uno scenario che richiede ottimismo, ma è uno scenario possibile: a patto di usare più politica, non meno politica. E di credere che “destra” e “sinistra” vogliano ancora dire qualcosa.

Ma chi è, cos’è, un vero riformatore o riformista? In Europa è colui che comprende la profondità della crisi che stiamo attraversando e si rende conto delle risposte radicali che sono necessarie per superarla.” Questo mi sembra un punto decisivo, la necessità di risposte radicali a una crisi che non è occasionale ma sistemica. Riformare significa-letteralmente-dare nuova forma (e sostanza) a qualcosa che prima esisteva e che dopo sarà diverso. Riformare significa spezzare equilibri, privilegi, steccati, abitudini. Dopo una riforma le cose sono diverse, migliori nelle intenzioni, ma comunque diverse. Allora, pur accettando la classificazione di Giddens in destra/sinistra, introdurrei una ulteriore coppia di valori: conservazione/innovazione. Lo spettacolo che in questi anni la sinistra ha dato è stato spesso quello di un  (pur nobile) conservatorismo, che si chiamasse “difesa dei diritti acquisiti”, “difesa di principi”, “difesa della professionalità..”. Difesa, sempre difesa. Le conquiste non vanno difese, vanno fatte crescere verso nuove conquiste. Arroccarsi sulle conquiste di altri anni ed epoche è tattica perdente. La crisi richiede risposte radicali, sottolinea Giddens, ma non ci sembra ci siano vie di uscita alla situazione di un paese in cui nulla funziona e in cui nulla può essere cambiato. Un paese inchiodato dagli Ordini professionali, dalle lobby (dai taxisti ai farmacisti, perchè non i tassidermisti?), dalle cordate, dagli apparati, dalle famiglie estese a intere città. Muri questi contro cui la sinistra anzichè lottare duramente ha finito troppo spesso per adattarsi come il polpo sullo scoglio.

Soluzioni radicali. Vere riforme quindi. E come? Perchè le vere riforme non si fanno a somma zero. C’è chi guadagna e chi perde. La questione è che la preoccupazione che sia la maggioranza a guadagnare non sembra un elemento decisivo, visto che sono le minoranze attive a decidere. E sono le minoranze ad intessere la rete di legami e clientele che divora il paese, perchè la corruzione, come l’inefficienza, non sono accidenti, sono parte fondamentale di un sistema che mantiene, foraggia, centinaia di migliaia di persone, le loro famiglie, i loro figlioletti, suocere incluse. Il paese non è migliore di chi lo amministra, basta pensare a quella che era la Regione leader, quella più “moderna” , sede della “capitale morale”: Lombardia/Milano. Dopo il saccheggio operato in questi venti anni dal connubio politica/affarismo/religione sintetizzato dalla santa alleanza PdL/Lega/CL, con drammatici legami con la criminalità organizzata, come si potrebbe pensare che il consenso elettorale possa sostenere ancora simili gaglioffi? Eppure…Perchè la corruzione, lo sperpero servono, creano posti di lavoro, elargiscono risorse, costruiscono legami. Un sistema di potere che si alimenta nel pubblico e distribuisce nel privato. Riforme? Jamais! Di fronte a questo paese conta ancora la categorizzazione destra/sinistra ma che capacità esiste nella sinistra di cessare di essere conservativa e diventare davvero riformista? Ma con durezza, senza timore. Nei programmi elettorali non c’è (quasi) nulla. Ma volendo essere ottimisti, in campagna elettorale, si sa, si scherza…

Gen 17, 2013 - Senza categoria    3 Comments

Il mezzo qualifica il fine

Ritorno ancora sulla riflessione sul terrorismo, riproposto dalle vicende degli ultimi giorni. L’amico Gianni così ha commentato il pezzo di B.Tobagi “Il carceriere di Moro trasformato in eroe” di pochi giorni fa:

Credo che il valore di quest’articolo stia nella frase
“La retorica del “dovere” e del “valore” della memoria è vacua, se prescinde da una riflessione che riconosca l’esistenza di letture del passato e della società profondamente divergenti (laddove riconoscere, ovviamente, non è giustificare), s’interroghi sulle motivazioni dei conflitti,…”
e di conseguenza nella firma di un figlio di vittima del terrorismo.
Altrimenti sarebbe un articoletto.
Così invece è proprio l’articolo ad uscire da beceri visioni di parte ed elevarsi nella più aperta delle considerazioni che fanno della storia un intreccio di protagonisti che comunque la storia ufficiale solitamente semplifica.

Personalmente non mi è capitato di ascoltare mitizzazioni su Gallinari al di là di quelle che leggo qui.
Ha fatto scelte, sicuramente perdenti e comunque sbagliate col senno del poi, visto la reazione a destra che ha avuto il paese.
Lui ne ha preso atto senza abiurare ma solo dichiarandosi sconfitto.
Ha cercato di mantenere una coerenza difficile perché in questi casi la si paga sulla propria persona, altri han fatto come lui, tanti invece han scelto percorsi più accomodanti. Ciò non fa di lui un eroe, ma sicuramente raccoglie il rispetto anche dei suoi nemici.
In questo blog ha senso fare anche un’altra considerazione di fantasia: se avesse vissuto nell’epoca della Resistenza sarebbe stato un Sintoni, un Toscanino, un Eros o in chiave più operativa un Robinson. Come loro, finito la guerra, non avrebbe fatto carriera, lasciando posto ai Sacchetti.
Invece è vissuto in un altro tempo e la storia ci dice che ha sbagliato, tragicamente per lui, per le vittime e per il paese.
Ma poi ne ha preso atto.

Il mezzo qualifica il fine, come ci ricorda Todorov, e parlando di terrorismo e anni di piombo l’osservazione mi sembra estremamente opportuna. Non si parla solo e soltanto di politica ma di uomini, di innocenti assassinati, di dolore sparso in nome di una ideologia che, proprio per i mezzi usati, ha dimostrato tutta la sua follia e potenziale criminogeno.

In questi giorni sono rimasto gelato nel ri-vedere interviste di brigatisti in cui si parlava di omicidi a sangue freddo descritti freddamente come “attacchi”. Attacco all’avv. Croce, 76 anni, partigiano, presidente dell’Ordine degli avvocati, freddato nell’androne di casa sua per aver voluto fare il proprio dovere fornendo-come previsto dalla legge- avvocati di ufficio agli imputati al processo contro le BR. Attacco? Sparare 3 colpi di pistola a una persona indifesa? Attacco? Catturare e uccidere a sangue freddo Roberto, il fratello di Patrizio Peci, per punirlo in via trasversale per il suo pentimento? Attacco uccidere Carlo Casalegno e Walter Tobagi? Eroico sparare a una persona indifesa?

Mantenere la propria coerenza. Bene, ma aggiungiamo l’aggettivo indispensabile: coerenza criminale, perché uccidere a sangue freddo persone, in nome di una qualunque ideologia, quello è e resta. Azione criminale. Poi la pietà ai morti copre tutto, come è giusto. Ma come ripetiamo da anni nel caso degli uccisi della guerra e dopoguerra: tutti i morti sono uguali, ma i vivi non sono stati tutti uguali e mi sembra moralmente inaccettabile mettere insieme Casalegno e Tobagi e i loro assassini. Per motivi etici e per rispetto della memoria storica.

Il parallelo Resistenza-terrorismo ha goduto purtroppo di buona fama e stampa, ma credo sia uno dei peggiori anacronismi mai concepiti sotto l’italico cielo. La Resistenza nacque e sviluppò in una situazione, oggettiva, di guerra aperta (si parla della Seconda Guerra Mondiale). Gli antifascisti prima dell’8 settembre per 20 anni presero bastonate e carcere (e peggio) ma non spararono mai un colpo di pistola. La violenza la portò Salò, fu la RSI a scatenare la guerra civile, i partigiani scelsero la violenza (subendone tutte le conseguenze) come mezzo inevitabile in una situazione di occupazione straniera e collaborazionismo fascista.

Negli anni 70 non c’era nessuna guerra, nessuna occupazione, nessun collaborazionista, se non nel delirio ideologico di chi dichiarò guerra allo Stato, di chi, nel chiuso di qualche stanza, per troppe e cattive letture o per troppa ignoranza e fanatismo, decise che era ora di fare la “rivoluzione”, imponendo una stagione di assassini e sofferenza a civili, alle loro famiglie e atutto il paese. Non sbagliarono con il senno di poi. Sbagliarono e basta. I partigiani fecero la scelta giusta, non con il senno di poi, ma con il senso profondo di quella scelta, fatta allora. Quindi nessun parallelo è possibile fra brigatisti e partigiani, salvo insultarne  la memoria e stravolgere il senso della loro scelta che ci ha portato alla democrazia.

Immaginando un assurdo “what if” domandiamoci cosa sarebbe accaduto se avessero vinto le BR: possiamo pensare ad una Italia divenuta “socialista” come uno qualunque dei disgraziati paesi dell’est e governata da una classe dirigente espressa dalle fila dei “coerenti” combattenti delle BR? La risposta è già nella domanda.

Gen 15, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Il carceriere di Moro trasformato in eroe (B.Tobagi)

 

La morte dell’ex Br Gallinari conquista i sommari dei tg: l’agenda mediatica lo consacra come protagonista della storia. In parallelo, fioriscono in rete gli encomi funebri al “compagno Prospero”. Con buona pace delle sofferte riflessioni avviate, ai tempi, da Rossanda sui “compagni che sbagliano”.
Commenti marginali, ma numerosi: “Riposa in pace guerriero”; “Un nome rosso e partigiano”; “Un saluto militante e riconoscente” scrivono i Proletari Comunisti, “onore e gloria”. Dal centro sociale Tempo rosso: “È morto un comunista, come noi contadino nella metropoli”. “Volato via troppo presto” scrive Baruda.net, “spero solo che al tuo funerale ci saranno migliaia di pugni chiusi a salutarti, perché le pagine dei giornali non si riescono a leggere, perché la sola lezione che possiamo dare a questo Stato, come ai nostri figli, è darti un saluto imponente. A pugno chiuso”.

Segue una poesia di Osip Mandel’stam: tragica ironia involontaria, citare un poeta imprigionato nei gulag in memoria di un militante delle Br che sognavano la dittatura del proletariato. Prevedibile che l’ex brigatista Ricciardi commemori “una vita dedicata alla lotta di classe… mettendo in gioco la propria esistenza per raccogliere e rilanciare la spinta rivoluzionaria che proveniva dal cuore stesso della classe operaia” (poco importa se gli operai, tra cui pure vi furono simpatizzanti, presero le distanze in blocco, manifestarono contro il sequestro Moro). Assai meno la ragazza classe 1989 che su Facebook saluta a pugno chiuso il “guerrigliero e compagno rivoluzionario”.

È l’ennesimo sintomo di un più vasto problema di rapporto con il passato. La società dello spettacolo, contraddistinta dall’eterno presente, fa sparire “la conoscenza storica in generale”, scrisse Guy Debord nei suoi Commentari, “e in primo luogo quasi tutte le informazioni e i commenti ragionevoli sul passato più recente”. Da decenni nel discorso pubblico il passato è nuvola confusa di narrazioni, mere propaggini strumentali al presente: ogni gruppo coltiva il proprio, e quando un soggetto è sufficientemente forte in termini mediatici, impone una propria versione dei fatti, conflittuale e alternativa.

Pensate alle rappresentazioni di Mani Pulite; a Craxi, esule/latitante; alle fantasiose versioni della caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011. Il senso della storia repubblicano è affidato a un coacervo di “memorie frammentate”, ancor più che “divise”, prodotte da una pluralità di gruppi portatori non solo di memorie, ma di istanze valoriali profondamente diverse nella trasmissione e valutazione degli eventi passati. Tra le enclave più persistenti ci sono proprio le memorie “negate”.

Nella celebrazione della compatta risposta delle masse alla violenza brigatista, dal racconto del terrorismo degli anni Settanta si sono rimossi dati scomodi, per esempio le simpatie raccolte dai brigatisti in tanti mondi diversi, giovani frustrati e anziani rancorosi per la “resistenza tradita”, sottoproletari e intellettuali, e un retaggio di rabbie antiche che sopravvivono e si ripropongono (rinfocolate da vent’anni di berlusconismo e dai sacrifici dell’era Monti). Merita attenzione anche il fatto che molti stigmatizzano come a Gallinari, malato di cuore, furono a lungo negati i permessi e la detenzione domiciliare.

L’omaggio all’ex Br si mescola alla condanna delle “carceri infami”. Questo fa comprendere quanto sia importante che la battaglia per dare condizioni di vita dignitose ai detenuti e avviare un serio percorso politico almeno sulla limitazione, se non proprio sul superamento, della detenzione carceraria in favore di pene alternative, diventi sempre più un patrimonio comune, sulla base del dettato costituzionale e non del “rifiuto del sistema”.

Le memorie sono tante, è fisiologico che sia così. La retorica del “dovere” e del “valore” della memoria è vacua, se prescinde da una riflessione che riconosca l’esistenza di letture del passato e della società profondamente divergenti (laddove riconoscere, ovviamente, non è giustificare), s’interroghi sulle motivazioni dei conflitti, cerchi di persuadere soprattutto chi è più lontano alla condivisione di uno zoccolo duro di evidenze fattuali e di un terreno di valori condivisi. Quando questo percorso manca, non deve stupire che le enclave sopravvivano e orgogliose rivendichino il proprio passato, espellendo i dati di realtà scomodi e tenendo in vita pericolose “leggende nere”.

B.Tobagi

La Repubblica, 15.1.2013

 

Gen 12, 2013 - Senza categoria    No Comments

Colpa del telegrafista?

p-rubens-battaglia-anghiari.gifAnno nuovo a Fortezza Bastiani. Siamo rimasti silenziosi ben nascosti sui nostri spalti mentre le pallottole fischiavano da tutte le parti, poche munizioni e molti nemici. Situazione poco simpatica. Alte perdite. Onore ai caduti ma abbiamo tenuto la posizione. Ora un po’ di infermeria rimetterà tutto a posto (o quasi).

Quando il fumo e la nebbia si è diradata il panorama apparso non è confortante. Campagna elettorale la chiamano, a me sembra uno di quegli incubi “post cavoletti di Bruxelles a cena”, dove non c’è nessun buono ma tutti urlano, berciano, dicono cose che sarebbero orribili non fossero ridicole et similia.

Qui a Fortezza ormai non arrivano più i quotidiani, i tartari hanno tagliato le vie di rifornimento e ci accontentiamo dei segnali di fumo e dei messaggi in morse che arrivano grazie a specchietti luminosi riflessi al tramonto. Le notizie devono essere state male interpretate dal nostro telegrafista (come fargliene una colpa? Negli ultimi assalti ha perso una gamba, il piede dell’altra, 7 dita delle mani su dieci, l’ascella destra e un molare) perché il foglio-notizie che ci ha presentato riporta queste informazioni:

1. Il generale Aureliano Buendia di Gallipoli (quello che fece 66 rivoluzioni e le perse tutte) si candida a Ministro degli Esteri, aveva dichiarato di abbandonare la caserma dove prestava servizio dai tempi dell’Urss e vuole rientrare allo Stato Maggiore? Impossibile.

2. Il vecchio porco plastificato gira per tutte le tivu del Regno ad ogni ora e i sondaggi lo danno in risalita. Fantascienza.

3. L’ex comico di Genova ha detto che i voti di Casapound sono voti come gli altri, tanto quel conta sono i “progetti”. Ridicolo.

4. Sarebbe nato un movimento di “moderati in rivoluzione”, guidato da un tale milionario non si sa come. Come se fosse nata l’associazione “mondine nel deserto” o la “protezione nazista delle sinagoghe”. Fantasioso.

5. Pare che un magistrato si sia candidato senza dimettersi dalla magistratura medesima, era finito in Guatemala ma poi la nostalgia l’ha riportato a casetta. Oceanico.

6. Il cardinal Kamillo Rovini sarebbe in moto per fare ancora danni, oltre la montagna di boiate degli ultimi 25 anni, gira in tv a presentare un libro dove spiega che i problemi del mondo sono tutti colpa della Rivoluzione francese. Ributtante.

7. Il buon vecchio zio Mario si sarebbe messo nei Casini senza doppi Fini e andrebbe in giro a dire che vuol cambiar l’Italia. Con quei compagnucci? Abuso edilizio.

8. Fra Secchia e Crostolo un Barbieri (Emerenzio) dice che dopo 42 anni non si candiderà più, mentre l’Uomo di Marmo dice che sì, lui si candida ancora, tanto sono solo 36 anni che fa politica, insomma ha finito l’apprendistato e nei prossimi cinque anni darà il meglio (e comunque arriverà a 41 anni, sempre meno di Barbieri). Epocale.

9. Nel 2013 si farà ancora Fotografia Europea, crisi o non crisi, Modena o non Modena (che nel 2014 aprirà un grande centro internazionale della Fotografia, roba tosta, alla modenese, micca fuffa). Abbagliante.

10. Alle elezioni è stato candidato quel tale Moggi che truccava anche le partite di Subbuteo del nipotino. Del resto fra ladri, corrotti, battone, culi di pietra e profeti di sventura, uno così quasi non si nota. Falloso.

 Queste le notizie. Impossibile, povero telegrafista, chissà cos’ha capito…

Dic 25, 2012 - Senza categoria    4 Comments

Predicozzo di Natale

Auguri.

L’anno sta mollemente avviandosi alla fine sotto i cieli bigi e nebbiosi della Padania. Qui a Fortezza Bastiani, stelle fredde nella notte e tagli di luce nelle giornate più corte dell’anno. Intanto, come giusto, il “mondo continua e va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea su ciò che muore e ogni nuova idea …”.

Per i miei amici credenti è arrivato il nuovo Vescovo, così potranno ricordarsi di me ogni domenica al momento della preghiera quando invocheranno Massimo, lo stesso per i miei antipatizzanti che non potranno fare a meno di risentire il mio nome. Basta poco per essere felici.

Noto che nelle scorse settimane si pregava ancora per “Adriano, il suo ausiliare Lorenzo e il vescovo eletto Massimo”. Eletto da chi? Residuo linguistico di quando davvero i vescovi erano eletti dai fedeli. Ora sarà meglio interpretare quel “eletto” nel senso latino, participio passato di eligo, scegliere, scelto. Scelto. Nominato. Vabbè, contenti loro…

Eletto, quindi elezioni. I miei 25 lettori avranno, forse, letto il post in cui raccontavo le mie disavventure di apprendista elettore primario. Il tempo passa ed è galantuomo. Mi stupisco, consentitemi una tantum l’immodestia, della mia inaspettata lucidità di analisi. La mia vecchia prozia Elvira, Dio l’abbia in gloria, talvolta bofonchiava “’gioun mèe…”, che nel suo bel dialetto significava “ho ragione io..”. Beh, avevo ragione io. Le cose erano sbagliate e ne abbiamo oggi la estrema dimostrazione. Consentitemi una sintesi: 1. Il 25 novembre si tennero le Primarie di coalizione (non del solo PD); 2. Si registrarono quindi anche, legittimamente, elettori di SeL (candidato Vendola) e dell’UDC (candidato Tabacci); 3. Al ballottaggio le iscrizioni non furono riapertee non lo saranno per le primarie del 30; 4. Per le Primarie del 30 (che sono primarie per i candidati del PD) faranno fede quelle liste.

Ergo la situazione gogoliana è questa: alle Primarie del 30 per i candidati del PD potranno votare elettori di SEL e UDC ma non potranno votare potenziali elettori del PD. Perfetto. Geniale. Primo caso in una democrazia occidentale in cui è il partito a scegliere i propri elettori, anzichè lasciare a questi il diritto di scelta.

Demagogia, demagogia, per piccina che tu sia…bastava poco per non cadere in questa ridicola situazione. Lasciar perdere le proclamazione di democrazia, perché porti alle urne un paio di milioni di persone, e dichiarare onestamente che quelle erano le primarie interne del PD e che, quindi (giustamente) erano ammessi al voto solo gli iscritti al PD. Punto, finito. Nessuna figuretta penosa e stop alle polemiche. Del resto se qualcuno avesse dubbi basta vedere gli esiti del sofisticato e geniale meccanismo di selezione dei candidati in terra reggiana: 7 su 7 persone (ottime, figurarsi) interne allle strutture politiche e amministrative del partito (2 parlamentari uscenti, 1 consigliere regionale, 1 sindaco, 1 assessore, 1 presidente Circoscrizione, 1 segretario comunale del PD). Il mondo esterno? Seguirà alle urne.

Il governo dello zio Mario ha rassegnato le dimissioni. L’ora di lezione è finita si può tornare alla ricreazione. Il buon vecchio Napo chiamò i tecnici perché i “politici” non erano presentabili, né credibili per salvare il paese dal crollo. Destra e sinistra. Buon senso avrebbe voluto che in questa ora di lezione i discoli avessero messo la testa a posto, qualcuno fosse stato cacciato, per ridare voce alla “politica”, come pomposamente si è sentito dire a destra come a sinistra in questi mesi.

Nulla. Il parlamento ha resistito fino all’ultimo, arroccato come neanche a Stalingrado, per difendere sè stesso e, a caduta, lobby, club, circoli, bocciofile, tutti impegnati e voraci a perpetuare un paese in agonia.

Perché in questo paese non funziona nulla, lo vediamo ogni giorno, dai cessi degli autogrill che non riusciamo a tener puliti, agli apparati di uno Stato che per mantenere gli inutili deve continuare ad essere inefficiente, nell’amministrazione come nella scuola, nelle forze armate come nella sanità. Eppure se solo si prova ad avviare, che so, una timida riforma delle viti e dei bulloni, ecco insorgere tre sindacati del cacciavite, due associazioni di categoria della rondella e subito un bel corteo e sciopero al grido “giù le mani dalla brugola”. Fine della riforma.

 fellini_prova_orchestra_r4_c1.jpgIn questi mesi ho ripensato ad un piccolo film dimenticato di Federico Fellini “Prova d’orchestra”: un gruppo musicale in sala prove litiga, urla, bercia, si ribella al direttore, lo esautora. Ognuno vuol dirigere a modo suo, caos completo. All’improvviso un rumore sordo, un tonfo sovrastano le grida dei professori, poi il muro di fondo dell’auditorium viene sfondato da un’enorme palla metallica che una ruspa usa per demolire l’edificio. Ecco da noi quella enorme palla è già arrivata, chiamatela crisi economica, morale, delle classi dirigenti. Ci siamo salvati, per ora, grazie allo zio Mario e ai sacrifici fatti da noi tutti ma siamo pronti già a ributtare via tutto.

Il mondo è cambiato, basta andare a Chiasso e guardare cento metri oltre ma noi ci ostiniamo in riti vecchi di un secolo (scioperi e cortei), crediamo nei complotti del capitale internazionale, promettiamo l’abolizione dell’IMU, pensiamo che basterà tirar fuori ancora soldi dello Stato (cioè da noi) per sistemare tutto e via andando. Si combatte il liberismo ma non si costruisce un’alternativa reale di società. Il vecchio Camillo (Prampolini) sapeva bene qual’era la meta poi fu sorpassato a sinistra da chi pensava che a fucilate si risolvessero le cose. Se ne sono accorti qualche milione di morti dopo. La Repubblica di Weimar fu abbattuta non solo dai nazi ma dai comunisti che volevano i soviet e disprezzavano la democrazia “borghese”. Tant’è che nel 1939 Ribbentrop e Molotov si trovarono benissimo a cena insieme. E l’Europa saltò in aria. Oggi l’Europa è il nostro cortile e la nostra speranza, ma ne siamo davvero convinti? L’ora di lezione sembra passata invano.

A destra un povero vecchio isterico plastificato urla e richiama il suo manipolo di manigoldi, puttane e ricattati contando sulla pancia oscura e melmosa di un paese da terzo mondo, qua e là incazzati in buona fede (più o meno) seguono l’ennesimo guru che fa sembrare Scientology quasi una cosa seria, al centro si aspetta la telefonata del card.Bagnasco anche per andare in bagno, un poco più a sinistra sono già pronti all’eterna gara “io ce l’ho più lungo del tuo..” (capite perché si dà poco spazio alle donne…), all’estrema si dà libero sfogo alla fantasia dadaista (“meno F35 e più asili”).

Il tutto con un contorno, per non farci mancare nulla, di nazisti della Garbatella, leghisti del rutto libero e integralisti del Sant’Uffizio.

Un bel paese, non c’è che dire. A me basterebbero anche soltanto i cessi puliti in autogrill, ma lo so, è chiedere troppo…

Dic 20, 2012 - Senza categoria    No Comments

“La Storia del mondo è passata di qui. Ora questi luoghi parlino”

intervista di Gabriele Arlotti (Redacon, 6.12.2012)         

Lungo la Linea Gotica si fronteggiarono le cancellerie del pianeta. Lo storico Massimo Storchi lancia un appello: “venendo meno i testimoni, siano i luoghi a parlare”. L’Appennino al centro della storia del ‘900 “deve ritrovare il modo di raccontare degli uomini di quindici nazionalità diverse che qui si affrontarono”. “Le montagne sono state un crocevia di libertà: qui, tra guerra e orrori, accaddero gesti straordinari”. All’orizzonte anche “possibilità di un turismo culturale, con ricadute economiche” 

In Appennino, quasi settanta anni fa, si incrociarono i destini del mondo. E buona parte delle sorti del secondo conflitto mondiale. Ma nei luoghi che contribuirono a segnare le sorti del mondo, proprio nelle nostre montagne, non resta traccia. Una “denuncia” che accogliamo alla presentazione del libro “Si accende il buio” – oggi per altro ripresa da Repubblica – per voce di Massimo Storchi, storico della Resistenza, responsabile scientifico del Polo Archivistico Comune Reggio Emilia.

Massimo Storchi, stiamo parlando di vicende delle quali restano sempre meno protagonisti…

“Sì. Ma con la progressiva scomparsa dei testimoni i luoghi assumono un ruolo centrale nella trasmissione della memoria, assumendo a pieno titolo il ruolo di una fonte storica insostituibile. Però come ogni fonte deve essere possibile esaminarli, interrogarli, valutarli, inserirli nel contesto che li ha prodotti. Il rischio è una fonte ‘muta’, incapace di trasmettere alcunché”.

L’Appennino, il tal senso, ha luoghi di forte memoria?

“Le rispondo dicendole che la nostra montagna si pone come un ‘patrimonio culturale’ di assoluto rilievo per la nostra storia contemporanea e che rimane invece una risorsa inespressa. Un gigante sonnolento e incapace di mettere in campo tutte le sue potenzialità”.

In questi luoghi durante il secondo conflitto mondiale cosa è successo?

“Negli anni della guerra e ancor più della Resistenza la montagna reggiana (nel contesto della Linea Gotica) è stata, per la prima volta nella sua millenaria storia, al centro della storia mondiale. Quello che accadeva sui nostri monti era oggetto di interesse nella cancellerie europee da Londra a Mosca e oltreoceano. Sui nostri sentieri hanno marciato, hanno combattuto e si sono incontrati uomini di oltre quindici nazionalità, lasciando un segno, nel bene (come il caso del piccolo Francesco Zambonini, fatto nascere a Case Balocchi da un soldato tedesco), come nell’orrore (la strage di Cervarolo) indelebile”.

“Le nostre montagne – prosegue Storchi – sono state un crocevia di libertà: ufficiali inglesi hanno combattuto con i nostri ragazzi, con i soldati russi, con i tedeschi disertori, con olandesi, australiani per sconfiggere il progetto nazista e fascista di schiavitù. Hanno vissuto nei nostri borghi, accolti dalle popolazioni, alloggiati nelle canoniche, quotidiani luoghi di carità. Parroci hanno dato la vita come don Pasquino o don Battista, altri hanno rischiato la propria per salvare ebrei, come don Enzo Bonibaldoni (oggi riconosciuto Giusto di Israele a Gerusalemme). Questa una storia, fatta di gesti straordinari ma anche di sacrifici piccoli e grandi dimenticati e cancellati dal tempo, sacrifici della nostra gente, dura e tenace”.

Di questa storia e della memoria che ha sedimentato cosa rimane?

“Mi chiedo se i nostri luoghi, dove è passata la storia mondiale sanno parlare a chi vuole ascoltare? Chi sa che la canonica di Febbio fu sede del comando partigiano e a pochi metri fu ucciso Luciano Fornaciari, 19 anni, medaglia d’argento? La canonica di don Pasquino resiste un terremoto dopo l’altro, ma ce ne ricordiamo solo il 25 aprile. Lama Golese era sede del ‘distretto’ partigiano, ma per trovare il monumento bisogna frugare nel bosco. Non esiste fra Bettola (con il suo monumento “muto” e il Cusna un luogo dove il turista possa leggere, trovare, capire qualcosa. Stiamo lavorando per costruire un futuro consapevole o lasceremo (per inerzia e superficialità) che il tempo cancelli definitivamente ogni cosa?”

Il rischio quale è?

“Che tra poco i vecchi non potranno più raccontare la loro vita. A noi, cittadini e storici, il compito di non disperdere questo patrimonio: ‘quello che avete udito raccontatelo ai vostri figli’. Un impegno non piccolo ma necessario da svolgere senza retorica ma con la consapevolezza della sua importanza. Non esiste il “dovere della memoria”, si può anche scegliere l’oblio, ma assumendosene poi le conseguenze”.

Oltre alla memoria le prospettive di una simile operazione capace di far parlare i luoghi quali potrebbero essere?

“In questi giorni – risponde Storchi – si sono aperte le iscrizioni ai Sentieri Partigiani del settembre 2013, in poche settimane, come nell’edizione 2012, registreremo ancora ‘sold out’. Tutto esaurito, con relativa lista di attesa. Un centinaio di giovani europei verranno sui nostri monti, percorreranno i sentieri, vedranno i luoghi. E riporteranno in Europa la nostra montagna. Si chiama turismo culturale. Cultura ed educazione civile certo ma anche legittima (e benvenuta) ricaduta economica”. (G. A.)

Dic 4, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Much ado for nothing (tanto rumore per nulla)

molto_rumore_per_nulla_09.jpgLunedì di sole in val Padana. Tutto bene quel che finisce bene. Le primarie si sono concluse con un bella partecipazione di popolo, forse un segnale positivo di recupero di parte di quel gap fra politica e cittadini di cui il belpaese ha bisogno. Belle giornate di democrazia. Bene. E io, chiederanno i miei 25 lettori? Renzi, Bersani? E prima ancora Vendola, Tabacci, Puppato? Spiacente. Storchi n.p.. Non pervenuto o, meglio, non partecipante.
Premetto che ritengo il voto un diritto troppo importante per non esercitarlo, penso solo a quanti si sono lasciati uccidere perchè noi potessimo liberamente scegliere chi ci rappresenta o, più modestamente, esprimere un giudizio, una opinione. Per questo ho sempre votato, a denti stretti, magari pensando ad altro (sempre più di frequente negli ultimi anni), ma ho votato.
Questa volta no. Domenica 25 per scelta, domenica 2 perché non mi è stato consentito.
Per scelta perché erano almeno quattro le questioni che mi tenevano lontano dai gazebo: 1. La lotta Bersani-Renzi mi sembrava troppo simile alla resa dei conti fra comunisti e democristiani e, non essendo mai stato nè uno nè l’altro, mi sembrava un segno dell’acronismo dei tempi presenti; 2. La stessa scelta di tanti personaggi (piccoli e grandi, locali e nazionali) fra B. e R. mi ricordava lo spettacolo delle formula 1 alla prima curva del GP: tutti lanciati a trovare lo spiraglio giusto per arrivare avanti e piazzarsi il meglio possibile; 3. La scelta di un candidato premier senza sapere con quale legge elettorale voteremo in primavera mi sembrava un po’ improvvisata; 4. La vaghezza dei programmi di tutti i candidati non mi rassicurava di fronte ai problemi del paese e non mi garantiva nel prosieguo dell’operazione-salvataggio avviata (pur con troppe difficoltà) dal governo Monti.
Non ho votato. Me ne sono stato a Fortezza Bastiani a scrivere, leggermi un libro e pensare alla caducità della vita. Lunedì ho visto e letto dei risultati e, chissà, forse memore del vecchio detto “Chi si estranea dalla lotta è un gran figlio di mignotta” e avendo troppa stima e riconoscenza per mia madre (che Dio la salvi nell’alto dei cieli, amen) mi sono informato come rientrare in gioco.
E qui inizia la parte divertente, gogoliana (le anime morte) o pirandelliana (il gioco delle parti). Cronistoria per l’inclito pubblico: martedì incontro 3 augusti esponenti del PD locale, compreso il leader dei renziani e chiedo loro lumi. Che devo fare per votare al ballottaggio? Si guardano in viso come avessi chiesto l’IBAN di Marchionne. Boh, non so, chissà… Vado a consultare il sito del locale PD e trovo la risposta: “Chi non ha votato il 25 e non è registrato potrà farlo solo nelle giornate del 29 e 30 presso le locali Federazioni”. Bene, giusto, logico. Un amico mi tranquillizza: on line c’è anche un video di Berlinguer (garante dei garanti) che conferma la stessa cosa. Solo due giorni e in luoghi limitati. Penso che un elettore mancato di Collagna non sia comodo venire fino a Reggio in giornate di lavoro, ma chi se ne frega, io abito in centro…
A questo punto parte una giostra che nemmeno Faydeau avrebbe immaginato. Si vota sì, no non si può, c’è la delibera, la controdelibera. E poi l’epifania, la rivelazione, il verbo si incarna ed il logos promana tutto il suo potere. Potrà votare solo chi, registrandosi nei giorni suddetti, porterà la “giustificazione” per l’assenza alla prima tornata. “Giustificazione” da presentare a tre “garanti” che valuteranno se accettarla o no.
Leggo e rileggo il testo della rivelazione. Anche Saulo, caduto da cavallo e rialzatosi, impiegò qualche giorno per riprendersi dalla cecità e capire cos’era accaduto sulla via di Damasco, figurarsi il povero Storchi.
Penso e ripenso e capisco una cosa: io che avrei voluto essere elettore del centrosinistra, ma non sono iscritto nè a Pd, SEL o PSI avrei dovuto presentarmi davanti a tre signori, espressi da questi partiti, per “giustificarmi”. Tre signori che non rappresentano nulla, anzi meno. Sia chiaro, non parlo delle tre persone (che pure conosco) ma del ruolo, della loro funzione. Presentarmi per “giustificarmi” di una scelta personale, libera e democratica? L’ultima volta che ho presentato una “giustificazione” correva l’anno 1973 e rimasi a casa per 25 giorni dal Liceo per polmonite. La mia mamma scrisse “motivi di salute” e tornai in classe (con relativo certificato medico). Ma ora? Giustificarmi? Ma se non mi giustifico nemmeno con mia moglie, vista la fiducia che regna fra coniugi!
Da piccolo storico di provincia mi viene in mente il febbraio 1951 quando, dopo lo strappo di Valdo Magnani, i compagni furono convocati davanti a una Commissione per ribadire la loro incrollabile fedeltà al partito e all’idea. 61 anni fa.
Mentre sono preso in queste considerazioni leggo cose meravigliose: un onorevole (nostro dipendente a caro prezzo) insulta che non si è registrato e poi ha cambiato idea; mi accorgo di essere divenuto ufficialmente un leghista-forzaitaliota-infiltrato; amici mi dicono compunti “le regole sono regole e non si cambiano” (Berlinguer manco lui le sapeva le regole?). Poi un amico un po’ più paziente e pietoso mi spiega che si tratta di difendere la sinistra dai nemici occulti della reazione in agguato, dai servi del neoliberismo che vogliono picchiare gli operai, togliere la pensione alle vecchiette e comperare gli F35.
Cionfoli! E io che avevo solo cambiato idea e mi sarebbe piaciuto dare il mio contributo alla scelta del (forse) leader! Vedi che roba la vita, ti distrai un attimo e ti trovi con la camicia nera addosso!
Ultima ratio tento la registrazione on line, motivazione che inserisco nella casellina “motivi di lavoro” (ma potevo scriverci “capperi miei”?), entro sabato mi faranno sapere…Ma sabato mi arriva una mail minacciosa:

Ricordiamo che solo il Coordinamento Provinciale “Primarie Italia Bene Comune” di Reggio Emilia può autorizzare la straordinarietà dell’iscrizione al ballottaggio del 2 dicembre.
Se non riceve l’accoglimento positivo della sua richiesta dal suddetto Coordinamento Provinciale, non è autorizzato al voto del ballottaggio in base all’art. 14 del regolamento per le Primarie approvato dal Collegio Nazionale Garanti il 19 ottobre 2012.
 
IL COORDINAMENTO PROVINCIALE DI REGGIO EMILIA
 
Sveno Ferri
Franco Ferretti
Silvio Prampolini 

Aargh. Era finita. Respinto. Bocciato. La prima reazione è stato il gesto di Alberto Sordi ne “I vitelloni”, poi, riflettendo con più calma e cercando meglio le parole mi è sgorgato dai precordi un reggiano “mo’ va’ a caghèr!”. Ho passato una domenica tranquilla in famiglia, leggendo un buon libro, dopo una santa messa in quel di Pratofontana.
Lunedi mattina apprendo di essere stato in buona compagnia: noi reprobi abbiamo sfiorato le 125.000 unità. A Reggio sono stati “giustificati” appena più di un centinaio (avevano conoscenze, si sono giustificati meglio? Sono stati convincenti nella loro autocritica?). Comunque i respinti sono stati il 4% dei votanti, fra Bersani e Renzi lo scarto è stato di oltre 30 punti percentuali. Come dire: Tanto rumore per nulla. Si potevano accettare tutti i reprobi e non sarebbe cambiato nulla (ammesso che tutti, io per primo, avessimo votato Renzi). Non ci sarebbero stati casini e il PD non avrebbe fatto una solenne figura di guano, anzi di merda del Volga.
Morale della vicenda? La deducano i miei 25 lettori. Per parte mia garantisco, per rispetto a chi si è sacrificato per noi, di votare sempre. Anzi aspetto le prossime primarie per la scelta dei candidati e stavolta mi registrerò il primo minuto della prima ora, con inchiostro indelebile e mano ferma. Ma, poco ma sicuro, comunque vada il mio voto dovranno sudarselo, tutto e intero.

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