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Nov 16, 2012 - Senza categoria    No Comments

Zagrebelsky: “I valori della Costituzione”

La democrazia dei 5 Stelle è inganno. La tecnica non basta a governare un Paese. Il logoramento è sfociato in astensionismo e violenza. La domanda ora è: siamo ancora in tempo per rimediare?

di CARMELO LOPAPA

ROMA – “Intorno a noi, vuoto politico. Ci voleva tanto a capire che la tecnica non basta a governare un Paese? Il governo tecnico poteva essere una medicina, ma la parola avrebbe dovuto riprendersela al più presto la politica. Ci voleva tanto a immaginare il logoramento che si sarebbe determinato: astensionismo, violenza, rifugio in forme di protesta elementari, prepolitiche? Siamo ancora in tempo per riprendere in mano politicamente la situazione, o non siamo più in tempo? Questa è la domanda”. C’è preoccupazione nella riflessione di Gustavo Zagrebelsky. Nel “Manifesto di Libertà e Giustizia”, da lui appena elaborato, viene indicata una possibilità, singolarmente consonante con quanto scrive Salvatore Settis nel suo ultimo libro che porta il sottotitolo “ritornare alla politica, riprendersi la Costituzione”.

Come affrontare l’emergenza, professore, ora che le piazze italiane somigliano a quelle di Atene e Madrid?
“Innanzitutto, invito a distinguere. Come sempre nei momenti di crisi, una parte della società sta a guardare, cercando di difendere posizioni e privilegi, per poi, eventualmente, schierarsi col vincitore. All’opposto, par di vedere atteggiamenti – alimentati da parte della stampa – schiettamente nichilistici: distruggiamo tutto, poi si vedrà. Infine ci sono coloro che comprendono e vivono le difficoltà del momento e non aspettano altro che potersi identificare in qualcosa di nuovo, per muovere in una direzione costruttiva.

 

Tra questi, ci sono, oggi, molti passivi, solo perché non si mostra loro come e perché possano rendersi attivi”.

Per la verità il Movimento 5 Stelle Grillo sembra, eccome, svolgere una funzione mobilitante.
“Sì. Ma bisogna onestamente dire che non sappiamo come e verso che cosa questa mobilitazione s’incanalerà. Non sappiamo se c’è un rapporto causa-effetto nella circostanza che, in Italia, dove esiste il M5S, non abbiamo avuto (finora?) l’esplosione di movimenti d’ultra destra, razzisti, nazionalisti. Se il rapporto c’è, dovremmo essere grati. Ma non conosciamo quale sarà l’esito: potrà costruire qualcosa o sarà votato alla distruzione? Su questo punto, sarebbe bene che i suoi sostenitori si ponessero domande fondamentali”.

Si riferisce all’assenza di programma?
“No. Il programma c’è e non si può dire che sia più vuoto di quello di tanti partiti. Ma io penso ad altro, alla concezione della democrazia”.

Che vuol dire?
“La democrazia del M5S vuole essere, attraverso l’uso della rete, una forma di democrazia diretta. Ma si dovrebbe sapere che la democrazia diretta come regola è solo la via per il plebiscito. L’idea della sovranità del singolo, il quale versa la sua voce nel calderone informatico, è un’ingenuità, un inganno. Su questo punto, il movimento di Grillo dovrebbe essere incalzato. Invece di scagliare vuote parole come “antipolitico”, si dovrebbe spiegare che cosa è una forza politica basata sulla rete: democrazia diretta, sì; ma diretta da chi? La rete informatica può facilmente essere una rete nelle mani di uno o di pochissimi. Il leaderismo del periodo di Berlusconi si nutriva almeno di pulsioni populiste. Qui, il controllo dall’alto, a onta dei bagni di folla puramente spettacolari, si prospetta come un algido collegamento – nemmeno definibile rapporto – telematico”.

Vuol dire che diventerebbe una democrazia eterodiretta?
“La logica parlamentare consiste nel dialogo e nel compromesso. Quando una spina di – si dice – centocinquanta deputati diretti dal web sarà piantata in Parlamento, che ne sarà di questa logica? La nostra democrazia rappresentativa già fatica, anche a causa dei tanti “vincoli di mandato” che legano i deputati a lobbies e corporazioni. Che cosa succederà in presenza d’un gruppo consistente che, per statuto, deve operare irrigidito dalla posizione che è in rete: o sarà ridotto all’impotenza, o ridurrà all’impotenza l’istituzione parlamentare”.

Quale alternativa offrite col “Manifesto di Libertà e Giustizia”?
“Può sembrare un ritorno all’antico. È la Costituzione. Non è una parola vuota, ma svuotata. Sono decenni che la si vuole cambiare e, con ciò, s’è dato da intendere che è superata. Invece non è affatto superata. La Costituzione non contiene la soluzione dei nostri problemi, ma la direzione da seguire per affrontarli. E questa traccia è contenuta nel più elevato, nel più pensato, nel più denso di consapevolezza storica tra i documenti politici che il popolo italiano abbia prodotto”.

Può fare qualche esempio?
“Basta scorrerne gli articoli, a partire dall’articolo 1, dove si parla del lavoro – non della rendita, non della speculazione, nemmeno della proprietà (che pure è riconosciuta e tutelata) – come fondamento della Repubblica. Non mi faccia fare un elenco. Ma voglio solo ricordare l’importanza che la Costituzione attribuisce alla cultura (non alla “tre i”) e alla scuola (pubblica), come premesse, o promesse, di cittadinanza”.

Nel confronto tv per le primarie, nessun candidato del centrosinistra ha inserito nel suo Pantheon personaggi della fase costituente. Che dire?
“Sciocca la domanda (non la sua, ma quella del conduttore), e sciocchissime le risposte. Invece di qualcuno che abbia a che fare con la loro formazione politica, con la propria identità, hanno evocato dal nulla nomi di degnissime persone, Papa Giovanni, Mandela, Martini… Io avrei potuto, allo stesso titolo, dire Giovanna d’Arco. Si è speculato sull’alta dignità di uomini assenti che avrebbero potuto dirti: ma come ti permetti d’utilizzarmi per farti bello, anzi per farmi fare da specchietto per allodole? Vuote e piuttosto ridicole parole”.

Nel vostro Manifesto, c’è, appunto, un atto d’accusa contro le “parole vuote” della politica.
“Sì. Il Pantheon suddetto appartiene alle parole vuote. Ma poi riforme, innovazione, giovani, condivisione, merito, e tante altre. Qualcuno è contro i giovani? Qualcuno e per il de-merito? Bisognerebbe, per non inzupparci di parole inutili, seguire questo criterio: ciò che è ovvio, non deve essere detto”.

Vi obietteranno che rischia di esserlo anche la fase costituente.
“No, No! Non “fase costituente”, ma “fase costituzionale”!”.

Ci spieghi.
“Vuol dire riportare la Costituzione al centro. Vorremmo un partito che dicesse: il mio programma è la Costituzione, il ripristino della Costituzione, nella vita politica, nella coscienza degli italiani: uguaglianza, libertà, diritti civili senza veti confessionali o ideologici, partiti organizzati democraticamente. Qualcuno dei nostri politici sa quale entusiasmo si suscita quando si parla di queste cose con la passione che meritano? E quale senso di ripulsa, invece, quando si parla dei partiti?”.

In questi tempi, in effetti, pare che tutto ciò che i partiti toccano si trasformi in rifiuto.

“Non bisogna generalizzare. Anzi, occorre aiutare a distinguere. Per questo, se un partito “toccasse” la Costituzione in modo corretto, per farsene il manifesto, ne uscirebbe nobilitato. Aggiungo: se lo facesse in modo credibile, otterrebbe una valanga di voti. Nel referendum del 2006, quasi 16 milioni di cittadini hanno votato per la difesa di questa Costituzione, contro le improvvisazioni costituzionali, magari coltivate per anni, ma sempre improvvisazioni”.

 La Repubblica, 16.11.2012

Il sito di L&G: http://www.libertaegiustizia.it/

Nov 15, 2012 - Senza categoria    No Comments

Cataplasmi e antibiotici

 

farmacopea.jpgCataplasma: Poltiglia di sostanze vegetali cotte che, avvolta in garze, veniva posata su una parte del corpo a scopo curativo”, ci dice il dizionario della lingua italiana Sabatini-Colletti. Il cataplasma era uno dei rimedi tipici per i malanni dei nostri (bis) nonni: un raffreddore? Un bell’impacco. Reumatismi? Idem. Risipola, scrofola? Un cataplasma e via così. Oggi usiamo altri metodi un poco più scientifici (sì, vabbè, c’è anche chi usa rimedi omeopatici ma quella è un’altra storia..). Magari un antibiotico in un’infezione serve più che un cataplasma, o un anticoagulante è meglio che una sanguisuga applicata dal cerusico di turno.

In questi giorni mi sono tornati in mente i cataplasmi perché mi sono trovato davanti la proclamazione (e svolgimento) dell’ennesimo sciopero. E’ mai possibile usare ancora strumenti di lotta ottocenteschi nel XXI secolo? Lo sciopero e il corteo? Roba da Pellizza da Volpedo al tempo di twitter. E poi quale sciopero? Sciopero generale che nessuno se n’è accorto (perché il 14 era tutto aperto e tutto funzionava) e quali cortei? Cortei finiti malissimo, a botte con la polizia e con risse colossali fra fazioni interne come a Torino, Padova, Roma?

Cortei come momento di autorassicurazione, terapia di massa alle sfighe comuni? Piazze piene urne vuote, avvisava il buon Palmiro. Ma è possibile difendere i diritti di chi lavora (e i loro doveri) pensando a qualcosa di meno inutile e autolesionista? Dopo lo sciopero e i cortei è cambiato qualcosa? Siamo più vicini all’Europa o alla Grecia?

Lo so, qualche mio solerte lettore mi accuserà al solito di essere ormai un NdP (nemico del popolo) a tempo pieno ma davvero dover leggere oggi le cronache degli incidenti di ieri e della irrilevanza dello sciopero appena svolto mi da una grande tristezza. Non basta essere convinti dei propri diritti, o essere esasperati per cambiare le cose. L’incazzatura senza un’idea resta tale e di idee non se vedono. Sto parlando di idee vere e realizzabili, roba rara in questi tempi grami. Di una visione del mondo che abbia qualche chance di diventare vera e reale, che tenga conto che il mondo è cambiato senza di noi e che corriamo il rischio di essere trascinati via da una corrente tanto forte quanto incomprensibile se continuiamo ad usare metodi, idee e categorie di un secolo e mezzo fa. O qualcuno pensa che sfasciare un po’ di vetrine e dare qualche cazzotto serva a creare posti di lavoro? Qualcuno trova normale accogliere, anziché cacciare a pedate, gente che si presenta con maschere, passamontagna e caschi a manifestazioni come quelle di ieri?

Ieri, invece, si poteva/doveva inventare qualcosa per esprimere a livello europeo (e con uno “stile” europeo) la voglia di cambiamento, di futuro. Si è finito con il solito tragico spettacolo di botte, lacrimogeni, gente picchiata e la cronaca di oggi ha già dimenticato il perché quelle piazze europee erano piene ma ricorderà, ancora per qualche giorno, quelle botte, quei lacrimogeni. Politicamente una completa waterloo. Bene, bravi. Evviva.

E poi ci troviamo un comico che minaccia di arrivare al 20% dei consensi buttando lì quattro chiacchiere da bar o da forum di smanettoni da PC e rimaniamo lì senza sapere che fare, ancorati ai nostri cari vecchi cataplasmi, ai nostri cortei, ai nostri documenti programmatici, alle nostre manifestazioni che ci fanno tornare giovani per mezzora e ci lasciano poi esausti e frustrati per il resto del tempo. Quello accaduto ieri mi fa quasi superare il profondo scetticismo circa le future primarie, che restano almeno, se non il metodo per indicare il futuro presidente del consiglio (visto la nuova porcellinata elettorale che si prepara), un momento di democrazia diffusa e pacifica, per persone che vogliono discutere e pensare a cosa fare domani in termini di diritti/doveri, senza sanguisughe e cataplasmi, ma anche senza condannarsi all’eterno infantile antagonismo che rimane appollaiato come la classica scimmia sulle spalle di tanta sinistra italiana.

Nov 6, 2012 - Senza categoria    No Comments

Primarie sì, primarie no..

pr-4486-img-Primarie1.jpgQualche volta mi sento proprio solo: non riesco ad essere contemporaneo al mio tempo. Primarie, si, primarie no, vota quello, vota l’altro. “Tu con chi stai?” mi chiede l’amico. E se io non stessi, e basta? Questo agitarsi prima delle primarie mi ricorda-da vecchio appassionato di Formula1-le vetture in pista nel giro di ricognizione: tutte a sterzare, schivare, accelerare, frenare per scaldare le gomme per la partenza. Per piazzarsi al meglio per il futuro, per essere sul carro del vincitore o avere il riconoscimento del posto di consolazione per lo sconfitto. Così per le primarie, chi bersa, chi renza, chi venda, chi puppa, ma poi per fare cosa? Cosa vogliamo in economia? Rapporti con l’Europa? Proseguiremo la cosiddetta “agenda Monti” o torniamo alla santa bisboccia? Avremo Fassina ministro dell’economia? Ribalteremo il sistema educativo o cancelleremo anche le poche timide riforme fatte in questo anno?

Chiedo scusa ma non l’ho capito, colpa mia. Schierarsi per cosa? Per avere un posticino poi? Con l’idea morettina “mi si nota di più se vengo..o mi si nota di più se non vengo..”? Lo so, non sono un raffinato politico ma ho provato a leggere i “documenti programmatici” E li ho trovati prolissi, pieni di tecnicismi e sindacalismi ma soprattutto non all’altezza delle crisi in cui siamo immersi. Documenti buoni, per l’amor di Dio, ma “tiepidi”, incapaci di dare una svolta reale alle varie questioni. Si lima un po’ là, si raddrizza un po’ qua. Certo come alternativa alla barbarie da bordello del berlusconismo era un bel passo avanti, ma in un anno il tempo è corso molto più veloce e quelle proposte sono invecchiate tanto da ricordare il programma prodiano, 200 pagine di bei propositi, sfumati in un pomeriggio. In un anno il mondo è cambiato, ce ne siamo accorti?

Vedo intorno una crescente desertificazione politica che alimenta fenomeni inquietanti come il grillismo, un movimento in bilico fra demagogia del terzo millennio (il mito della “democrazia diretta”) e Scientology. Ma sarebbe ingenuo prendersela con l’effetto e trascurare la causa. I partiti tradizionali, compresi quelli che adesso chiamano alle “primarie”, hanno avuto anni per cambiare, salvarsi, accorgersi di quello che stava accadendo e porre un rimedio. Zero. Nulla. Hanno continuato ad occupare tutto l’occupabile, a divorare il divorabile. Inamovibili: anche fra Cusna e Po abbiamo eletti che sono in giro dagli anni settanta. 35 anni di politica politicata. C’era ancora il muro, Breznev, doveva ancora uscire la Fiat Uno. Ancora lì.

Prendersela con Monti o la Fornero è, oltre che sciocco, anche antistorico. Abbiamo votato la peggior classe dirigente europea, per ignavia, quieto vivere o tornaconto. Abbiamo goduto tutti, chi pochissimo, chi poco, chi molto di un sistema che dava qualcosa a tanti, pensioni ai poveracci, evasione ai ricchi. Basta pensare al mondo della scuola, come ho accennato in un altro post di qualche giorno fa. In fondo è proprio come a scuola: non si studia, si va in giro, si gioca a pallone. Poi un giorno il professore ti interroga e ti da quattro. Che si fa? Ci si mette a studiare? Nooo, è chiaro: “il professore ce l’ha con me, è d’accordo col preside, con provveditore, col ministro, con Dio e chissà altri per colpire me, proprio me”. Italia 2012. Un paese in crisi totale per mancanza di classi dirigenti all’altezza: politiche, economiche, sindacali, religiose.

E ora dovremmo andare alle “primarie” per scegliere un candidato per elezioni in cui non avremo (al 80%) una nuova legge elettorale, in cui nessuno (alleanze ancora ignote a parte) avrà abbastanza voti per garantire un governo stabile e si rischia che metà degli elettori stia a casa? O stare a casa e votare sul web, le primarie virtuali per mandare a governare chi? Tanti giovani volenterosi e in buona fede, telecomandati dal capo della setta?

Lo so, il quadro non è consolante né in sede nazionale né sulle rive del Crostolo (ma questa è un’altra storia..). Del resto il mondo gira come vuole, domani sapremo se Obama sarà ancora presidente o se-eletto Romney-venerdì Israele attaccherà l’Iran, nel qual caso andare sì o no alle “primarie” sarà l’ultimo dei nostri problemi…

 

Ott 24, 2012 - Senza categoria    No Comments

Modesta proposta scolastica

pallottoliere.jpgSo cosa sto per fare: in un attimo mi gioco alcune decine di lettori stipendiati da Profumo. Ma tant’è, stimo troppo chi fa seriamente il mestiere di insegnante per credere che proprio tutti mi toglieranno il saluto.

Giornate di polemiche, 18 ore, no 24, sì. No. Mah…

Osservo che solo due professioni a me note sono “a vita”: il sacerdote e l’insegnante. Vero è che per entrambe sarebbe richiesta la “vocazione” (o quanto meno fortemente consigliata) ma resta comunque il problema. Come genitore ho avuto esperienza, con i figli più giovani ancora in corso, di maestre, professori di ogni ordine e grado. Mi guardo bene dal generalizzare, parlando di “insegnanti”, come per i tubisti, gli storici o i maniscalchi, nella categoria c’è di tutto: l’ottimo, il pessimo, molto di frequente il mediocre.

Il problema è in quel lavoro “a vita”. “Semel abbas, sempre abbas”. Ottimo, pessimi, mediocri. Tutti uguali. Inamovibili. Una volta entrati nel tunnel dell’insegnamento, niente e nessuno, né Cesare né Dio potrà fare nulla. Come se il loro compito fosse quello di un qualunque guardiaporte e non quello, fondamentale, di educare, formare, costruire cittadini, prima ancora che persone in grado di affrontare il loro futuro di lavoro con un minimo di consapevolezza.

Una società avveduta selezionerebbe spietatamente chi dovesse svolgere un simile ruolo di costruttori di futuro. Premierebbe gli ottimi, caccerebbe i pessimi, stimolerebbe i mediocri e in caso di fallimento li accompagnerebbe alla porta. Insegnare non è obbligatorio, il reclutamento non è mai stato fatto manu militari dalle forze dell’ordine, ma è stato il frutto di una scelta. E qui nasce il primo problema: quante volte quella scelta è stata compiuta “perché non c’era altro da fare”? Perché gli sbocchi professionali di troppe facoltà non davano altre chance? Si è diventati insegnanti così”per caso”, “in attesa” di qualcosa che non è mai arrivato.

Poi, a chiudere un cerchio diabolico, si è saldato, negli anni, un patto scellerato fra Stato ed insegnanti, fra ministro della P.I. e docenti, fra potere democristiano e dipendente pubblico. “Tu fai quello che vuoi, io non ti controllo, ma ti ricordi di me nell’urna elettorale”. Nella I Repubblica due ministeri rimasero sotto il controllo della DC per decenni: gli Interni e la P.I. (solo nel 1979 Spadolini, laico, ricoprì tale carica strategica). Un caso? Non credo.

Così negli anni si è andato sedimentando il corporativismo più resistente e stolido. E’ esperienza condivisa aver avuto la fortuna di incontrare qualche insegnante in gamba affogato in un marea di mediocri e pessimi. Tutti uguali, tranne che nel ricordo, ma può bastare? Perché le istituzioni sono fatte, in gran parte, da persone e le scuole più che ogni altra struttura, quante occasioni perde uno studente incontrando un insegnante mediocre/pessimo? E dobbiamo pensare ai più deboli, quelli che hanno come unica occasione nella loro vita proprio la scuola, perché non hanno mammina e papino pronti a pagare lezioni, corsi e poi master e simili.

Perché allora rimanere chiusi in una corporazione ormai indifendibile? Ricordo il povero Berlinguer quando provò ad introdurre qualche timido cambiamento, ad esempio l’insegnamento della storia contemporanea come nocciolo centrale del percorso formativo. Fu linciato dagli stessi insegnanti “progressisti”, toccati nella loro “professionalità”, “autonomia didattica”, etc.. Schierati a sostenere quanto fosse indispensabile che lo studente si concentrasse sulla fase svedese della Guerra dei 30 anni (1618-1648), piuttosto che sul dibattito alla Costituente o sulla Guerra dei 7 giorni (1967) per garantire una “formazione” completa.

Adesso, dopo la desertificazione situazionista della Gelmini, la proposta di aumentare le ore di insegnamento. Ira, proteste. Sciopero (con partecipazione quasi irrisoria).

Come coniuge di un insegnante di scuola primaria conosco la quotidianità del docente, come storico conosco bene il crollo di valutazione sociale del ruolo dell’insegnante. Allora lancio una prima modesta proposta: amici insegnanti, di fronte alle accuse volgari e stupide di “lavorare poco”, la risposta esiste: richiedete, con decorrenza immediata, che nelle scuole siano installate, come in tutti i luoghi di lavoro, le macchinette marcatempo.

Entrate alle ore 8 e passate il badge, fate lezione, correggete compiti, preparate le lezioni. A scuola, non sul tavolo di cucina. Finiti i vostri incarichi, timbrate e uscite. Liberi di tornare alla vostra vita. A fine giornata ognuno avrà le sue ore svolte, certificate e garantite. Come in ogni ambiente di lavoro. Lavoro vero. Non il part-time cui ora siete destinati/abituati/costretti. Del resto che apprezzamento sociale può avere, appunto, un lavoro part-time? Se siete insegnanti a vita, siatelo anche a tempo pieno. Ma con valutazioni serie, periodiche, sul vostro lavoro da parti di veri dirigenti, non insegnanti riciclati a funzioni direttive non si sa su quali basi.

Ed infine la soluzione/selezione finale per cercare di accrescere gli ottimi e diminuire (se non eliminare) i mediocri/pessimi:

  1. Abolire i concorsi alle cattedre. Ma selezionare con corsi/esami solo la capacità, titoli e disposizione all’insegnamento;
  2. Ogni istituto scolastico stipuli contratti individuali a tempo determinato con i docenti, così selezionati, con compenso proporzionale alle capacità ed efficacia pedagogica e professionale. Ovvero si premi il merito, l’impegno, la capacità.
  3. I migliori verranno cercati, messi a contratto e adeguatamente stipendiati, i mediocri e i pessimi resteranno senza lavoro e (finalmente) andranno a fare altro nella vita con sicuro beneficio dei nostri figli e della società futura.

Lo so, è una proposta antisindacale, da “nemico del popolo”, ma ricordo che il buon Romanone Prodi ricordava che solo ad una generazione alla volta è ammesso essere stupidi. Il nostro turno l’abbiamo già malamente svolto, non sarebbe ora di cambiare?

Ott 2, 2012 - Senza categoria    No Comments

Il patto di Katharine (stasera)…

Martedi 2 ottobre

Biblioteca S.Croce, via Adua

ore 20,30

3558447204.jpgIl Gruppo di lettura “Una pagina a caso” presenta
Il patto di Katharine. Gli strani casi di Dario Lamberti
di Massimo Storchi – Aliberti edizioni.
Alla presenza dell’autore

Aperitivo offerto dal Circolo La Paradisa di Massenzatico

Set 10, 2012 - Senza categoria    No Comments

Que serà, serà…

DAY429216.jpgQue serà, serà…What ever will be, will be, the future is hard to see, que serà, serà. Cantava Doris Day in “L’uomo che sapeva troppo” (A.Hitchcock, 1956). E più o meno le cose sotto il cielo restano immutate. Non farò considerazioni politiche, non ne capisco niente, ci sono grandi esperti per questo. Però. Quando il gen.Aureliano Buendia di Gallipoli (quello che fece 33 rivoluzioni e le perse tutte) dichiara, con la solita aria stronfia: “Basta governi tecnici, adesso tocca alla politica!”, beh, mi corre un brivido per la schiena e, istintivamente, mi concedo una toccatina scaramantica.

Lo zio Mario-Paperone arrivò perché i nipotini Qui, Quo e Qua ne avevano combinate di tutti i colori, svuotato le casse, fatto debiti con tutta Paperopoli e oltre, gozzovigliato e cazzeggiato allegramente convinti che la cuccagna sarebbe durata all’infinito. E’ arrivato Zio Mario e tutti zitti, contriti, lacrimuccia sul ciglio. Non potendo fare altro hanno accettato la ricetta dura e così niente dolce a fine pasto, niente settimana bianca, auto blu addio. Hanno accettato, convinti italianamente che “ha da passà a nuttata”, per tornare poi alla solita baldoria, appena quella borsa di zio se ne fosse andato. Bene. Cioè, mica tanto. Adesso dovrebbe tornare la politica. Giusto. Ma questa affermazione mi suona tanto come gli appelli papali “Bisogna essere buoni..”, o quei proclami sentimental-pacifisti del tipo “mai più guerre”. Figurarsi se non si è d’accordo: chi sosterrebbe il contrario (anche se son convinto che certe guerre vadano fatte)? Ma sono frasette vuote se poi non le portiamo dal cielo alla polverosa terra.

Deve tornare la politica. Ma fatta da chi? Dagli stessi Qui, Quo, Qua che hanno scassato lo Stato per 20 anni? Convertiti? Pentiti? Contriti? Hanno visto la luce? Sono sempre gli stessi da 40 anni in qua e ora dovremmo credere a cosa? Manco sono stati a Lourdes per supporre un intervento celeste.

Non so se meglio Bersani o Renzi. Non ne capisco nulla di politica-politicata, però mi sembra che almeno Renzi potrebbe essere un bel pretesto per far finta (forse) che le cose siano cambiate. Mandati a casa gli stanchi eroi di tante battaglie perse magari qualche giovinotto ci sarà, pronto a perdere ancora, ma almeno con un poco più di voglia di cambiare e, comunque, qualcuno può pensare ancora di ritrovarsi Uolter in giro? O Marini? O Rutelli redivivo? Violante, etc….?

Da un paese così poteva nascere un fiore? E’ vero che dal letame qualcosa salta fuori ma Faber non ha fatto in tempo a vedere questa Italia, altrimenti altro che “Domenica delle salme…”.

E anche la democrazia diretta del web è durata lo spazio del mattino. Facile da immaginare: se pensiamo-come bimbi entusiasti della playstation-che il web sia la democrazia si finisce poi nelle mani del padrone del server che decide lui cosa sia la “vera” democrazia. Avevamo avuto un movimento sessual-popolare, ci mancava un movimento eterodiretto-commercial-mediatico. E in mezzo tante persone in buona fede che vorrebbero fare, partecipare, ma si trovano sempre ad avere a che fare con imbonitori, dementi, urlatori e venditori di tappeti usati (male). Ma queste persone, spesso “usate” e tradite, sono anche il segnale allarmante di una sostanziale debolezza di cultura civica. C’è molto da lavorare per creare una solida cittadinanza se qualcuno cade nella trappola del “web come democrazia diretta” e scambia il mezzo per la sostanza. Attacchiamo, come è giusto, i demagoghi e i populisti, ma ci scordiamo poi di lavorare seriamente per far maturare le loro potenziali vittime: la gente, il popolo, cioè noi.

Que serà, serà…

 

 

Set 8, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Wikipedia e la “verità” sul web: il caso Panitteri

Philip Roth chiede a Wikipedia di modificare alcune informazioni sulla pagina a lui intestata, perchè false, e Wikipedia rifiuta di intervenire rispondendo che “Capiamo l’argomentazione che l’autore è la massima autorità sul suo lavoro, ma le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie». http://www.lettera43.it/cronaca/roth-lettera-aperta-contro-wikipedia_4367563864.htm
Meraviglioso. Questa è la democrazia del web, alla faccia dei nostri entusiasti seguaci di Grillo che scambiano il mezzo per la sostanza.

Anche nel mio (molto) piccolo ho avuto esperienza di questo paradosso basato sulla demagogica uguaglianza delle fonti. Perchè è corretto confrontare varie fonti in merito a una questione ma non possiamo pensare che tutte le fonti siano uguali, affidabili e fondate. Ogni fonte, in quanto tale, va considerata, valutata ed utilizzata in base alla propria attendibilità. Philip Roth è nato il 19 marzo 1933. Ma se un’altra fonte dicesse invece 14 marzo? Wikipedia sospende la notizia? O indicherà anche l’altra ipotesi perchè “le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie”?

Dicevo della mia piccola esperienza nel mondo wikipediano. Potete ricercare il nome “Francesco Panitteri” (1921-1990), fascista trapanese etc.. Cosa c’entra? Panitteri lo incontrai negli atti della Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia, processato in contumacia quale co-responsabile della condanna a morte di don Pasquino Borghi e dei suoi (30 gennaio 1944). Fra quelle carte esiste la Sentenza della Corte (dic.1946), in cui si condanna il Panitteri e Armando Dottone a 24 anni di reclusione. Sentenza in nome del popolo italiano. Documento reale e consultabile da chiunque voglia. Perchè Panitteri e Dottone? Perchè il Capo della Provincia Enzo Savorgnan il pomeriggio del 29 gennaio 1944 convocò nel suo studio il proprio segretario (Panitteri), il proprio medico (Dottone) e il segretario del PFR locale Wender e decise la fucilazione all’alba del giorno dopo dei 9 antifascisti. Non ci fu alcun processo, nessuna parvenza di legalità. Quattro persone decisero e basta. Panitteri poi, con ammirevole zelo, si incaricò di formare il plotone d’esecuzione e di presenziare alla esecuzione.

Al momento della condanna di Panitteri e Dottone (contumaci perchè fuggiti da Reggio in tempo utile) Savorgnan e Wender erano già stati uccisi dai partigiani, il primo a Varese il 28 aprile 1945, il secondo a Concordia il 22 marzo del medesimo anno.

Bene. Si fa per dire, perchè Panitteri e Dottone non scontarono mai un giorno di carcere, condannati in contumacia furono AMNISTIATI nell’aprile 1946. Per una volta la verità giudiziaria coincide con la verità storica. Basta consultare gli atti.

Invece su Wikipedia le cose non vanno così (http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Panitteri) perché nonostante abbia tentato più volte di modificare la voce e mi sia rivolto al sig.Wikipedia in persona, a Trapani c’è un gruppo di fascisti che si ostina a modificare la voce a loro uso e consumo. Basta leggere [oggi, 8.9.2012]:

Evaso in agosto dal campo, si diede alla latitanza e venne processato in contumacia dalla Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia nel dicembre 1946 per aver fatto parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI. Condannato con Armando Dottone a 24 anni di reclusione,[6] venne assolto, sempre in contumacia, con formula piena in appello dalla Corte d’Assise di Reggio Emilia nel 1948, assieme al giudice Dottone.[7]

Panitteri non fu imputato per aver fatto parte del Tribunale Speciale.., ma per essere stato responsabile della fucilazione di 9 persone mai processate e fu amnistiato e MAI assolto con formula piena dal Tribunale di Reggio Emilia (del resto si concede l’amnistia a qualcuno assolto con formula piena?). Tutte informazioni basate su una fonte documentaria inoppugnabile (atti giudiziari dei processi). Ma per Wikipedia questo vale esattamente quanto un’altra fonte “secondaria” che dica il falso. Questa è la democrazia del web, bellezza!

Aggiungo un altro particolare sulla triste vicenda. Ancora su Wiki si legge:

[Panitteri] “Il 29 gennaio del 1944 ricoprì l’incarico di pubblico ministero del tribunale speciale straordinario e in uno dei processi chiese, in qualità di pubblico ministero, la condanna a morte di don Pasquino Borghi e altri otto partigiani, tra i quali l’anarchico Enrico Zambonini[4].”

E se consultate la nota [4] a fondo pagina troverete questa chicca:

“Gli altri partigiani erano Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini e Ferruccio Battini, i quali furono trovati nascosti in chiesa,e dopo un conflitto a fuoco furono fatti prigionieri, processati, furono fucilati il giorno seguente a San Prospero Strinati, il quartiere di Reggio Emilia dove esisteva il poligono di tiro.”

I 7 antifascisti furono arrestati nelle loro case a Correggio e Rio Saliceto nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 1944 per rappresaglia per l’uccisione del sottoufficiale della GNR Ferretti, azione alla quale erano tutti estranei. Furono portati in carcere a Reggio all’alba del 29, interrogati in giornata (tutti respinsero le accuse) e fucilati all’alba del giorno seguente senza nessuna parvenza di processo. Il conflitto a fuoco era avvenuto giorni prima a Tapignola, sull’Appennino, quando militi fascisti si erano scontrati con partigiani rifugiati nella canonica di don Pasquino, assente.

Questa la realtà storica, ma per Wikipedia la realtà può avere molte facce…. Quindi ricordiamoci sempre che il web è bello ma l’uso del cervello è ancora meglio. 

p.s. le notizie corrette si trovano nella scheda su don Pasquino (http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino_Borghi)

Set 3, 2012 - Senza categoria    1 Comment

“Settembre, andiamo, è tempo di migrare..”

foto_030912.jpg“Settembre, andiamo, è tempo di migrare..”, recitava il Vate, e sotto la pioggia (finalmente) battente di oggi la nebbia nasconde la valle sotto Fortezza Bastiani e le carovane in transito verso le cime. Inutile nasconderselo, con Ferragosto e il ritorno dalle vacanze inizia davvero il nuovo anno che, ancora per formalità o per affezione, facciamo decorrere dal 1 gennaio. È più forte il senso del cambiamento oggi 3 settembre di quello che ci sfiorerà il 1 gennaio 2013 (sempre che la profezia dell’ape Maya non abbia avuto il sopravvento), si torna alle usate cose, si lasciano usi e costumi estivi (ciabatte, calzoncini e maglietta) per riprendere la grisaglia e la vigogna di tutti i giorni.

Ma, temo, che i cambiamenti si fermino qui. Basta sbirciare la stampa di oggi (e della ultime settimane) per rendersi conto che la grande palude gelata è ancora lì. Quasi in uno scenario dantesco i personaggi, bloccati nello Stige ghiacciato, non solo non possono/riescono/vogliono spostarsi ma sono condannati alla iterazione delle loro solite, logore e tristi parti in commedia.

Da una lato “siamo pronti allo sciopero generale”, dall’altro un comico dà delle “salme” all’avversario e quello gli risponde “fascista”. Un tale intima al Capo dello Stato “di tirare fuori le carte” (per una briscola?), dall’altra una “signora” plastificata in spiaggia in Versilia definisce “barbara” l’attività antievasione della GdF e invita a colpire invece i veri evasori “gli extracomunitari che in spiaggia vendono merce contraffatta”.

Signora mia! Dice che ha sentito la mia mancanza? Che avrei dovuto scrivere da FoBa? Dagli spalti dove il sole picchiava forte e trasformava i prati verdeggianti in una sorta di giallo deserto del Gobi? Là dove la velocità di trasmissione dati si misura non in megabyte, ma in byte? Insomma aria da anni 90 quando ancora usavamo il modem esterno che ci gracchiava con il suo “crii-gnii-kkk”.

Si chiama “digital divide”, montagna reggiana, mica Wasiristan. Ma tutto resta uguale a se stesso, mese dopo mese, anno dopo anno.

Che avrei dovuto scrivere? Che siamo fermi, immobili, incapaci di qualunque azione. In un paese dove nulla più funziona ogni minuscolo e volenteroso tentativo di riforma viene massacrato dal tiro incrociato, destra/sinistra, di infiniti piccoli interessi contrapposti

Dopo la caduta del governo del suino plastificato scrissi proprio su FoBa della necessità di “rigore”, verso ognuno di noi, prima che per gli altri. Di rigore ne ho visto poco: al massimo quelli della nazionale agli europei, o i tentativi del povero zio Mario di far rigar dritto una banda di sciagurati intenti a litigare sul colore delle tappezzerie mentre il Titanic affonda. Come nella tradizione italiana: dopo il 25 luglio nessuno era stato fascista, dopo Hammamet nessuno era stato socialista, dopo il Muro di Berlino spariti i comunisti, dopo Berlusca “deve tornare la politica”. Perfetto. Siamo un popolo che rispetta le sue tradizioni.

Appunto: “Dopo la parentesi del governo tecnico deve tornare la politica”. Dicono gli esperti (anzi ex-perti). Bene. Giusto. Ma. Politica di cosa, fatta da chi? Da quelli che da 20 anni sono lì, a perdere battaglie/guerre/partite, tutto? Da quelli che hanno fatto accordi con Silvio (conflitto di interessi, do you remember Violante?). Dovrei lasciar campo in economia non più a zio Mario ma al duo Bonani-Fassina che, leggo, “hanno bocciato Monti?” Questa la politica? Con il Titanic alla deriva chiamereste Schettino?

In compenso oggi c’è una buona notizia: il generale Aureliano Buendia di Gallipoli recensisce il nuovo (gasp) libro di Uolter. Dopo aver massacrato la sinistra per 30 anni, raso al suolo tutto e tutti, come due cowboy impegnati nella classica rissa da saloon, finalmente scatta la pace/tregua? Proposta per i prossimi 25 anni: Uolter scrive (pardon, fa scrivere il suo ghostwriter, ben noto) e Aureliano recensisce, entrambi veleggiando verso i mari del sud. La “politica” ci guadagna e la letteratura non ci perde più di tanto, anche considerato come, dopo lo Strega a Piperno, rimanga poco da mandare a ramengo.

Pioggia anche sulla Chiesa, muore un grande come Martini e il pastore tedesco non va al funerale. Quasi quasi lo capisco. “Si crea un precedente..” gli avranno detto in Curia. Già. Pensate, un Papa che va al funerale di un vero cristiano. Roba da matti, no? Quasi come con questa storia insopportabile e patetica dei “cristiani” nel PD. Fioroni? Ma esiste qualche cristiano che si senta rappresentato dal suddetto? Quelli alla Fioroni, potere e sedie a parte, sono già con l’Udc mentre i geniali strateghi del PD per inseguire quei pochi si giocano i molti cristiani credenti ma laici che non ne possono più di “no” a qualunque cosa giusta e di buonsenso nel campo dei diritti civili.

Piove, almeno non posso dire “governo ladro”. Anche se questa ultima cosa del concorso per gli insegnanti mi lascia l’amaro in bocca. In Italia ci sono due sole professioni “eterne”, il sacerdozio e l’insegnamento. “Semel abbas, sempre abbas”, ma anche “semel magister, sempre magister”. Facciamo il concorso, bene. Finalmente. Ma poi? Chi controllerà nel tempo la capacità di questi insegnanti? E poi la solita sanatoria dei precari. Bene. Ma chi controlla che sappiano insegnare? E, in caso contrario, chi li accompagnerà all’uscio, gentilmente, dicendo loro: “Cambia mestiere?”. Nessuno. Mai. Jamais. Nella pubblica amministrazione vige solo il valore degli anni. Merito e capacità sono parole sconosciute.I presidi che pure avrebbero-per legge-questo potere, non rischieranno mai l’incolumità delle loro sacre terga nel terrore di una chiamata al tar o al sindacato. Quindi chi paga? I nostri figli ma soprattutto i figli di quelli più poveri e deboli che riceveranno un insegnamento scadente senza avere la possibilità, a casa, di genitori in grado di limitare i danni subiti in classe.

E intanto piove “sulle tamerici, sui mirti salmastri” e si riprende l’usato cammino. Un ben ritrovato ai miei 25 lettori, coraggio! La strada è ancora lunga…

 

Ago 2, 2012 - Senza categoria    No Comments

Un parcheggio in centro: ma perchè? Ovvero: essere stupidi..

Immagine17.pngCurio Casotti, personaggio mitico della Migliara che non c’è più, ricordava sempre una grande verità: “Essere stupidi è concesso a tutti, ma quello lì se ne approfitta..!”.

Ecco, io mi chiedo perchè non solo si pensano ma si fanno anche cose stupide, tanto più detestabili in quanto non limitate al privato ma destinate al pubblico. Forse perchè nemmeno Dio è perfetto, visto che ha posto limiti all’umana intelligenza ma non alla stupidità.

Sto parlando del costruendo parcheggio sotterraneo di piazza della Vittoria a Reggio. Una cosa inutile, lucrosa per pochi e dannosa per molti. Anacronistica. Quindi si farà.

Non c’è nessun bisogno di altri parcheggi. Quelli esistenti bastano e avanzano. Lo dicono i dati ufficiali e le statistiche.

Abbiamo impiegato almeno 30 anni a portar fuori le auto dal centro e adesso andiamo a rimettere traffico e scarichi nel centro del centro. E poi cianciamo di città delle persone, di piste ciclabili e auto elettriche. Balle. E’ una scelta urbanisticamente cretina, tant’è che l’assessore alla mobilità è contrario ma, come noto, tutti gli assessori di questa giunta sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri…

Sotto la piazza ci sono le fondazioni della cittadella medievale, hanno fatto le prospezioni in modo furbo (o doloso?) scavando buchi in punti dove non c’è nulla, per poter dire “visto? tranquilli, non faremo danni!”.

L’operazione costerà carissima, fatta in “project financing”: cioè, io, pubblico non ho soldi, tu, bravo pietoso e mecenate privato, paghi, fai l’opera, e te la concedo per 99 anni, lasciandoti libero di aumentare tariffe quando vuoi, comprare, vendere, tutta roba pubblica, eh?

Il parcheggio della Zucchi è sotto-utilizzato ma tant’è. Non bastava fare un percorso protetto e attrezzato da quello alle fontane, se proprio le damazze reggiane nella notte temono l’assalto del marocchino infoiato? Con un decimo di spesa si faceva tutto e si abbelliva la piazza. Signora mia, che mi dice? Poca spesa, poco guadagno, non l’ha ancora capito? Benedetta ingenuità!! Se proprio poi si voleva soddisfare la libido excavandi ancora sotto alla Zucchi si poteva fare un silos di 25 piani, sicuri che lì sotto non si sarebbe trovato altro che terra.

Si dice: i parcheggi sono per i residenti. I residenti che contano, quelli con gli eurini, quelli dell’isolato S.Rocco e strade nobili. Perchè gli altri residenti in centro storico no? In realtà posti auto ce ne sono per tutti i residenti basta cercarli. Oppure, come ha fatto il sottoscritto, si trasforma un negozio in garage e ci si tiene l’automobilina.

Invece no. balle e ancora balle. In realtà l’unica ipotesi che aggira la diagnosi di totale stupidità dell’operazione è una sola, semplice, vile e banale. L’operazione Piazze, avviata con le fontane et similia, si deve concludere prima della fine della legislatura per lasciare un monumento ai posteri, in tempi di crisi non ci sono i soldi e allora si vende ai privati il business del parcheggio. Loro scavano, fanno i box da vendere e, in compenso, sopra, ti finiscono la piazza.

Semplice, banale, vile denaro. Chissà se però nel progetto finale in mezzo alla piazza è previsto anche un monumento equestre al sonder-assessore, lui, alto sul destriero che galoppa fra i funghi e le balene, in basso il volgo reggiano, ignorante e incapace di comprendere tanta grandezza….

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