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Ago 1, 2012 - Senza categoria    No Comments

Agosto, mondo mio ti riconosco…

Tranquillizzo i miei 25 lettori: non sono espatriato dopo aver vinto alla lotteria. Resisto al caldo, un po’ nei boschi della Val di Fiemme e un po’ nell’infermeria di Fortezza Bastiani. Il riacutizzarsi delle ferite riportate sul fronte greco-albanese mi stanno limitando nella mia proverbiale agilità e flessuosità. Ma tant’è, per dirla con il prof.Jones “non sono gli anni, sono i chilometri che pesano…”.

Comunque non è che il mondo circostante si sia particolarmente impegnato a mostrarci nuove e meravigliose prospettive. Mi sto impegnando a superare la dipendenza da spread: alzarsi al mattino e chiedersi “oggi saremo a 450, o a 460?” E ascoltare stupefatto il solerte giornalista che ti informa che in borsa c’è “una ondata speculativa”. Ma dai! Come sentirsi dire che a Monza non si rispettano i limiti di velocità..

In compenso stimati statisti come Gasparri e Calderoli elaborano nuove ipotesi di legge elettorale. Una delle ultime idee è il cosiddetto Pertusellum: chi vince a Caronno Pertusella (VA), ha vinto tutto e si prende un premio di maggioranza del 85%, del resto cosa aspettarsi da due esperimenti genetici venuti male? Più o meno quello che ci si può aspettare dal consigliere provinciale Pagliani che, per dimostrare la moderazione del PDL reggiano, ha dichiarato di appoggiare la proposta di quel tale consigliere di Gualtieri (altro esperimento genetico mancato?) che voleva intitolare una scuola a Benito Mussolini, che in quella scuola insegnò qualche mese agli albori del secolo scorso. Moderato, non c’è che dire. Se era estremista che proponeva? Di intitolare un campo sportivo ad Adolf Hitler, visto che aveva organizzato così bene le Olimpiadi del 1936? Il caldo qui non c’entra: un fascista è un fascista. Semplice tautologia.

Le notti sono fresche a Fortezza Bastiani, da lungi arrivano echi olimpici. Arrivano anche le grida di giubilo per i nostri “guerrieri” sul podio e di biasimo per gli sconfitti. Ma è mai possibile che ogni cosa diventi in terra italica o un dramma o una buffonata? Una via di mezzo, la classica “mesotes” di ellenica fattura, mai? E’ uno sport, anche gli altri giocano e possono vincere. Normale, no? Invece sembra sempre di essere alle Termopili “de noantri”, che sia il fioretto maschile, la Ferrari che non vince o la Pellegrini (mmm, com’è carina la ragazza..) che non trionfa. E’ lo sport, bellezza! E la vita resterà uguale a prima. Se davvero Bartali salvò l’Italia nel ’48 dal caos vuol dire che la patologia è antica e ben radicata.

Aboliamo le provincie, no, si, le ristrutturiamo. Vabbè. Abbiamo capito: viviamo in un paese dove non funziona nulla e appena si tenta una riforma: patatrac! Spuntano associazioni, lobby, club, onorevoli e tutti impegnati a che tutto rimanga rigorosamente uguale, nel pantano noto e stranoto. Oltretutto si parla di riforma, non di giudizio universale: oggi la si fa, fra tre, cinque anni la verifichiamo. No. Jamais. Fermi tutti.

Però spiegatemi a cosa serve la Prefettura, roba che se stanotte implodesse, domattina se ne accorgerebbero solo i solerti impiegati che dovrebbero trovare altri locali per passare il tempo e ripararsi dalle intemperie. O la Motorizzazione Civile (sì, quella che fa dare gli esami per la patente) che si chiama così solo per mimetizzarsi, visto che di civile non ha nulla: quale ente pubblico chiude per ferie per 1 mese (agosto a Reggio Emilia, non a Vibo Valentia)? La Motorizzazione (in)civile, semplice no? Servizio pubblico? Ma dai! Come se l’anagrafe andasse in ferie…

Ancora: Hanno senso comuni con 900 abitanti? Eppure se si propone di accorparli fino alla soglia critica di 10.000 abitanti (5.000 per zone montane) si scatena un coro di proteste “si lede la democrazia…bla, bla…”.

O per venire a cose storiche: quando si aboliscono gli Archivi di Stato? Cattedrali di inutile burocrazia, il cui unico scopo, mantenimento solerti dipendenti a parte, è quello di conservare nascoste e occultate fonti documentarie, depistando il povero malcapitato cittadino/ricercatore con domande, bolli, circolari, richieste, vaglia et simili meraviglie. Tutto con 2 scopi fondamentali: 1. Non fare nulla; 2. Pararsi le chiappe da possibili, remoti rischi. Produttività, merito? Roba da fantascienza.

Quindi attrezziamoci per il caldo, facciamo finta di niente e lasciamo che passi la nottata, basta che la luce ci trovi ancora vivi….

Giu 26, 2012 - Senza categoria    No Comments

Il mio nuovo libro: “Il patto di Khatarine” (Aliberti, 2012)

Per i miei 25 lettori: come annunciato, da ieri è in libreria (ma anche su Amazon e IBS per i lettori telematici) il mio nuovo volume. “Il patto di Katharine”. Un romanzo.

Il patto_cover.jpgHo già accennato al perchè si può passare dalla storia alle “storie” (e viceversa) e di come anche scrivere un romanzo sia, per me, parte di un percorso di comunicazione della storia. Del resto (si parva licet componere magnis..) per capire il seicento e “vivere” la peste del 1629, cosa c’è di meglio che seguire le vicende di Renzo e Lucia?

Così, per chi vorrà, seguendo le vicende di un “ragazzaccio” come Dario Lamberti, reggiano classe 1920, potrà ripercorrere trentacinque anni di storia, non con la pesantezza di un saggio ma (spero) con  l’interesse agli “strani casi” del personaggio. In questo primo episodio si potrà conoscere “Katharine”, alias Margherita, una signora molto speciale, nella Reggio del 1941.

Se Dario (e il suo modesto autore) saranno riusciti in questo primo episodio a suscitare l’interesse dell’inclito pubblico altri ne seguiranno. Altrimenti il mondo girerà come prima e il miei 25 lettori si saranno persi una occasione fondamentale di conoscenza e divertimento (infotainment per i colti cosmopoliti). Scherzi a parte attendo con curiosità le prime impressioni. Tranquilli, si legge in un weekend sotto l’ombrellone o all’ombra di una bella quercia.

A differenza dei miei libri precedenti, ponderosi saggi, “Il patto di Khatarine” lo presenterò fra qualche settimana, iniziando-logicamente-dalla montagna, dove questo e gli altri romanzi sono stati materialmente scritti.

Per quelli che vorranno poi approfondire la conoscenza di Dario possono andare su: //glistranicasididariolamberti.myblog.it, il blog fratello di FB dove ho inserito (e inserirò) foto dei luoghi, dei personaggi, testi e, perchè no, anche ricette, per consentire anche ad un lettore calabrese di prepararsi una buona zuppa inglese.

Buona lettura.

Giu 20, 2012 - Senza categoria    No Comments

La bicicletta uno strumento contro l’astrazione (intervista a Marc Augè di G.Glossi)

negozio-biciclette.jpgSono passati vent’anni dalla pubblicazione in Francia di Nonluoghi di Marc Augé, libro che ha segnato gli studi antropologici e vero e proprio manifesto dell’antropologia del quotidiano. In occasione di questo anniversario Elèuthera, suo storico editore italiano, manda alle stampe una nuova edizione del volume con una lunga e inedita prefazione in cui Marc Augé delinea e distingue i nuovi nonluoghi che si sono imposti nella società contemporanea. Marc Augé, già giovanissimo tifoso di Fausto Coppi e di Jean Robic, è anche un grande appassionato di ciclismo, tanto da dedicargli il pamphlet Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri). Con il suo aiuto proviamo quindi a decifrare l’importanza dell’uso della bicicletta nella scoperta, non solo dell’ambiente che ci circonda, ma anche di noi stessi.
 
 
Come muta la percezione di un luogo se attraversato in bicicletta?
 
Credo che l’importanza della bicicletta non sia solo una questione tecnica, quale mezzo di trasporto, ma che stia nella capacità di rivelare la relazione che noi abbiamo rispetto al tempo e allo spazio. La bicicletta ci aiuta a prendere coscienza delle due dimensioni. Dello spazio è evidente perché pedalando il paesaggio circostante muta davanti ai nostri occhi mentre del tempo perché ciascuno di noi ne percepisce uno diverso a seconda della preparazione atletica e dell’età. Esiste quindi un rapporto concreto tra spazio e tempo. Gli altri mezzi di circolazione e di comunicazione danno invece una percezione astratta, così come il mondo delle immagini dentro cui siamo immersi, tendendo a farci ignorare la sostanza di questo rapporto. L’uso della bicicletta ci riporta all’evidenza del nostro corpo, della nostra età e dell’ambito che ci circonda. è così un modo sano per ritrovare se stessi, il proprio tempo e il proprio spazio. La bicicletta è uno strumento contro l’astrazione.
 
Come si caratterizza l’uso della bicicletta nello spazio metropolitano, in particolare al tempo di una crisi economica che tende a disgregare e a impoverire le città?
 
In primo luogo siamo di fronte ad esigenze di tipo strettamente economico, ovviamente, ma anche di natura ecologica. La crisi ha vari aspetti e forme, ma io direi che va interpretata principalmente come un’occasione di ricostruzione di uno spazio sociale all’interno della città. I ciclisti hanno tra di loro un rapporto fortemente solidale. Ad esempio a Parigi, dove vivo, quando ho voluto provare per la prima volta una Vélib’ senza conoscerne le modalità di funzionamento del noleggio, ho trovato una solidarietà delle persone anche più giovani che mi hanno spiegato il sistema, ed è stata un’occasione per scambiare opinioni e per chiacchierare. Attorno a questo c’è infatti una socialità molto ben strutturata. Dunque il paradosso è che la bicicletta appare come uno strumento individuale, ma in realtà sviluppa una coscienza condivisa tra coloro che la utilizzano al punto da porsi apertamente come esempio e in un certo senso soccorso per gli altri.
 
Quale è l’aspetto più interessante di un sistema di noleggio pubblico di biciclette come il Vélib’ di Parigi?
 
Principalmente direi l’aspetto contrattuale, che è decisamente più seducente dell’ordinario sistema tipico del consumo. Con Vélib’ ciò di cui si ha bisogno lo si misura in termini di tempo, si prende la bicicletta per un’ora o per tutto il giorno. C’è quindi sia un principio economico che di reciprocità. C’è un’etica, ossia un codice di buona condotta che fa sì che gli utenti del servizio si prendano cura dello strumento e questo è a beneficio di tutti. Nel caso generale, ovviamente poi vi sono sempre persone che distruggono le cose, ma nella media funziona bene. E quindi credo che Vélib’ rappresenti una forma di consumo particolare, che tiene conto delle esigenze anche degli altri. Anche in questo caso la bicicletta si pone come un oggetto d’uso e di consumo non strettamente individuale, che coinvolge anche i bisogni altrui.
 
Come è possibile immaginare un utilizzo utopico della bicicletta e quale la sua forza?
 
Immaginiamo che tutti utilizzino la bicicletta. Se così fosse vivremmo in un mondo profondamente diverso, e non solo tecnicamente o tecnologicamente, ma socialmente e nelle relazioni tra gli uni e gli altri. Vediamo bene che tutto ciò che esiste oggi come mezzo di comunicazione non è segnato dalla preoccupazione del benessere di tutti.
In particolar modo a Parigi, a partire da una certa età o se si è portatori di handicap prendere la metropolitana non sempre è possibile, in alcuni casi ci sono scale o altri tipi di barriere che lo rendono impossibile. Quindi la metropolitana non adempie completamente al proprio ruolo sociale. Diversamente, per le biciclette si potrebbe immaginare che abbiano, per esempio, dei motori elettrici che non inquinino utilizzabili da chiunque. Ma si è ancora lontani da questo per il momento. Di certo rimango colpito da come in Francia e a Parigi in particolare l’handicap come l’età avanzata siano degli ostacoli reali per circolare liberamente in città, al punto da ostracizzare alcuni individui. L’utopia della bicicletta sarebbe quindi una generalizzazione delle possibilità in modo che ciascuno possa andare per strada prendendo una bicicletta, partire e lasciarla nuovamente dove gli pare, in maniera totalmente naturale. Sartre parlava della naturalezza con cui ci si scambia il fuoco, da sigaretta a sigaretta, e così dovrebbero essere l’uso diffuso della bicicletta. Così immagino l’utopia della bicicletta.
 
L’uso della bicicletta è un modo per riappropriarsi di un’idea di futuro?
 
Nella misura in cui la si consideri una sorta di utopia sociale, sì. Detto questo non bisogna sognare. Il futuro dell’umanità è il futuro della scienza e penso d’altra parta che più la scienza potrà svilupparsi, più potrà esser compatibile con la vita di tutti i giorni. Se vi è una finalità umana, questa è quella della conoscenza. La conoscenza dell’universo come la conoscenza intima ed esterna di noi stessi. Certamente la bicicletta è una forma di accesso alla conoscenza, ma una volta che vi sono saliti sopra, gli scienziati devono pur sempre scendere e tornare nei loro laboratori per lavorare e per sperimentare.
 
Cosa ricorda con più piacere di quando ha imparato ad andare in bicicletta?
 
I miei ricordi di bicicletta sono soprattutto ricordi di adolescenza. Sono andato parecchio in bicicletta, a partire dagli undici anni quando andavo via da Parigi per raggiungere i miei nonni in vacanza in Bretagna. La bicicletta era una meraviglioso mezzo di scoperta capace di allargare gli orizzonti e di farmi vivere vere e proprie avventure. Non che ci si allontanasse molto dal villaggio, al massimo una trentina di chilometri, ma l’eccitazione e l’emozione della scoperta erano comunque forti. Piccole scoperte, ma pur sempre tali. La bicicletta è stata per me il desiderio di andare a vedere altrove, di scoprire e cercare oltre.
 
Ha sempre mantenuto l’uso della bicicletta?
 
Molto onestamente non in maniera sistematica, ma quando hanno installato Vélib’ a Parigi ho avuto la curiosità di capirne il funzionamento e un po’ l’ho utilizzata. Solo che Parigi è un po’ problematica, alcune strade sono un po’ pericolose, spesso si è obbligati a percorrere le medesime corsie degli autobus e dei taxi e ci sono stati anche alcuni incidenti. E spero che la situazioni migliori, che si facciano più piste ciclabili e che s’investa nella sicurezza dei ciclisti, ma in generale non posso definirmi un praticante inveterato della bicicletta.
 
Cosa si scopre andando in bicicletta?
 
Prima di tutto l’uso della bicicletta invita alla scoperta dell’esterno, del paesaggio che ci circonda. In bicicletta non siamo obbligati all’interno di itinerari prefissati come capita in città circolando con la metropolitana o con gli autobus. In bicicletta si scoprono percorsi nuovi, scenari inediti appaiono al nostro sguardo, la bicicletta è sì uno strumento di scoperta, ma principalmente di riscoperta geografica. Ma in senso più ampio possiamo dire che andare in bicicletta è un modo per conoscere se stessi. Si fa esperienza della propria forza in modo molto concreto, il rapporto con il proprio corpo può aiutare a capirlo e quindi a migliorarlo. E infine credo che la cosa più positiva sia il poter prendere coscienza della propria età e delle possibilità che questa ancora ci lascia.

http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/dueruote-intervista-marc-auge

Giu 17, 2012 - Senza categoria    No Comments

Dalla storia alle storie. Noterelle di uno storico di strada.

Cover.jpgFra una settimana sarà il libreria un mio nuovo libro. Il settimo (come unico e solingo autore). Ma stavolta c’è qualcosa di nuovo, insieme a qualcosa di solito. Il nuovo è che, chi vorrà, si troverà fra le mani un romanzo (“Il patto di Katharine”), il primo di quella che aspira ad essere una serie (“Gli strani casi di Dario Lamberti”). Il solito è che si parla ancora di storia, 1941 per la precisione, Reggio Emilia per l’esattezza.

Perchè passare dalla storia alle storie? Qualcuno, con il pennacchio sul cappello, storcerà il naso e penserà “Ecco, ve l’avevo detto: Storchi non è una storico serio, si mette a scrivere romanzi…”. Devo dire che di questi pennacchiuti ne ho pieni i cabasisi e che mi fanno ormai l’effetto di un Cicchitto alle due del pomeriggio. Leggera nausea e totale indifferenza. Tranquillizzo i pochi affezionati tossici: continuerò a far ricerca e a pubblicare i saggi con note, citazioni, glosse e quant’altro. Però. Però non posso nascondermi dietro a un dito e negare la crisi profonda della storiografia italiana contemporanea. Escono saggi perfetti, frutto di approfondite ricerche e rigorose meditazioni e…nessuno li legge. Salvo beninteso la ristrettissima cerchia degli addetti ai lavori, loro famigli compresi. Saggi perfetti che rimangono muti, incapaci di formare una consapevolezza pubblica. Editi magari da editori che non diffondono il prodotto oltre i confini comunali. Così l’opinione pubblica rimane ferma in convinzioni assolutamente fallaci (dalle colpe partigiane per le Fosse Ardeatine, al “mito” delle foibe o i presunti “crimini” partigiani del dopoguerra) e giorno per giorno la domanda “ma noi storici che ci stiamo a fare…?” diventa sempre più scomoda.

Io sono uno storico di strada, non sono un uomo di cultura, raccolgo pezzi di vita e cerco di rimetterli insieme. Tutto qui. Non avrò mai una cattedra universitaria o, se dovessi averla, sarebbe quella da bidello magari alle elementari di Fortezza Bastiani. Non sono abbastanza bravo, complesso, profondo. Ma, peggio di tutto, pare che riesca a farmi capire. Imperdonabile. Perchè interpreto il mio essere storico come un impegno etico e culturale, perfino politico. Non pubblico 3 saggi all’anno per avere 1,38 punti per il prossimo concorso, peraltro già assegnato a tavolino. Scrivo e parlo perchè la gente capisca, non perchè rimanga affascinata (o mortalmente annoiata) dal mio scrivere/parlare ma perchè porti a casa o trovi nei miei libri una sola nota in più di quanto conosceva prima. Lo so, è sbagliato, in un paese dove anche fra gli storici la gara è spesso(mi scusino le signore) a chi ce l’ha più lungo.

Qualche anno fa proposi una mia ricerca a un sommo editore che la valutò, la soppesò e poi rispose “no, grazie, è troppo locale..”. Al suo posto editò un sontuoso saggio accademico che vendette ben 78 copie. La mia ricerca, (il volume si chiamò “Sangue al Bosco del Lupo”) pubblicata dall’amico Francesco Aliberti vide andare esaurite due intere edizioni, con una pagina intera sul “Corriere della Sera”. Fortuna, certamente, ma anche la dimostrazione di quanto antico e autoreferenziale sia il mondo dell’editoria che quello dell’accademia. Tutto normale e risaputo.

Allora perchè le storie? Perchè la storia è fatta di storie e dove lo storico (anche quello di strada) deve arrestarsi per rigore metodologico può continuare il narratore. Riprendere quei materiali e andare avanti. La storia che racconto ne “Il patto di Katherine” è ambientata nell’ottobre 1941. Avrei potuto fare una saggio-so come si fa-con note, dati e citazioni. Quanti l’avrebbero letto? Quanto sarebbe servito a dare almeno una informazione in più al malcapitato lettore?

Parafrasando von Clausewitz, il racconto è solo la storia fatta con altri mezzi. Così inizio a raccontare Reggio e il nostro paese in 35 anni di storia, dal 1941 al 1975, attraverso “gli strani casi” di Dario Lamberti, classe 1920, borghese, reggiano, eroe suo malgrado, partigiano, professore di lettere antiche fino alla pensione. Io mi sono divertito, spero che qualcun altro si diverta insieme a me.

Per chiarire (forse) queste confuse noterelle faccio seguire la “Nota dell’autore” del nuovo libro, di cui ringrazio ancora l’Editore Aliberti per la fiducia, al limite dell’incoscienza.

Nota dell’autore

Perché passare dalla storia alle “storie”? In tempi in cui la storia diventa oggetto di riscritture, di spettacolarizzazione, di amnesie più o meno ragionate, anche il confine fra storia e “storie” diventa più sottile. Le opinioni diventano indipendenti dai fatti e tutto tende a confondersi in una drammatizzazione spesso al limite del grottesco.

Ogni ricerca storica tende alla sovrabbondanza, di ipotesi, di percorsi ma soprattutto di materiali della più diversa specie. Materiali che finiscono in un cassetto, su un nastro magnetico, su appunti presi e lasciati inutilizzati. Scrivere “storie” consente di rimettere in circolo questi materiali. Di riciclarli. Una forma di uso ecologico di materiali storici. Storie, vite, episodi, luoghi, ritrovano un loro spazio e, forse, un nuovo senso, fuori dalla gabbia rigida della ricerca storiografica codificata.

Come in un mosaico crollato a terra, si raccolgono le tessere e si ricompone un nuovo disegno. Ogni tessera è originale, un brandello di realtà, ma l’insieme ricostruito non è più storia ma una “storia” possibile fra le tante, uno strumento per raccontare anni lontani e diversi.

Anni lontani e diversi di una città e della sua gente. Una provincia e una terra complicata, con tanta, troppa storia, come qualche amico estero ci ricorda, e dentro uomini e donne, passioni e sentimenti.

Un racconto che inizia con questo primo episodio e che diviene un percorso dal dopoguerra alla vigilia della nostra (post)modernità, attraverso le vicende di Dario Lamberti, professore del Liceo Classico Ludovico Ariosto. Un percorso che non pretende di ridare un senso a 35 anni di storia (le vicende di Dario spaziano tra il 1941 e il 1976) ma, aggirandosi fra quei “sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli” che Montale ci racconta, vuole essere un altro punto di vista, il punto di vista di un reggiano che forse è sfuggito a quella “rete a strascico” ma che, come ci conferma il poeta, non solo non è particolarmente felice ma, probabilmente, ignora la sua fortuna.

 Migliara, 19 gennaio 2012

Mag 31, 2012 - Senza categoria    No Comments

Stragi nazifasciste, nessun risarcimento. Cassazione, ricorso tedesco accolto.

di Charlotte Matteini

Nessun diritto al risarcimento per i familiari delle vittime civili della barbarie nazifascista uccisi dalle rappresaglie del Reich alla fine della Seconda guerra mondiale in Italia.
Lo ha decretato la Cassazione, accogliendo un ricorso della Repubblica federale tedesca, recependo l’orientamento espresso a febbraio dalla Corte internazionale di giustizia de l’Aja.
LA PRIMA SENTENZA CONDANNÒ LA GERMANIA. La prima sezione penale della Suprema Corte ha annullato, senza rinvio, il verdetto emesso il 20 aprile 2011 dalla Corte militare di Appello di Roma che dichiarava la Germania responsabile civile dell’eccidio di 350 civili uccisi nell’agosto del 1944 tra Fivizzano e Fosdinovo, in provincia di Massa.
La sentenza riconosceva agli oltre 60 familiari delle vittime un risarcimento complessivo di circa cinque milioni di euro e alla Regione Toscana, costituitasi parte civile assieme ai due Comuni, era invece stata accordata una provvisionale di 40 mila euro.
Stessa cifra liquidata, come acconto su un totale da determinare, anche alle amministrazioni comunali di Fivizzano e Fosdinovo.

Negli anni passati, invece, la Cassazione aveva confermato il diritto dei familiari delle vittime a essere risarcite e lo stesso discorso valeva anche per i cosiddetti ‘schiavi di Hitler’, gli italiani – militari e civili – deportati in Germania a lavorare nell’industria bellica.
«Le stragi di civili sono un crimine mostruoso per il quale la Germania riconosce la sua responsabilità morale e chiede perdono al popolo italiano e ai familiari delle vittime, questa é la prima cosa che voglio dire con chiarezza», ha affermato l’avvocato Augusto Dossena, che ha presentato il ricorso della Repubblica federale tedesca in Cassazione.
«Con questa decisione» ha spiegato Dossena «credo che la Cassazione abbia recepito la sentenza de L’Aja che ha dichiarato che anche per i crimini di guerra vale il principio della immunità civile degli Stati».
«Questo non vuol dire che la Germania non pagherà indennizzi perché la Corte non ha detto questo: ha detto, invece, che questa materia» ha proseguito il legale «deve essere definita con gli strumenti diplomatici, dunque con un dialogo tra Stati, e non per vie giudiziali. Contatti in tal senso già ci sono stati tra Roma e Berlino».
«LA CASSAZIONE HA TENUTO CONTO DELL’AJA». In attesa di conoscere le motivazioni dei supremi giudici – entro 90 giorni – Dossena ha aggiunto che «per ora, posso solo dire che la procura della Cassazione, senza entrare nel merito del ‘giusto’ o ‘sbagliato’, ha sostenuto, che era necessario tenere conto di quanto stabilito dalla Corte Internazionale».
Sul fronte delle responsabilità penali dei militari nazisti, Dossena ha sottolineato che «sono passate in giudicato, e dunque, sono definitive, le condanne all’ergastolo dei quattro imputati: Joseph Bauman, Wilhelm Kusterer, Max Schneider e Helmut Wulf».
L’avvocato ha però notato che i quattro «non hanno nemmeno fatto ricorso contro la sentenza di appello, forse sono deceduti, come è accaduto per altri quattro coimputati».

Sono circa 60 le cause risarcitorie pendenti, in diverso grado, nelle aule di giustizia italiane per crimini di guerra commessi dai militari nazisti.
A Como, il tribunale civile deve riprendere il procedimento con il quale la Germania chiede la liberazione di Villa Vigoni, il prestigioso centro di studi tedesco sul lago di Como, dall’iscrizione ipotecaria chiesta dai parenti delle vittime della strage di Civitella.
GERMANIA CONTRO ROMA. Invece a Roma, il tribunale, a settembre, deve decidere sulla richiesta di opposizione avanzata sempre dalla Germania contro il tentativo di «esecuzione presso terzi» con il quale i greci dell’eccidio di Distomo chiedono il sequestro di circa 40 milioni di euro che le Ferrovie tedesche avrebbero, secondo i legali dei greci, sotto forma di credito presso le Ferrovie dello Stato italiane.
Finora il tentativo di esecuzione non è andato a buon fine perché non è risultato alcun credito.
A ogni modo, in giudizio si sono costituite, oltre alla Germania, anche le ferrovie tedesche e quelle italiane.

Mercoledì, 30 Maggio 2012

http://www.lettera43.it/politica/stragi-nazifasciste-nessun-risarcimento_4367552763.htm

Mag 15, 2012 - Senza categoria    No Comments

Futura memoria (Giorgio Boatti)

 

Schermata 2012-05-14 a 18.30.18.jpgSoldaten. Combattere Uccidere Morire

Un catalogo degli orrori. Un repertorio di crudeltà che va ben al di là della ferocia insita in ogni guerra. Soldaten, il libro appena pubblicato da Garzanti (464 pagine, Euro 24,50), con cui lo storico Sonke Neitzel e lo psicologo sociale Harald Welzer ricostruiscono il mondo interiore dei soldati di Hitler, non è lettura per palati fini. O per sensibilità delicate.
 
Per oltre quattrocento pagine i due studiosi attingono alla montagna di verbali – desecretati dagli archivi inglesi e americani – che riportano le intercettazioni delle conversazioni tra combattenti tedeschi detenuti nei campi di prigionia di Trent Park e Wilton Park, nel Regno Unito, e di Fort Hunt, in Virginia, Stati Uniti.
 
I verbali sono il frutto del lavoro della rete dei Secret Interrogation Center allestiti da Londra già all’inizio della guerra e dei Joint Interrogation Centres resi operanti dagli americani a partire dall’estate del 1941. Sul milione di prigionieri caduti in mano alleata sono circa 10.000 i militari tedeschi e 563 gli italiani (su questi ultimi, in Soldaten, emerge piuttosto poco) trasferiti, dopo opportuna selezione, in questi luoghi di detenzione speciale. L’obiettivo non è raccogliere prove per punire azioni criminali ma fornire all’intelligence alleata materiale prezioso sull’avversario che si sta ancora fronteggiando. Quello che si effettua è una sorta di vivisezione operata su una significativa campionatura del grande corpo delle armate di Berlino. Ne emergono schegge taglienti, impietosi reperti di una guerra senza regole che viene esposta con una schiettezza che nessun interrogatorio potrebbe mai afferrare. I “kamaraden”, ignari – o, forse, in alcuni casi, incuranti – di essere intercettati dalle “cimici” installate nella baracche di questi campi speciali, si raccontano l’un l’altro quella che per loro, alla fine, è stata solo la pratica quotidiana del mestiere di soldati di Hitler. Nelle oltre 150.000 pagine dei documenti vagliati da due studiosi prendono corpo, attraverso le voci dei diretti protagonisti, i dettagli più raccapriccianti del secondo conflitto mondiale: dalle modalità operative dello sterminio degli ebrei alle esecuzioni dei prigionieri, dalle stragi di ostaggi civili alla pratica dello stupro di massa nelle terre occupate. Sino alle “battute di caccia” con cui carnefici volontari – in un caso persino gli appartenenti a una banda musicale inviata ad allietare le truppe al fronte – chiedono di “sparare assieme” ai reparti “specializzati” nell’eliminazione di ebrei e partigiani.
 
In Soldaten si spiega come questi siano i frutti – maturati in Germania in poco più di sei anni, dall’avvento di Hitler nel 1933 allo scoppio della guerra – della convinta adesione della maggioranza della società tedesca al mito della “razza eletta”. Le riserve e gli interrogativi, quando ci sono, appartengono a pochi e sono espressi in privatissimi ambiti. Nella vita pubblica la comunità dei prescelti esige che vi siano degli esclusi – gli ebrei, i matti, gli zingari, gli oppositori. Nei confronti di questi, già in tempo di pace, una condotta collettiva e individuale sempre più disumana diventa la norma. Questo indurrà l’uomo della strada, il padre di famiglia esemplare – una volta rivestito nell’uniforme – a convivere con ogni efferatezza.
 
Ancora una volta la Storia dimostra che non conta l’irrealtà di una situazione quanto il fatto che chi vi è immerso la possa percepire come reale.
Come dice il sociologo americano William I. Thomas, anche i fatti immaginari – ad esempio il “complotto ebraico” da estirpare per salvare la Germania – finiscono per l’avere conseguenze reali: l’infinito sgranarsi di brutalità e crimini rievocato, senza rimorsi né dubbi, nelle intercettazioni di Soldaten ne è la prova. Secondo lo storico Wolfram Setter furono poco più di un centinaio i casi di “Rettungswiderstand”, ovvero di resistenza agli ordini finalizzata a salvare vittime. Cento su oltre 17 milioni di soldati inquadrati nella Wehrmacht nel corso dei sei anni di guerra. Tutti gli altri si adeguarono. Da volonterosi carnefici, da zelanti complici o da obbedienti comparse marciarono compatti sino in fondo al baratro. Facendo tacere ogni compassione e umanità.
 

 
Ammazzateli pure, ma non alla mia sorgente
Il generale Kittel parla dei massacri del 1941, nella zona di Daugavpils (Lettonia) di cui è stato comandante. Contro gli ebrei operava la Sicherheitsdienst (SD): “I bambini, li hanno presi per i capelli e hanno sparato. Poi li hanno gettati dentro la fossa. L’ho visto con i miei occhi…Sono salito in macchina e sono andato dall’uomo della SD e gli ho detto: “Vi proibisco una volta per tutte fucilazioni alle quali può assistere chiunque. Se fucilate la gente nel bosco, dove nessuno vede quanto accade, è affare vostro. Ma vi vieto di sparare anche per un solo giorno di più. Quando andiamo a prendere l’acqua alle fonti noi ci troviamo dei cadaveri…”
 
Sopprimiamoli, non siamo mica femminucce…
Il timoniere del sottomarino U-187 Heinrich Skrzipek, catturato dagli inglesi, è intercettato mentre il 5 marzo del 1943 spiega la sua visione del mondo ai commilitoni prigionieri: “Lo storpio va soppresso senza dolore. Così si fa. Loro non lo sanno e comunque non hanno nulla nella vita. Basta però non essere teneri! Non siamo mica femminucce! Lo stesso avviene con gli scemi o i mezzi scemi. Per uno scemo si possono nutrire sei soldati feriti. Naturalmente non tutto è giusto per tutti. Alcune cose non vanno neanche a me, ma qui stiamo parlando in generale…”
 
Si sono divertiti come matti…
Il caporale scelto Muller è intercettato mentre rievoca un’azione anti-partigiana svolta contro un villaggio russo: “Allora abbiamo riempito bottiglie di birra con la benzina, le abbiamo messe sul tavolo e uscendo, come se nulla fosse, ci siamo lanciati alle spalle delle bombe a mano. È bruciato tutto subito: tetti di paglia. Tutti morti: donne, bambini. Pochissimi partigiani. In situazioni simili io non avrei mai sparato senza essermi assicurato che si trattasse veramente di partigiani. Ma molti dei miei compagni si sono divertiti come matti..
 
Quei grandi letti come si usa in Italia…
Due commilitoni, caduti prigionieri degli Americani, sono registrati il 2 aprile 1945 mentre parlano di un’azione di paracadutisti tedeschi operanti in Italia:
Schultka: “Cosa non succede al giorno d’oggi. Roba da non credere. Dei parà hanno fatto irruzione in una casa italiana e hanno fatto fuori due uomini. Erano due padri; uno aveva due figlie. Poi si sono scopati entrambe le figlie, se le sono scopate per bene e poi le hanno fucilate. In casa c’erano quei grandi letti all’italiana; le hanno buttate sul letto e..”
Czosnowski: “È disumano. Ma spesso raccontano cose che non hanno fatto, per darsi un sacco di arie…”
 
Ma diamocela tutti a gambe!
Nelle intercettazioni, quando parlano gli italiani, il tema è spesso la fuga. L’ammiraglio Leonardi, comandante delle fortezza di Augusta, una volta prigioniero, è intercettato dagli inglesi l’11 agosto 1943 mentre afferma: “Ho pensato di sparire in borghese. Alla fine se tutti gli altri se ne vanno non si vede perché non dovrebbe fuggire anche l’ammiraglio…Perché mai dovrei rimanere? Non sarò mica così fesso? Diamocela tutti a gambe”. Due generali italiani – i loro nomi non sono riportati – dopo la terza disfatta del novembre 1942 in Africa settentrionale sono registrati mentre convengono che: “È meglio non dire che cosa è successo: per esempio, che non abbiamo opposto alcuna resistenza”…

Apr 20, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Quando i leghisti erano statisti (Marco Travaglio)

Facile prendersela oggi con Bossi e il suo clan. Come prendersela col duce nel 1945 e con Craxi nel 1993. Sono almeno dieci anni che della Lega delle origini, quella che contribuì ad abbattere la prima Repubblica e a salvare Mani Pulite da sicuro affossamento, s’è perso persino il ricordo. Eppure fior di intellettuali e opinionisti “indipendenti” hanno fatto finta di niente sino all’ultimo. Ancora nel 2008, ultima vittoria elettorale di Bossi e Berlusconi, davano mostra di credere alle magnifiche sorti e progressive del “federalismo”, ciechi e sordi dinanzi alla satrapia dell’anziano leader menomato e agli scandali della Credieuronord, dell’amico Fiorani e delle quote latte.

Stefano Folli predicava il 15 aprile 2008 sul “Sole-24 ore”: “Silvio Berlusconi è il leader che riesce a rappresentare la sintesi di un Paese moderato, ma voglioso di modernità… e sempre più insofferente verso i vincoli, i freni e le incongruenze di chi diffida del cambiamento. Ma non si comprende il senso della vittoria berlusconiana… se si sottovaluta il dato politico che l’accompagna: vale a dire l’impronta nordista che l’affermazione della Lega porta con sé… La Lega è un partito leale agli accordi di coalizione, anche perché ha tutta la convenienza a esserlo. La lealtà paga, visto che oggi tra Lombardia e Veneto abbiamo quasi una seconda Baviera, con Bossi nei panni che furono di Strauss e Stoiber. E la “questione settentrionale”, anche quando significa timore della globalizzazione e inquietudine verso gli immigrati, è incarnata dalla Lega… Bossi ha citato la priorità del federalismo fiscale. Ecco un esempio di riforma, certo urgente, che tuttavia esige un alto senso di responsabilità politica per non danneggiare una parte del Paese”. Sappiamo com’è poi finita, la seconda Baviera. Ma Folli è sempre lì a spiegare come va il mondo.

Un altro folgorato sulla via di Gemonio fu Andrea Romano, già direttore del samizsdat dalemiano Italianieuropei, poi editor della berlusconiana Einaudi, ora testa d’uovo della montezemoliana Italia Futura e columnist prima de “La Stampa”, poi del “Riformista”, infine del “Sole”, lo stesso che l’altra sera pontificava in tv sull’ineluttabile fine del bossismo. Ecco cosa scriveva sulla “Stampa” il 16 aprile 2008: “La Lega potrebbe diventare il motore riformatore del governo Berlusconi… è un movimento politico ormai lontano dalla rappresentazione zotica e valligiana… ha accantonato definitivamente il teatrino secessionista… giustamente Stefano Folli sul “Sole-24ore” rimanda all’esempio della Csu bavarese”: insomma la Lega è un modello di “buona amministrazione locale”, piena di “giovani preparati come il piemontese Roberto Cota” (l’attuale catastrofico governatore del Piemonte), ergo sarà “il reagente indispensabile a una vera stagione di rinnovamento”. Certo, come no: vedi alla voce cerchio magico.

Se Romano citava Folli, Angelo Panebianco l’indomani sul “Corriere” citava Romano che citava Folli, in una travolgente catena di Sant’Antonio, anzi di Sant’Umberto: “Come ha osservato Andrea Romano, non si capisce la Lega Nord se non si tiene conto della capacità che Bossi ha avuto nel corso degli anni di fare crescere una classe dirigente locale, di giovani amministratori, spesso abili, e capaci di tenersi in sintonia con le domande dei loro amministrati”. Tipo Belsito, per dire.
L’altro giorno, sul “Corriere”, Antonio Polito rivelava di aver capito tutto da un pezzo (ovviamente all’insaputa degli eventuali lettori): “Già da tempo la Lega aveva dato segni evidenti di essersi trasformata da movimento in regime, con i tratti sovietici dell’inamovibilità del gruppo dirigente… Ma nessuno aveva immaginato che il regime fosse diventato una satrapia. Nemmeno Berlusconi”. Che strano: lo stesso Polito, direttore del “Riformista”, nell’aprile 2008 invitava il centrosinistra a rifuggire da un’opposizione severa e intransigente contro il nuovo governo Berlusconi-Bossi, e ad “aprire il dialogo con l’Italia berlusconiana” e naturalmente bossiana. È grazie a simili illuminazioni che Polito ha guadagnato la prima pagina del “Corriere”.

(L’Espresso, 13 aprile 2012)

Apr 20, 2012 - Senza categoria    No Comments

I nuovi padroni del Nord (Curzio Maltese)

    Ma quant’è furbo, da uno a dieci, Beppe Grillo che sta girando l’Italia per spiegare che lo scandalo della Lega è una trama dei giudici servi di Monti contro l’opposizione? «Tocca alla Lega, poi a Di Pietro e quindi a noi!». Quant’è abile a urlare in piazza e su YouTube una tesi innocentista e complottista a proposito delle porcate della «family», quando perfino Bossi ha dovuto scaricare il figlio e il cerchio magico. A corteggiare i leghisti spaesati dagli scandali con il no alla cittadinanza per i figli d’immigrati, a costo di sfidare le ire dei blogger, e il ritorno alla parole d’ordine dello sciopero fiscale contro la corruzione politica. Eccolo il nuovo campione del Nord tartassato contro Roma Ladrona, Beppe Grillo. «Ho seguito qualche suo comizio e l’analogia col primo Bossi è impressionante» commenta Pippo Civati, consigliere del Pd, uno dei pochi esponenti del centrosinistra ad avere le antenne puntate sulla crisi leghista. «Per non dire che Grillo gli copia interi passaggi e slogan, gestacci compresi. Purtroppo funziona, anche per colpa nostra. Avremmo delle praterie davanti, dico il Pd e il centrosinistra in generale, ma rimaniamo fermi a guardare. E così c’è il rischio che il Nord salti dalla padella padana alla brace del populismo grillino, per certi versi perfino peggiore».

Un rischio che al momento è una certezza. A dar retta ai sondaggi, oltre la metà dell’elettorato in fuoriuscita dalla Lega oggi voterebbe Movimento 5 Stelle. L’altra metà si spalma in parti uguali fra Pd, Pdl e il resto. Merito del fiuto commerciale del comico genovese, ma anche dell’afasia dei grandi partiti. I berluscones sono troppo occupati a trattare con il governo Monti franchigie personali e aziendali per rivolgere lo sguardo al cataclisma leghista. Il Pd la questione settentrionale non l’ha mai capita e finirà al solito per candidare qualche industriale deluso dal sogno padano. Senza contare l’imbarazzo del caso Penati, che è la ragione per cui Bersani non si fa vedere in una piazza lombarda da quasi un anno. Il progetto di un centrosinistra del Nord era andato in pensione con Sergio Chiamparino e le giuste profezie di Massimo Cacciari sull’imminente crollo di rappresentanza della Lega sono state lasciate cadere nel vuoto. Sul territorio gli unici a muoversi, in ordine sparso, sono a sinistra i nuovi sindaci, a cominciare da Fassino e Pisapia, e a destra l’onnipresente sistema di potere ciellino di Formigoni, inossidabile lui sì a qualsiasi scandalo. Per il resto via libera all’Opa grillina. Una marcia di conquista partita dalla Val di Susa, luogo perfetto per un revival della Lega degli esordi, ecologista, no global, anti sistema, pronta a gettare il cuore montanaro oltre l’ostacolo degli interessi combinati di grande capitale, burocrazia europea, finanza mondiale e solita Roma ladrona.

Ma davvero basta imitare i comizi d’annata del Senatur, come fa Grillo, oppure impugnare la scopa e invocare il ritorno alle origini, alla Maroni, per riprendersi la rappresentanza del più importante pezzo d’Italia? Se si leva lo sguardo dalla cronache politiche e giudiziarie, dai piccoli spettacoli quotidiani di trasformismo mediatico, e lo si alza sull’immenso laboratorio che corre dal Monviso al delta del Po, in una sequenza ininterrotta di case, centri commerciali, capannoni e industrie, si capisce che è un’utopia nostalgica. Lega delle origini e poi il berlusconismo erano il racconto, a volte geniale, del Nord fra gli anni Ottanta e Novanta. Ma in questi vent’anni tutto è cambiato, il Nord ha vissuto una rivoluzione che nessuno ha ancora raccontato. La morte politica dell’asse Berlusconi-Bossi si è consumata proprio in questa incapacità di raccontare e rappresentare il nuovo, assai prima di perdersi nel dedalo maleodorante delle ruberie e degli scandali, nelle storie di escort e false lauree.

La Lega delle origini, con Bossi solo in Parlamento, era il grido di rabbia delle comunità montane isolate e depresse. Ricordo uno dei primi comizi del Senatur, ancora scortato da Miglio, in una trattoria della Valmalenco, davanti a facce contadine stravolte dalla fatica, ma eccitate dalla favola, dove oggi c’è un Internet bar frequentato da ventenni che sembrano studenti di Stanford. Trento, Belluno, Sondrio, Aosta, Cuneo, culle del leghismo primigenio e pauperista, ispirato dagli autonomisti aostani e della Val d’Ossola, sono ormai da anni in cima alla classifica di reddito e qualità della vita pro del Sole 24 Ore, davanti a Milano, Bologna, Roma. Quando il sindacato leghista organizzava i primi comizi nella bergamasca, la Brembo e la Mapei erano piccole fabbriche con qualche decina di operai e ora sono colossi internazionali, con Squinzi e Bombassei che si giocano la presidenza di Confindustria all’ultimo voto. Alle prime assemblee di imprenditori leghisti, Daniele Vimercati mi faceva notare: «Guardali, si vestono allo stesso modo, hanno lo stesso capannone, tipo d’auto, villetta e perfino piante in giardino. Sono più uguali dei loro operai». Oggi la crisi ha spezzato le fila e prodotto una selezione darwiniana fra chi è cresciuto e chi sta fallendo. L’altro giorno nel Trevigiano un imprenditore agricolo si è impiccato nel capannone mentre il vicino festeggiava coi dipendenti il raddoppio delle esportazioni di soia per il biodiesel.

«La Lega è stato un formidabile imprenditore della paura del Nord davanti alla globalizzazione – è la lettura di Aldo Bonomi, sociologo, autore di uno dei migliori libri sul malessere del Nord, Il Rancore -. Ma bene o male in questi vent’anni la globalizzazione è arrivata e ha stravolto il paesaggio umano e sociale del paese, soprattutto delle aree più produttive. Di fronte a questo mutamento straordinario la Lega non ha saputo elaborare nuove risposte, è rimasta aggrappata ai vecchi miti, evocati oggi anche da Maroni: la Padania, il federalismo, la piccola patria. Ma oggi le questioni che interessano i ceti produttivi del Nord sono altre. Si chiamano default, riguardano la tenuta del paese intero come seconda potenza manifatturiera d’Europa. E’ cambiata l’imprenditoria, non più molecolare come vent’anni fa, ma selezionata dalla crisi fra una media industria in espansione, che regge da sola le sorti industriali dell’Italia, e una piccola in via di estinzione. E’ cambiato moltissimo il ceto medio, con l’avvento di quello che possiamo definire il terziario riflessivo. Nuove generazioni che lavorano soprattutto nel campo della comunicazione, il 27 per cento dei nuovi posti, e coltivano idee, sogni e bisogni molto distanti dai nostalgici archetipi leghisti. Si è rovesciato il rapporto fra il contado, per esempio la provincia pedemontana, e la metropoli. Per vent’anni il contado ha dato l’assalto alla città, con alla testa i condottieri di provincia Bossi e Berlusconi, assai più brianzolo che milanese. Ora sono la finanza, le banche, i saperi cittadini che tornano a mettere le mani sulla provincia, a investire nelle grandi reti, nella rete idrica, nel futuro della produzione energetica, nella green economy. E’ una trasformazione profonda, che ha influito anche sui sentimenti e sui risentimenti. Prenda la questione dell’immigrazione. A Milano la Lega, con la Moratti al seguito, ha impostato tutta la campagna contro Pisapia su questo tema e ha clamorosamente perso».

La Lega aveva insomma esaurito la spinta propulsiva anche prima degli scandali. «Sì, ma non bisogna commettere l’errore di considerare la crisi della Lega come la fine di una questione settentrionale che oggi è semmai ancora più viva e decisiva per il futuro dell’Italia. Altrimenti si rischia di evocare un’ondata di antipolitica ancora più disastrosa di quella che vent’anni fa ha consegnato il potere a Berlusconi e Bossi».

(da Repubblica, 13 aprile 2012 )

Apr 11, 2012 - Senza categoria    No Comments

Io ne ho viste cose che voi umani…

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”

 

Anch’io, nel mio piccolo, posso dire di “aver visto cose..” in questi anni di onorato lavoro.

Ho visto piantare un albero della Libertà nel bicentenario della Rivoluzione francese, albero benedetto addirittura dal reverendo parroco. Albero poi, per fortuna, seccatosi, forse per la vergogna.

Ho visto celebrare i fratelli Cervi facendoli paladini della lotta contro le tossicodipendenze al grido di “Se fossero vivi lotterebbero contro la droga!”.

Ho visto un Assessore al Bilancio inneggiare ai Viaggi della memoria in una pubblica manifestazione. Assessore di un Comune che aveva appena tagliato il contributo ai medesimi Viaggi.

 

Ma non avevo ancora visto una mostra “storica”(?!), anzi, pardon “Una sorta di laboratorio di riflessione sul futuro della collettività fatta come esito di una raccolta differenziata di cose varie e disperse, portate “random”da volenterosi cittadini. Sì perché in questo weekend con l’iniziativa “Gli oggetti ci parlano” ci viene richiesto proprio questo: portare cose, roba, insomma vuotare i solai, far saltare per questa settimana il mercatino del riciclo e consegnare festosi la merce.

 

Perché? “…per meditare sul nostro futuro, fare scelte importanti, ma anche ricordarci l’attitudine delle generazioni che ci hanno proceduto e che hanno creduto fortemente in un’idea di progetto positiva e condivisa, che una volta realizzata ha determinato cambiamenti significativi nelle abitudini e nella quotidianità…Questi oggetti verranno catalogati, schedati per liste tematiche e fotografati. Cosa portare? Quattro le aree tematiche della mostra: come mangeremo, come vestiremo, come condivideremo, come parteciperemo.”

Domanda: ma cos’è l’attitudine delle generazioni che ci hanno proceduto? Attitudine a cosa?

Come diceva il poeta “..quelli che ti spiegano le tue idee senza fartele capire, oh yeah!”

 

turkey-hat_3519.jpgComunque via alla caccia a “scatole portacappelli di modiste famose… carte geografiche d’epoca, reclame di viaggi, riviste,.. uova di struzzo, zampe di elefante montate… elettrodomestici di marca (aspirapolvere, lavapiatti, robot da cucina, macchine per il caffè.. macchine per scrivere, vecchi telefoni,… calze di nylon…”. Mancano solo i classici “tacchi, dadi e datteri” e poi l’elenco è completo.

 

Non è meraviglioso? La fantasia che ci libera finalmente da quei mucchi di roba accumulata negli anni, perché venderla? Regaliamola gioiosi e felici, convinti che qualcuno, ben più intelligente di noi, poveri accumulatori inconsapevoli, provvederà a dare un senso a tutto, a svelarci il senso delle nostre “attitudini”. Quale il progetto, quale il fine? Realizzare le famose “period room” che ci racconteranno come siamo stati ma soprattutto come saremo. Basta aspettare e capiremo tutto nella futura epifania di stampo televisivo. E pensare che noi eravamo abituati a realizzare mostre con il procedimento opposto: prima sapere di cosa vogliamo parlare e poi andare a cercare gli oggetti e i documenti che ci potevano servire. Vecchi, obsoleti, polverosi. Per fortuna che c’è chi è così avanti. Avanti dove, come? Non importa, avanti! E tutto “agratis”. Geniale.

 

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di ridere….

 

http://www.fotografiaeuropea.it/fe2012/gli-oggetti-ci-parlano-2/

 

 

Mar 23, 2012 - Senza categoria    No Comments

Memorie e identità (intervista a Michel Wieworka)

UNA CITTÀ n. 142 / 2006 Ottobre

Intervista a Michel Wieviorka
realizzata da Francesca Barca

MEMORIA E IDENTITA’
Un nuovo antisemitismo che, pur avendo perso i connotati razzistici tradizionali, si definisce sempre per l’odio verso un particolare gruppo umano. L’identificazione degli ebrei con Israele e degli arabi e musulmani immigrati con la causa palestinese. Il rinnovamento del modello di cittadinanza repubblicano indotto dalla riscoperta dell’identità, e della memoria, da parte di minoranze. Intervista a Michel Wieviorka.

Michel Wieviorka, sociologo, è direttore del Centro di Analisi e d’Intervento Sociologico (Cadis) dell’Ehess di Parigi. E’ fondatore e direttore della rivista Le Monde des Débats.

Esiste l’antisemitismo oggi?
Sulla questione dell’antisemitismo è utile intanto distinguere tra la dimensione Stato nazione e quella invece planetaria. Io penso che il fenomeno sia presente ad entrambi i livelli e che però sia evoluto assumendo caratteristiche diverse. E’ evoluto nei suoi contenuti, ma anche dal punto di vista degli attori; non solo: è diventato appunto un fenomeno globale. Questo significa che l’antisemitismo in Francia ha a che fare con le trasformazioni interne della società, ma allo stesso tempo è la proiezione sul suolo francese di logiche che vengono dall’esterno.
Allora, la prima novità è che l’antisemitismo ha smesso di essere razziale in senso biologico. Non si sente più parlare di sangue, di razza ebraica, di tratti fisici propri agli ebrei. La “biologizzazione” dell’antisemitismo si è indebolita man mano che il fenomeno veniva portato avanti da attori a loro volta vittime del razzismo, più o meno a sfondo biologico. In Francia, per dire, gruppi di origini algerine o marocchine, fanno resistenza a caratterizzare fisicamente gli ebrei perché sanno che il medesimo meccanismo potrebbe avere un effetto boomerang nei loro confronti.
Una seconda caratteristica importante concerne i suoi contenuti: oggi l’antisemitismo dice quasi il contrario di quello che diceva il vecchio antisemitismo. Fino a cento anni fa l’antisemitismo consisteva nel ritenere gli ebrei un pericolo, una minaccia per l’identità nazionale, per l’integrazione, per il corpo sociale, per l’omogeneità del paese… Insomma, gli ebrei incarnavano logiche che minavano il gruppo dominante e quindi l’immagine della propria società, della propria nazione, della Repubblica…
Oggi accade quasi il contrario. Gli ebrei non rappresentano più una minaccia di quel tipo, ma al contrario l’occupazione del centro della nazione, della società, della repubblica. Non si dice più: “Gli ebrei sono un pericolo per la nazione, per la repubblica, per lo Stato, per la società” bensì: “gli ebrei si sono integrati”…
Troppo?
Appunto, sono troppo al cuore della nazione, della società. Insomma quello che viene loro rimproverato non è la minaccia che costituirebbero, ma il fatto che sono “entrati” e che occupano posti di potere. E’ un cambiamento considerevole. Del resto è vero che gli ebrei oggi in Francia non sono vittime né di segregazione né di discriminazione, in alcun modo, mentre fino a un secolo fa lo erano ancora.
L’altro cambiamento, come dicevo, riguarda i nuovi “attori”, coloro che portano avanti i contenuti antisemiti. Beninteso, il vecchio antisemitismo nazionalista, razzista, xenofobo non è sparito, come pure quello cristiano che ritiene appunto che gli ebrei abbiano ucciso Gesù: esiste ancora e lo si incontra oggi nelle aree di destra “dura”, di estrema destra.
Da questo punto di vista il vero spartiacque è dato dal fatto che dopo la seconda guerra mondiale l’antisemitismo è diventato “criminale”, quindi non può più avere un’espressione esplicita, e tuttavia continua ad apparire, casomai in forma velata. In Francia in particolare è stato risvegliato dall’estrema destra, nella persona di Jean-Marie Le Pen, che ha avuto spesso uscite molto infelici, come nel 1998 all’università estiva del partito, in cui se ne uscì con il gioco di parole “Durafour crématoire”, a proposito del ministro ebreo Michel Durafour, o ancora con affermazioni come “la Shoah è un dettaglio della seconda guerra mondiale”, per non parlare dell’interesse che ha sempre manifestato il Fronte Nazionale verso i cosiddetti testi “negazionisti”.
Quindi il vecchio antisemitismo non solo continua ad esistere, ma negli anni ’80 è stato rilanciato.
Un altro elemento, neanche questo nuovo, è la presenza di un certo antisemitismo nell’estrema sinistra, anch’esso erede di una vecchia tradizione, sia marxista che anarchica; sia in Karl Marx che in Proudhon se ne trovano tracce. Il partito comunista è stato anch’esso talvolta antisemita o ha comunque manipolato l’antisemitismo.
Ecco, tutta questa tradizione ha trovato una nuova edizione nell’identificazione politica alla causa palestinese. Il ragionamento è abbastanza semplice: “Israele è il sionismo, un progetto inaccettabile, la dominazione e la distruzione dei palestinesi, la colonizzazione”, cose peraltro, a mio avviso, in parte condivisibili, ma da qui si fa un passaggio ulteriore per cui lo Stato di Israele e le sue politiche vengono a coincidere tout court con gli ebrei, e di conseguenza tutto quello che tocca ai palestinesi rimanda al male assoluto incarnato dagli ebrei.
In sostanza, per alcuni il punto di partenza è l’antisemitismo, per altri l’antisemitismo è piuttosto un punto di arrivo.
Ha parlato dell’estrema destra, e di una certa sinistra terzomondista. Che ruolo rivestono invece le popolazioni immigrate di origine arabo-musulmana in questo fenomeno?
Allora, premesso che si può essere arabi e non musulmani, come si può essere musulmani senza essere arabi, qui direi che di nuovo l’antisemitismo nasce da un’identificazione alla causa palestinese. Molti di questi giovani immigrati vivono nei quartieri popolari, dove alcuni discorsi trovano terreno fertile: “io immigrato in Francia mi sento trattato come i palestinesi in Medio Oriente”, “io sono vittima del razzismo della polizia come loro dell’esercito israeliano”, “io sono escluso socialmente e vivo in condizioni molto dure, come i palestinesi”. E’ un po’ lo stesso meccanismo: chi domina, sfrutta, disprezza, terrorizza i palestinesi sono gli israeliani, gli israeliani sono gli ebrei…
In Francia, l’aspetto interessante è che, a rigore, questo discorso si sviluppa senza alcun riferimento a degli ebrei reali. E tuttavia non si può negare che il discorso comunitario ebraico oggi pone effettivamente un problema. Il Crif (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche Francesi), attraverso il suo presidente, ha spesso dato l’immagine di una diaspora francese solidale con il governo israeliano, qualunque cosa esso faccia. Da questo punto di vista, almeno nel caso francese, non è così bizzarro equiparare la critica al governo israeliano a quella agli ebrei nel loro insieme.
Una seconda logica, che è molto diversa, è quella alla Samuel Huntington, ovvero lo scontro tra civiltà, o meglio tra religioni: l’Islam e l’Occidente sono in guerra, io sono musulmano quindi sono in guerra contro l’Occidente. L’Occidente sono gli Stati Uniti, gli Stati Uniti sono governati da degli ebrei, o comunque sono a favore di Israele, di qui l’equazione Israele uguale Stati Uniti. Ecco come viene fuori il discorso antisemita. In questo caso non si tratta di identificazione alla causa palestinese.
Va anche detto che a volte abbiamo una logica senza l’altra, a volte le abbiamo entrambe contemporaneamente. Direi che è questo il nuovo paesaggio.
Dati i cambiamenti delineati, ha ancora senso parlare di antisemitismo o sarebbe più opportuno utilizzare un’altra espressione, come quella di “giudeofobia” coniata da Taguieff?
A me pare che le altre espressioni non siano molto felici. Si è tentato di chiamare questa nuova evoluzione con l’antico termine “antigiudaismo” o appunto “giudeofobia”. Antigiudaismo tuttavia significa che si sta parlando di una religione, e quindi si parte da una definizione restrittiva degli ebrei, perché una grossa parte del mondo ebraico non si definisce affatto in termini religiosi. Non si può insomma ridurre il fatto ebraico al giudaismo. C’è chi propone delle altre parole: giudeicità, giudaismo, ebraicità, ecc…
Poi c’è appunto l’espressione giudeofobia, che è più aperta, ma rimanda comunque alla religione.
A mio avviso però è proprio la parola “fobia” che pone il problema, perché fobia è una cosa molto precisa, che non corrisponde a quello che osserviamo. In questo senso il vocabolario disponibile non è il più felice. E poi io credo che bisogna accettare una cosa: è vero che l’antisemitismo di oggi non è quello che c’era tra le due guerre e tuttavia è comunque l’odio per lo stesso gruppo, e la parola che designa maggiormente questa continuità storica della vittima è antisemitismo.
Si può anche ragionare diversamente, in modo più scientifico: per un sociologo l’antisemitismo è un razzismo, per cui andrebbe analizzato con le stesse categorie che si usano per gli altri razzismi. E tuttavia c’è un tale spessore storico nella vicenda dell’antisemitismo che rende quasi improponibile metterlo sullo stesso piano degli altri razzismi. Ecco perché dico che bisogna conservare la parola “antisemitismo”, anche se il contenuto è cambiato, e l’odio verso gli ebrei non si accompagna a ideologie costruite sull’idea di razza semita, o cose del genere.
C’è un fenomeno apparso recentemente, che complica ulteriormente il quadro, anche se non lo modifica: l’emergere di un razzismo in popolazioni che si definiscono loro stesse per il colore della pelle: i neri…
Si tratta di un fenomeno che non è nuovo, né in Francia né negli Stati Uniti, basti pensare alle dichiarazioni di Louis Farrakhan. Come dicevo, in Francia quello che viene rimproverato agli ebrei è appunto di essere al cuore della nazione, della Republique, della società. Ora però sta emergendo una dimensione ulteriore di quell’accusa che recita più o meno così: gli ebrei non solo sono pienamente riusciti nella loro integrazione, ma impediscono agli altri gruppi di compiere lo stesso percorso.
Questa logica, incarnata dalla figura di Dieudonné, sta assumendo forza soprattutto nel mondo antillese francese, ovvero i francesi discendenti dagli schiavi.
La rivendicazione investe due dimensioni: una “memoriale”, che quindi rimanda alla storia, e una sociale. In base alla prima si accusano gli ebrei di avere un vero monopolio della sofferenza storica, che impedisce a tutti gli altri di fare in qualche modo valere il proprio passato: lo schiavismo, la tratta dei neri, la colonizzazione.
In secondo luogo, si accusano gli ebrei di comportarsi in maniera razzista e addirittura di avere avuto un ruolo centrale nella tratta dei neri. Accusa palesemente falsa, dato che tutte le indagini storiche negano che gli ebrei, o anche “degli ebrei”, abbiano avuto un ruolo in quella vicenda, che tuttavia ha un seguito.
Tra le novità ha citato anche la “globalizzazione” dell’antisemitismo. Può parlarne?
Oggi bisogna parlare di un fenomeno globale, cioè sostenuto da logiche planetarie, che però si installano sulle dinamiche interne di ciascuno Stato nazione. In realtà nemmeno questa è una novità a tutti gli effetti: l’antisemitismo è globale da molto tempo. Le ricerche che hanno indagato l’odio verso gli ebrei nell’antichità lo registravano già in diverse aree.
La globalizzazione è stata promossa dal cristianesimo: l’accusa mossa agli ebrei di essere un popolo deicida è circolata per una tale quantità di tempo da fornirgli una dimensione globale.
Quello che invece è nuovo, utilizzando una definizione non mia, ma di un marxista americano, David Harvey, è che con l’inizio degli anni ’90 si può parlare della globalizzazione come di una “doppia compressione”, del tempo e dello spazio, che investe anche l’antisemitismo.
Un esempio: nei paesi del Medio Oriente si accusano gli ebrei di ogni sorta di nefandezza: i crimini rituali (le vecchie accuse cristiane), il complotto per prendere il potere sul mondo; si recuperano i Protocolli dei Saggi di Sion (un testo inventato dalla polizia dello zar alla fine del XIX secolo); si riprendono argomentazioni di tipo nazista, quindi razziali, sorte in Europa all’inizio del XX secolo, ma anche tematiche negazioniste, per cui gli ebrei avrebbero inventato la Shoah, o comunque manipolata a loro profitto, per rafforzarsi.
Insomma, si prende quello che arriva da ogni parte del mondo e lo si amalgama e tutto questo circola un po’ dappertutto. E’ in questo senso che il fenomeno dell’antisemitismo è globale e non semplicemente locale. Questa è una novità. La domanda è: queste sono logiche che appartengono a una dimensione planetaria che poi prendono corpo nei vari paesi, oppure sono interne a ogni paese?
In Francia c’è stata una recrudescenza di violenze e aggressioni antisemite all’inizio del 2000, in concomitanza con lo scoppio della seconda Intifada. Molti hanno interpretato questo dato sostenendo che l’antisemitismo francese non sarebbe nulla più che la proiezione sul suolo nazionale di quello che succede in Medio Oriente, quindi logiche planetarie. Gli ultimi eventi però non trovano corrispondenza nell’attualità internazionale. Di qui l’idea che l’antisemitismo sarebbe invece l’esito di un disagio sociale, nello specifico, la crisi nelle banlieues, l’esclusione, la povertà…
Ecco, io credo che una buona analisi sia quella che prova a coniugare i due registri, facendoli giocare insieme.
Meno di un anno fa un giovane ebreo, Ilan Halimi venne sequestrato, torturato e infine ucciso da una banda di criminali. E’ stato subito evidente, per quanto se ne sia discusso, che quest’azione aveva una connotazione antisemita perché la vittima era stata scelta in quanto ebrea. I rapitori avevano sequestrato un ebreo certi di avere il riscatto: gli ebrei sono il denaro -un pregiudizio antisemita. E se la famiglia non paga, la comunità pagherà. E infatti i rapitori alla fine hanno chiesto il denaro a una sinagoga, a un rabbino. Tuttavia quest’azione non ha nulla a che fare con la globalizzazione. Si è trattato di un gesto criminale e barbaro interno alla società francese. Allora, da un lato ci sono questi giovani che vedono alla televisione un bambino palestinese trattato in modo inumano dall’esercito israeliano e che poi cercano di incendiare una sinagoga -una proiezione sulla Francia del conflitto israelo-palestinese, quindi logiche globali, mondiali, planetarie. Dall’altro c’è l’affaire Fofana (dal nome del capo della banda), che è proprio un delitto francese. Quindi, di nuovo, possiamo avere l’una o l’altra, ma spesso le due logiche sono legate.
L’emersione di nuove identità ha investito il rapporto con la memoria, la storia, la stessa nazione…
Facciamo qualche passo indietro. Dalla fine degli anni ’60, la Francia, come molti altri paesi, ha conosciuto un “ethnic revival”, una rinascita delle identità. E’ cominciato con le identità regionali, quella occitana, bretone, più tardi quella corsa, con ricadute anche in ambiti inediti. Gli stessi sordomuti si sono “risvegliati” e hanno chiesto il riconoscimento della lingua dei segni diventando a loro volta un movimento identitario. Anche gli ebrei di Francia in quel periodo si sono conseguentemente allontanati dal modello repubblicano classico, ereditato dall’epoca rivoluzionaria e dall’Illuminismo, fondato sull’idea che si potesse essere ebrei in privato ma non in pubblico. In sostanza possiamo dire che a partire dalla fine degli anni ’60 questo modello inizia a scricchiolare aprendo nuovi spazi a queste emergenti identità che fanno appello in primo luogo alla loro memoria.
Aggiungo che non si può capire il risveglio degli ebrei di Francia se non si tiene in considerazione quanto successo durante la Seconda Guerra Mondiale in questo paese: il ruolo della polizia, dello Stato, del regime di Vichy, quindi la messa in causa dello Stato e della storia nazionale.
Gli stessi occitani del resto hanno messo in primo piano il loro essere stati vittime, così i bretoni. Insomma, c’è l’idea che per esistere collettivamente bisogna rintracciare una propria storia specifica, attraverso la memoria.
Negli anni ’80 il fenomeno identitario ha preso un’altra direzione, sostituendo la memoria con l’appartenenza religiosa: l’Islam.
Negli anni sempre più “identità” hanno chiesto un riconoscimento, anche dal punto di vista della memoria, a partire dall’appartenenza a un gruppo che avesse sofferto storicamente a causa della Francia. Talvolta si è chiesto alla Francia di ammettere questa sofferenza anche se causata da un altro Paese. E’ il caso degli armeni, che hanno chiesto alla Francia di riconoscere il genocidio perpetrato dai turchi contro di loro.
Così arriviamo agli anni ’90 e a oggi, con l’emergere di nuovi appelli a memorie e storie fatte di sofferenza, distruzione, sterminio, fino al passato coloniale e allo schiavismo dei neri di Francia. Di qui il dibattito su Napoleone ad Haiti, la tratta dei neri, lo schiavismo, la colonizzazione, la decolonizzazione… Insomma siamo entrati in una situazione in cui sempre di più le radici nazionali, la storia, sono in discussione. Talvolta le rivendicazioni, le affermazioni, sono portate da gruppi che partono da fatti storici molto contestabili, o comunque presentati in modo discutibile, banale, semplificato. Oggi si sente dire che gli antillesi discendono tutti dagli schiavi, che in parte è vero, ma le cose sono molto più complicate. Dopo tutto la tratta dei neri non è “la” tratta dei neri, ma “le” tratte dei neri, e non c’è alcuna ragione per imputare tutte le colpe alla Francia. Il fenomeno ha interessato anche altri paesi d’Europa, Portogallo, Spagna, Inghilterra, come pure alcuni paesi dell’Africa stessa. Se si vuole parlare seriamente di queste tematiche bisognerebbe affidarsi a indagini storiche serie -alcune, per dire, hanno messo in luce anche il ruolo degli africani nella tratta dei neri. Quindi siamo all’interno di un panorama articolato e a tratti scivoloso, specie quando si appella a memorie false.
Abbiamo parlato di Dieudonné. Allora, è ovvio che c’è stato lo schiavismo. Ma il discorso che lui sta portando avanti è assai strano, non corrisponde che molto lontanamente alla realtà. Nella costruzione di una propria memoria e identità, i vari gruppi si appellano a degli intellettuali o pseudo-tali. Ecco, in Francia, più che altrove, tutto questo ha come contraltare la messa in discussione della storia in quanto radice nazionale. Vengono così interpellati coloro che per professione producono la storia, cioè gli storici, ma anche i politici.
La Francia oggi è così costretta a confrontarsi con l’immagine di un paese tutt’altro che glorioso, che anzi ha perpetrato crimini orribili. In passato le nazioni erano incoraggiate a dimenticare i crimini, in particolare quelli fondativi, su cui appunto si erano costruite. Oggi un’altra idea comincia a farsi strada: una grande nazione è tale perché riconosce i suoi torti. Questo ragionamento ha tuttavia dei limiti perché quando si inizia non si finisce più.
Jacques Chirac comunque è stato molto chiaro a questo proposito: la nazione francese per crescere deve riconoscere i torti del regime di Vichy e dello Stato, e la schiavitù. Una posizione inedita rispetto al XIX secolo, quando la bella e grande nazione francese aveva sempre ragione.
In che senso entra in crisi il modello repubblicano alla francese e qual è la posizione degli ebrei?
Tutti questi gruppi rivendicano il diritto di essere riconosciuti pubblicamente, che i libri di storia ne parlino. Queste identità vogliono esistere anche sul piano pubblico, avere mezzi di espressione, risorse, visibilità; non accettano più di essere confinati alla sfera privata.
E’ questo il nodo critico, perché il modello repubblicano francese consiste sostanzialmente nel dire: nello spazio privato fate quello che volete, ma in quello pubblico non ci sono che individui, quindi non ci sono minoranze, gruppi, né particolarismi culturali. Ecco, un’applicazione dura e pura di questo principio non è più accettabile.
Stiamo cioè assistendo alla nascita di quello che io chiamerei un modello “neo-repubblicano”.
E’ in atto una trasformazione del modello repubblicano: questi gruppi si aspettano molto dalla repubblica, ne rispettano pienamente i valori, ma nello stesso tempo vogliono essere riconosciuti come tali.
Qui l’esperienza degli ebrei francesi è molto interessante. I primi ad avere compreso tutto questo infatti sono stati loro. Nel vecchio modello repubblicano si poteva essere ebrei solo in privato. Addirittura non li si chiamava ebrei, bensì israeliti, la parola era scomparsa dal vocabolario. Col tempo però hanno preso le distanze da questo modello e sono diventati visibili, religiosamente, politicamente, nel loro rapporto con Israele, culturalmente, si sono quasi “etnicizzati”. Di qui una rottura con il modello repubblicano classico. Allo stesso tempo -è diventato evidente soprattutto in questi ultimi anni- hanno dimostrato di aspettarsi molto dalla Repubblica.
Quando c’è stato l’omicidio del giovane ebreo Halimi c’è stata una mobilitazione che ha espresso la richiesta alla Republique di garantire la sicurezza e il rispetto dei valori democratici. Dopo una fase di grande presa di distanza, oggi gli ebrei francesi, appellandosi alla Repubblica, stanno contribuendo ad inventare questo modello neo-repubblicano, facendosi di fatto portavoce anche delle rivendicazioni degli altri gruppi.

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