Ott 7, 2016 - Senza categoria    No Comments

Il linguaggio dell’immaturità (Francesco Cataluccio)

Da parecchio tempo sembra di assistere a ciò che, lucidamente e drammaticamente, aveva descritto il Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov (1880) di Fëdor M. Dostoevskij:

«Ecco l’odierna sorte degli uomini: piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensì dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. (…) Noi invece proveremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che la felicità infantile è la più dolce di tutte».

Alcuni sabati sera fa, quando ho acceso la televisione per vedere le notizie del telegiornale, davano in diretta il comizio di Beppe Grillo a Palermo. Preso da un raptus di curiosità mi sono seduto sul divano e ho iniziato a seguirlo. Mio figlio tredicenne mi si è accovacciato accanto, pronto ad addormentarsi. Invece ho percepito che stava seguendo anche lui. A un certo punto ha sussurrato: «Però su certe cose ha ragione, e poi le dice in modo chiaro e divertente!».

Grillo è indubbiamente un uomo di spettacolo: tiene bene il palcoscenico, capisce quando deve piazzare la battuta, urla e fa finta di arrabbiarsi per rafforzare quel che dice, salta di palo in frasca senza perdere il filo, ma facendolo perdere spesso a chi lo ascolta. Il suo argomentare però pare a volte quello di uno spaccone da bar. A un certo punto, per sottolineare il fatto che l’Italia è in ritardo mentre le tecnologie altrove permettono già una migliore e più giusta qualità della vita, ha fatto un esempio incredibile: «Nel Nord dell’Europa hanno delle auto elettriche che funzionano come degli accumulatori di energia. La sera si attaccano alla spina. La notte l’energia costa la metà perché le fabbriche sono chiuse. La mattina se usi la macchina te ne vai con la tua energia pulita a basso costo, ma se non la usi rivendi l’energia che ha accumulato, sempre con la spina, a chi, a quel punto, te la paga il doppio…».

Bella visione del futuro (se solo la volessimo realizzare!): semplice ed entusiasmante. La ricchezza virtuosa alla portata di tutti. Anche un ragazzino capisce e apprezza. Ciò che fa impressione è l’uso di un linguaggio immaturo, senza riferimenti precisi, basato sul sentito dire da ribadire in una modalità infantile da leggenda metropolitana.
Questo modo di parlare e fare politica non è certamente una cosa nuova, né una prerogativa esclusiva del leader di Cinque Stelle. Come ho mostrato nel libro Immaturità. La malattia del nostro tempo (Einaudi 2004; ed. ampliata e aggiornata: 2014), dalla metà dell’Ottocento, in Europa, ha preso sempre più il sopravvento il mito di una vita priva di riflessione, senza intrusione dell’intelletto. Si guarda con orrore alla maturità come a un sinonimo di conformismo e a un venir meno della propria identità scendendo a patti con un presente che non ci piace (ma che si finisce poi per accettare passivamente e amaramente perché, tutto sommato, più comodo). Aveva ragione Milan Kundera, nel suo capolavoro Il libro del riso e dell’oblio (1981):

«I bambini non sono l’avvenire perché un giorno saranno adulti, ma perché l’umanità si avvicina sempre di più a loro, perché l’infanzia è l’immagine dell’avvenire».

La storia del Novecento ci ha mostrato drammaticamente che una cultura giovanilistica e immatura, e la pratica su di essa basata, sono in realtà assai reazionarie e foriere di disastri: la più grande esaltazione del mito della gioventù è stata fatta dai regimi totalitari, che convincono/costringono i giovani a fermarsi sulla soglia e rimanere immaturi, come farà anche il protagonista del Tamburo di latta (1959) di Günter Grass.

Le avanguardie artistiche, che spesso si piccavano di essere anche avanguardie politiche, sono state il trionfo dell’infantilismo. In modo puerile hanno ritenuto di poter spazzar via il mondo giocando a fare i bambini. E allora abbiamo le poesie fatte di sbang, bum, zang, e bing di Marinetti e degli altri poeti Futuristi; la confusione irrazionale del movimento Dada (cavallino a dondolo); le sterili grida dei surrealisti. Tutti questi movimenti finirono per sposare tragicamente la causa dei due grandi movimenti autoritari del Novecento: il Fascismo e il Bolscevismo. Gli adulti-infantili, come i protagonisti di Zelig di Woody Allen o de Il giovane Holden (1951) di J. D. Salinger, ricercano, più o meno consapevolmente, un padre autoritario, sostituto di quello che non hanno mai avuto, perché ormai privo di qualsiasi credibile autorevolezza. Lo scrittore polacco Witold Gombrowicz, con il suo romanzo Ferdydurke (1937), fu il primo a mostrare che il segno distintivo della Modernità non era la crescita o il progresso umano, ma al contrario il rifiuto di crescere, e che da ciò sarebbero derivati, come puntualmente avvenne pochi anni dopo, soltanto lutti e dolori.

Oggi si assiste in Europa, ma anche in molte altre parti di un globo interconnesso nelle cose peggiori, al dilagare dell’immaturità politica. Le vecchie classi dirigenti hanno perso il sostegno degli elettori a causa della loro incapacità di affrontare gli enormi problemi di un mondo che si fa sempre più piccolo e complesso e, in molti casi, si sono screditate a causa della loro corruzione. Ma “la politica è un’arte”, come ribadì sovente Nicolò Machiavelli: arte della mediazione, conoscenza delle regole, coraggio di andare anche contro l’opinione della maggioranza, rischiando in nome del bene la popolarità, la carriera e, a volte, anche la libertà e la vita. Proprio perché è un’arte, la politica non si impara all’università: la si impara nella pratica, con il ragionamento, non certo per cooptazione. E poi, purtroppo, come si vede continuamente, non basta essere onesti per saper ben governare. Non è sufficiente identificarsi con la gente comune e parlare il loro linguaggio semplice per riuscire ad affrontare le questioni della “cosa pubblica” con saggezza, diplomazia ed efficacia. Semplificare tutto e ragionare meccanicamente e pigramente secondo categorie Bene/Male, Ladri/Onesti, Giovani/Vecchi, Casta/Popolo è segno di immaturità e disabitudine metodica al Dubbio come bussola, grazie alla quale funziona bene la nostra testa e si aprono squarci di comprensione della realtà. L’immaturo ritiene ingenuamente che tra il Bianco e il Nero non esista una vasta, e spesso difficilmente comprensibile, Zona Grigia di tutto. Se non si è abituati a vederla e comprenderla non si potrà mai essere né intelligenti né tolleranti.

Il politico immaturo si mette in sintonia continua con la pancia della gente, rincorre i suoi volubili umori, solletica gli istinti più egoistici. Non pratica un’utile politica e non fa fare nessun passetto avanti per tentare di risolvere i problemi. La cinica demagogia può anche portare alla vittoria nelle elezioni, ma soltanto per una breve ed effimera stagione, che aggraverà ulteriormente i problemi ed esacerberà poi la rabbia e l’aggressività.
L’immaturità politica la si coglie poi ovunque nella popolarità crescente dei movimenti religioso-politici radicali. Una volta che, a partire dalla Rivoluzione francese, la politica non si giustifica più sulla base dell’esperienza e del passato, ma su quella delle aspettative e del futuro, si spalancano le porte alle derive religiose, che in quanto a futuro e ad aspettative sono imbattibili. E naturalmente se la politica manca del tutto di aspettative future (come accade oggi sia in Occidentale che in Oriente) allora il fanatismo religioso e quello politico diviene doppiamente imbattibile.

Appaiono alla ribalta capipopolo immaturi, mossi soltanto dall’ambizione personale e dalla voglia narcisitica di vedere nella gente la conferma delle proprie sciagurate idee. È sempre stato così sin dall’antichità: in ogni epoca storica ci sono stati demagoghi che hanno aizzato con successo folle disperate e quindi miopi. Ma oggi il grande pericolo è il populismo sostenuto dall’immaturità diffusa, prodotto dello scadimento del livello dell’istruzione, dalla crisi di valori tradizionali non più sostenibili in un mondo globalizzato e dai nuovi mezzi di comunicazione che ingigantiscono qualsiasi follia, grazie alla “democrazia della rete”.

L’immaturo è oggi un immaturo continuamente attaccato a internet. Sta in mezzo in quello “sciame” del quale parla il filosofo sudcoreano, che insegna e scrive in Germania, Byung-Chul Han. La sua è forse la riflessione più acuta sulla vita di oggi, fortemente condizionata da un uso acritico del digitale. Nel suo libro Nello sciame. Visioni del digitale (Im Schwarm. Ansichten des Digitalen, 2013; trad. it. Nottetempo, 2015), racconta come la trasparenza e i dispositivi digitali abbiano profondamente cambiato gli uomini e il loro modo di pensare. La sua critica mostra che cosa significhi abdicare al significato e al senso per un’informazione reperibile ovunque, ma spesso inaffidabile. Il paesaggio patologico della nostra epoca è causato da eccesso di positività piuttosto che da negatività. La stessa ideologia della community o dei beni comuni collaborativi, che è spesso evocata oggi, conduce alla capitalizzazione totale della comunità: non è più possibile nessun rapporto umano disinteressato. Airbnb ha trasformato in merce anche l’ospitalità, così come ha fatto Facebook con l’amicizia o BlaBlaCar con il passaggio disinteressato (che un tempo si chiamava autostop). In questo bel «condividere», paradossalmente, nessuno più dà qualcosa spontaneamente e si guadagna da tutto, senza nemmeno pagare le tasse. Trionfa un egoismo immaturo che si spaccia per sociale.

Il cittadino digitale crede di poter dire la sua su ogni cosa e di poter votare e decidere da casa propria tramite i tasti del computer o del telefonino; di poter metter mediaticamente alla gogna i “potenti” che ha individuato come suoi nemici; non crede nelle istituzioni democratiche e nell’amministrazione della giustizia; è convinto di poter finalmente governare assieme alla sua comunità perché grida più forte la “sua” verità.

L’immaturità pubblica ha prodotto, negli ultimi decenni, uno stato generale di paranoia. Il presidente della Società italiana di psichiatria, Claudio Mencacci, fece tre anni fa una diagnosi della situazione italiana purtroppo sempre più vera (C. Mencacci, Una società paranoica, in «Corriere della Sera», 13 maggio 2013):

«Siamo sempre piú contagiati da una venatura paranoica. La diffidenza, il sospetto, la rissosità che permeano e inquinano i rapporti tra le persone, le accuse che acriticamente e in modo stereotipato uno schieramento rivolge all’altro, la negazione della possibilità di un dialogo che non si traduca in un alterco o in un pubblico dileggio, accompagnati dalla proiezione sistematica sull’altro delle responsabilità di programmi disattesi, dimostrano quanto gli aspetti, appunto paranoicali, siano operanti nel tessuto sociale attuale. Questo “virus della paranoia” è già in azione, circola nella nostra vita, amplifica la diffidenza dello Stato sui comuni cittadini che a loro volta ricambiano diffidenza e sospetto. E la Storia ci ha insegnato che il passaggio, a volte indolore, dallo Stato di diritto a quello paranoico, non è improbabile».

http://www.ilpost.it/francescocataluccio/2016/10/06/linguaggio-immaturita/

Ott 7, 2016 - Senza categoria    No Comments

Il “tradimento” di Benigni (Massimo Recalcati)

Repubblica, 7 ottobre 2016

LA SCADENZA per il voto sul referendum costituzionale si avvicina e, come è normale, il dibattito politico si infiamma. In ogni referendum che ha marcato il passo, il paese si è inevitabilmente diviso (monarchia e repubblica; divorzio, aborto). Accade in democrazia che vi sia una maggioranza e una minoranza.

LA COSA che più mi colpisce non è quindi né l’infiammarsi del dibattito politico, nè la divisione del paese, ma un sintomo che manifesta una grave malattia che ha da sempre storicamente afflitto la sinistra (ora pienamente ereditata dal M5S). Ne ha fatto recentemente le spese Roberto Benigni aspramente attaccato per la sua presa di posizione a favore del Sì. A quale grave malattia mi sto riferendo? Si tratta della malattia (ideologica) del ” tradimento”. Anche una parte del fronte di sinistra del No ne è purtroppo afflitta. Non coloro che ragionano nel merito dei contenuti della riforma non condividendoli (come provò a fare con cura Zagrebelsky in un recente confronto televisivo con Matteo Renzi), ma coloro che vorrebbero situare il confronto sul piano etico impugnando, appunto, l’antico, ma sempre attualissimo, tema del tradimento degli ideali. L’accusa patologica di tradimento implica innanzitutto l’idea di una degradazione antropologica del traditore, di una sua irreversibile corruzione morale.Non un cambio di visione, non la formulazione, magari tormentata, di un giudizio diverso, non l’esistenza di contraddizioni difficili da sciogliere, non il travaglio del pensiero critico. Niente di tutto questo. Il traditore è colui che ha venduto la propria anima al potere, al regime, al sistema. È l’accusa che risuona oggi, non a caso, nella bocca di diversi intellettuali schierati per il No rivolta verso quelli che sostengono le ragioni del Sì: venduti, servi, schiavi dei “poteri forti”. Non a caso agli inizi della campagna referendaria Il fatto quotidiano ne pubblicò addirittura una lista di 250 per mostrarne l’indegnità e la consistenza risibile. L’accusa è che il traditore abbia subdolamente cambiato idea o abbia condiviso un’idea ingiusta per difendere avidamente i propri interessi personali. Il che lo rende moralmente ancora più infame. Egli ha barattato in modo sacrilego la purezza assoluta dell’Ideale con la volgarità interessata e meschina del proprio Io. Ambizione personalistica, prevalenza dell’individuale sul collettivo, incapacità di servire umilmente la Causa perché l’attaccamento “borghese” al proprio Io prevarrebbe cinicamente sul senso universale della storia e sulle sue ragioni. Questo fantasma del tradimento non anima evidentemente solo la vita politica della sinistra – recentemente Alfano fu accusato da Berlusconi e dai suoi di alto tradimento, come Hitler accusò alcuni suoi generali dissidenti, o, per fare un esempio un po’ più modesto, la Lega inveii con il Trota impugnando le scope che avrebbero dovuto ripulire il partito dall’ombra della corruzione – . E, tuttavia, è proprio a sinistra che esso trova il suo terreno di attecchimento più fertile. Perché? Perché l’accusa di essere un traditore degli Ideali è un sintomo tipico della sinistra? Tocchiamo qui la radice profondamente stalinista di questa cultura che è dura a morire.

Ogni uomo di sinistra – quale io mi ritengo d’essere – dovrebbe provare a fare sempre i conti con questa radice oscena. Dovrebbe sforzarsi, innanzitutto soggettivamente e non solo collettivamente, di confrontarsi con il suo carattere scabroso, anti-liberale e anti-libertario: dovrebbe provare a fare sempre attenzione allo stalinista che c’è in lui per lavorarci contro, per impedire che questo grave morbo lo accechi e lo condizioni nella sua azione. La radice inconscia del fantasma del tradimento porta alle estreme conseguenze un principio che appartiene a sua volta al fondamentalismo insito nel concetto “marxista” di militanza. La Causa obbliga alla spogliazione di sé, al sacrificio assoluto della propria individualità, alla soppressione del pensiero critico come un bene superfluo e borghese. Il traditore della Causa è insopportabile perché sancisce invece il ritorno dell’Io e della sua puerile meschinità laddove l’affermazione militante del collettivo avrebbe dovuto estirparne ogni ambizione soggettivistica. Se una personalità pubblica di sinistra oggi difende le ragioni del Sì, le accuse di incoerenza (ma come? prima era per il no ed ora ha cambiato opinione?) ne ricoprano, in realtà, altre ben peggiori. È il caso tipo di Benigni: lo fa per avere contratti, soldi, potere, riconoscimenti o, peggio ancora, perché è servo della finanza, delle banche, dell’Europa dei burocrati o degli Stati Uniti imperialisti, o di chissà quale altro, non meglio identificato, “potere forte”.

Lo fa, insomma, perché si è smarrito moralmente. Vizio storico, ancestrale, primario della sinistra anti- liberale, anti-libertaria e anti-riformista. È la corruzione etica a spiegare la ragione ultima del ragionamento politico, nel senso che quest’ultimo non è altro che il frutto di un calcolo cinico e puramente strumentale del “traditore”. In esso non c’è nessun senso del bene comune, nessun senso della Causa, ma solo un incontenibile protagonismo narcisistico dell’Io. Ai tempi di Stalin questo portava dritti verso il plotone di esecuzione oppure verso i campi di rieducazione (il modello maoista fu, in questo, un esempio notevole di applicazione della pedagogia autoritaria al servizio dell’ideologia). Oggi, in un sistema democratico, conduce tendenzialmente alla diffamazione. La corruzione morale non viene soppressa con la morte, ma con il linciaggio mediatico. La lista dei degenerati attende sempre di essere completata con una tessera in più.

Giu 5, 2015 - Senza categoria    No Comments

Lentamente muore (M.Medeiros)

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

Martha Medeiros
Ott 31, 2014 - Senza categoria    No Comments

La “Bartalite”. Antica sindrome nazionale.

Anche quelli più giovani forse ricordano Gino Bartali, l’unico in grado di opporsi a Fausto Coppi sulle salite d’Italia e di Francia.

Ma Bartali era noto anche per il suo carattere ruvido e sincero, al limite della sfrontatezza, un carattere che si riassumeva nel suo celebre mantra ripetuto con quel dolce accento toscano: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare..!”.

Bartali è passato, fra l’altro abbiamo scoperto da poco quanto abbia fatto, lui cattolico praticante e devoto, per salvare ebrei durante la Shoah in Italia. Bartali è passato ma si è diffusa la “Bartalite”, una sindrome sociale strisciante e contagiosa che ha travolto fasce sempre più ampie di popolazione.

Sintomo rivelatore: una perenne incazzatura, sorda e lamentosa, che spesso esplode in accessi parossistici.

Nei bar, su FB, circoli e condomini, What’s up o circoli sociali, basta soffermarsi un poco perché qualcuno sia lì a demolire tutto e tutti. A prescindere. Dalla Ferrari al made in Italy, dal Colosseo a Ponte Vecchio.

Per non dire poi, come logico, della politica. Tutti scemi, tutti corrotti, tutti ladri, incapaci, scemi, coglioni, venduti (a questo o a quello, poco importa). Ora, finché si era nel regno del vecchio suino plastificato qualcosa ci poteva anche stare, ma ora, prima Monti, poi Letta, poi Renzi. Napolitano. Niente. Non ne hanno mai azzeccata una. Eppure, statisticamente, anche il più pirla degli incapaci almeno una buona la fa. No. Zero.

In politica la “Bartalite” assume poi la sua forma patologica di “Bartalite travagliata”, dove un giornalista spiega anche al Padreterno dove ha sbagliato e quella più folkloristica (per fortuna in regresso nel paese) di “grillurlantismo”, dove alla patologica demolizione sistematica si aggiungono complicazioni quali complottismo, semplificazionismo compulsivo  e cieca adorazione compulsiva del web e del leader.

La cura per ora non esiste o almeno non tramite soluzioni di breve periodo che non siano quelle antiche (con relative e note controindicazioni: assunzione di alcol, psicofarmaci, autoerotismo, consumo di sostanze poco lecite).

In realtà la sindrome andrebbe curata nelle sue radici profonde ma il percorso non si presenta agevole. I pazienti mostrano tutti una predisposizione a sviluppare la malattia data da una comune caratteristica. Hanno (o credono di avere) una vita di merda, il più delle volte con cause endogene ma, proprio per questo, più difficile da accettare. Se a questo poi si aggiunge un’atavica debolezza italica: il “semplicismo” (esistono sempre soluzioni facili a problemi incasinati), il quadro clinico si delinea davvero preoccupante. Ben oltre Ebola, che almeno quello, una volta contratto, ti risolve tutti i problemi davvero.

Certo la cura esiste: si chiamerebbe istruzione, cultura, lettura, riflessione, modestia, impegno ma come pretendere da chi non sa più cosa vuole, ma lo vuole subito?

Gli esperti propendono ormai per una endemizzazione del morbo, alla stregua dell’herpes che sonnecchia in tanti e poi fiorisce per un qualunque stress cui il soggetto possa venire sottoposto. Una endemizzazione che condannerà buona parte paese all’invecchiamento (se tutto fa schifo perché fare figli) e alla paralisi (se tutto è marcio, perché impegnarsi in qualcosa) mentre proseguirà l’esercizio preferito dalle masse colpite dalla “Bartalite”: distruggere sempre tutto e tutti.

Tutti tranne un’eccezione: Papa Francesco. Ma per lui temo valga quello che un collega di Cracovia mi disse a proposito di Papa Giovanni Paolo II: “I polacchi lo adorano, ma mica lo ascoltano..”.

Ott 1, 2014 - Senza categoria    No Comments

Rimasi solo in un silenzio agghiacciante (T.De Prato)

La memoria di un testimone della strage della Bettola.

In occasione del 70imo anniversario della strage della Bettola (24 giugno 1944) Istoreco e il Comune di Vezzano hanno promosso una nuova ricerca condotta da Matthias Durchfeld e Massimo Storchi su quella tragica vicenda. Il libro “La Bettola. La strage della notte di S.Giovanni” è stato presentato il 22 giugno a La Vecchia.

Quando il volume era già in corso di stampa è stata reperita questa testimonianza del magg.Tullio De Prato, all’epoca dei fatti collaudatore delle “Reggiane”, contenuta nel suo volume di memorie “Un pilota contadino…dal motore rotativo al jet…[1]. De Prato possedeva all’epoca un piccolo podere in località Cuccagna, immediatamente sopra la Bettola, dove era sfollato con la famiglia. Da casa sua passarono i partigiani il giorno precedente l’attacco e la notte della strage sulla via della fuga.

La testimonianza è rilevante soprattutto nella parte finale quando racconta l’incontro, all’alba del 24 giugno, sul luogo della strage con i militari tedeschi (erroneamente indicati come facenti parte della SD-Sicherheitdienst) in procinto di rientrare a Casina e l’orrore per la scoperta di quanto accaduto.

 

Bettola

Con i soldi ricavati dal collaudo del RE2005 m’ero comprato un poderino: pensavo di costruirvi una casa, tra il verde, dove vivere serenamente, con i figli, a guerra finita. Un sogno lontano che mi aiutava a superare tante amarezze. Più che la ferace pianura reggiana mi attraeva la collina. E sui colli che fiancheggiano il Crostolo, avevo individuato il luogo più adatto alle mie ambizioni.

La strada del Cerreto, superata Vezzano e raggiunta La Vecchia, si biforca: la deviazione a sinistra conduce a Montalto. Da Montalto a Cuccagna il percorso è breve e, a ridosso del Monte Duro, in Cuccagna, feci costruire il mio rifugio. Una casetta di proporzioni minime dove non c’erano né acqua né luce elettrica. Vi abbondava, invece, il sole, anche quando la “bassa” era affogata nella nebbia.

La casetta non era ancora ultimata che ci sorprese l’8 settembre: l’armistizio. Reggio Emilia, subito, nella notte sul 9, fu occupata dalla Divisione “Hitler”. Colti alla sprovvista, senza ordini e senza mezzi adeguati, i soldati del presidio si arresero all’alleato, smarriti e fiduciosi. L’alleato, che non era più tale ma “ex”, esprimendo incomprensione, ne caricò in gran numero su lunghi e tranquilli convogli. Anche la città era tranquilla e, nessuno, pensava ai campi di prigionia; nessuno sapeva dei campi di sterminio.

Anche il personale dell’Aeroporto fece la stessa fine e il Colonnello, che aveva mancato alla parola data fu ucciso da un colpo di pistola da un ufficiale germanico[2]. Con i ragazzini ed il “bagaglio” sulla canna della bicicletta anch’io mi avviai fuori città per sfuggire alle inevitabili ricerche. Meta, il mio colle..recondito. Ci alloggiò, alla meglio, il mezzadro del podere confinante e solo dopo una quindicina di giorni potei prendere possesso della mia “proprietà”, ben deciso a non muovermi.

L’illusione ebbe breve durata. Un mattino-presto-mi sentii chiamare per nome. Era il Direttore amministrativo delle “Reggiane” accompagnato da un Capitano tedesco che, maschin-pistole (sic) alla mano continuava a gridare: “Banditen, Partisanen! Kommen sie hier!”. Bellelli, il Direttore, mi fece una quadro della situazione in officina. I tedeschi pretendevano-per meglio controllare la popolazione-che la fabbrica continuasse l’attività e tutti rientrassero ai posti di lavoro. Per i renitenti, la minaccia della deportazione.

Così, in bicicletta com’ero venuto, rientrai a Reggio. Lo stabilimento era presidiato da soldati armati di mitragliatrici, piazzate nei punti più adatti alla sorveglianza. Ciascuno era al proprio posto. Nessuno lavorava ma ognuno borbottava qualcosa al proprio vicino; tirava un’aria da funerale. In città, i tedeschi non si facevano notare, mentre andavano instaurando la loro rigida amministrazione. I fascisti, chiassosi e spavaldi, vivevano di soperchierie. Si diceva, sottovoce, che gli sbandati-per evitare i tedeschi-prendevano la via dei monti e, dopo qualche tempo, si sentì parlare di “partigiani”. Ma non tutti gli sbandati erano animati  dalla volontà di combattere gli occupanti; taluni si erano dati alle razzie per sopravvivere. Una sera, un gruppo di questi individui, sprovvisti di armi, era capitato a casa minaccioso per impormi una…tassazione: in caso di rifiuto mi avrebbero sottratto i bambini che stavano dormendo. Pagai la taglia e se ne andarono. Quella visita, però, ne richiamò una seconda. Tre ragazzi, vestiti in modo disuguale e provvisti di una coccarda tricolore al bavero, bussarono alla mia porta per dirmi che..quei delinquenti erano stati individuati e che sarebbero stati puniti. I tre giovani, studenti dall’aspetto e dall’eloquio, rimasero a mangiare un boccone in mia compagnia parlandomi dei loro programmi che, data l’età e l’inesperienza, mi parvero azzardati. Poi, nel buio fitto, scesero verso la sottostante Bettola promettendomi una nuova visita l’indomani. Di due rammento la fisionomie: li rividi, poche ore dopo, uccisi. Uno era biondino, aveva i capelli ondulati e indossava una pseudo-uniforme; l’altro più alto, bruno e robusto, calzava stivali rigidi, neri. La Bettola, una località che sorge nella strettura dove un breve ponte supera il Crostolo, era diventato un posto di “sfollamento”. Il casone, adibito a luogo di sosta per i viandanti, era occupato da cittadini di Reggio che vi si erano sistemati per sottrarsi ai bombardamenti della città. Fra l’altro, i tre ragazzi mi avevano dichiarato che, prima o poi, avrebbero fatto saltare il ponte ed è da supporre che la loro puntata verso il fiume, fosse legata a quel piano. E c’è da supporre anche che quei figliuoli avessero delle conoscenze tra la popolazione della Bettola in buona parte da me conosciuta poiché percorrevo la strada del Cerreto due volte al giorno. Quella sera, ero ancora in piedi quando improvvisamente, udii alcuni spari che provenivano dal fiume. Poi, più nulla.

Stavo andandomene a letto allorché, dalla Bettola, ripresero a sentirsi spari; questa volta più nutriti e raffiche. Le scariche durarono una mezz’ora, poi tornò il silenzio. Un silenzio lugubre, interrotto da crepitii e grida. Il cielo, tenebroso e illune, si andava tingendo di rosso: il casone stava bruciando. Ero uscito nell’aia assieme al mio mezzadro Nearco, quando dal buio sgusciò uno dei tre ragazzi: quello di cui non rammento i lineamenti. Era sconvolto e parlava a fatica anche per l’affanno della corsa. Raccontò confusamente di uno scontro con i tedeschi, della morte dell’amico “biondino”-sul ponte-e del ferimento dell’altro, quello con gli stivali, durante la fuga, su per il ripido tratturo. Colpito da un inseguitore, lo aveva lasciato-morente-ad una cinquantina di metri da casa mia[3]. Mi raccomandò di soccorrerlo e scomparve. Non lo rividi mai più[4].

Subito, assieme al fido e coraggioso Nearco, mi avventurai giù per lo scosceso sentiero e, fatti pochi passi, inciampammo nel corpo senza vita del giovane senza stivali. Mentre, nell’oscurità, cercavamo di orientarci , di fare qualcosa, apparvero due persone anziane le quali abitavano nella vicina “Possessione”. In casa loro si era rifugiato un ferito grave che necessitava di cure.

Sotto di noi, scoppiettando, il casone continuava ad ardere; ne sentivamo il calore. Sarebbe stato indispensabile  nascondere il ragazzo morto per evitare che eventuali inseguitori coinvolgessero anche la nostra casa in una azione di rappresaglia. Ma c’era il ferito e corremmo da lui. Aveva la mandibola a penzoloni  e ci raccontò, a gesti, più che a parole, la sua avventura. Da lui apprendemmo le proporzioni della tragedia. All’arrivo dei tedeschi, lui si era nascosto nel cesso e quando si era reso conto che tutti gli occupanti il casone erano stati uccisi, era scappato dal finestrino arrampicandosi su per il monte. Scorto da uno dei “giustizieri”, questi gli aveva sparato una raffica raggiungendolo con un proiettile alla bocca.[5] Così conciato, aveva avuto la forza di inerpicarsi fino alla prima casa incontrata.

Poco potemmo per quel poveretto. Lo disinfettammo, lo fasciammo, ma nella zona non esisteva il medico; ed anche rintracciandone uno chi avrebbe osato, in quella notte di spavento, mettersi per strada in compagnia di un ferito della Bettola? Lo sistemammo alla meglio mentre la Bettola continuò a bruciare fino all’alba.

Combattuto fra il desiderio di rendermi utile e la minaccia che gravava sui miei bambini, trascorsi-impotente-il resto della notte sull’aia, con il bravo Nearco. Alle prime luci, da solo, mi buttai giù per i campi, verso il fiume, fiducioso nelle mie risorse di mediocre interprete. Presentandomi  sul luogo- ma sarebbe appropriato dire-sulla scena…-dello scontro, un soldato della SD, mi accolse con la maschine-pistole spianata.

Ostentando tranquillità, salutai in tedesco e in tedesco diedi le mie generalità giustificando la mia presenza. Abitavo nei pressi ed ero sceso per…sapere se avevano bisogno di me: il tutto pronunciato nel modo più scorrevole possibile e con l’accento intonato alla lingua di caserma.

Il militare, abbassò la guardia e la…grinta. Mi disse che erano stati attaccati, che avevano ucciso i partisanen e che tutto era finito. Stavano per rientrare. Girai lo sguardo e notai sulla riva del fiume, un gruppetto di soldati che si stava lavando, rassettando. Poco dopo partirono. Rimasi solo in un silenzio agghiacciante. Mi accostai all’area all’area solitamente adibita a sosta dei barrocci che rifornivano di legna la città e mi parve di intravedere, fra i tizzoni ancora accesi, i resti di un vestitino a pois. Esso mi ricordò una bella figliola, ospite del casone: pochi giorni prima, assieme ad altri sfollati, si era spinta fino al mio poderino in una allegra passeggiata. Mi avventurai tra i ruderi del fabbricato e, su un annerito cassone, scorsi un pacco con il mio indirizzo, che continuava a bruciare lentamente. Quasi di corsa, girai intorno a ciò che restava della costruzione senza notare tracce di violenza nei confronti dei suoi abitanti. Ne provai sollievo criticando in cuor mio, quanto narratomi, in preda al panico, dal ferito rifugiato alla “Possessione”. Rinfrancato, corsi al ponte dove, di traverso, giaceva il corpo del “biondino”. Scesi al fiume ed entrai in una casetta misera e priva di vita ma risparmiata dal rogo. In un letto semplice, due poveri vecchi uccisi a colpi di mitra.

Uscii inorridito e, nell’aia, incontrai una bimba-sui quattro anni-denutrita e spaventata[6]. Per caso era sfuggita al massacro. Stava dormendo in mezzo ai nonni, la raffica mortale l’aveva miracolosamente risparmiata ed un soldato germanico…generoso, accortosene, l’aveva poi nascosta dietro un pagliaio per sottrarla all’assassinio.

Insospettito, ritornai tra i resti del casone per osservare meglio quelle braci. Vi notai con raccapriccio resti umani e, sul retro- a terra- un cumulo di cervella! I tedeschi avevano ucciso tutti, grandi e piccini, sparando raffiche alla nuca, bruciando poi i cadaveri sui barrocci accatastati.

Riunendo le poche e imprecise notizie raccolte in seguito, cercai di ricostruire la tragedia che era costata la vita a più di trenta civili innocenti. I tre ragazzi avevano attaccato un automezzo germanico diretto a Casina, sede di distaccamento di polizia. Gli SD a bordo, pur subendo perdite, avevano reagito uccidendo il “biondino” e inseguendo gli altri. Poco dopo, erano ritornati con un autobus di rinforzo e avevano “punito” quelli del luogo…a modo loro.

Passato il comprensibile momento di sgomento profondo, le salme dei due partigiani, con l’aiuto di due militi poco convinti della giustezza della causa, le avviammo-su un carro agricolo-alla estrema dimora. Mi accompagnavano indefinibili rovelli ed interiori preoccupazioni: quale la fine del terzo partigiano? Quale il destino del ferito, sempre ospitato alla “Possessione”?…e la povera bimba sconvolta senza più i nonni trucidati?

Tormenti angosciosi che continuarono a dominare le mie giornate, dopo quella notte davvero indimenticabile. Paventando altre rappreseglie e pensieroso per l’identità razziale dei miei figlioli, decisi di lasciare il mio “rifugio” in collina confondendomi, quasi-mimetizzandomi tra la “folla” cittadina. Una folla minacciosa-rossa o nera che fosse-a me ugualmente sconosciuta.


[1] Tullio de Prato, Un pilota contadino…dal motore rotativo al jet…, Mucchi Editore, Modena 1985. Pag.279-283

[2] Non è stato trovato riscontro di questo episodio. L’unico caduto nelle ore dell’occupazione dell’aeroporto “Bonazzi” di Reggio rimane l’aviere Mario Dirozzi, ucciso il 9 settembre.

[3] Il caduto è probabilmente da identificarsi con Enrico Cavicchioni “Lupo”, comandante del distaccamento che condusse l’azione. Ferito mortalmente nello scontro sul ponte de La Bettola, fu portato verso Monte Duro dai compagni che lo lasciarono, ormai cadavere, proprio nelle vicinanze di casa De Prato (testimonianza di X Lolli, 16 aprile 2014).

[4] Su quanto accaduto nelle notti del 22 e 23 giugno si veda: M.Durchfeld, M.Storchi, “La Bettola. La strage della notte di S.Giovanni”, Istoreco, Comune di Vezzano s/c, 2014,

[5] Si tratta di Romeo Beneventi, gestore della locanda de La Bettola, scampato fortunosamente alla strage con la moglie e la figlia.

[6] Liliana Del Monte, scampata all’eccidio della sua famiglia, all’epoca aveva in realtà undici anni.

Lug 31, 2014 - 500 parole, Storia    No Comments

Il vecchio pozzo

Lì, sotto i prunus rossi e gialli, c’è il vecchio pozzo. Una cosa senza pretese, un semplice tubo di cemento con qualche filo d’edera arrampicato. Allora un coperchio rotondo di assi di legno inchiodate, oggi un cappello pesante di metallo, di un verde un po’ stinto.

Nemmeno prima che arrivasse l’acquedotto da quel pozzo si attingeva acqua da bere, lo si usava per raccogliere l’acqua piovana che andava ad integrare quella di una piccola falda poco più a monte della casa. Non serviva per l’acqua ma più modestamente come elementare frigorifero. Il padre d’estate teneva in fresco la sua birra, che faceva arrivare chissà da dove, chiusa in bottiglie con quella cosa a scatto basculante che chiamavano “macchinetta”. La birra e qualche panetto di burro, prodotto a pochi metri da lì, nel caseificio di famiglia.

Fine estate 1944, l’Appennino brucia ancora sotto i colpi dell’Operazione Wallenstein, case bruciate, stalle svuotate, bestiame razziato. I figli più grandi, allora ragazzi poco più che ventenni, erano andati fino a Bibbiano, dove nel campo sportivo, trasformato in lager di passaggio, era stato rinchiuso anche lo zio, don Bonini, il parroco di S.Andrea del Castello di Carpineti che aveva visto la sua chiesa colpita dalle cannonate tedesche sparate da Pantano, dall’altra parte della vallata. Era andata distrutta anche la sua canonica e con essa non solo quei bei mobili antichi, lascito di fedeli devoti, ma soprattutto tutti i suoi risparmi, quel sacchetto di “marenghini” d’oro che aveva accantonato per i suoi poveri, una volta che, ormai vecchio com’era, se ne fosse andato. Erano andati a riprenderlo, lui che aveva voluto seguire a piedi nel caldo e nella polvere i suoi contadini catturati, e lo avevano riportato a casa, per consentirgli almeno da lì a poco di arrivare a quella pace che la sua vita di povertà e dedizione gli aveva ben meritato.

La montagna saccheggiata, i partigiani sbandati, il borgo attraversato da soldataglia carica di bottino. In quella casa arrivarono verso l’imbrunire, una giornata calda. Chissà se davvero erano SS, in fondo bastava anche meno per morire in quelle giornate. Qualche parola smozzicata da un ufficiale che, cosa strana in quelle giornate, bussa prima di entrare. Sudato, i capelli biondi rasati corti e un ciuffo. Si siede a tavola e chiede “aqua..”, altri due si fermano sulla porta, un mitra a tracolla, l’elmetto legato al fianco.

Silenzio in casa, le donne si stringono verso il camino, i figli sono nascosti in solaio. Classe 1915 e 1918. Renitenti. Roba da finire contro il muro, quello mezzo intonacato, lì nella piazzetta vicina al voltone.

Il padre fa un cenno, abbozza un saluto all’ufficiale, poi rivolto alla figlia: “Paolina, vai a prendere la birra..”. La ragazza è giovane, ventun anni ancora da compiere, alta, i capelli ondulati. Si muove, fa qualche passo, poi si ferma: sulla porta i due, quasi appoggiati agli stipiti. Sorridono, una parola, due, fra loro, poi si scostano lo spazio appena per farla passare, per sentire da vicino il profumo di quella ragazza. Paolina esce e corre al pozzo, scosta le assi, le bottiglie sono dentro un secchio di lamiera tenuto da un mattone legato alla corda, come contrappeso. Prende le bottiglie ma c’è un altro secchio. Non quello solito del burro, è più in basso. C’è qualcosa di lungo avvolto in tela da sacco, umida. La scosta appena. Sono due canne di fucile, lucide, scure. Due piccoli occhi che la guardano. Per un attimo non respira. Poi, quasi per automatismo, lascia ricadere il coperchio di legno.

Trovare birra in una casa di italiani, gente infida. Chissà cosa avrà pensato quell’ufficiale, ma in guerra tutto può succedere e chiama gli altri due e riempiono i bicchieri. La madre, intanto ha preso del pane dalla madia. Pane e birra, e lo mangiano di gusto e annuiscono con qualcosa sul viso che assomiglia a un sorriso. Il soldato raccoglie anche le briciole e si prendono le due bottiglie vuote. Possono sempre servire con quella chiusura ermetica.

Anche il capo s’è alzato, si riaggiusta il ciuffo e bofonchia qualcosa che sembra un ” ‘giorno”. Sono usciti da qualche minuto prima che qualcuno in casa riesca ad aprire bocca. Passa mezz’ora buona prima che scendano i figli dal solaio. Paolina è ancora nell’angolo dove era tornata, la sorella le stringe un braccio e piange in silenzio.

La madre si muove verso il tavolo, raccoglie i bicchieri e dice al padre che si è quasi accasciato su una sedia: ” Iusfin (Giuseppe), stasera farai a meno della birra..”.

Apr 24, 2014 - Senza categoria    No Comments

24 aprile

Un breve testo,  frutto di racconti e testimonianze su quel 24 aprile

Siamo arrivati correndo. Bill mi diceva: “stai giù”.

Qualche fucilata si sentiva ancora ma era più in là, verso il centro. Abbiamo girato dietro, da via Fabio Filzi, all’inizio tenevo il moschetto in mano ma facevo più fatica. Così me lo sono messo a tracolla, ma poi ho pensato che se dovevo sparare, il tempo di girarlo e sfilarlo magari ero morto. Così l’ho ripreso in mano ma non sapevo come tenerlo, era carico, e se mi partiva un colpo? Roba che Bill m’ammazzava lui prima che un fascista. Un fascista? Quelli sono già scappati domenica sera, come topi dalla nave che affonda. Li abbiamo visti, con le biciclette e i carretti lungo la via Emilia verso la Pieve. Che voglia di dargli una bella raffica, ma come si faceva, noi della squadra in Gardenia di armi ne abbiamo poche, i caricatori contati.

Nessuno spreco, ha detto Bedo, “verrà il momento di fare i conti”.

Adesso siamo piegati tutti e quattro, ognuno dietro un albero ai giardinetti. Di fronte, in mezzo, il distributore di benzina di Porta S.Stefano.

Siamo nascosti da dieci minuti. Sono sudato e ho fame, è quasi l’una. Per forza.

Di colpo sentiamo una specie di tuono, lontano ma non troppo. Sembrano canonate. E se i tedeschi si fermano e piazzano quelle bestie che abbiamo visto passare la settimana scorsa? E’ merda. Sparano delle pigne da quasi dieci centimetri, roba che ci passano due case come fosse burro.

No, noi qui stiamo fermi.

Oggi è martedì, giorno di mercato, ma nessuno ci è venuto a Reggio a fare affari. Piazza grande sarà vuota, mi piacerebbe arrivarci e vedere. Ma Bill ha detto di stare fermi, fra un po’ arriveranno anche gli altri, stanno distribuendo le armi. Potevano darmi un caricatore in più, però. Ne ho solo tre. Uno l’ho caricato e due in tasca.

Per fortuna li ho messi in quella buona, mica quella bucata che mia madre non ha fatto in tempo a cucirmi stamattina presto. “Aspetta, te la sistemo..”, mi ha detto. Figurati, aspetto che mi rammendi il buco proprio stamattina. Il 24 aprile. È due giorni che aspettiamo, forse è il giorno buono e io sto lì con mia madre con ago e filo!

Due caricatori e basta. E niente da mangiare. Dio bono, altro che cucirmi la tasca! Poteva darmi del pane e una mela, no?

Il tuono ora è meno lontano, tum tum, provo a contare, passano circa tre o quattro secondi fra un tum e l’altro. Speriamo siano gli americani che arrivano.

Questo però non è un tum. Questi sono passi, quasi cadenzati. No. Passi di marcia. Ci alziamo in piedi ancora dietro ai tronchi.

Sbircio un po’ ma non serve, Bill è più avanti.

Poi li vedo. Dio bono. Li vedo.

Uno, due, tre, quattro, sono cinque. Tedeschi. Senza elmetto, con quei berretti a visiera. L’ultimo è il più giovane, ha la giacca aperta e tiene il fucile a tracolla a rovescio, con la canna verso terra.

Sono all’altezza dell’ultima via di via Emilia. Marciano, cioè, camminano ancora un po’ in ordine, ma si vede che sono stanchi.

Guardo Bill. Guardo il mio fucile. Noi siamo quattro. Con tre fucili perché Cilloni ha solo una pistola. Dio bono. Loro sono cinque.

Quello che è in testa alla fila, si volta. Ci saranno quaranta metri. Non può non averci visti. Adesso si voltano anche gli altri. Non si fermano. Il primo ha detto qualcosa, è così vicino che vedo che parla.

Camminano e continuano a guardarci. Adesso sono esattamente di fronte a noi. Anche noi li guardiamo.

Non si fermano, ci guardano e camminano. Poi smettono di guardarci perché dovrebbero quasi voltarsi. Se ne vanno. Sono a cinquanta, sessanta metri, quasi al distributore in mezzo all’incrocio.

Adesso è facile, se Bill me lo dice punto il fucile e almeno l’ultimo, quello giovane, lo becco. Ma Bill non dice niente. Magari non gli piace sparare alle spalle.

Aspettiamo. Forse si nasconderanno dietro alle pompe di benzina e si metteranno a sparare.

Camminano. Se ne vanno.

Bill ci chiama e andiamo da lui. Ci guarda senza dire niente, poi con la testa fa un cenno verso via Emilia.

“Andiamo dentro, proviamo a entrare…”.

Ci muoviamo rasentando i muri, dopo aver passato via Monte Pasubio, Bill, che è davanti a me mi fa:

“Farsi ammazzare l’ultimo giorno..erano dei poveracci..”, quasi a giustificarsi.

Forse ha ragione e poi io, alla schiena, a quello là non avrei sparato.

C’è da liberare Reggio e ormai ci siamo.

Mar 16, 2014 - Senza categoria    No Comments

Questa è la storia di una strada e di una ragazza

Questo è il testo che è stato letto ieri nel corso della visita guidata sui luoghi della repressione fascista a Reggio Emilia, nel quadro del progetto “Oltre il settantesimo”.

Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.

La strada è una strada del centro, qui vicina. Ma poi ci arriveremo.

La ragazza nel 1945 aveva 21 anni, compiuti da poco, suo padre un artigiano, sua madre una casalinga, altri fratelli e sorelle. Il posto diciamo fra Cavriago e l’Enza.

21 anni, in quell’inverno finale della guerra, Anna era una staffetta partigiana, in bicicletta, a piedi, un biglietto, una frase, una borsa. Una consegna rapida e via, la paura in gola, sulle strade di campagna. La paura addosso ma anche il pensiero di lui, in montagna, il “moroso” come lo chiamava scherzando sua sorellina, quella piccola. Lui in montagna, a fare il partigiano. Perché era giusto, perché lui aveva coraggio.

 

Era una mattina di febbraio, in piedi alla fermata della corriera, d’improvviso una voce dietro: “lei è…?” e due mani forti a prenderla. Una macchina nera, quei due in borghese di fianco. Senza una parola. E lei senza chiedere perché.

Giusto il tempo di riconoscere Reggio, i viali, la porta verso Parma. La macchina si ferma, una villetta, un grande cedro davanti.

In piedi davanti a una scrivania, le “generalità”, i “documenti”. Adesso c’è anche gente in divisa, la camicia nera e gli stivali.

“Signorina…” la chiamano, “così giovane”, le dicono. “Non abbia paura, qualche domanda…”.

Cosa rispondere, se sai che hai ancora l’ultimo messaggio infilato in quella piega della giacca? Quasi un colpo di fortuna essere chiusa dentro un gabinetto, in piedi, incantucciata nell’angolo per lo sporco e  la puzza. Ma almeno il biglietto sparisce.

Non c’è più luce fuori quando la fortuna finisce.

La vengono a prendere e stavolta non la chiamano più “signorina”, e sorridono e la guardano in un altro modo mentre la portano giù per le scale, in cantina.

Non erano voci straniere, non erano nomi incomprensibili. Quando le hanno strappato i vestiti, quando l’hanno legata. Si chiamavano Manzini, Berti, Barozzi. Nomi delle nostre parti, gente di Reggio. Non erano stranieri quando hanno voluto divertirsi-come diceva il capo- e l’urlo nemmeno le usciva dalla gola, fra l’acqua versata e i colpi che le arrivavano addosso. Forse il tempo si ferma in certi momenti e basta cercare di non pensare. Poi quando tutto finisce il tempo riprende, normale, quasi a dire “si ricomincia a vivere”.

Tre giorni a Villa Cucchi, centro storico, Reggio Emilia, febbraio 1945. Poi la sensazione, inconsapevole che ti prende giorno per giorno, in carcere, che forse sei salva, che forse si sono scordati di te. Altre Anna, altri Giorgio, Marcello. Tu lasciata indietro, lì in un cella ai Servi. Centro storico, Reggio Emilia. Fino a un martedì pomeriggio di aprile, le porte si aprono e capisci che è finita.

 

Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.

La strada è una strada del centro, qui vicina. Adesso ci arriviamo.

Ogni martedì si viene a Reggio, c’è mercato, c’è da andare in giro a fare commissioni. In quell’ufficio Anna deve esserci alle nove, per evitare la coda. Scende dalla corriera alla Sarsa e la strada è facile. Ma non può farla.

Perché questa è anche la storia di una strada sbagliata, una strada dove Anna non può passare. Una volta l’ha fatto, la prima volta. Ora non può più. Perché in quella strada, in centro, qui vicino, c’è un negozio, una banale negozio per gli altri. Ma non per Anna. Una volta c’è passata e sulla soglia c’era lui, uno di quelli che s’erano “divertiti”, una, due, altre volte. L’ha guardata, ha sorriso, i baffetti sui denti guasti. L’ha guardata e le ha fatto quel gesto.

Per sette anni Anna non ha potuto fare quella strada, la strada sbagliata. Ha allungato il cammino, ha affrettato il passo per essere in quell’ufficio alle nove, per evitare la coda. Per sette anni è stata ancora prigioniera.

Poi un martedì mattina, lì vicino, su un muro ha visto quell’avviso funebre. Ha letto il nome, il cognome, “è serenamente spirato” c’era scritto.

Ora poteva passare in quella strada.

 

Anna mi ha raccontato la sua storia, un pomeriggio, alla fine mi ha detto:

“Sai qual’è stata la cosa peggiore?” E io ho pensato a Villa Cucchi, a quei denti guasti, agli stivali, a una ragazza di 21 anni legata a un tavolo.

“La cosa peggiore, per me, è stata che, quando ho letto quell’annuncio, non ho provato niente. Solo una gran voglia di piangere perché avevo avuto quasi un momento di felicità. Quella è stata la cosa peggiore”.

m.storchi©2009

 

 

Mar 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

Luoghi dell’anima

Ci sono luoghi dell’anima, luoghi dove si torna sempre e non si vorrebbe mai lasciare, sono diversi nella vita, cambiano, mutano come noi. In cammino, affaticati giorno dopo giorno, tornare in quei luoghi, in quelle strade, ci da un poco di riposo. Poi si ritorna e allora come dice Montale “Un imprevisto è l’unica speranza”.

Berlino, 2014.

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