Nov 6, 2012 - Buone notizie    No Comments

Grazie ai miei 25 lettori (forse qualcuno in più..)!

NUMERI.jpgPreso da mania classificatorie e quantitativa ho voluto verificare i dati di accesso e lettura a questo modesto blog quasi montano. Il bello di questi nuovi strumenti di comunicazione è che sono impietosamente precisi, redigono statistiche complesse e dettagliate.

Ho compulsato le tabelle, sommato i numerini, diviso, calcolato e sono rimasto davvero sorpreso. Ho ricalcolato e ri-compulsato. Niente. I dati restano quelli. Pare che i miei 25 lettori siano qualcuno in più.

Per l’esattezza negli scorsi 12 mesi Fortezza Bastiani ha avuto 64.206 visite per un totale di 169.644 pagine lette. Con una media di 5350 visite/mese e 14.137 pagine lette/mese.

Che dire? Grazie a tutti gli amici, conoscenti, seguaci, ignoti apprezzatori e disprezzatori, la cosa mi riempie ovviamente di egoistica soddisfazione. Magari rifletto sul disagio diffuso socio-culturale (se tante persone si riducono a leggere queste “bagatelle” sparse), ma poi ripenso al buon vecchio Oscar Wilde (“Se mi esamino sono perplesso, se mi confronto esulto”) e quindi tirerò avanti, anche se il periodo non è certo dei migliori per nessuno.

Quindi ancora un “grazie” per la paziente attenzione e appuntamento alla prossima “bagatella”!

Nov 6, 2012 - Senza categoria    No Comments

Primarie sì, primarie no..

pr-4486-img-Primarie1.jpgQualche volta mi sento proprio solo: non riesco ad essere contemporaneo al mio tempo. Primarie, si, primarie no, vota quello, vota l’altro. “Tu con chi stai?” mi chiede l’amico. E se io non stessi, e basta? Questo agitarsi prima delle primarie mi ricorda-da vecchio appassionato di Formula1-le vetture in pista nel giro di ricognizione: tutte a sterzare, schivare, accelerare, frenare per scaldare le gomme per la partenza. Per piazzarsi al meglio per il futuro, per essere sul carro del vincitore o avere il riconoscimento del posto di consolazione per lo sconfitto. Così per le primarie, chi bersa, chi renza, chi venda, chi puppa, ma poi per fare cosa? Cosa vogliamo in economia? Rapporti con l’Europa? Proseguiremo la cosiddetta “agenda Monti” o torniamo alla santa bisboccia? Avremo Fassina ministro dell’economia? Ribalteremo il sistema educativo o cancelleremo anche le poche timide riforme fatte in questo anno?

Chiedo scusa ma non l’ho capito, colpa mia. Schierarsi per cosa? Per avere un posticino poi? Con l’idea morettina “mi si nota di più se vengo..o mi si nota di più se non vengo..”? Lo so, non sono un raffinato politico ma ho provato a leggere i “documenti programmatici” E li ho trovati prolissi, pieni di tecnicismi e sindacalismi ma soprattutto non all’altezza delle crisi in cui siamo immersi. Documenti buoni, per l’amor di Dio, ma “tiepidi”, incapaci di dare una svolta reale alle varie questioni. Si lima un po’ là, si raddrizza un po’ qua. Certo come alternativa alla barbarie da bordello del berlusconismo era un bel passo avanti, ma in un anno il tempo è corso molto più veloce e quelle proposte sono invecchiate tanto da ricordare il programma prodiano, 200 pagine di bei propositi, sfumati in un pomeriggio. In un anno il mondo è cambiato, ce ne siamo accorti?

Vedo intorno una crescente desertificazione politica che alimenta fenomeni inquietanti come il grillismo, un movimento in bilico fra demagogia del terzo millennio (il mito della “democrazia diretta”) e Scientology. Ma sarebbe ingenuo prendersela con l’effetto e trascurare la causa. I partiti tradizionali, compresi quelli che adesso chiamano alle “primarie”, hanno avuto anni per cambiare, salvarsi, accorgersi di quello che stava accadendo e porre un rimedio. Zero. Nulla. Hanno continuato ad occupare tutto l’occupabile, a divorare il divorabile. Inamovibili: anche fra Cusna e Po abbiamo eletti che sono in giro dagli anni settanta. 35 anni di politica politicata. C’era ancora il muro, Breznev, doveva ancora uscire la Fiat Uno. Ancora lì.

Prendersela con Monti o la Fornero è, oltre che sciocco, anche antistorico. Abbiamo votato la peggior classe dirigente europea, per ignavia, quieto vivere o tornaconto. Abbiamo goduto tutti, chi pochissimo, chi poco, chi molto di un sistema che dava qualcosa a tanti, pensioni ai poveracci, evasione ai ricchi. Basta pensare al mondo della scuola, come ho accennato in un altro post di qualche giorno fa. In fondo è proprio come a scuola: non si studia, si va in giro, si gioca a pallone. Poi un giorno il professore ti interroga e ti da quattro. Che si fa? Ci si mette a studiare? Nooo, è chiaro: “il professore ce l’ha con me, è d’accordo col preside, con provveditore, col ministro, con Dio e chissà altri per colpire me, proprio me”. Italia 2012. Un paese in crisi totale per mancanza di classi dirigenti all’altezza: politiche, economiche, sindacali, religiose.

E ora dovremmo andare alle “primarie” per scegliere un candidato per elezioni in cui non avremo (al 80%) una nuova legge elettorale, in cui nessuno (alleanze ancora ignote a parte) avrà abbastanza voti per garantire un governo stabile e si rischia che metà degli elettori stia a casa? O stare a casa e votare sul web, le primarie virtuali per mandare a governare chi? Tanti giovani volenterosi e in buona fede, telecomandati dal capo della setta?

Lo so, il quadro non è consolante né in sede nazionale né sulle rive del Crostolo (ma questa è un’altra storia..). Del resto il mondo gira come vuole, domani sapremo se Obama sarà ancora presidente o se-eletto Romney-venerdì Israele attaccherà l’Iran, nel qual caso andare sì o no alle “primarie” sarà l’ultimo dei nostri problemi…

 

Ott 24, 2012 - Senza categoria    No Comments

Modesta proposta scolastica

pallottoliere.jpgSo cosa sto per fare: in un attimo mi gioco alcune decine di lettori stipendiati da Profumo. Ma tant’è, stimo troppo chi fa seriamente il mestiere di insegnante per credere che proprio tutti mi toglieranno il saluto.

Giornate di polemiche, 18 ore, no 24, sì. No. Mah…

Osservo che solo due professioni a me note sono “a vita”: il sacerdote e l’insegnante. Vero è che per entrambe sarebbe richiesta la “vocazione” (o quanto meno fortemente consigliata) ma resta comunque il problema. Come genitore ho avuto esperienza, con i figli più giovani ancora in corso, di maestre, professori di ogni ordine e grado. Mi guardo bene dal generalizzare, parlando di “insegnanti”, come per i tubisti, gli storici o i maniscalchi, nella categoria c’è di tutto: l’ottimo, il pessimo, molto di frequente il mediocre.

Il problema è in quel lavoro “a vita”. “Semel abbas, sempre abbas”. Ottimo, pessimi, mediocri. Tutti uguali. Inamovibili. Una volta entrati nel tunnel dell’insegnamento, niente e nessuno, né Cesare né Dio potrà fare nulla. Come se il loro compito fosse quello di un qualunque guardiaporte e non quello, fondamentale, di educare, formare, costruire cittadini, prima ancora che persone in grado di affrontare il loro futuro di lavoro con un minimo di consapevolezza.

Una società avveduta selezionerebbe spietatamente chi dovesse svolgere un simile ruolo di costruttori di futuro. Premierebbe gli ottimi, caccerebbe i pessimi, stimolerebbe i mediocri e in caso di fallimento li accompagnerebbe alla porta. Insegnare non è obbligatorio, il reclutamento non è mai stato fatto manu militari dalle forze dell’ordine, ma è stato il frutto di una scelta. E qui nasce il primo problema: quante volte quella scelta è stata compiuta “perché non c’era altro da fare”? Perché gli sbocchi professionali di troppe facoltà non davano altre chance? Si è diventati insegnanti così”per caso”, “in attesa” di qualcosa che non è mai arrivato.

Poi, a chiudere un cerchio diabolico, si è saldato, negli anni, un patto scellerato fra Stato ed insegnanti, fra ministro della P.I. e docenti, fra potere democristiano e dipendente pubblico. “Tu fai quello che vuoi, io non ti controllo, ma ti ricordi di me nell’urna elettorale”. Nella I Repubblica due ministeri rimasero sotto il controllo della DC per decenni: gli Interni e la P.I. (solo nel 1979 Spadolini, laico, ricoprì tale carica strategica). Un caso? Non credo.

Così negli anni si è andato sedimentando il corporativismo più resistente e stolido. E’ esperienza condivisa aver avuto la fortuna di incontrare qualche insegnante in gamba affogato in un marea di mediocri e pessimi. Tutti uguali, tranne che nel ricordo, ma può bastare? Perché le istituzioni sono fatte, in gran parte, da persone e le scuole più che ogni altra struttura, quante occasioni perde uno studente incontrando un insegnante mediocre/pessimo? E dobbiamo pensare ai più deboli, quelli che hanno come unica occasione nella loro vita proprio la scuola, perché non hanno mammina e papino pronti a pagare lezioni, corsi e poi master e simili.

Perché allora rimanere chiusi in una corporazione ormai indifendibile? Ricordo il povero Berlinguer quando provò ad introdurre qualche timido cambiamento, ad esempio l’insegnamento della storia contemporanea come nocciolo centrale del percorso formativo. Fu linciato dagli stessi insegnanti “progressisti”, toccati nella loro “professionalità”, “autonomia didattica”, etc.. Schierati a sostenere quanto fosse indispensabile che lo studente si concentrasse sulla fase svedese della Guerra dei 30 anni (1618-1648), piuttosto che sul dibattito alla Costituente o sulla Guerra dei 7 giorni (1967) per garantire una “formazione” completa.

Adesso, dopo la desertificazione situazionista della Gelmini, la proposta di aumentare le ore di insegnamento. Ira, proteste. Sciopero (con partecipazione quasi irrisoria).

Come coniuge di un insegnante di scuola primaria conosco la quotidianità del docente, come storico conosco bene il crollo di valutazione sociale del ruolo dell’insegnante. Allora lancio una prima modesta proposta: amici insegnanti, di fronte alle accuse volgari e stupide di “lavorare poco”, la risposta esiste: richiedete, con decorrenza immediata, che nelle scuole siano installate, come in tutti i luoghi di lavoro, le macchinette marcatempo.

Entrate alle ore 8 e passate il badge, fate lezione, correggete compiti, preparate le lezioni. A scuola, non sul tavolo di cucina. Finiti i vostri incarichi, timbrate e uscite. Liberi di tornare alla vostra vita. A fine giornata ognuno avrà le sue ore svolte, certificate e garantite. Come in ogni ambiente di lavoro. Lavoro vero. Non il part-time cui ora siete destinati/abituati/costretti. Del resto che apprezzamento sociale può avere, appunto, un lavoro part-time? Se siete insegnanti a vita, siatelo anche a tempo pieno. Ma con valutazioni serie, periodiche, sul vostro lavoro da parti di veri dirigenti, non insegnanti riciclati a funzioni direttive non si sa su quali basi.

Ed infine la soluzione/selezione finale per cercare di accrescere gli ottimi e diminuire (se non eliminare) i mediocri/pessimi:

  1. Abolire i concorsi alle cattedre. Ma selezionare con corsi/esami solo la capacità, titoli e disposizione all’insegnamento;
  2. Ogni istituto scolastico stipuli contratti individuali a tempo determinato con i docenti, così selezionati, con compenso proporzionale alle capacità ed efficacia pedagogica e professionale. Ovvero si premi il merito, l’impegno, la capacità.
  3. I migliori verranno cercati, messi a contratto e adeguatamente stipendiati, i mediocri e i pessimi resteranno senza lavoro e (finalmente) andranno a fare altro nella vita con sicuro beneficio dei nostri figli e della società futura.

Lo so, è una proposta antisindacale, da “nemico del popolo”, ma ricordo che il buon Romanone Prodi ricordava che solo ad una generazione alla volta è ammesso essere stupidi. Il nostro turno l’abbiamo già malamente svolto, non sarebbe ora di cambiare?

Ott 22, 2012 - libri e fumetti    No Comments

Martedì 23 ottobre

 

Martedì 23 ottobre
ore 18
Libreria All’Arco di via Emilia,
Massimo Storchi presenta il suo romanzo
“Il patto di Katharine”
(Aliberti editore).


Reggio Emilia, 1941: pochi giorni di licenza, un breve ritorno a casa di Dario Lamberti, allievo ufficiale pilota, per ritrovare la propria città, gli amici, un amore che sembra vero. E invece, oltre la guerra ormai alle soglie di casa, Dario scopre che la fedeltà forse non esiste, e che anche morire non è un affare semplice nella Reggio fascista di fine regime. La licenza diventa una dura prova per un ragazzo di vent’anni, affascinato da signore sfuggenti e ragazze troppo facili, costretto a imparare, in fretta e sulla propria pelle, come la realtà sia sempre più complicata di quanto sembri.

 
Massimo Storchi, laureato in Storia Contemporanea e diplomato in  archivistica, ha pubblicato diversi saggi su fascismo, cooperazione, lotte politiche e sociali nel dopoguerra in Emilia Romagna. E’ Responsabile Scientifico del Polo Archivistico del Comune di Reggio Emilia.



Ne parlerà con l’autore

Frediano Sessi, scrittore, saggista, consulente editoriale e traduttore. I suoi ambiti di indagine privilegiata sono lo studio della Shoah e della Resistenza. Dirige presso Marsilio la collana “Gli specchi della memoria” e collabora alle pagine culturali del “Corriere della Sera”.

 

Ott 2, 2012 - Senza categoria    No Comments

Il patto di Katharine (stasera)…

Martedi 2 ottobre

Biblioteca S.Croce, via Adua

ore 20,30

3558447204.jpgIl Gruppo di lettura “Una pagina a caso” presenta
Il patto di Katharine. Gli strani casi di Dario Lamberti
di Massimo Storchi – Aliberti edizioni.
Alla presenza dell’autore

Aperitivo offerto dal Circolo La Paradisa di Massenzatico

Ott 1, 2012 - Storia    No Comments

Patria e Onore….

Quel mausoleo alla crudeltà
che non fa indignare l’Italia
Il fascista Graziani celebrato con i soldi della Regione Lazio

patria-onore_b1--180x140.jpgIl mausoleo costruito per Rodolfo Graziani ad Affile, in provincia di Roma, sul quale dominano le scritte ‘Patria’ e ‘Onore’, capisaldi del fascismo.
«Mai dormito tanto tranquillamente », scrisse Rodolfo Graziani in risposta a chi gli chiedeva se non avesse gli incubi dopo le mattanze che aveva ordinato, come quella di tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi di Debra Libanos, fatti assassinare e sgozzare dalle truppe islamiche in divisa italiana. Dormono tranquilli anche quelli che hanno speso soldi pubblici per erigere in Ciociaria un sacrario a quel macellaio? Se è così non conoscono la storia.
Rimuovere il ricordo di un crimine, ha scritto Henry Bernard Levy, vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio». Ha ragione. È una vergogna che il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Ed è incredibile che la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali, con articoli sul New York Times o servizi della Bbc,ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Francesco Storace è arrivato a dettare all’Ansa una notizia intitolata «Non infangare Graziani» e a sostenere che «nel processo che gli fu intentato nel 1948 fu riconosciuto colpevole e condannato a soli due anni di reclusione per la semplice adesione alla Rsi». Falso. Il dizionario biografico Treccani spiega che il 2 maggio 1950 il maresciallo fu condannato a 19 anni di carcere e fu grazie ad una serie di condoni che ne scontò, vergognosamente, molti di meno.

È vero però che anche quella sentenza centrata sul «collaborazionismo militare col tedesco», era figlia di una cultura che ruotava purtroppo intorno al nostro ombelico (il fascismo, il Duce, Salò…) senza curarsi dei nostri misfatti in Africa. Una cultura che spinse addirittura Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti (un errore ulteriore che ci pesa addosso) a negare all’Etiopia l’estradizione di Graziani richiesta per l’uso dei gas vietati da tutte le convenzioni internazionali e per gli eccidi commessi e rivendicati. E più tardi consentì a Giulio Andreotti a incontrare l’anziano ufficiale, in nome della Ciociaria, senza porsi troppi problemi morali.

Il sito web del comune di Affile dedica una pagina a Rodolfo Graziani ‘figura tra le più amate e più criticate a torto o a ragione’
Allora, però, nella scia di decenni di esaltazione del «buon colono italiano» non erano ancora nitidi i contorni dei crimini di guerra. Gli approfondimenti storici che avrebbero inchiodato il viceré d’Etiopia mussoliniano al suo ruolo di spietato carnefice non erano ancora stati messi a fuoco. Ciò che meraviglia è che ancora oggi il nuovo mausoleo venga contestato ricordando le responsabilità di Graziani solo dentro la «nostra» storia. Perfino Nicola Zingaretti nel suo blog rinfaccia al maresciallo responsabilità soprattutto «casalinghe».
Per non dire dell’indecoroso sito web del Comune di Affile, dove si legge che l’uomo fu una «figura tra le più amate e più criticate, a torto o a ragione» del periodo fra le due guerre e un «interprete di avvenimenti complessi e di scelte spesso dolorose». Che «compì grandiosi lavori pubblici che ancor oggi testimoniano la volontà civilizzante dell’Italia». Che «seppe indirizzare ogni suo agire al bene per la Patria attraverso l’inflessibile rigore morale e la puntigliosa fedeltà al dovere di soldato».

«Inflessibile rigore morale»? «Rodolfo Graziani tornò dall’Etiopia con centinaia di casse rubate e rapinate in giro per le chiese etiopi», racconta Del Boca. «Grazie a lui il più grande serbatoio illegale di quadri e pitture e crocefissi della chiesa etiope è in Italia». Certo, non fu il solo ad avere questo disprezzo per quella antichissima Chiesa cristiana fondata da San Frumenzio intorno al 350 d.C. Basti ricordare le parole, che i cattolici rileggono con imbarazzo, con cui il cardinale di Milano Ildefonso Schuster inaugurò il 26 febbraio 1937 il corso di mistica fascista una settimana dopo la spaventosa ecatombe di Addis Abeba: «Le legioni italiane rivendicano l’Etiopia alla civiltà e bandendone la schiavitù e la barbarie vogliono assicurare a quei popoli e all’intero civile consorzio il duplice vantaggio della cultura imperiale e della Fede cattolica ».

Fu lui, l’«eroe di Affile», a coordinare la deportazione dalla Cirenaica nel 1930 di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti a marciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.

E fu ancora lui a scatenare nel ’37 la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada… Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».

I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi, che nel libro Il violino di Addis Abeba avrebbe raccontato con orrore: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».

Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope. Una strage orrenda, che secondo gli studiosi Ian L. Campbell e Degife Gabre-Tsadik autori de La repressione fascista in Etiopia vide il martirio di almeno 1.400 religiosi vittime d’un eccidio affidato, per evitare problemi di coscienza, ai reparti musulmani inquadrati nel nostro esercito.

Lui, il macellaio, quei problemi non li aveva: «Spesso mi sono esaminato la coscienza in relazione alle accuse di crudeltà, atrocità, violenze che mi sono state attribuite. Non ho mai dormito tanto tranquillamente ». Di più, se ne vantò telegrafando al generale Alessandro Pirzio Biroli: «Preti e monaci adesso filano che è una bellezza».

C’è chi dirà che eseguiva degli ordini. Che fu Mussolini il 27 ottobre 1935 a dirgli di usare il gas. Leggiamo come Hailé Selassié raccontò gli effetti di quei gas: si trattava di «strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un’agonia che durò ore. Fra i colpiti c’erano anche dei contadini che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini».

Saputo del monumento costato 127 mila euro e dedicato al maresciallo con una variante sull’iniziale progetto di erigere un mausoleo a tutti i morti di tutte le guerre, i discendenti dell’imperatore etiope, come ricorda il deputato Jean-Léonard Touadi autore di un’interrogazione parlamentare, hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un «incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio», ma che «ancora più spaventosa» è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia.

Rodolfo Graziani «eseguiva solo degli ordini»? Anche Heinrich Himmler, anche Joseph Mengele, anche Max Simon che macellò gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema dicevano la stessa cosa. Ma nessuno ha mai speso soldi della Regione Lazio per erigere loro un infame mausoleo.

Gian Antonio Stella

Corriere della Sera, 30.9.2012

Set 19, 2012 - opinioni    1 Comment

“Ci hanno rubato il futuro”…

 305f1.jpg“Ci hanno rubato il futuro” è il mantra che sentiamo ripetere da giovani e meno giovani. Se le parole hanno (ancora) un senso, la frase sta a significare che qualcuno (chi?) ha rubato il domani, il dopodomani etc. a diverse categorie di persone (che resteranno, loro malgrado, nel nulla, nel dolore, nella disperazione). Sì, perché ho sentito questa frase pronunciata da giovani neolaureati come da pensionati mancati. Il qualcuno è noto: le multinazionali, gli speculatori, i politici, il capitalismo. Tutti. Quindi nessuno. Così si torna al senso della frase da rimodulare: “Nessuno ci ha rubato il futuro”, avrebbe detto il buon Ulisse al povero Ciclope.

In realtà questa frase è la solita geremiade che trova facile successo in questa Italia riscoperta eternamente piagnona, pronta alla chiacchiera da bar (in questo senso Facebook è anche una sorta di Bar Sport planetario) e alla vuota lamentazione. A prendersela sempre con gli altri, colpevoli di tutto, e mai a cambiare qualche piccola deleteria abitudine.

Il futuro è quello che è, non c’è scampo più per me…” urlava nel sonno il nipotino di Frankestein, come Mel Brooks ci ricordava nel suo genio. Siamo lì?

Come corollario di “Ci hanno rubato il futuro” c’è l’ovvio “I giovani non hanno futuro”. Bene. Bello. Costruttivo e incoraggiante. Io che di figli ne ho tre, ogni giorno a pranzo e cena per incoraggiarli a studiare, impegnarsi a non far cazzate, li guardo negli occhi e ripeto loro “Non avete futuro!” e poi sputazzo loro in faccia per prepararli al domani.

Popolo di corta memoria e di enorme capacità digestiva abbiamo dimenticato tutto. Per noi “giovani d’epoca” invece è stato tutto facile, bello, divertente. Io, ventenne alla metà dei settanta, laureato negli ottanta mi sono divertito un sacco, ho trovato subito lavoro, ho fatto carriera, mi sono fatto i soldi. Io no, sarebbe normale, ma neppure quelli come me allora. Ma non c’era nessun frangigonadi a dirci “I giovani non hanno futuro”, il futuro era il giorno dopo, era studiare e prepararsi perché comunque quello studio sarebbe servito (come serve oggi, non contiamoci fanfaluche). In tempi di disperati sogni rivoluzionari, finiti nel sangue e nella merda, ho sempre pensato che se anche fosse arrivata la rivoluzione comunque era meglio sapere una parola in più che una in meno, aver letto un libro in più che uno in meno e che il mondo era molto più complicato degli slogan che mi passavano accanto nelle strade e nelle piazze. Canticchiavo un pezzetto del buon Faber “certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni…”.

Finita l’università, come concordato, i miei chiusero i rubinetti. All’emiliana mi dissero “Va’ mo’…” e io sono andato. E state tranquilli che anche allora c’era la politica opprimente e occupante che distribuiva posti e carriere. Solo che allora i posti e le carriere erano tante e in tanti venivano accontentati. Oggi si accontentano solo i politici e gli altri si incazzano, non per etica ma per delusione.

All’Università pensate fosse un collegio di Orsoline? Il mio prof di tesi mi disse onestamente “vorrei tenerti qui, ma io non ho peso e quindi entreranno gli allievi di A,B,C, bravi o no…se vuoi puoi restare ma gratis…”. No, grazie, agratis non potevo, e così mi detti da fare, feci corsi di specializzazione, per mantenermi feci il fotografo a un buon livello, tale che ancora oggi posso permettermi di sorridere davanti a certe mostre. Poi, intestardito nella pazza idea di fare quello per cui avevo studiato (lo storico) passo a passo ci sono arrivato. Storico di quartiere, di strada, niente a che vedere con quei A,B,C che lasciai allora nei corridoi. Banalmente povero ma felice. Si fa per dire. Ma almeno con la memoria ancora sufficientemente viva per non sopportare boiate come “Ci hanno rubato il futuro”.

Semplicemente oggi molte cose sono diverse, ma per fortuna sono diversi anche i nostri giovani (dei pensionati mancati dichiaro qui e ora che non me ne frega una cippa). Inciso: categorizzare è sempre una fesseria, l’inizio della banalità, ogni categoria è fatta di singoli, persone. Esistono giovani in gamba e giovani coglioni, esattamente come gli elettricisti, i chirurghi o i senatori. Punto.

Io uscii dall’Italia la prima volta a 24 anni, lavorando come ingegnere (ma questa è un’altra storia) con quel po’ d’inglese imparato a scuola o sulle canzoni rock. Mia figlia a 22 anni, sa 3 lingue, vorrebbe vivere a Berlino (dove è già stata un anno) e ha già avuto il triplo di occasioni di crescita e opportunità della nostra generazione allora. I tempi sono difficili, come lo sempre stati. I nostri figli hanno tutte le carte in mano per farcela. E ce la faranno, esattamente come noi. Più fatica? Meno fatica? Comunque sudore.

I nostri genitori cosa avrebbero dovuto dire nel 1945? Loro sì avevano tutto il diritto di esclamare “Ci avete rubato il futuro”. Invece no. Si rimboccarono le maniche e all’emiliana dissero “Va’, mo’..’” e hanno fatto quello che sappiamo. Come sempre il futuro è lì, nessuna Spectre lo può rubare perché non appartiene a nessuno. Appartiene alla voglia di fare, di impegnarsi. Anche fra i miei conoscenti di allora c’erano i fancazzisti, i perditempo, i menabubbole. Qualcuno è schioppato, qualcuno è diventato artista, qualcuno ha fatto i soldi, qualcuno no. Normale, come è dalla notte dei tempi. Il cambiamento lo facciamo tutti, tutti insieme ogni giorno.

Io che di figli ne ho tre, ogni giorno a pranzo e cena per incoraggiarli a studiare, impegnarsi a non far cazzate, li guardo negli occhi e ripeto loro “Non avete futuro!” e poi sputazzo loro in faccia per prepararli al domani. Loro mi guardano, mi compatiscono, e poi in un ottimo dialetto mi rispondono: “Mo’ va a caghèr..!”.

 

 

 

 

 

Set 10, 2012 - Senza categoria    No Comments

Que serà, serà…

DAY429216.jpgQue serà, serà…What ever will be, will be, the future is hard to see, que serà, serà. Cantava Doris Day in “L’uomo che sapeva troppo” (A.Hitchcock, 1956). E più o meno le cose sotto il cielo restano immutate. Non farò considerazioni politiche, non ne capisco niente, ci sono grandi esperti per questo. Però. Quando il gen.Aureliano Buendia di Gallipoli (quello che fece 33 rivoluzioni e le perse tutte) dichiara, con la solita aria stronfia: “Basta governi tecnici, adesso tocca alla politica!”, beh, mi corre un brivido per la schiena e, istintivamente, mi concedo una toccatina scaramantica.

Lo zio Mario-Paperone arrivò perché i nipotini Qui, Quo e Qua ne avevano combinate di tutti i colori, svuotato le casse, fatto debiti con tutta Paperopoli e oltre, gozzovigliato e cazzeggiato allegramente convinti che la cuccagna sarebbe durata all’infinito. E’ arrivato Zio Mario e tutti zitti, contriti, lacrimuccia sul ciglio. Non potendo fare altro hanno accettato la ricetta dura e così niente dolce a fine pasto, niente settimana bianca, auto blu addio. Hanno accettato, convinti italianamente che “ha da passà a nuttata”, per tornare poi alla solita baldoria, appena quella borsa di zio se ne fosse andato. Bene. Cioè, mica tanto. Adesso dovrebbe tornare la politica. Giusto. Ma questa affermazione mi suona tanto come gli appelli papali “Bisogna essere buoni..”, o quei proclami sentimental-pacifisti del tipo “mai più guerre”. Figurarsi se non si è d’accordo: chi sosterrebbe il contrario (anche se son convinto che certe guerre vadano fatte)? Ma sono frasette vuote se poi non le portiamo dal cielo alla polverosa terra.

Deve tornare la politica. Ma fatta da chi? Dagli stessi Qui, Quo, Qua che hanno scassato lo Stato per 20 anni? Convertiti? Pentiti? Contriti? Hanno visto la luce? Sono sempre gli stessi da 40 anni in qua e ora dovremmo credere a cosa? Manco sono stati a Lourdes per supporre un intervento celeste.

Non so se meglio Bersani o Renzi. Non ne capisco nulla di politica-politicata, però mi sembra che almeno Renzi potrebbe essere un bel pretesto per far finta (forse) che le cose siano cambiate. Mandati a casa gli stanchi eroi di tante battaglie perse magari qualche giovinotto ci sarà, pronto a perdere ancora, ma almeno con un poco più di voglia di cambiare e, comunque, qualcuno può pensare ancora di ritrovarsi Uolter in giro? O Marini? O Rutelli redivivo? Violante, etc….?

Da un paese così poteva nascere un fiore? E’ vero che dal letame qualcosa salta fuori ma Faber non ha fatto in tempo a vedere questa Italia, altrimenti altro che “Domenica delle salme…”.

E anche la democrazia diretta del web è durata lo spazio del mattino. Facile da immaginare: se pensiamo-come bimbi entusiasti della playstation-che il web sia la democrazia si finisce poi nelle mani del padrone del server che decide lui cosa sia la “vera” democrazia. Avevamo avuto un movimento sessual-popolare, ci mancava un movimento eterodiretto-commercial-mediatico. E in mezzo tante persone in buona fede che vorrebbero fare, partecipare, ma si trovano sempre ad avere a che fare con imbonitori, dementi, urlatori e venditori di tappeti usati (male). Ma queste persone, spesso “usate” e tradite, sono anche il segnale allarmante di una sostanziale debolezza di cultura civica. C’è molto da lavorare per creare una solida cittadinanza se qualcuno cade nella trappola del “web come democrazia diretta” e scambia il mezzo per la sostanza. Attacchiamo, come è giusto, i demagoghi e i populisti, ma ci scordiamo poi di lavorare seriamente per far maturare le loro potenziali vittime: la gente, il popolo, cioè noi.

Que serà, serà…

 

 

Set 8, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Wikipedia e la “verità” sul web: il caso Panitteri

Philip Roth chiede a Wikipedia di modificare alcune informazioni sulla pagina a lui intestata, perchè false, e Wikipedia rifiuta di intervenire rispondendo che “Capiamo l’argomentazione che l’autore è la massima autorità sul suo lavoro, ma le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie». http://www.lettera43.it/cronaca/roth-lettera-aperta-contro-wikipedia_4367563864.htm
Meraviglioso. Questa è la democrazia del web, alla faccia dei nostri entusiasti seguaci di Grillo che scambiano il mezzo per la sostanza.

Anche nel mio (molto) piccolo ho avuto esperienza di questo paradosso basato sulla demagogica uguaglianza delle fonti. Perchè è corretto confrontare varie fonti in merito a una questione ma non possiamo pensare che tutte le fonti siano uguali, affidabili e fondate. Ogni fonte, in quanto tale, va considerata, valutata ed utilizzata in base alla propria attendibilità. Philip Roth è nato il 19 marzo 1933. Ma se un’altra fonte dicesse invece 14 marzo? Wikipedia sospende la notizia? O indicherà anche l’altra ipotesi perchè “le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie”?

Dicevo della mia piccola esperienza nel mondo wikipediano. Potete ricercare il nome “Francesco Panitteri” (1921-1990), fascista trapanese etc.. Cosa c’entra? Panitteri lo incontrai negli atti della Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia, processato in contumacia quale co-responsabile della condanna a morte di don Pasquino Borghi e dei suoi (30 gennaio 1944). Fra quelle carte esiste la Sentenza della Corte (dic.1946), in cui si condanna il Panitteri e Armando Dottone a 24 anni di reclusione. Sentenza in nome del popolo italiano. Documento reale e consultabile da chiunque voglia. Perchè Panitteri e Dottone? Perchè il Capo della Provincia Enzo Savorgnan il pomeriggio del 29 gennaio 1944 convocò nel suo studio il proprio segretario (Panitteri), il proprio medico (Dottone) e il segretario del PFR locale Wender e decise la fucilazione all’alba del giorno dopo dei 9 antifascisti. Non ci fu alcun processo, nessuna parvenza di legalità. Quattro persone decisero e basta. Panitteri poi, con ammirevole zelo, si incaricò di formare il plotone d’esecuzione e di presenziare alla esecuzione.

Al momento della condanna di Panitteri e Dottone (contumaci perchè fuggiti da Reggio in tempo utile) Savorgnan e Wender erano già stati uccisi dai partigiani, il primo a Varese il 28 aprile 1945, il secondo a Concordia il 22 marzo del medesimo anno.

Bene. Si fa per dire, perchè Panitteri e Dottone non scontarono mai un giorno di carcere, condannati in contumacia furono AMNISTIATI nell’aprile 1946. Per una volta la verità giudiziaria coincide con la verità storica. Basta consultare gli atti.

Invece su Wikipedia le cose non vanno così (http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Panitteri) perché nonostante abbia tentato più volte di modificare la voce e mi sia rivolto al sig.Wikipedia in persona, a Trapani c’è un gruppo di fascisti che si ostina a modificare la voce a loro uso e consumo. Basta leggere [oggi, 8.9.2012]:

Evaso in agosto dal campo, si diede alla latitanza e venne processato in contumacia dalla Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia nel dicembre 1946 per aver fatto parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI. Condannato con Armando Dottone a 24 anni di reclusione,[6] venne assolto, sempre in contumacia, con formula piena in appello dalla Corte d’Assise di Reggio Emilia nel 1948, assieme al giudice Dottone.[7]

Panitteri non fu imputato per aver fatto parte del Tribunale Speciale.., ma per essere stato responsabile della fucilazione di 9 persone mai processate e fu amnistiato e MAI assolto con formula piena dal Tribunale di Reggio Emilia (del resto si concede l’amnistia a qualcuno assolto con formula piena?). Tutte informazioni basate su una fonte documentaria inoppugnabile (atti giudiziari dei processi). Ma per Wikipedia questo vale esattamente quanto un’altra fonte “secondaria” che dica il falso. Questa è la democrazia del web, bellezza!

Aggiungo un altro particolare sulla triste vicenda. Ancora su Wiki si legge:

[Panitteri] “Il 29 gennaio del 1944 ricoprì l’incarico di pubblico ministero del tribunale speciale straordinario e in uno dei processi chiese, in qualità di pubblico ministero, la condanna a morte di don Pasquino Borghi e altri otto partigiani, tra i quali l’anarchico Enrico Zambonini[4].”

E se consultate la nota [4] a fondo pagina troverete questa chicca:

“Gli altri partigiani erano Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini e Ferruccio Battini, i quali furono trovati nascosti in chiesa,e dopo un conflitto a fuoco furono fatti prigionieri, processati, furono fucilati il giorno seguente a San Prospero Strinati, il quartiere di Reggio Emilia dove esisteva il poligono di tiro.”

I 7 antifascisti furono arrestati nelle loro case a Correggio e Rio Saliceto nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 1944 per rappresaglia per l’uccisione del sottoufficiale della GNR Ferretti, azione alla quale erano tutti estranei. Furono portati in carcere a Reggio all’alba del 29, interrogati in giornata (tutti respinsero le accuse) e fucilati all’alba del giorno seguente senza nessuna parvenza di processo. Il conflitto a fuoco era avvenuto giorni prima a Tapignola, sull’Appennino, quando militi fascisti si erano scontrati con partigiani rifugiati nella canonica di don Pasquino, assente.

Questa la realtà storica, ma per Wikipedia la realtà può avere molte facce…. Quindi ricordiamoci sempre che il web è bello ma l’uso del cervello è ancora meglio. 

p.s. le notizie corrette si trovano nella scheda su don Pasquino (http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino_Borghi)