Archive from ottobre, 2009

Furbetti d’Italia…

Noi siamo furbi, più furbi, geniali anzi meglio: siamo italiani! Secoli di adattamento alle sfighe cosmiche che si sono abbattute sul belpaese hanno sviluppato in noi, darwinianamente, questo gene “F” (che per il vecchio satiro plastificato ha anche un altro senso ma lasciamo perdere). Siamo geneticamente predisposti alla furbata, allo sgobbetto, all’aggiramento del reale per costruire sempre un “piano B” che, in realtà, non è nemmeno la seconda scelta. No, è subito il piano “A”. Noi lo sappiamo, gli altri no. E così li freghiamo…

In teoria, perchè poi le furbate, i trucchetti, alla fine vengono fuori, inesorabilmente. Perchè siamo furbi, più furbi, geniali ma qualcosa ci sfugge sempre: un foglietto, un appunto, una macchia di rossetto sul fazzoletto. Ehhh, siamo geniali, ma artisti, un po’ distratti e pasticcioni. Così dopo 92 anni da un foglietto lasciato su uno scaffale in Gran Bretagna salta fuori che il cavalier Benito nel 1917 percepiva 100 sterline la settimana (qualcosa come 5500 euro odierni) per i suoi servigi a favore della guerra. Somme che, unite a quelle già note ricevute dai francesi nel 1914-15 per sostenere il “Popolo d’Italia”, di cui era direttore il simpatico maestro romagnolo, fanno un bel gruzzoletto a inizio carriera per un uomo così onesto che, “signora mia, furono i suoi a rovinarlo, ma che a Piazzale Loreto non ci cascò neppure una monetina…”. Per un uomo che lanciò lo slogan “Dio stramaledica gli inglesi!” (più sterline, eh, Ben?) Ehh, la politica, i soldi, i cavalieri, l’armi…

Ma il DNA truffaldino urla dentro di noi, vuole spazio. E’la natura. “Non siamo farabutti. E’che ci disegnano così!” Così come? Cialtroni, infidi e traditori. Contro il terrorismo! Per l’Occidente cristiano! A Kabul! A Kabul! Roba che Bush ancora si sta sciugando la saliva del vecchi satiro dagli stivaloni. Ce l’abbiamo duro! Gliela facciamo vedere a stiì beduini! Folgore! Lampi! Tuoni! Però…non esageriamo, dai! Gli italiani sono buoni, la gente ci vuole bene, Italiani brava gente, col mitra ma senza cattiveria, dai! Basta poco per farsi degli amici: costruire scuole , ospedali? Ma dai! Roba da comunisti di Emergency! Nooo, più semplice. Soldi. Money. Pecunia. Zvanziche. Ai talebani! Facile e semplice. Noi pagare tu non sparare! La pace nel mondo passa dal vostro bancomat! Geniale! Magari quando qualcuno dei nostri ha preso una fucilata è perchè non era ancora arrivato il bonifico…

E poi, finisce il nostro turno, i francesi ci sostituiscono. Cosa? Cosa gli dovremmo dire? Lasciargli le consegne? Nooo, quelli magari si incacchiano e ci sputtanano, sti’ sporcaccioni di francesi che tengono il pane sotto l’ascella! Facciano la guerra, tonti. Mica sono geniali come noi, loro. Si prendano le fucilate…

p.s. giunge notizia che ignaziolarissa, soi dissant ministro della guerra, vuole querelare il Times per la notiziola sui soldi ai talebani. Domanda: ma come cittadini non possiamo intentare una class action allo stato per averci messo fra i cabasisi un simile ignaziolarissa?

Io sto con gli industriali….

Il mitico flipper ha parlato ancora (oddio, “parlare” sembra un’espressione un po’ forte visto il soggetto dell’azione), comunque ha espresso la sua solidarietà agli industriali reggiani per il “caso” Manodori. Ora, non sappiamo chi sia il ghost writer del nostro casinese, ma ci offriamo per sostenerlo nello sforzo. Così, abbiamo preso il suo denso intervento e lo abbiamo un po’ rimesso a posto. Solo un amichevole taglia-copia-incolla senza nulla aggiungere (o togliere) per non intaccare la profondità del pensiero (si fa per dire).

Giudicate voi se siamo stati all’altezza, confrontando il testo da noi curato con l’originale (n.1 o n.2?)


Io sto con gli industriali (1)
Sono berlusconiani? Ricoprire incarichi pubblici, ma è addirittura sospetto.
I Sindaci di Sinistra si scoprono eletti dal popolo e lanciano strali contro i vertici.
Presidente del Consiglio Berlusconi eletto, lui sì, dal popolo con più di 18 milioni alle prese con una crisi che è sotto gli occhi di tutti. Di voti contro qualche migliaia dei sindaci locali.
Consiglio. Curiosa anomalia? No! Volontà politica. Quella stessa volontà politica Manodori, dalla presunta assenza di programmi, allo statuto (lo avranno letto?). Statuto che fino ad un anno fa andava benissimo alle Autonomie Locali. Sono quegli stessi sindaci che contestano e snobbano il va tutta la mia solidarietà della Manodori.
Ciò che vale per i Sindaci di sinistra reggiani, non vale per il Presidente del Siamo alle solite. In questa città se uno non dichiara di essere di sinistra, e quella spinta ideologica che spinge i Primi cittadini a contestare tutto della Il Presidente degli Industriali Gianni Borghi e la Presidente dell’API non hanno Borghi e la Carbognani possono votare per chi vogliono, ma credo che sia magari non andrà a votare per le primarie del 25 ottobre, non solo non può mai dichiarato le loro simpatie politiche, non si sono mai schierati e del resto in necessario un po’ di rispetto per chi rappresenta più di 2000 aziende associate.
Le solite corbellerie che possono succedere solo a Reggio Emilia, dove ancora una volta
e allora sono sospetti l’ideologia e il settarismo prevalgono sul buon senso e indegno attacco.
Sono di centrodestra? Democrazia non ne sono obbligati .
Il mio sostegno per questo nuovo . Per quel che mi riguarda, al Presidente della Manodori e alla Vicepresidente, e
O no?

Io sto con gli industriali (2)

I Sindaci di Sinistra si scoprono eletti dal popolo e lanciano strali contro i vertici della Manodori. Sono quegli stessi sindaci che contestano e snobbano il Presidente del Consiglio Berlusconi eletto, lui sì, dal popolo con più di 18 milioni di voti contro qualche migliaia dei sindaci locali.
Ciò che vale per i Sindaci di sinistra reggiani, non vale per il Presidente del Consiglio. Curiosa anomalia? No! Volontà politica. Quella stessa volontà politica e quella spinta ideologica che spinge i Primi cittadini a contestare tutto della Manodori, dalla presunta assenza di programmi, allo statuto (lo avranno letto?). Statuto che fino ad un anno fa andava benissimo alle Autonomie Locali.
Siamo alle solite. In questa città se uno non dichiara di essere di sinistra, e magari non andrà a votare per le primarie del 25 ottobre, non solo non può ricoprire incarichi pubblici, ma è addirittura sospetto.
Il Presidente degli Industriali Gianni Borghi e la Presidente dell’API non hanno mai dichiarato le loro simpatie politiche, non si sono mai schierati e del resto in democrazia non ne sono obbligati e allora sono sospetti. Sono di centrodestra? Sono berlusconiani? Le solite corbellerie che possono succedere solo a Reggio Emilia, dove ancora una volta l’ideologia e il settarismo prevalgono sul buon senso.
Al Presidente della Manodori e alla Vicepresidente, va tutta la mia solidarietà e il mio sostegno per questo nuovo e indegno attacco. Per quel che mi riguarda, Borghi e la Carbognani possono votare per chi vogliono, ma credo che sia necessario un po’ di rispetto per chi rappresenta più di 2000 aziende associate alle prese con una crisi che è sotto gli occhi di tutti.

O no?

Ott 14, 2009 - Italia, Europa, mondo    No Comments

“Berlino in rosso? Colpa dei turchi..”

L’ex Ministro delle Finanze della città Thilo Sarrazin, che si è occupato dei conti in rosso della capitale dal 2002 al 2009 e che ora è membro del direttivo della Bundesbank, la banca federale, ha addossato agli immigrati turchi la responsabilità del deficit. Dichiarazioni forti, che hanno sollevato un vespaio di polemiche. Così ieri Sarrazin, che finora era responsabile della gestione cassa della Bundesbank, si occuperà in futuro solo delle attività di information technology e gestione rischi.

SESSANTOTTINI E TURCHI
In una lunga intervista su Lettre International il socialdemocratico Sarrazin ha esposto una teoria che farebbe impallidire un leghista. «Berlino non può farcela da sola», ha assicurato: «Due aspetti la attanagliano: la tradizione sessantottina (contestataria e sinistroide) e l’abbandono». In più, «la fecondità delle fasce basse, povere e immigranti, responsabili del 40% delle nascite:unfatto che abbassa continuamente il livello scolastico. In particolare arabi e turchi sono tre volte più prolifici della media». La soluzione: «Bloccare i flussi». Queste dichiarazioni, pronunciate daunmembrodella socialdemocrazia, hanno gelato il sangue a più di una persona. Il direttore della Bundesbank, Axel Weber, si è dissociato. Ha detto che le parole di Sarrazin danneggiavano l’immagine dell’istituzione, e alla fine, ieri, lo ha esautorato, togliendogli incarichi importanti. Eva Hogel membro dell’Spd nel Parlamento locale, ha detto che Sarrazin, «non è più benvenuto nel partito». E ora unTribunale sta studiando se c’è stato crimine nelle sue parole, in particolare per frasi come: «i turchi stanno conquistando la Germania come i kossovari il Kossovo: con un’alta natalità. Mi piacerebbe fossero come gli ebrei dell’Europa dell’est che avevano un quoziente d’intelligenza di un 15% al di sopra della media, ma non con gruppi che non accettano l’integrazione e costano molto». Aldilà dell’aspetto razzista, le dichiarazioni di Sarrazin hanno avuto enorme eco perché toccano due problemi reali: la povertà di Berlino che vive alle spalle delle altre città dell’ovest e la scarsa integrazione dei turchi, quasi 3 milioni in Germania di cui 200.000 a Berlino. In un articolo sulla Süddeutsche Zeitung Costanze von Bullion ha accusato Sarrazin di «provincialismo» e ha ricordato che prima di parlare di Berlino come«pecora nera» è necessario ricordare la storia della città: da teatro della persecuzione degli ebrei a città divisa dal muro. All’est costa ancora adattarsi all’economia capitalista. Allo stesso modo, se è vero che ci sono (come in tutte le metropoli multietniche) problemi di integrazione è anche vero che non hanno una relazione causale con la povertà. Secondo uno studio pubblicato da Die Zeit Berlino è la città con il maggiore divario sociale. La povertà è quasi estrema in quartieri come Spandau-Neustadt e Marzahn, nell’est. Dove però vivono pochissimi turchi.

Noterella a commento: a.L’esclusiva delle fesserie non l’abbiamo solo noi nel belpaese ma: b. Nei paesi seri chi dice fesserie viene invitato all’uscita. Semplice, no?

Ott 14, 2009 - Senza categoria    No Comments

Il Pacs ha dieci anni: un successo

Il 13 ottobre del 1999 l’Assemblea nazionale votava definitivamente il Pacs, il “contratto concluso tra due persone maggiorenni, di sesso opposto o dello stesso sesso, per organizzare la vita comune”. E’ stato un successo: nel 2008, 145mila Pacs sono stati firmati, in crescita del 43% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, il numero dei matrimoni è rimasto stabile in Francia, intorno ai 270mila l’anno nell’ultimo decennio. I Pacs conclusi tra omosessuali sono stati il 5,62% nel 2008, mentre erano circa il 50% nel primo anno di entrata in vigore di questo contratto.
Ormai, il Pacs è diventato una scelta banalizzata in Francia. In questi giorni è in corso a Parigi il secondo Salone del matrimonio e del Pacs. Eppure, nel ‘99, le polemiche infuriavano. All’Assemblea erano stati presentati 2161 emendamenti alla legge che lo istituiva, una deputata della destra  aveva fatto un intervento-fiume di più di 5 ore con la Bibbia in mano. Il Pacs era accusato di essere solo “un’unione per omosessuali”, di “distruggere il matrimonio”, di essere un “attacco alla famiglia”. Ma nulla di tutto questo è successo. Per molti, il Pacs è semplicemente una tappa verso il matrimonio. Molto meno romantica, una delle motivazioni principali per “pacsarsi” è fiscale. La legge è stata modificata nel 2005, quando è stato abolito il periodo di prova di tre anni, prima di poter presentare una dichiarazione comune (più favorevole, una coppia paga meno tasse di un contribuente celibe), mentre nel 2006 è stata introdotta la possibilità di scegliere la separazione dei beni tra pacsati. Oggi, secondo uno studio, il 30% sottoscrive un Pacs principalmente per ragioni fiscali.

http://mir.it/servizi/ilmanifesto/franciaeuropa/?p=343

C’era una volta…

C’era una volta un bel paese. Nel bel paese c’erano partiti di vario tipo, grado e colore. Partiti che poi finirono ad escort, tanto per stare al lessico contemporaneo. Ma i partiti, nella loro fase virtuosa (o quantomeno non delinquenziale) formavano, selezionavano, sceglievano. Proponevano candidati alle elezioni in base anche alla possibilità di cattura del consenso, magari sulla base del curricolo di quel candidato, qualche volta anche per la sua fama o per la sua reale attività quotidiana. Poi, si sa, i tempi cambiano, le stagioni non sono più quelle di una volta, signora mia. Oggi i candidati non si candidano nemmeno più, si scelgono prima e quelli sono. Grazie alla legge suina, ben accetta a tutti, sulla scheda il nome ce lo troviamo già pronto, caldo o freddo, dolce o salato. Com’era la fettina di vitello una volta in tavola. Quella era. Assomigliava magari a un pezzo di camera d’aria sopravissuta chissà a quale esperimento nucleare. Ma era quella. E, glom, si mandava giù.

Così anche nell’enigmatico PD (che ci sia ognun lo dice, cosa sia nessun lo sa) ecco saltare fuori la candidata/nominata/eletta Paola Binetti. Non perchè porti voti, anzi, ogni volta che parla, si muove, dichiara, ne fa perdere più che un’intervista di D’Alema, no, semplicemente perchè Binetti significa “Opus Dei” e “OD” significa “potere”. Che poi la cattolica Binetti a un cattolico affaticato come il povero scrivente (e a tanti come lui) faccia capire tutta l’intelligenza, modestia, rigore di Martin Lutero, conta poco. E’ il potere che conta. Il rapporto, la relazione. In questo caso con l’OD che con il Vangelo c’entra tanto quanto Nabuccodonosor con un telefono cellulare.

Ecco perchè la Binetti (e Fioroni e altre belle anime) stanno lì, votano contro, dicono cose da far vergognare e continuano a farlo. Potere. Semplice potere. Altro che “partito plurale”, almeno non prendeteci per il Nabucco, grazie.

Elite parassitarie

“Elite parassitarie” le ha chiamate gridolo-brunetta e tutti abbiamo alzato gli occhi al cielo, disgustati da tanta volgarità e approssimazione. Poi..magari, le giornate sono lunghe, chiusi in casa a scrivere e leggere, fra una pipa e l’altra e qualche mezza idea gira in testa, fra un neurone e l’altro (i soliti 6 o 7). Anche perchè capita di vedere il ritorno di “Report” (faccio outing: Milena mi fa impazzire…!) che tratta delle norme urbanistiche in Italia (la civilissima Bologna) e in Germania (Monaco).E trovo conferma di quanto già visto di persona all’estero pochi mesi fa.

Nella dotta Bologna (dove ancora qualcosa funziona) per chiudere una porta interna di un appartamento ci vuole un iter di un anno, 6000 euro, tre chili di carte, aprire una DIA, mappe, rogiti, un geometra, un tecnico, un termotecnico, un certificatore…manca solo il cardiochirurgo e il maniscalco di corte. Tutto per soddisfare norme contenute in 7 volumi di leggi, decreti, regolamenti, bolle ed editti.

Zoom a Monaco. Il Regolamento edilizio è un foglio A4, affisso in bacheca. L’incartamento relativo alla costruzione di una villetta (già finita) ha lo spessore di una copia de L”‘espresso,” la domanda con risposta che autorizza l’edificazione arriva in 3 settimane. Il cittadino fa tutto da solo, solo il progetto spetta al tecnico. Non esistono bolli, concessioni, bucalosssi, levalossi. Al Comune perchè deve interessare se il signor Rossi in casa ha 1,2,3 bagni? Se nella doccia mette un muretto? Se la scala gira in senso orario o antiorario? Al Comune interessa che la casa del sig.Rossi sia solida, stabile, risponda al Prg e ai criteri estetici imposti. Punto. E qualcuno venga a dirmi che il paesaggio urbano di Monaco non è migliore di uno qualunque preso a caso nel nostro povero paese.

I nostri uffici tecnici scoppiano di tonnellate (reali) di carte che nessuno guarderà mai. I tecnici si addannano, esausti, fra filze, faldoni, mappe, lucidi, righe e righelli. Fra orde di cittadini inferociti e frustrati. E così, appena si può, si fa da soli. Abusivamente. Col cemento o senza, sui fiumi e sui laghi, fino alla prossima Messina.

Riformismo. Ideuzza per la sinistra futura. Non inventiamo nulla. Copiamo. Facciamo come la Germania (o un qualunque altro paese civile europeo). Al macero tutta la carta. Quel che conta è l’aspetto esterno, il resto è proprietà privata. Uffici liberi dall’inutile marea cartacea e responsabili. Capaci di rispondere, sanzioni (ove necessarie) certe. Via tasse e bolli. Pago le tasse? Perchè devo ripagarle altre 2, 3 volte sotto mentite spoglie?

Bello, eh? Ma…qualcuno lo vuol fare? Perchè è facile ripetere il mantra “Riformismo”, ma nessuna riforma è a costo zero. Avete idea di quanti geometri, tecnici, periti, notai, verificatori, collaudatori, fabbriferrai, soffiatori di vetro, impiegati e applicati si troverebbero a dover decidere cosa fare d’altro nella loro vita, semplicemente perchè divenuti inutili? Perchè l’inefficenza rende e paga, appunto, quelli che gridolo chiama Elite parassitarie che, da bravi organismi monocellulari (o giù di lì), non hanno colore o senso della posizione, per loro destra e sinistra pari sono.

« All’ordine Facite Ammuina, tutti coloro che stanno a prua vadano a poppa
e quelli a poppa vadano a prua;
quelli a destra vadano a sinistra
e quelli a sinistra vadano a destra;
tutti quelli in sottocoperta salgano,
e quelli sul ponte scendano,
passando tutti per lo stesso boccaporto (buco);
chi non ha niente da fare, si dia da fare qua e là.  »

(dall’apocrifo Regolamento della Marina Militare del Regno delle Due Sicilie, sec. XIX)

Vi ricordate Aureliano Buendia?

Vi ricordate Aureliano Buendia? In Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, era il figlio del capostipite José Arcadio .

Divenne famoso per essere diventato comandante generale delle forze rivoluzionarie e per aver preso parte a 32 rivoluzioni armate e per averle perse tutte e 32.

Se è vero che uno dei problemi della sinistra italica è la sua classe dirigente, come non ricordare fra gli altri, il primo, il leader, il Maximo? Il “nostro” generale Aureliano Buendia. Il geniale, intelligente, avveduto, strategico, diabolico, enciclopedico, vero politico?

Massimo Aureliano Buendia D’Alema, sempre sconfitto ma sempre risorto, sempre pronto alla coltellata finale (all’amico). “Non sono cattivo, è che mi disegnano così” potrebbe dire, senza avere le curve di Jessica Rabbit, ma il ghigno del barbiere di provincia.

Il nulla totale se non la politica per la politica. Nessun contenuto se non il potere. La miglior interfaccia del vecchio satiro plastificato.

Aureliano Buendia divenne famoso per essere diventato comandante generale delle forze rivoluzionarie e per aver preso parte a 32 rivoluzioni armate e per averle perse tutte e 32, ebbe 17 figli maschi da 17 donne diverse, sfuggì a 14 attentati, a 73 imboscate e a un plotone di esecuzione, sopravvisse a una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata a ammazzare un cavallo. L’unica ferita che subì fu procurata da lui stesso dopo aver firmato la capitolazione di Neerlandia che mise fine a quasi 20 anni di guerra civile. Passò la vecchiaia facendo e disfacendo pesciolini d’oro.

Il nostro minimod’alema, da stime precise dell’Istituto Barlumen, ha già superato le 64 sconfitte ma è ancora lì, dei pesciolini d’oro non sa che farsene, la stricnina gli guasta appena l’alito, sempre pronto a sostenere un candidato, un governo, un segretario, pronto a scaricarlo tre minuti dopo.

Noi ci scandalizziamo di come il popolo di destra adori il vecchio satiro, ma ci siamo mai chiesti perchè ci siano tanti ancora a sinistra ad amare un simile arnese?


Ott 11, 2009 - Libri da leggere    No Comments

Discorso sulla servitù (G.D’Elia)

“Se l’idelogia è la distanza tra ciò che si è e ciò che si dice di essere, bisogna tornare all’analisi delle parole che dicono il loro contrario. Dopo la Casa della Libertà, il Partito della Libertà, eccoci giunti al Popolo della Libertà. Facciamo l’antìfrasi. Il riassunto italiano degli ultimi quindici anni merita ormai una definizione storico-linguistica, che attinga alla storia (francese) della cultura e della critica umanistica del dispotismo politico: si pensi all’opera di Etienne de la Boétie (1530-1563) intitolata Discorso della servitù volontaria, composta giovanissimo nel 1546 o nel 1548 e pubblicata postuma grazie al suo erede testamentario e amico Montaigne nel 1574, manifesto della libertà protestante. “La distanza fra ciò che gli uomini sono e quello che dicono di essere” (Franco Fortini) deve far sostituire alla parola libertà il suo contrario; avremo così il rovescio della falsità, la verità storica e presente dell’Italia, dal plurale della Casa della Servitù al singolare del Partito della Servitù, e , ancora più pregnante per il nostro riferimento, l’irresistibile Popolo della Servitù.
Il celebre libello di La Boétie, composto “in onore della libertà contro i tiranni”, fu da allora ribattezzato “Il Contro Uno” e spesso riutilizzato nella storia francese come appello alla rivolta contro l’autorità costituita: diritto e dovere di difesa. E tuttavia, cosa oggi assi più interessante per noi, dopo la rovina della strategia e della tattica rivoluzionaria comunista, la resistenza alla miseria e all’oppressione non passa, secondo La Boétie, attraverso la violenza e il delitto, ma attraverso la coscienza e la sua diffusione, contro l’unico Maîstre, Signore e Padrone.
La servitù dei popoli è infatti volontaria, perché “non si può dubitare che noi siamo naturalmente liberi, dato che siamo tutti compagni, se non può cadere nell’intendimento di nessuno che la natura abbia messo qualcuno in servitù, avendoci tutti messi in compagnia!”, pare il cuore della “Ginestra” leopardiana, il “vero amor”, gli “uomini confederati”, contro i deliri razzisti e sciovinisti delle fasulle identità padane dei leghisti nostrani.
Il “Discorso” è infatti una difesa della dignità umana, e dei suoi inalienabili diritti individuali e collettivi, civili, religiosi. La Boétie elenca tre tipi di tiranni, che derivano da tre tipi di fonti, azioni e funzioni: elezione (popolo), forza (violenza delle armi), successione (dinastia). A questi tre tipi di tiranno corrispondono tre tipi di servitù: elettiva, armata, dinastica. La servitù elettiva è quella che ci riguarda, perché è quella volontaria della democrazia mediatici e parlamentare che viviamo. La servitù del popolo italiano è volontaria; sono i cittadini che “si tagliano da soli la gola” e che, accettandone il giogo, snaturano la natura umana e democratica: la maggioranza degli italiani. Gli italiani sfuggiranno dunque alla loro orribile soggezione, soltando riconquistando la loro prima verità, la loro “natura franca”. Da questo risorgimento ontologico, contro la restaurazione politica, dipende la grande peripezia della vita civile che, in una prospettiva di nuovo contrattualistica e concreta farà di ogni cittadino un uomo e non un suddito, il solo artefice del mondo politico, non più delegato né a Dio né ai suoi luogotenenti, “unti del Signore”, Padroni e servi e masse manipolate.

“Contro la separazione dei fenomeni” (Pasolini) vediamo l’insieme. Dopo Mussolini, Berlusconi è il caso italiano più esasperante. Ascoltiamo Baudelaire, da  Il mio cuore messo a nudo…:”Insomma, davanti alla storia e di fronte al popolo francese, la grane gloria di Napoleone III sarà stata quella di provare che il primo venuto può, impadronendosi del telegrafo e della stampa, governare una grande nazione. Imbecilli quelli che credono che simili cose si possonorealizzare senza l’assenso popolare, così come quelli che credono che la gloria non si possa fondare che sulla virtù. I dittatori sono i domatici del popolo, niente di più, un fittuto ruolo, del resto se la gloria è il risultato dell’adattamento di uno spirito tale alla stupidità nazionale”. Il primo venuto si è impadronito, da noi, non del telegrafo, ma della televisione e della Stampa nazionale, e quindi del governo. Anche noi non siamo imbecilli e sappiamo che l’accondiscendenza del popolo italiano è fondata sul voto e sul fascino del reato e del vizio che il piccolo tiranno italiano di oggi incarna, per tutti gli evasori e i puttanieri della nostra sterminata piccola borghesia arricchita e razzista: è la sua gloria, e la loro.

L’adattamento alla stupidità nazionale dice che la questione italiana, purtroppo, è una questione di servitù volontaria degli italiani, più che della loro classe politica, di una buona metà. Sarebbe bello poter dire, a compenso, la famosa frase del film: “E’la stampa bellezza!”. Purtroppo, anche la stampa dovrebbe scioperare contro la maggioranza di sì stessa, perché finisca l’Italia della servitù volontaria che ci soffoca se, secondo Pasolini, noi non sapremo mai, ma almeno diremo la verità: “Ora, quando si saprà, o, meglio, si dirà tutta intera la verità del potere di questi anni, sarà chiara anche la follia dei commentatori politici italiani e delle èlites colte italiane. E quindi la loro omertà” (“Il Mondo”, 28 agosto 1975). Questa è la lettera luterana che dovremmo impugnare, nel conflitto dirompente tra l’interesse al silenzio e l’interesse al dissenso della verità politica, contro la pratica politica di sempre.
(“Il Fatto quotidiano, sabato 10 ottobre 2009”)

La Boëtie Etienne de, Discorso sulla servitù volontaria. Testo francese a fronte, 2007, La Vita Felice, € 6,00

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953) è un poeta, scrittore e critico letterario italiano.
Ha fondato e diretto la rivista Lengua (1982-1994), collaborando come critico con numerose riviste e giornali. Nel 1993 ha vinto il premio Carducci. Ha pubblicato varie raccolte poetiche, fra cui Notte privata (Einaudi 1993), Congedo dalla vecchia Olivetti (Einaudi 1996), Bassa stagione (Einaudi 2003). Nel 2005 ha pubblicato L’eresia di Pasolini. L’avanguardia della tradizione dopo Leopardi (Effigie, Milano 2005), studio seguito poi da Il petrolio delle stragi. Postille a L’eresia di Pasolini, (Effigie, Milano 2006).

Notiziole di giornata


PALESTINA: per la crisi economica lo Zoo di Gaza non può dotarsi di regolari zebre. Si sono verniciati un paio di asini.
ITALIA: esauriti i bidoni di vernici per trasformare in amministratori, politici, manager, etc…, emeriti asini…

Visto sul Web: intervista all’on. Morassut circa l’assenza dei deputati PD in aula per le votazioni sullo scudo fiscali. “Siamo troppi alla Camera…”. Giusto. Troppi. Ma soprattutto quelli sbagliati. La prossima volta, anziché designargli i “nostri”, tiriamo a sorteggio, tanto, più o meno….
http://virus.unita.it/virusvideo/89392

Anni ’30: Lady Astor in un dibattito con Winston Churchill così lo apostrofò: “Se fossi vostra moglie metterei il veleno nel vostro tè”.
Winnie rispose gelido: “Se fossi vostro marito lo berrei!”.
Al vecchio satiro plastificato le battute chi gliele scrive Bombolo? Svastichella? O, peggio, nessuno?

Il Giornale” , 8 ottobre 2009.
Prima pagina: “Meno male che Silvio non molla”.
Per fortuna! Ci mancava anche il più grande petomane degli ultimi 150 anni!!

Non c’ero (e se c’ero, dormivo)
di Metilparabel e Francesca Fornario
Massimo D’Alema spiega perché era assente al voto sullo Scudo Fiscale. Dopo quelli di Antonio Gramsci e di John Fitzgerald Kennedy, ecco un nuovo prezioso aforisma da stampare sulle T-shirt. E scolpire sulla lapide della sinistra.
http://virus.unita.it/virusvideo/89478

Fare i conti…

Giornate strane e convulse, sembra di vivere in una specie di reality (tipo “Il grande cittadino”) dove ai poveri malcapitati, costretti a vivere nel belpaese, vengono fatte credere le cose più assurde, “per vedere di nascosto l’effetto che fa…”.

Invece è tutto vero, folle e irreale, ma vero. E la conferma l’abbiamo quando parliamo con amici stranieri o leggiamo la stampa estera. Noi siamo davvero tutto ciò. La domanda è sempre quella di fondo, forse già dal mio primo post su questo piccolo blog: “Come siamo finiti qui?”. E insieme alla domanda la necessità di tenere alta l’attenzione, a leggere, guardare, raccogliere per il dopo.

L’Italia non è mai stata in grado di fare i conti con sè stessa. Non lo ha fatto alla caduta del fascismo: abbiamo buttato via la cimice del partito e siamo corsi in Piazzale Loreto. Noi i buoni, loro i cattivi! Oplà!

Non l’abbiamo fatto con tangentopoli: loro i politici-ladri, noi gli onesti. Opla!

Non lo faremo neppure quando il vecchio satiro plastificato ruzzolerà: vergogna, le escort, noi S.Luigi e Giovanne d’Arco. Oplà!

Invece il male è dentro di noi, siamo noi l’anello debole. Leggiamo il saggio di Crainz, Autobiografia di una Repubblica. E’ sempre mancato un esame di coscienza. Pensiamo all’articolo di Italo Calvino, Apologo degli onesti nel paese dei corrotti, è del 1980.

Nello stesso anno Massimo Riva avvertiva che “mai si era vista tanta corruzione radicarsi così dentro e così largamente nelle strutture dello Stato…Si materializza nel paese il Fantasma della Seconda Rpubblica e si diffonde l’ansia che qualcuno si levi contro chi tanto disonestamente opera con poche parole: “In nome di Dio, andatevene! Liberateci della vostra presenza!Ogni giorno che passa si attenua la speranza che a parlare così sia un politico sagace e democratico, cresce il timore che possa farlo con successo qualche avventuriero senza scrupoli“.

E’ negli anni ottanta che cadono gli anticorpi contro l’individualismo, contro la violazione delle regole come regola. Il craxismo fu la scorciatoia banditesca alla “modernità” che, sconfitta, ha vinto trascinando e uniformando alla medesima “morale” destra e “sinistra”.

Un bravo giornalista del tempo così descriveva l’esule di hammamet all’apogeo: “C’è Bettino fra i grandi. Con Reagan, Gorbaciov, la Thatcher, Juan Carlos…ma anche Bettino semplice fra i semplici, col bambino pugliese. Col monello senese. Col piccotto palermitano. Con la fanciulla cinese. Col minatore sardo. Con la zingara jugoslava. Con la profuga somala. Col frate toscano. Col calciatore azzurro. Con il professore di Cantù”. Dejavu? Originale o copia?

Dal 1987 i commentatori segnavalano come fosse in corso la “mutazione genetica” del psi, connessa al “circuito perverso potere-denaro-potere e…dell’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti…“. Noi siamo arrivati qualche mese dopo? Scesi dalla nostra navicella?

Un ben diverso Galli della Loggia nel 1983 osservava: “il compromesso storico era valso a spogliare il partito comunista dei suoi attributi carismatici e a metterne in luce tutte le insufficienze strategiche, i bubboni culturali, così il craxismo ha mostrato fino in fondo l’incertezza etico-politica, la cruda ambizione del potere che regnano anche a sinistra…Nella visione del mondo del popolo di sinistra due dimensioni sono sempre state essenziali: il Progetto e il Candore. Il compromesso storico e Craxi hanno fatto pulita dell’uno e dell’altro…”.

Sono gli anni del boom del deficit pubblico, ricordate? Nel 1961 il debito era il 30% del Pil, nel 1971 superava il 41%, nel 1979 era al 57,7%, nel 1988 si tocca il 93% per arrivare al 125% dei primi anni novanta. “Si sono mangiati anche lo stato” scriveva Scalfari nel 1991. Questa la meraviglia della Prima repubblica che rimpiangiamo, caduti dagli squali ai piranhas. Uno sfascio tale che qualcuno, nel 1993 (Bocca) salutò l’arrivo della Lega come antidoto, una “durezza barbarica” capace di sconfiggere la truffa. Sappiamo com’è andata a finire, male, peggio: Malpensa…

Ancora una volta al crollo assistemmo da tifosi, anzi sportivi, applaudivamo ogni giorno ai nuovi inquisiti. “Li hanno beccati sti’ladri!” dicevamo, ma se a Messa anziche sonnecchiare avessimo ascoltato il card.Martini che nella sua Lettera Pastorale del 1992 si chiedeva. “ci troveremmo oggi così amareggiati e indignati per tante situazioni incresciose che offuscano la nostra vita politica e amministrativa se fossimo stati un po’ più vigili, se avessimo allargato lo sguardo oltre le comodità o l’interesse immediato?”

Antonio Gambino da laico (1993): “il quadro è fosco…non perchè i disonesti siano molto più numerosi che nelle altre democrazie occidentali ma perchè da noi al contrario di quel che avviene in esse, manca una “cultura dell’onestà“, capace di far da contrappeso. O, se si preferisce, capaci di fofrnire quel “punto di appoggio” senza il quale ogni tentativo si sollevare il paese dal pantano in cui si è infilato si presenta come un’operazione…irrealizzabile”.

Era il 1993, l’anno dopo, eravamo pronti e, oplà, via verso l’arrivo dell’unto del signore, di tetteculitette e della finale dissoluzione etica del nostro paese.

Forse ha ragione Domenico Rea quando dice che, per iniziare a riportare la legalità a Napoli (Italia), non servirebbe l’esercito ma semplicemente riverniciare, e fare rispettare, gli attraversamenti pedonali.

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