Archive from dicembre, 2009
Dic 12, 2009 - Storia    No Comments

Io so (Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 nov. 1974)

IO SO… di Pier Paolo Pasolini (Corriere della Sera, 14 novembre 1974)

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile. Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.

Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.

Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.

L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti.

Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli (di Pap Khouma)

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell’aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell’Italia del 2009?

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d’identità, che il funzionario senza neppure dare un’occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un’occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d’identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
“Mi ha dato la sua carta d’identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?”.
“Come hai fatto ad avere la carta d’identità, se non hai un permesso di soggiorno… ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l’italiano?”. “Non ho il permesso di soggiorno”, mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato “cittadino italiano” ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.

Perché non leggete cosa c’è scritto sul documento?”, suggerii. Attimo di sorpresa ma…. finalmente mi diedero del lei. “Lei è cittadino italiano? Perché non l’ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario…”.

L’obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: “Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano”. Oppure, con un sorriso: “Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario”.

Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell’auto. D’istinto ho risposto: “Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri”. E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

In un’altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E’ scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all’ora di punta. Un’altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: “Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina”. “Non è un ladro, è il mio compagno”, si è sentita rispondere.

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All’inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell’atrio: “Buongiorno!” o “Buona sera!”. Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: “Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!”. “Chi ti ha fatto entrare?”.

Nel settembre di quest’anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l’arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l’altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: “Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla… maleducato”. Facevo notare all’anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: “Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra… feccia del mondo. La pagherete prima o poi”.

Qualche settimana fa all’aeroporto di Linate sono entrato in un’edicola per comprare un giornale. C’era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un’altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l’uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: “Quell’uomo di colore ha pagato il giornale?”. La cassiera ha risposto urlando: “Sì l’uomo di colore ha pagato!”. Tornato indietro gli dico: “Non c’é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo”. “Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?”. Cercava di intimidirmi. “Un razzista!” gli dico. “Sì, sono un razzista. Stia molto attento!”. “Lei è un cretino”, ho replicato.

Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di “pregiudizi al contrario”, spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una “formula” fissa ma molto efficace: “Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni…”.

Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un “extracomunitario” nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.

Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: “Questo extracomunitario si comporta da prepotente!”.

Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

Dopotutto, ho l’impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. “Noi non siamo abituati!”, ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E’ un alibi che non regge più dopo trent’anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.

Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell’Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/immigrati-13/nero-italiano/nero-italiano.html

“Agratis” no!

Come diceva il filosofo Antoni: “la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”. A volte basta un niente, un sussurro e la tua vita cambia. In meglio o no, dipende. Nel mio caso, 19 anni fa, in meglio: ristrutturando l’avita magione di comune accordo con la mia consorte decidemmo che in cucina non ci sarebbe stata la televisione (espressione un po’ forte per il video a 16″ che tuttora presta il suo servizio in casa nostra). Lo facemmo per la nostra progenie? Per snobismo dei soliti KK (kattokomunisti)? Per guardarci romanticamente negli occhi in tutta tranquillità? Ai posteri l’ardua sentenza. Fatto sta che nè in città nè a Fortezza Bastiani ci è mai capitato di sincronizzare la nostra parca mensa con TG di vario numero e aspetto. Per un certo periodo-confesso-per il desco serale ci sintonizzammo su “Zapping” poi anche questo uso cadde di fronte al crescente leccobardismo del conduttore, tale Forbice. Così anche ora, in questi tempi bui, leggo delle leccate di minzolini, delle servili marchette del tg2, del sublime ridicolo del tg4, solo dopo. Sulla stampa, a cose fatte, o sul web. Fortunato, eh?

Però. Spezzo un’altra lancia per quei leccobardi in SPE (servizio permanente effettivo) dei TG, dei giornali servili, perchè ci vuole forza, coraggio, inventiva ma soprattutto pelo sullo stomaco (sulla lingua e altrove) per rincorrere, e giustificare fino al peana, le esternazioni di uno, come il vecchio satiro furioso che è ormai, questa è scienza direbbe Zichichi, “fuori di balino” (per dirla con la Crusca) o “fuori come un terrazzo” per stare a un lessico più giovanile e sbarazzino.

Ricordate “Oltre il giardino” di Hal Ashby, con il mitico Peter Sellers nei panni di Chance il Giardiniere? Era un povero decerebrato, adulto ma con la meninge di un bimbo tardivo che finiva, suo malgrado, per diventare il consigliere della Casa Bianca. Frasi senza senso, pronunciate a caso, venivano prese, studiate, interpretate come astuti sofismi, profonde riflessioni sulla politica. Dietro il nulla, ma che contava? Ma là almeno c’era  l’ingenuità di Chance, innocente voce fra lupi assetati di potere. Ma qui?

La mia speranza è che tutti questi poveri ragazzi (minzo, capezzo, gallidellapioggia, etc..) siano pagati bene, benissimo, tanto, tantissimo. Perchè almeno la loro servile fatica di dare ogni giorno un senso alle boiate di un vecchio viagrato avrebbe un senso, oso dire una dignità. Come diceva Van Lennep: “Fra un mascalzone e un cretino preferisco il mascalzone, perchè lui, almeno, ogni tanto si riposa”. La sete di denaro e la fragilità umana gustificano le azioni peggiori. Ma farlo “agratis” no. Il cretino non ha giustificazioni, anche perchè è molto più pericoloso. Il cretino diventa fanatico senza sforzo, servo senza bisogno. Tutto, ma “agratis” no.

Poveri ragazzi!

Lo, sono cattivo d’animo (ho avuto un’infanzia difficile) ma stavolta devo spezzare una lancia, rivolgere un pensiero commosso e partecipe ad alcuni ragazzi, per quello che stanno patendo, per quello che devono sopportare. Non parlo di cose banali come cassa integrati, licenziati, extracomunitari presi a calci al risveglio da solerti vigilesse veronesi (è successo). No, parlo di Gianni, Angiolino e quel think tank di ragazzi che stanno lavorando a salvare le sacre chiappe di sua maestà, il Re dei Birboni. Loro sono lì, sudano in silenzio, passano le notti a consultare pandette, codici, glosse, si confrontano con Giustianiano, Rotari, Rocco, la raccolta delle leggi e degli editti papali. In silenzio pensano, cogitano, strologano fino alla virgola, al periodo ipotetico, al sintagma, al codicillo alsaziano. Tutto per lui, per il sovrano. Con i fogli ancora umidi di inchiostro, gli occhi arrossati dalle veglie, si abboccano con violante, latorre, pippo, pertica e palla. Limano, cesellano, nell’oscurità delle fioche luci dei romani palazzi riscrivono, cancellano. In silenzio, con la calma dei giusti. Processo breve? Legittimo impedimento? Catafrattica riscrittura del cacimperio? Un lavoraccio! Ma quando il fine è nobile anche i nobili trovano un fine! Ma, in silenzio, con calma, per porgere poi alle ovattate stanze del Quirinale un foglio, uno solo, ma quelo giusto. Con calma, in silenzio, doucement…

E poi? PARARAPAPARAPA! IL SIRE dà di matto!  Urla e strepita!BIM!BUM! C’ho le PALLE! Vi faccio un mazzo così! troppo testosterone!! Come riassume con la consueta eleganza e misura littorio feltri sul giornale: “B.spacca tutto. Basta giudici usurpatori. Cambio la Costituzione”. Soltanto….

E Gianni, Angelino e i ragazzi? La banda di Sisifo riprende il lavoro, doucement, con calma, in silenzio… Che vita! Che eroi!

Dic 11, 2009 - Libri da leggere    No Comments

1791, come nacque Trachimbrod

In queste giornate di quasi riposo ho letto. Un libro mi è rimasto nel cuore e voglio condividerlo con gli amici di Fortezza Bastiani, si tratta di Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer ora uscito anche in versione economica presso Guanda. E’ un libro non semplice ma prezioso, un passaggio importante da non perdere. Inserisco una schedina di presentazione e un piccolo brano:

Con una vecchia fotografia in mano, un giovane studente, che si chiama Jonathan Safran Foer, visita l’Ucraina per trovare Augustine, la donna che può aver salvato suo nonno dai nazisti. Jonathan è accompagnato nella sua ricerca da un coetaneo ucraino, Alexander Perchov, detto Alex. Alex lavora per l’agenzia di viaggi di famiglia, insieme a suo nonno che, a dispetto di una cecità psicosomatica fa l’autista, e in compagnia di una cagnetta maleodorante, chiamata Sammy Davis Jr Jr, in onore del cantante preferito dal nonno.

UN’ALTRA LOTTERIA. 1791.

Il Riverito Rabbino pagò a metà prezzo tredici uova e una manciata di mirtilli affinché sul bollettino settimanale di Shimon T fosse stampato il seguente annuncio: un irascibile magistrato di Lvov aveva fatto richiesta di un nome per uno shtetl anonimo, da usarsi per nuove carte geografiche e censimenti, tale da non offendere la raffinata suscettibilità della nobiltà ucraina né polacca, né essere di pronuncia troppo difficoltosa: e su ciò si sarebbe dovuto deliberare entro una settimana.
UN VOTO! dichiarò il Riverito Rabbino. LO METTEREMO AI VOTI. Poiché, come una volta aveva elucidato il Venerabile Rabbino, E SE CREDIAMO CHE OGNI EBREO MASCHIO SANO DI MENTE, RIGOROSAMENTE MORALE, AL DI SOPRA DELLA MEDIA, POSSESSORE DI AVERI, ADULTO, OSSERVANTE SIA NATO CON UNA VOCE CHE DEVE ESSERE SENTITA, ALLORA NON LI SENTIREMO TUTTI?
L’indomani mattina un’urna fu collocata fuori dalla Ritta Sinagoga e gli aventi diritto si misero in coda lungo la linea di demarcazione ebreo/umana. Bitzl Bitzl R votò per Gefilteville; il defunto filosofo Pinchas T per Capsula Temporale di Polvere e Fune. Il Riverito Rabbino per SHETL DEI PII RITTISTI E INNOMINABILI SCOMPIGLIATI CON CUI NESSUN EBREO DEGNO DI NOME DOVREBBE AVERE NULLA A CHE FARE A MENO CHE LA SUA IDEA DI VACANZA SIA INFERNO.
Il possidente folle Sofiowka N – avendo tanto tempo e così poco da lavorare – si incaricò di far la guardia alla scatola tutto il pomeriggio per consegnarla poi all’ufficio del magistrato quella sera a Lvov. La mattina era una cosa ufficiale: a ventitre chilometri a sudest di Lvov e a quattro a nord di Kolki, e a cavalcioni del confine polacco-ucraino come un rametto posatosi sul recinto, era situato lo shetl di Sofiowka. Il nuovo nome, con gran smacco di coloro che dovevano sopportarlo, era ufficiale e irrevocabile. Sarebbe rimasto legato allo shtetl fino alla morte.
Inutile dire che nessun abitante di Sofiowka lo chiamò Sofiowka. Fino a quando non gli diedero un nome così spiacevole, nessuno aveva sentito il bisogno di chiamarlo in alcun modo. Ma adesso che c’era di mezzo l’ingiuria – doveva essere omonimo di quell’emerito testa di cazzo – i cittadini avevano un nome da non usare. Alcuni addirittura chiamavano lo
shtetl non-sofiowka e continuarono a chiamarlo così anche quando fu scelto un nuovo nome.
Il riverito Rabbino dichiarò che occorreva un altro voto. IL NOME UFFICIALE NON PUO’ ESSERE CAMBIATO, disse, MA DOBBIAMO AVERE UN NOME RAGIONEVOLE PER I NOSTRI PROPOSITI. Anche se nessuno sapeva esattamente cosa intendesse per propositi – Avevamo dei propositi, prima? Qual è esattamente fra i miei propositi, il mio proposito? – la seconda votazione sembrò ineluttabilmente necessaria. L’urna fu posta davanti alla Ritta Sinagoga e stavolta a sorvegliarla furono le gemelle del Riverito Rabbino.
Il fabbro ferraio artistico Yitzhal W votò per Confine. l’uomo di legge Isaac M votò per Prudenza dello Shetl. Lilla F, discendente del primo Scapigliato a lasciar cadere il libro, convinse le gemelle a lasciargli infilare alla chetichella un bussolotto con scritto Pinchas. (Votarono anche le gemelle: Hannah per Chana e Chana per Hannah.)
Il Riverito Rabbino quella sera contò i bussolotti. Era un pareggio: ciascun nome aveva ricevuto esattamente un voto. Lutsk Minor. RITTONIA. Nuova promessa. Demarcazione. Joshua. Toppa-e-chiave.. Arguendo che il fiasco fosse durato abbastanza, egli decise – partendo dall’idea che in una simile situazione Dio avrebbe fatto così – di prendere dalla scatola un pezzo di carta a caso e chiamare lo shetl con qualunque parola ci fosse stata scritta.
YANKEL HA VINTO ANCORA, pensò annuendo, mentre leggeva quella zampa di gallina che gli era diventata familiare. YANKEL CI HA CHIAMATI TRACHIMBROD.

Nel 2005 è stato realizzato il film omonimo, potete vederlo sul web: http://www.veoh.com/search/videos/q/ogni+cosa+è+illuminata#watch%3Dv15431832FZAQkDgW

Dic 11, 2009 - Italia, Europa, mondo    No Comments

Riaprire le indagini (C.Lucarelli)

Domani è l’anniversario della strage di Piazza Fontana, un anniversario importante che sarà ricordato in tante altre occasioni, più complete di questa. Io vorrei aggiungere una cosa.
Abbiamo uno strana percezione di quell’evento che ce lo fa considerare un insondabile mistero. Non è così. Di quello che è successo quel 12 dicembe 1968, di cosa lo ha preceduto e del contesto in cui si inquadra sappiamo molto. Molto rimane da sapere ma nella sua struttura e in molti suoi dettagli la storia è abbastanza chiara: una strage organizzata nell’ambito della strategia della tensione, compiuta dalla destra eversiva e coperta dai servizi segreti italiani e americani. Mancano ancora molte cose, i nomi degli assassini e dei loro mandanti in una sentenza, per esempio – e non è poco – ma molto si sa. Se gli studenti interrogati dai sondaggi ancora la attribuiscono alle Brigate Rosse o al terrorismo islamico, è solo perché manca un immaginario narrativo e divulgativo che solo adesso stiamo costruendo.
Ma vorrei andare oltre. Dall’ultima sentenza, di novità sulla strage ne sono uscite parecchie. Novità importanti. Gente che ha parlato, da oscuri attivisti a figure di primo piano come il generale Maletti. Ci sono libri che anche se discussi e discutibili in alcune loro tesi aggiungono tanti dettagli, come il libro di Paolo Cucchiarelli. C’è, soprattutto, il tempo, che è passato e rende le testimonianze più disponbili.
Insomma, è arrivato il momento di fare qualcosa di più. Riaprire le indagini e trovare anche quelle verità che ancora mancano. Lo chiedono i parenti delle vittime, lo chiedono le vittime stesse e lo chiediamo anche tutti noi, che pure se non c’eravamo sentiamo ancora aperta quella ferita.

http://www.unita.it/news/carlo_lucarelli/92526/riaprire_le_indagini

Regno gonadico

Nel Regno dei Birboni ne succedono sempre delle belle! Ora siamo al Regno gonadico dei Birboni. Sua maestà ci ricorda che “ha le palle”, ha un ministrodegli interni con un nome che è tutto un programma, il capoboss della ValBrembana esibisce l’avambraccio a ricordarci il celodurismo. Un festival di machismo per il Regno dei Birboni.  Però…

Però, come ricordava mia nonna: “Chi tanto abbaia, morde poco…” e così su sua maestà birbonica ormai sono state scritte biblioteche circa magiche iniezioni, pilloline blu, gialle, arancio  in attesa di tritonuanti erezioni.

Sul ministro le cronache ci riferiscono che la cosa più virile da parte sua pare sia stata l’azzannata al polpaccio di un povero questurino. Gesto che costò al ministro una condanna penale (sì, abbiamo per ministrodegli interni un pregiudicato…)

Per il capoboss della ValBrembana poi sappiamo come sui morbidi letti quasi quasi lasciò la ghirba, non riuscendo a tener il ritmo della vulcanica signorina.

Regno gonadico in crisi quindi? Nell’attesa mezzo mondo ride, e l’altro? Se ne frega, beato lui.


PD come Padova (?)

Scusate se son buoni (Massimo Gramellini)

Da piccoli ci insegnavano a fare la carità di nascosto per non cadere in peccato d’orgoglio. Adesso è diventata una questione di incolumità personale. Se vieni beccato a fare il buono ti insultano, quando va bene. Lasciamo stare l’allenatore dell’Ascoli, messo in croce dai tifosi per un gesto di fair play nei confronti degli avversari, o quello di una squadra giovanile di Piacenza licenziato dal presidente per aver ritirato dal campo i suoi ragazzini dopo una zuffa: il calcio, si sa, è un mondo di maschi esaltati. Ma sentite cosa è successo a una signora di Macerata, Fiorella Faggiolati. Legge sul giornale che a Padova due bambini sono stati lasciati fuori dalla mensa dell’asilo nido comunale perché la madre non aveva i soldi per pagare la retta. D’impulso chiama il servizio scolastico e salda l’arretrato di 460 euro.

Una meraviglia di gesto, penserete. Come minimo le daranno la cittadinanza onoraria, le intesteranno la sala mensa o le fettuccine al pomodoro sul menu. Errore. L’assessore padovano alla scuola (pardon, alle politiche scolastiche, non so se mi spiego), in quota partito democratico, reagisce piccato: «Ognuno farebbe bene a guardare a casa propria». Marchigiana che non sei altro, fatti gli asili tuoi. E sotto con una spiegazione burocratica su quale procedura la mamma dei due bambini lasciati fuori dalla mensa – gli amichetti dentro a mangiare e loro niente, roba da trauma psicanalitico perenne – avrebbe dovuto seguire per accedere alla carità comunale. Alla fine la benefattrice di Macerata ha dovuto ancora giustificarsi, chiedere scusa all’assessore. La prossima volta che farà del bene, ricordi almeno di mettersi in faccia un passamontagna.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41


Macerata, 9 dicembre 2009 – Fiorella Faggiolati, l’imprenditrice marchigiana che ha saldato il debito di 460 euro che impediva a due bambini padovani di frequentare la mensa dell’asilo nido, replica alle polemiche che il suo gesto ha suscitato.

La Faggiolati sottolinea di aver agito d’istinto, “senza mai pensare – afferma – che il mio gesto non rimanesse a livello personale. Mai ho chiesto la pubblicazioni delle foto della mia famiglia, di mia figlia che ho sempre tutelato nel massimo della privacy, né tantomeno l’azienda che rappresento ha bisogno di questo tipo di pubblicita”.

L’imprenditrice dice di aver compiuto l’atto di solidarietà “perché ho pensato che fosse una cosa assurda: è inconcepibile che una scuola possa relegare due bambini in un angolo solo per soldi”. “Lo stato e la scuola in primis -aggiunge – devono dare valore ai bambini, curarli, perché sono il futuro della nostra società”.

Chiedo comunque scusa all’assessore (del Comune di Padova, ndr) Claudio Piron, di avere causato con il mio gesto tutta questa polemica, ma è cosa positiva aver conosciuto i valori di chi dovrebbe tutelare – conclude – quelli che sono i diritti dei minori ricoprendo una carica importantissima come quella alle politiche scolastiche”.

Al fianco del’l’imprenditrice si schiera il consigliere regionaole del Pd Sara Giannini: “Di fronte al gesto umano, così spontaneo e naturale, di Fiorella Faggiolati – dice -, è fuori luogo la reazione dell’assessore comunale di Padova che ha giudicato l’iniziativa un’intromissione nell’attività amministrativa”.

http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/macerata/cronaca/2009/12/09/269473-salda_debito_alla_mensa.shtml

http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/macerata/cronaca/2009/12/07/268710-imprenditrice_salda_debito_alla_mensa_bimbi.shtml

Alla materna senza cibo Piron: «Devono pagare»

«Dopo ripetute segnalazioni abbiamo fatto sapere alla signora che non può più usare il servizio di mensa. Ci sono molti genitori che decidono deliberatamente di portare a casa il bambino. Se la signora non ha reddito vuol dire che non ha lavoro e che quindi può rimanere a casa con suo figlio». L’assessore alle Politiche scolastiche Claudio Piron non cede un punto sulla vicenda del bimbo di 5 anni lasciato senza cibo all’asilo Fornasari perché privo di buoni-pasto. L’amministratore di palazzo Moroni ci tiene però a spiegare con precisione la sua posizione. «Questo è un caso su 1.500 – sottolinea – noi da due anni stiamo chiedendo a tutte le famiglie o ai genitori dei ragazzi che vengono a scuola alla materna o al nido, di documentare l’Isee zero. La legge obbliga i Comuni a raccogliere almeno il 36 per cento, altrimenti ci chiedono di tirarli fuori dalle nostre tasche. Quindi nessuno si può sottrarre». E per quel che riguarda la rateizzazione? «Questa mamma si deve presentare nei nostri uffici e fare una domanda formale, possibilmente scritta, che fino ad ora non ci è mai pervenuta».  Ieri pomeriggio però nella redazione del mattino è arrivata la telefonata di una donna, residente nell’Alta padovana, che chiede di rimanere anonima ma che si è detta disposta a pagare il debito di 460 euro maturato dalla famiglia del bimbo nei confronti del Comune di Padova. (e.fer.)

In conclusione: e se si trattasse tutto di un refuso tipografico? E anzichè Piron, il solerte amministratore di PD del PD, si chiamasse PIRLON?

«Berlusconi, un leader in crisi che va sconfitto con il voto. Il popolo viola? È gia politica»

«Berlusconi, un leader in crisi che va sconfitto con il voto. Il popolo viola? È gia politica» (di Pietro Spataro)

Il popolo viola è già politica, ma i partiti evitino strumentalizzazioni…». Miguel Gotor, giovane storico all’Università di Torino, è convinto che in Italia si sia aperta una fase nuova ma non si fa illusioni: «Il tramonto di Berlusconi sarà lungo e velenoso ». Ritiene che l’«antiberlusconismo democratico» sia un fenomeno importante. «Dobbiamo sapere però che in Italia ci sono due minoranze mobilitate, berlusconiani e antiberlusconiani. Il resto è altrove».

Quindi lei è convinto che si stia chiudendo l’era Berlusconi?
«Credo sia in crisi la leadership di Berlusconi. Su questo aspetto ho tre certezze. La prima è che l’uscita di scena sarà lunga, difficile e velenosa. La seconda è che sarebbe un errore pensare di sconfiggere il premier attraverso la via giudiziaria o con una spallata. Se mi passa la metafora:come in un combattimento “Sumo” Berlusconi deve essere “schienato” per via elettorale. Cioè messo a terra, ma politicamente: il centrosinistra deve entrare nel suo blocco sociale ».

E la terza certezza?
«L’Italia sta vivendo una crisi di rappresentanza. Il nostro linguaggio pubblico gira attorno a due minoranze mobilitate. C’è poi una maggioranza di non mobilitati e insoddisfatti che aspetta una proposta politica che sia fuori dal ricatto su cui ha puntato Berlusconi: o stai con me o contro di me».

Non crede che se si fosse fatta una legge sul conflitto di interessi non staremmo in questa situazione?
«Guardi, io sono infastidito quanto lei da questo enorme conflitto di interessi. Però credo sia una semplificazione dire che una legge avrebbe risolto il fenomeno Berlusconi, ossia una questione politica e di consenso. Il problema sta alla radice: dentro la fine della prima repubblica c’erano i presupposti dell’arrivo del Cavaliere».

Però poi lui vince provocando rotture nel sistema…
«Sì, certo. Ma non dimentichiamo che il primo governo non aveva la maggioranza al Senato e durò solo sei mesi. Nel 1996 vinse Prodi e poi ci fu la responsabilità storica di Bertinotti che aprì la crisi…».

Insomma, lei non ritiene che si sia affermata una egemonia culturale berlusconiana?
«Sì, però in politica vincere o perdere conta molto. So bene che nei libri di storia questa sarà ricordata come l’età berlusconiana. Però non sottovalutiamo la dialettica o lo scontro che ci sono stati. Prodi e l’Ulivo non sono stati una meteora, in questi quindici anni c’è stata per la prima volta l’alternanza. Insomma non esiste un paese berlusconiano».

Eppure a guardarsi attorno non si direbbe: qualunquismo, assenza di regole…
«Guardi, l’egemonia di Berlusconi è stata anche frutto degli errori del centrosinistra. Non sipuò stare in un eremo con lo specchio che riflette indignazione e purezza e lasciare che il paese vada altrove. Dirò di più: se Berlusconi fosse un buon politico, con i mezzi economici che ha e con il suo impero mediatico, avrebbe un potere ancora più forte e il centrosinistra non sarebbe nelle condizioni di giocarsi la partita».

È d’accordo con chi dice che in Italia c’è un regime?
«No, perché le parole sono pietre. Vi è una situazione anomala che tende alla patologia: quando non ci sono contrappesi forti e manca il rispetto per l’equilibrio dei poteri si tende inevitabilmente a debordare. Però credo sia un errore evocare Mussolini e il fascismo. Mi colpisce quanto la politica in Italia abbia bisogno di continui riferimenti al passato e alle ideologie. Abbiamo sempre la testa rivolta all’indietro e poca capacità di costruire narrazioni del presente e del futuro ».

Che cosa vede nel futuro?
«È difficile dirlo. Intravedo uno scontro non più tra centrosinistra e centrodestra ma tra populisti e riformisti. Potrebbe essere un’evoluzione interessante a patto che nessuno pretenda che l’altro sia diverso da ciò che è. Credo esista un minimo comun denominatore che può unire pezzi di centrosinistra, del centro e della destra per battere Berlusconi ».

Sta immaginando per caso un’alleanza con Fini?
«No, nel quadro attuale non arrivo a tanto anche se credo che il tentativo di Fini vada guardato con molta attenzione. Quel che voglio dire è che il centrosinistra non vince su una piattaforma berlusconismo-antiberlusconismo. Bisogna immaginare diverse configurazioni ».

Dove ha sbagliato il centrosinistra?
«Negli anni dell’ascesa di Berlusconi è mancato il realismo. Si è pensato che bastasse l’efficienza di alcuni bravi sindaci e cavalcare tangentopoli per cavarsela. Si è pensato che mentre il mondo comunista veniva preso a picconate si potesse andare avanti indisturbati. È stata una linea velleitaria».

E oggi?
«Oggi il centrosinistra deve sapere che non è vero che tutti i buoni sono dalla sua parte e tutti i cattivi con Berlusconi. Che non è vero che il qualunquismo è solo a destra. Che non è vero che la borghesia illuminata e socialmente virtuosa sta tutta con il centrosinistra. Insomma, non si è migliori per principio. Bisogna dimostrarlo ogni volta».

E questo che cosa comporta?
«Si deve capire che la crisi del sistema democratico non si risolve con le manifestazioni e basta».

Però servono: il “popolo viola”, nato spontaneamente sul web, ha portato in piazza tanta gente. Quale segnale manda alla politica?
«Il popolo viola è già politica. L’anno scorso il Pd ha riempito il Circo Massimo. Il punto è non contrapporre le due piazze, anche perché la loro somma non credo sia un’addizione: i partecipanti sono più o meno gli stessi, elettori delusi o motivati del centrosinistra, iscritti ai partiti, esponenti della società civile ».

Proprio perché in piazza c’erano tanti suoi elettori non pensa che il Pd abbia sbagliato a essere un po’ tiepido con quella manifestazione?
«Non credo. L’antiberlusconismo democratico è un fenomeno importante, parte costitutiva, ovviamente, di un’alternativa all’attuale maggioranza, necessario ma non sufficiente per battere Berlusconi. Bisogna però evitare la strumentalizzazione dei partiti, lasciar vivere questo movimento, giungere a una sintesi che sia anche una proposta di governo nuova. Il Pd in tal senso ha un ruolo fondamentale».

E allora che cosa si deve fare per riuscire a battere Berlusconi?
«I problemi del centrosinistra sono legati a due questioni: unità e leadership. Ha vinto con Prodi perché era unito e aveva una leadership. Bisogna ricreare quelle condizioni. E poi c’è il grande tema delle alleanze. Veltroni ha commesso un errore: ha giocato la partita al momento sbagliato e nelle condizioni peggiori. Se si fosse candidato nel 2006 oppure nel 2013…».

Quella sconfitta del 2008 ha pesato molto…
«Ecco, oggi il centrosinistra deve liberarsi dalla sindrome del “perdismo”. Ogni volta che si perde sembra una catastrofe. L’altra sindrome da evitare è il “consumo di eventi ».

Cioè?
«Il centrosinistra non riesce mai a costruire dalle imprese importanti. Guardi le primarie del Pd: un segretario legittimato come Bersani è una novità forte, è il segno della vitalità di un partito. Eppure sono già cominciati i distinguo».

Chi sarà il prossimo leader di governo del centrosinistra?
«Bella domanda. Immagino che non verrà dagli attuali gruppi dirigenti. Il centrosinistra deve individuare qualcuno che sia in grado di entrare nel blocco sociale di Berlusconi. E poi credo che il futuro leader debba essere qualcuno che non abbia la testa rivolta all’indietro e non sia permeato dalle divisioni che hanno segnato la storia degli ultimi venti anni».

http://www.unita.it/news/italia/92387/berlusconi_un_leader_in_crisi_che_va_sconfitto_con_il_voto_il_popolo_viola_gia_politic

Dic 8, 2009 - Per sorridere    No Comments

Intervista con Poly

Riceviamo e pubblichiamo parte dell’intervista di Franco Abagnale a Poly (l’unico neurone di roberto calderoli):

La ringraziamo per questa intervista, signor Poly…

Il piacere è tutto mio, cosa vuole, finalmente posso parlare con qualcuno, qui in questa spelonca sono sempre solo, e una volta spazzato, spolverato (con tutta la polvere che c’è già ci vuole mezza giornata), dato la cera, rimane sempre del tempo libero, casso…

Dev’essere un’esperienza esaltante essere il neurone di un ministro, non crede?

Esaltante un paio di balle, almeno fosse un ministero vero, ma invece! Ci hanno dato il ministero della semplificazione: cosa vuole che semplifichiamo con questi culattoni in giro! Appena uno apre bocca subito a dirgli contro, ci lasciassero lavorare! Semplificare, tre leggi, una camera e cucina, via la costitusione, per la giustizia si fa l’ordalia, altro che sti’giudici del menga…

Beh, però deve ammettere che il ministro spesso è sopra le righe..

Eh, la fa facile lei! Provi a mettere assieme una frase di senso compiuto tutto da solo! Articoli, congiuntivi, predicato, complemento! Un casino, e tutto da solo! Mica si può pretendere che abbia anche un senso quel che dice! Qui dentro, guardi anche lei, mica c’ho le biblioteche! C’ho solo un numero di “Chi” di due anni fa, la collezione della “Padania” e un vecchio numero di “Cronaca vera”. Mica posso far miracoli, io! Vada a vedere nella testa di D’Alema quanti ci lavorano! Almeno ventiquattro, dodici a tramare e dodici a far finta…Almeno  ci dessero un po’ delle neuronine che sono nella zucca del capo! Tutte di plastica, ma dicono che sanno fare dei giochini! Quindi, accontentarsi e via…

L’ultima uscita contro il card.Tettamanzi è stata proprio infelice, non crede?

Un casso infelice! Se non tiro fuori la storia degli arabi, dei turchi, degli infedeli, dei musulmani, casso ci racconto a questi pirla di leghisti? Di Madre Teresa di Calcutta? Di filosofia? Sai cosa ci frega della filosofia a quelli del val Brembana! E poi sti’ preti sempre a pregare, a far gli occhietti dolci ai nigher! Gliel’ho detto qui sono da solo e con la collezione della “Padania” cosa pretende, l’ultimo romanzo di Eco? Qui di eco c’è solo la mia voce quando canto “madunina bela”! Vuol sapere un segreto?

Uno scoop? Magari!

Beh, c’ha presente quella pubblicità della particella di sodio, tutta sola? Chi crede che sia se non il cugino Filarete, quello ha studiato e infatti s’è beccato lo spot dell’acqua Lete e ha fatto fortuna, lui! Io invece in questa spelonca piena di polvere, no anzi, c’ho trovato anche due ampolle piene di fango (con sopra scritto acqua del Po) e le foto del matrimonio del ministro con il rito celtico! Casso, che uomo!

Quindi lei non si lamenta troppo della sua situazione?

Cosa vuole, ci sono anche le sue soddisfazioni: qui c’è tanto spazio che se il ministro si infila una matita nell’orecchio passa di qua ed esce di là, dall’altro orecchio. Così mi fa divertire! Si chiama “schiva il lapis”, dev’essere un antico gioco dei goti o dei longobardi! Altre volte invece può capitare di sbagliare: l’altra settimana che il ministro va in Qatar e io che gli dico di comprare lo sciroppo per la tosse! Casso, cosa vuoi che sappia io di geografia, di quei nigher lì!

Veramente sono gli Emirati del Golfo!

Bel lavoro, casso, gli evirati! Bella gente! Le bale ci vogliono! Le bale! Rob de matt! Andiamo anche dagli evirati! Almeno ci diano il petrolio!

La vedo affaticata!

Qui si lavora, mica si sta a pettinar le bambole come voi terroni di merda!

Non offenda, insomma!

Oh, scusi, la merda s’è offesa? Bella questa, eh, adesso la scrivo e domani gliela faccio dire al roberto!

Avete un buon rapporto lei e il ministro?

Ah, è una brava persona, tranquillo, riflessivo, riconoscente…

Riconoscente?

Riconoscente! Riconoscente al cu…alla fortuna che c’ha avuto! In quale paese del mondo uno come lui poteva immaginare di diventare ministro? Al massimo messo comunale della Valtrompio, commesso in un negozio di trucioli a Venegono, scaldatrippa in un takeaway di Olgiate, solo in un paese come il nostro uno così diventa ministro, se non è cu..fortuna questa!

Lei crede che il governo continuerà fino alla fine della legislatura?

Dove vuoi che vada? C’è la leeeegha che tiene duro, duro, qui ci sono le bale, altro che. Federalismooo..barbarossa..diopo..poropopo..terundelcasso..ronderonderonderon…..tonf!

Signor Poly, signor Poly, si sente bene? é svenuto? Dorme?

http://www.terundelcasso.pad./calde.gdhet36sòòxy.html

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