Parlano di Craxi. Noi parliamo di Jobs

di Nicola Fangareggi

A volte mi chiedo se il problema sia esclusivamente anagrafico, ma mi rispondo di no. Conosco ottuagenari e perfino ultranovantenni in eccellente forma fisica e mentale abituati a usare internet ogni giorno, informati e attenti alle cose del mondo. Dunque la ragione deve essere un’altra. Forse l’abitudine a guardare solo ciò che è alle proprie spalle? L’incapacità di avere una visione del futuro? Un senso di attaccamento a ciò che è stato e alla dolente consapevolezza che è passato e non tornerà più? O, più semplicemente, pigrizia?
Prendiamo questa storia di Craxi. Vi sembra serio che nel 2010 le forze politiche di un intero paese – non parlo solo di Reggio – occupino da settimane le colonne dei giornali per litigare su Craxi? A me sembra pura follia. Oggi il Corriere della Sera, che fino a prova contraria sarebbe il più autorevole quotidiano italiano, dedica una pagina di intervista su Craxi nientemeno che a Ciriaco De Mita. De Mita! Nel 2010! Ora, dovete sapere che De Mita, a 82 anni, è stato eletto all’Europarlamento con l’Udc. Fa parte dello stesso gruppo di Tiziano Motti, per dire.
De Mita e Craxi furono fieri avversari nel pentapartito durante gli anni Ottanta, ossia un quarto di secolo fa. Nel frattempo, qualcosina nel mondo è successo. Che so: la caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione dell’impero sovietico, la moneta unica e l’allargamento a Est dell’Europa, in Italia il crollo dei partiti tradizionali. Ma molto, molto di più. La globalizzazione ha squassato le economie di mezzo mondo, la Rete ha rivoluzionato le forme di comunicazione, il riscaldamento del pianeta è diventato un allarme ahimé ancora insufficiente per risvegliare i potenti, i beni fondamentali come l’acqua sono sottoposti a un furioso scontro per l’accaparramento delle concessioni private da parte delle multinazionali.
E ancora si sono scatenate guerre per il petrolio e guerre in nome di Dio, e molti dittatori sono ancora al potere, e in Italia un signore straricco monopolista della tv fa il bello e cattivo tempo pretendendo di sfuggire alla giustizia del suo Paese perché – dice – è stato eletto dal popolo, quasi che la Costituzione non fissasse nelle funzioni del Capo dello Stato e del Parlamento le regole per il funzionamento corretto della democrazia. Quello stesso signore che ha annunciato di volere riempire la penisola di centrali nucleari, dimenticando di un voto contrario espresso molto tempo fa dai cittadini italiani, nonché di realizzare il ponte sullo Stretto di Messina: opera di cui si avverte un bisogno spasmodico, in una Sicilia dove manco funzionano le ferrovie.
Eppure no, anche il Corriere ci casca. Almeno fino al 19 gennaio, ricorrenza del decennale della morte, il dibattito politico italiano si giocherà sull’infinita discussione se Craxi fosse uno statista o un bandito, un latitante o un esiliato, un criminale comune o un leader internazionale. Discussione che non può certo esaurirsi in uno strepitìo di voci dissonanti anche perché viziata dall’interesse contingente. Si usa Craxi come oggetto di scontro sulla politica di oggi, un po’ come fanno certi berluscones emiliani quando attaccano il Pd per i morti del dopoguerra. Possibile che il ceto politico non sappia fare altro che strumentalizzare i fatti della storia a proprio uso e consumo? Possibile che non accettino di fare un passo indietro?
Non volevo dedicare questo editoriale a Craxi. Volevo dedicarlo a Steve Jobs.

Mi consola sapere che ci sono senz’altro più lettori che conoscono Jobs di quanti conoscano le vicende di Craxi. Parlo di Jobs non tanto come genio della tecnologia, ma per focalizzare una riflessione sul futuro dell’informazione – e in fondo della vita di quasi tutti noi. Il tablet di cui si vocifera da giorni si annuncia come un prodotto epocale, in grado di salvare l’editoria libraria e la carta stampata. Se l’iPod ha cambiato le nostre abitudini nell’ascolto della musica, e l’iPhone ha segnato un balzo nell’utilizzo della telefonia cellulare, la creatura in arrivo dai guru di Cupertino consentirà di leggere libri e giornali direttamente sulla “tavola” portatile, risolvendo definitivamente lo squilibrio di prestazioni che separa un notebook da un palmare.
Non stiamo parlando di futurologia. Il nuovo prodotto Apple sarà presentato a fine gennaio e dovrebbe arrivare sul mercato a marzo. Pare che Jobs, inguaribile perfezionista, ne sia entusiasta. Prendano nota lettori e colleghi. L’editoria non è morta, anzi. Mentre qui si baloccano sulla storia del secolo scorso, negli Usa c’è chi disegna il mondo di domani. Dai politici, da questi politici non abbiamo niente di buono da attenderci. Si veda il caso Schifani: quando Grillo gli ha proposto la webcam, questi deve avere pensato a un pericoloso oggetto contundente e se l’è data a gambe. Questo ceto politico sa solo andare a rimorchio, quando va bene. Quando va male, ruba. Continuano a finanziare giornali di carta di partito che nessuno legge: solo spreco di carta.
Ma tutti i quotidiani vanno male: la carta stampata costa troppo e la sfida tecnologica – come dimostra il successo di questo sito – o la si affronta con coraggio o si è destinati a sparire. Con tutto il rispetto per il dibattito su Craxi, credo che da oggi parleremo soprattutto di Jobs. E del futuro della comunicazione. Cioè di economia, di politica, di cultura, di storia, del mondo in cui viviamo e in cui vivremo.

http://www.reggio24ore.com/Sezione.jsp?titolo=Parlano+di+Craxi.+Noi+parliamo+di+Jobs&idSezione=9309

Parlano di Craxi. Noi parliamo di Jobsultima modifica: 2010-01-10T10:44:00+01:00da pelikan-55
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