Archive from aprile, 2010

Pensioni e vitalizi

Da Reggio 24:

“…Aderendo alle molte sollecitazioni in tal senso pubblichiamo l’elenco degli ex parlamentari reggiani titolari di pensione-vitalizio mensile:
Antonio Bernardi (8 anni di contributi) € 3.798; Eletta Bertani (10) € 4.725; Franco Bonferroni € 8.455; Ugo Benassi (5) € 3.108; Mauro Del Bue (15) € 6.203; Dino Felisetti (20) € 8.455; Gian Guido Folloni (10) € 4.725; Fausto Giovanelli (20) € 8.455; Otello Montanari (5) € 3.108; Elena Montecchi (30) € 9.947; Adriano Vignali (10) 4.725.”

http://reggio24ore.netribe.it/reggio24ore/Sezione.jsp?titolo=Radiovasca.+Vitalizi&idSezione=12462

Reggio Emilia, la riserva indiana (Nicola Fangareggi)

L’analisi del voto regionale non si presta a semplificazioni eccessive pena il rischio di fare confusione e di approdare a conclusioni sbagliate. Un certo giornalismo grossolano non aiuta, ma tant’è: dalle testate nazionali più autorevoli all’ultimo dei fogli locali Reggio Emilia emerge nella trita narrazione luogo-comunista secondo cui l’ex roccaforte rossa sarebbe finita o in procinto di finire nelle mani dei barbari invasori leghisti.
Trattasi non di semplificazione, ma di sciocchezza. Bisogna avere la pazienza e la voglia di osservare i numeri per capire che è avvenuto il contrario e che le letture da rotocalco, quelle buone per un titolo a effetto ma della durata di un mattino, non fotografano correttamente la realtà. Che è molto diversa.
Il voto di Reggio dice che l’avanzata della Lega si è fermata sulle rive del Po e dell’Enza. E che al netto di un’astensione peraltro gigantesca il centrosinistra, nella sua accezione più estesa ma non per questo meno verosimile, si conferma nelle preferenze di due cittadini su tre.
Le urne del capoluogo non lasciano dubbi se si osserva il raffronto tra il voto regionale e quello amministrativo di dieci mesi fa. La Lega si ferma al 14,5%, tetto notevole sì, ma già consolidato nel 2009. A sinistra mutano gli equilibri ma la forza è quella del passato, se non superiore. Liberato dall’ipoteca spaggiariana il Pd in città conquista il 45,55%. Di Pietro balza al 7,8. I grillini crescono, seppure non come in altre città, e arrivano al 5,36. La sinistra tradizionale (Sel e comunisti) mette insieme a sua volta un cinque per cento. Dove sarebbe caduta la roccaforte?

Lega e Berlusconi si spartiscono i consensi di una fetta minoritaria che raggiunge a fatica il 33% dei voti. Gli stessi di dieci, di quindici anni fa. E ciò a dispetto di uno sfondamento al di sopra del Po che ha consegnato al Carroccio Veneto e Piemonte, ma che in Emilia si è fermato a Guastalla.
Altro che le dichiarazioni sovreccitate di Alessandri: per quanto la Lega possa avere lavorato bene sul territorio e per quanto il localismo a matrice xenofoba possa esercitare attrazione sull’elettorato emiliano in crisi di identità, il messaggio non fa breccia. Se ne facciano una ragione, le camicie verdi e i loro amici.

………segue in:

http://www.reggio24ore.com/Sezione.jsp?titolo=Reggio+Emilia%2C+la+riserva+indiana&idSezione=12426

Riforme, ora il Cav fa sul serio (Arturo Meli)

Allegria, non ci mancava che questo: una bozza di riforma costituzionale firmata da Roberto Carderoli, lo stesso ministro al quale dobbiamo una legge elettorale da lui stesso definita una “porcata”. Sistematicamente, a fasi alterne, si sente parlare di “Grande riforma”. E’ così che vanno le cose, da più di trent’anni. Ma questa volta, attenzione, chi sta al governo fa sul serio: forte di un risultato elettorale che non premia il Pdl, ma lascia indiscusso il potere di Berlusconi e che, soprattutto, esalta il ruolo della Lega, consentendole di entrare a pieno titolo nella cabina di regia della coalizione. E, allora, ecco che le ipotesi fioriscono, rispondendo tutte a una necessità: saldare l’asse tra il Cavaliere e Bossi, all’insegna dei comuni interessi.

La crisi economica morde il Paese,  ma la cosa principale, per i nostri governanti, sembra il cambiamento dell’assetto istituzionale e l’introduzione di una riforma che assicuri il presidenzialismo. In che modo? Il modello americano non gode da noi, in questo momento, di grande popolarità. Del resto, richiede un fortissimo contrappeso parlamentare, un confronto tra esecutivo e Parlamento su un piano di sostanziale parità, ipotesi che, solo a evocarla, fa venire l’orticaria a Berlusconi. E’ in auge, invece, sponsorizzato soprattutto da Bossi, il semipresidenzialismo alla francese. E, certo, si tratta di un modello rispettabile, anche se controverso. E’ curioso, però, che se ne torni a parlare mentre questo sistema viene messo in discussione dagli stessi francesi. In ogni caso, l’Italia non è la Francia, dove c’è una struttura statale quanto mai accentrata e i poteri delle nostre regioni sono sconosciuti. Come si concilierebbe tutto ciò con il federalismo voluto dalla Lega? E, ancora: come sopporterebbe il nostro Paese l’eventualità, verificatasi più di una volta a Parigi, di una “coabitazione” tra un capo dello Stato, eletto direttamente dal corpo elettorale, e un primo ministro, sostenuto dalla maggioranza in Parlamento, che appartengono a partiti avversi?

Su tutto ciò ci sarebbe da riflettere, ponendosi come prima esigenza l’edificazione di un sistema istituzionale equilibrato. Ma la priorità è, invece, quel modello che garantisce meglio i rispettivi interessi. Il semipresidenzialismo in salsa francese offre il vantaggio di garantire due poltrone alla maggioranza di governo. Una, il Quirinale, naturalmente, per Berlusconi che non disdegna di passare una confortevole vecchiaia sul “colle più alto”. L’altra, Palazzo Chigi, per Tremonti o, addirittura, per un leghista. Chissà… La cosa certa è che, il Cavaliere, la riforma presidenziale questa volta la vuole davvero. Quale sia il modello gli interessa poco. I dibattiti “accademici” li lascia agli altri. L’importante è essere il signore eletto dal popolo, avere tutti i poteri per portare avanti il suo programma.

C’è da augurarsi che gli aperturisti (che non mancano anche nel Pd) si rendano conto dei rischi di questo pasticcio dalle conseguenze devastanti. Ci sono gli strumenti per correggere nel nostro sistema quello che va corretto. Alla luce del sole, in Parlamento, nelle commissioni competenti, senza apparecchiare tavoli che ci riserverebbero un altro “patto della crostata”. E ponendo al primo punto di qualsiasi agenda una modifica dell’attuale legge elettorale, il famoso “porcellum”, grazie al quale i parlamentari sono praticamente nominati dai capi dei partiti. L’idea di un presidenzialismo sovrapposto a questo Parlamento fa rabbrividire. Altro che modello francese o americano. Sarebbe la realizzazione del “sultanato”. Con un Signore che si fa le leggi e le fa approvare ai parlamentari che ha nominato.

http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=3353&id_titoli_primo_piano=1

La grande riforma di Arlecchino (Michele Ainis)

Messe in archivio le elezioni, la politica ha ripreso a trastullarsi col suo gingillo preferito: le riforme costituzionali. Non è una novità, sono trent’anni che ci giriamo attorno. Nel frattempo abbiamo sfogliato tutti i petali di questa margherita, dal presidenzialismo al cancellierato, dal neoparlamentarismo al premierato. Ora è il turno del semipresidenzialismo in salsa francese, evocato a gran voce dalla Lega. Neanche questa è una prima assoluta, benché pochi ne serbino memoria. Un mercoledì di giugno del 1997 la Bicamerale di D’Alema lo scelse infatti come futuro sistema di governo, sia pure in modo alquanto accidentale. Era accaduto che i commissari della Lega, che da quattro mesi ne disertavano i lavori, si presentassero compatti al voto conclusivo, rovesciando la maggioranza favorevole alla premiership. Un’imboscata, ma alla fine tutti si dichiararono contenti, tanto per noi italiani ciò che conta è una bella targa straniera sul modello di riforma, francese o inglese fa lo stesso.

Sta di fatto che in Francia il semipresidenzialismo esprime precisi connotati. In primo luogo, nel 1958 venne imposto da De Gaulle con uno strappo costituzionale, giacché il progetto di riforma non fu mai discusso in Parlamento; ma speriamo che almeno questo ci venga risparmiato, dato che non abbiamo un’Algeria nei nostri confini, né i parà del generale Massu a rumoreggiare nelle piazze.

In secondo luogo, l’obiettivo di De Gaulle era di mettere un bavaglio alle assemblee elettive; e infatti il Parlamento francese non ha mai avuto una salute di ferro, nemmeno dopo la riforma predisposta nel 2008 dalla commissione Balladur. Per un Parlamento malaticcio com’è ormai quello italiano, il semipresidenzialismo insomma può risolversi nel colpo di grazia, quello che ti toglie il fiato in gola. In terzo luogo, e soprattutto, l’attributo più pregnante del modello francese descrive altresì il suo fattore di maggiore debolezza. La Quinta Repubblica – diceva Duverger – è infatti un’aquila a due teste, con un capo dello Stato eletto direttamente dal corpo elettorale e un Primo ministro sostenuto dalla maggioranza in Parlamento. Tutt’e due a dividersi il menu, talvolta litigando (è accaduto nei 9 anni di coabitazione fra esponenti di partiti avversi), talvolta con il secondo ridotto a maggiordomo del presidente in carica. Da qui una perenne fonte d’incertezza: non a caso in mezzo secolo di vita la Costituzione francese ha attraversato 23 revisioni.

Ma forse per i politici italiani vale di più l’unica certezza che si può comprare in Francia: la doppia poltrona. In una ci fai sedere Berlusconi, nell’altra può sempre accomodarsi Bossi. E Fini? Se il metro di giudizio è questo, più che un semipresidenzialismo servirebbe un tripresidenzialismo, un presidenzialismo al cubo. Senza dire che i modelli non si possono copiare a pezzi, questo sì, quello no. In Francia c’è una legge elettorale che contempla il doppio turno, e che a sua volta è un po’ come il cemento che tiene insieme l’edificio: prendiamo pure quella? Sempre in Francia c’è uno Stato accentrato, dove i 36 mila municipi hanno ben pochi poteri, le regioni men che meno, e dove i prefetti esprimono la voce del padrone: come si concilia questo monolite con il federalismo della Lega? Tanto varrebbe allora spingere lo sguardo verso un autentico Stato federale, gli Usa di Barack Obama. A patto d’importare tuttavia anche i poteri del Congresso americano, dove il presidente non può nemmeno metter piede. Nonché la sacralità del potere giudiziario, che può permettersi di convocare il Papa in qualità di testimone, come è stato appena chiesto al tribunale di Louisville.

No, non è un vestito d’Arlecchino l’abito che ci renderà eleganti. Né un vestito preso a prestito, perché ogni popolo ha la sua taglia, e ha pure la sua storia. La nostra racconta un’indipendenza nazionale che dura da 150 anni; tornare al rango di coloni sarebbe il modo peggiore di far festa.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7185&ID_sezione=&sezione=

Il regno del Nord (Marco Revelli)

Dunque il Piemonte è stato annesso al lombardo-veneto. Alla vigilia del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ha rovesciato il segno simbolico del proprio ruolo storico, come se la Seconda Guerra d’indipendenza fosse stata perduta. Come se a Solferino e San Martino avessero vinto gli altri. E infatti, appena finito di contare i voti, Zaia e Cota, all’unisono, si affrettano a proclamare la propria alleanza col Papa Re dall’accento asburgico, passando sul corpo delle donne e sul testo di una legge della Repubblica.
Non c’è dubbio che è questo il dato centrale delle elezioni. Il fatto che, con buona pace di Pier Luigi Bersani, dà per intero la misura della sconfitta del centro-sinistra: la “caduta” del Piemonte. Perché con essa la Lega, occupando con uomini propri tanto il Nord est che il Nord-ovest e aumentando il proprio già forte peso in Lombardia, unifica sotto le proprie bandiere pressoché tutto il Nord. “Governa”, di fatto, la Padania. Può dire – e di fatto così è – di non aver guadagnato solo due amministrazioni regionali della Repubblica, ma di aver conquistato “un regno”: il più “pesante” della penisola. D’ora in poi la geografia politica italiana non sarà più la stessa.
Il secondo fatto cruciale per leggere quanto è accaduto, è che Berlusconi non ha perso. E quindi, date le circostanze, ha stravinto. Più nulla, ma proprio nulla, di ciò che è e di ciò che fa, era sconosciuto. Tutti i suoi vizi, quelli privati come quelli pubblici, erano noti. Scritti nelle carte dei giudici e sulle prime pagine dei giornali. E tuttavia non solo non è crollato, come sarebbe stato naturale aspettarsi, ma ha finito per prevalere. Il suo “racconto” – sempre più narrazione di se stesso – ha continuato a rimanere il racconto prevalente. L’autentica “autobiografia della nazione”. Ognuno di quei vizi e di quei fatti, sarebbe bastato da solo, in qualsiasi altro paese normale, a segnare la fine di qualsiasi uomo politico. Sicuramente di qualsiasi Capo di stato. Qui no. E ora, nel lavacro elettorale, quei vizi e quei fatti, diventano “norma” perché come si sa – come gli anni Venti e Trenta dell’altro secolo ci hanno insegnato – l’illegalità impunita e la perversione accettata a furor di popolo si trasformano in legittimazione. Non solo l’inaccettabile viene accettato, ma diviene forma del senso comune prevalente. E attributo della sovranità.
Certo – si dirà – Berlusconi ha portato a casa la pelle, ma ha perso il partito. Ed è così. Nella sua lotta per la sopravvivenza ha messo in campo solo ed esclusivamente la propria persona. Anzi: la propria faccia. Il suo Sé abnorme. Quello che ha chiesto – e purtroppo ha ottenuto – è un plebiscito su se stesso. Ma ha rivelato anche il vuoto politico che ha intorno a sé, tra le proprie mura. Molti – davvero tantissimi – servi; pochi, quasi nessun politico. Il Pdl, più che un partito, si è rivelato una corte, da una parte; e un coacervo di interessi e di spezzoni d’identità dall’altra. Alla prova del voto quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto diventare il partito egemonico della destra, è imploso miseramente. 
Il Pdl ha rivelato la propria inconsistenza organizzativa (fino al limite dell’incapacità di realizzare le operazioni più banali per un partito come la presentazione della lista). E la propria inoperosità identitaria e politica, tanto viscosa da aver neutralizzato persino l’identità forte di quello che era rimasto finora un vero partito, cioè An. 
Esattamente come il Pd, inerte nel gioco incrociato dei notabilati interni e delle trascorse storie personali e collettive, incapace di mobilitare passioni e di nobilitare interessi. Soprattutto esangue, privo di una propria corporeità sociale, di un proprio popolo, di una propria gente in nome della quale parlare e dalla quale essere riconosciuto. Prigioniero dell’era del vuoto che con la propria genesi ha inaugurato.
Ed è questo il terzo dato qualificante: il fallimento dell’operazione avviata nell’estate-autunno del 2007, con il proclama del predellino, da una parte, e con la kermesse mediatico-plebiscitaria veltroniana in preparazione delle primarie del non ancor nato Pd, dall’altra. Essa aveva, esplicitamente, l’obiettivo di ridisegnare l’architettura del sistema politico e istituzionale italiano intorno alla centralità di un bipolarismo ad alta vocazione egemonica. Di superare l’impasse in cui si era arenata la cosiddetta seconda Repubblica con una radicale semplificazione del sistema dei partiti intorno al doppio polo Pdl-Pd. Due entità – è bene ricordarlo -, che si auto-dichiaravano nuove, in corso di stampa si potrebbe dire. E che – nell’enfasi della retorica nuovista – si presentavano come un inedito. A quelle due incognite era affidato – in modo del tutto irresponsabile – il compito improbo di ritracciare in forma costituente il profilo del nostro assetto istituzionale, secondo la logica di una partita di poker in cui la posta era giocata “al buio”. 
Oggi sappiamo che quelle due entità che avrebbero dovuto diventare partiti, in realtà non sono mai arrivate. Che la produzione liofilizzata del Pdl e la fusione fredda del Pd si sono in qualche modo fermate a metà, lasciando in campo due ectoplasmi incerti sulla propria forma. Involucri dal contenuto eterogeneo, che non si è mai trasformato in amalgama: agglomerati di gruppi in esplicita competizione interna. E’ significativo che siano molte, in un campo e nell’altro, le vittime del “fuoco amico”, dal ministro Brunetta (disertato dai leghisti) alla governatrice Bresso (affondata più dai dissidi interni che dai grillini valsusini)… Ma è ancor più rilevante il fatto che è proprio da Pdl e Pd, in forma bipartisan e simmetrica, che si sono riversati al di fuori del sistema politico i quasi tre milioni di voti che mancano all’appello: cosa ancora in qualche misura comprensibile per il Pdl, rispetto al quale almeno una parte di elettorato moderato può esser stato disgustato dagli eccessi del leader. Ma assai meno scontata per il Pd, che avrebbe dovuto capitalizzare l’impresentabilità del suo avversario, facendo il pieno al di là dei suoi meriti.
Se persino in questa circostanza il suo stesso elettorato l’ha, almeno in parte, abbandonato, deve essere stato davvero elevato il suo potenziale “repellente”. L’effetto-delusione che esso ha alimentato: il senso di distacco, di auto-referenzialità, in qualche misura di arroganza e insieme di separatezza del suo ceto politico. La sua distanza dai territori e dalla gente che li abita. La sua incapacità di parlare un linguaggio condiviso, e di disegnare un orizzonte di valori credibili e comuni. Bersani che in diretta TV rivendica il merito di aver «invertito la tendenza», alludendo a una sorta di vittoria, mentre tutto il suo popolo, quello che l’ha votato, è piegato in due dalla sofferenza e dalla consapevolezza della sconfitta storica, è l’emblema dell’abisso scavato tra il ceto politico e il suo popolo. Dell’incapacità di parlare la stessa lingua e di condividere lo stesso universo di senso. Ci dice di una dirigenza di partito capace solo di guardare all’interno (e di guardarsi alle spalle), preoccupata più di parare i colpi degli avversari nel partito che di vedere ciò che avviene nel mondo esterno, simbolo vivente di un esodo, drammatico, della politica di sinistra dai luoghi della vita quotidiana.
Su questo terreno istituzionalmente liquefatto restano solo due corpi: il corpo solitario del Capo, sopravvissuto miracolosamente a se stesso e al “giudizio di dio” da lui stesso invocato; e il corpaccione collettivo della Lega, impastato di sangue e di suolo. Carisma da satrapo, e milizie territoriali da rude razza padana. Detteranno i modi e i tempi della transizione. E non sarà una passeggiata. Il triennio che ci aspetta non sarà segnato dalla lenta agonia del berlusconismo, nel quadro di una pacifica ri-normalizzazione. E men che meno – è quasi un’ovvietà – dal civile confronto sulle riforme. Tanto vale dirselo.

Emilia come Little Big Horn

«Lavori in corso», apriamo il cantiere della sinistra
di Concita De Gregorio
Da dove cominciamo, Nadia Urbinati, a parlare del risultato elettorale e dello stato della sinistra in Italia? Dal Partito democratico? Dal cantiere dei lavori fatti e da fare, dall’analisi degli errori e dalle fondamenta di una nuova proposta? Cominciamo dal successo di Vendola, da Grillo?
«Cominciamo dall’Emilia».

Risponde così Nadia Urbinati: c’è bisogno di una discussione larga, ampia, franca e senza paura. Un dibattito come quello che si è sviluppato in questi giorni anche sulle colonne del nostro giornale e soprattutto nel web, migliaia di lettori ci hanno scritto per raccontarci quel che vedono, quel che sperano, quello in cui credono e in cui non credono più. Apriamo davvero il cantiere delle idee, dice la docente della Columbia, appassionata studiosa di politica. Però facciamolo a partire dalla realtà: lasciamo che l’insegnamento ci venga dai fatti.

Dunque l’Emilia, dove da poco è tornata a vivere. «Perchè in queste settimane, da quando sono rientrata in Italia, ho visto nei miei paesi qualcosa che non avevo visto mai. L’Emilia sarà la prossima regione a diventare leghista se non ci sarà un cambio radicale e profondo. In larga parte lo è già. Vedo i militanti della Lega girare per le piazze dei paesi con le roulotte e i camioncini, fermarsi a fare comizi di fronte a sei persone. Senza telecamere, senza microfoni. Senza media al seguito. Li sento scandire parole d’ordine semplici che fanno presa. Vedo le persone a me vicine cambiare. L’Emilia oggi è la frontiera più avanzata, o più arretrata. È Little Big Horne. La Lega ha capito molto bene che è questa la sfida più grande. La rivincita. Il vecchio desiderio democristiano. Quel che non si è tinto di bianco oggi si sta tingendo di verde. I leghisti hanno la capacità di farlo. Hanno militanti che credono, non che dubitano e discutono. Fanno turni, lavorano in modo sistematico, casa per casa. Il modello americano è questo: casa per casa. Non bastano le cene elettorali, quelle sono ad un altro livello. Nelle piazze dell’Emilia profonda il Pd non c’è. A Ferrara ho visto le navette che portano al centro commerciale. Nei paesi sono tutti chiusi dentro le case, con le loro parabole per vedere la tv. E’ il Midwest: è qui che si vince o si perde».

«A partire dal linguaggio, sì. Ma dietro il linguaggio ci deve essere un ordine del discorso. Devi prima sapere cosa vuoi poi dire cosa pensi. Farlo in modo chiaro. Parole semplici e narrativa ricca. A Carpi, a Sassuolo. C’è la crisi della ceramica. Ha la sinistra una politica di riconversione industriale da proporre? Le donne della Omsa, senza lavoro perchè la manodopera all’estero costa meno. La risposta non può essere la cassa integrazione per mesi, per anni. Ci vuole un progetto. Quegli impianti devono restare qui, qualcuno sa dire come? La Lega dice che i neri – gli stranieri – portano via il lavoro. In queste zone è un’affermazione che somiglia alla realtà. Quando il lavoro non c’è la competizione è fra chi resta escluso e chi entra in assenza di regole. Sappiamo dare una risposta?»

«A Modena – continua Nadia Urbinati – ho visto favolose piste ciclabili. Non basta. Ho visto nascere come funghi grandi centri commerciali fatti per dare ossigeno alle coop edili. Hai dato lavoro per qualche tempo agli edili, ma hai finito per portare la gente nei luoghi del berlusconismo. Dentro casa davanti alla tv durante la settimana, al centro commerciale nel week end. L’integrazione con le comunità immigrate non è avvenuta. Ciascuno vive nel proprio ghetto. I bambini vanno insieme a scuola, e cosa fanno dopo? Niente che li porti in un futuro diverso dal passato: rientrano nelle loro comunità di origine, gli adulti si chiudono e si difendono gli uni dagli altri. Sta nascendo un’altra società e la sinistra non ne è consapevole, non sembra esserlo, se lo è è impotente».

«Proviamo in Emilia a ricostruire le sezioni di partito. Non i circoli che si riuniscono una volta al mese, per il resto deserti, nel migliore dei casi i militanti si parlano sul web. È la presenza sul territorio che manca, i giovani hanno bisogno di fare qualcosa, lo chiedono: domandano cosa possiamo fare, dove possiamo andare? Non c’è un luogo. Alle feste dell’Unità la maggioranza è fatta di anziani. È a questo livello che bisogna ricostruire a partire dai nostri principi, i nostri valori: il buon governo, la legge uguale per tutti, la Costituzione, la crescita di una comunità solidale».

«Il Pd è nato distruggendo i partiti alla sua sinistra. Una parte della sinistra non si riconosce in quel partito, né può farlo. Ma il modello arcipelago è fondamentale. Se non ti federi con i partiti a te vicini quelli se ne vanno. Gli elettori con loro. La scelta strutturale di guardare al centro ha conseguenze visibili. Gli elettori che non si riconoscono in questo Pd guardano a Di Pietro, poi a Grillo. Oppure si astengono. È una catena di delusioni progressive. Poi, certo, se guardo ai risultati dei partiti alla sinistra del Pd osservo che l’utopia è parte della politica, e la protesta è necessaria. Serve se è finalizzata a un risultato, se no può diventare dannosa per tutti. Si può stare vicini senza essere identici. Bisogna ascoltare chi protesta, provare a comprendere e non snobbare. Lo stimolo critico deve essere espresso, ce n’è bisogno. Nader ha determinato la sconfitta di Gore, ma è stato perché la politica di Gore non era abbastanza convincente».

«Il grande problema è avere una classe dirigente solo istituzionale, parlamentare. Sarebbe una buona cosa che il leader dello schieramento non fosse un uomo delle istituzioni. Chi è nella condizione di difendere la sua posizione non è fino in fondo libero. Vivere di politica significa che non si può vivere per la politica. È Weber. Ci vogliono personalità libere di progettare un disegno comune fuori dagli schemi delle convenienze e delle appartenenze. Sarà chi saprà trovare un minimo comune denominatore alle forze della sinistra colui che saprà renderla forte abbastanza da consentirle di governare il Paese».

«Sì, c’è anche una questione di leadership. Dobbiamo consentire di far crescere un’altra generazione, non usarla solo come simbolo senza dargli potere. Se no è il rapporto che c’è tra genitori e figli: i genitori hanno la borsa, tengono i cordoni. I figli hanno bisogno del loro conto in banca. Non hanno lavoro, non hanno autonomia, non hanno peso».

«Berlusconi occuperà anche il web. Ha grande istinto, è capace di arrivare alla gente. Per il Pd il web è burocrazia, un lavoro come il resto. Non rispondono. Io lo uso a volte. Non mi rispondono. Non vedono, non capiscono. Obama ha vinto le elezioni grazie alla rete. Un dollaro a testa, in milioni e milioni lo hanno finanziato. Qui vai a cene elettorali dove paghi cento euro e il leader non viene. Certo bisogna fare le due cose: ma farle bene, entrambe».

«Infine direi solo: bisogna andare a riprendere le persone e tirarle fuori da casa, dar loro qualcosa di più interessante della tv. Berlusconi ha costruito il suo potere isolando gli italiani davanti alle sue tv. Ma la Lega non ha tv, usa il modello del Pci di antica memoria. Uno stile premoderno, il camioncino e il megafono, bussano e ti compilano i moduli, ti aiutano a risolvere i problemi minimi che per le persone sono fondamentali. Noi non facciamo né l’uno né l’altro. Vogliamo cominciare a parlarne?».

04 aprile 2010

http://www.unita.it/news/italia/97011/lavori_in_corso_apriamo_il_cantiere_della_sinistra

E’ tutta colpa di Grillo (ma anche no) di Andrea Scanzi

Che spettacolo. Che spettacolo. Che spettacolo. Queste elezioni mi hanno caricato come una molla dopata (?). Il Pd ha toccato nuovi abissi di inutilità colpevole. L’Unità ha detto che è colpa di Grillo (e Luttazzi è uguale a Berlusconi). Bersani ha detto che il vento è cambiato (ma non si sa in che senso). E la Finocchiaro ha detto che nel Lazio tutto sommato è andata bene, perché ha comunque vinto una donna.
A me queste cose mi caricano, agli italiani gli caricano (cit).
Altre considerazioni.

7 a 6 (ma ha vinto chi giocava in trasferta). Cinque anni fa (nel mezzo è passata un’era geologica) finì 11 a 2. Un 8 a 4 sarebbe stato il minimo sindacale per la sinistra (ahahahahahah). Invece è stata mattanza, 7 a 6 risibile. Tutte le regioni in bilico a Berlusconi. L’ennesimo disastro del peggiore centrosinistra d’Europa, che ha coerentemente (almeno in questo) generato il peggior centrodestra d’Europa.

“Berlusconi è in crisi”. Il mantra di molti, troppi ottimisti. Che evidentemente vivono su Plutone. Oppure leggono solo Repubblica (per cui le elezioni del 2008 dovevano finire in parità). “Berlusconi è in crisi” non è una elaborazione politica: è una speranza. Gli italiani (la loro maggioranza) amano l’uomo forte, furbo, che si è fatto da sé (e Gaber sapeva bene di cosa fosse fatto). Berlusconi rappresenta al meglio il peggio degli italiani (cit). Berlusconi finirà solo con la sua dipartita terrena (sempre che non sia immortale). O – nel caso migliore – con il processo Mills, su cui però pesa il rischio (certezza) della prescrizione. Continuerà comunque il berlusconismo. Per sempre. Montanelli parlava di vaccino. Io parlerei, piuttosto, di Ebola.

Pd, acronimo di una bestemmia sprecata. Il Partito Disastro ha realizzato ieri l’ennesimo capolavoro. Ha vinto dove non poteva non vincere e l’unico miracolo (Vendola) è accaduto malgrado il Pd (fosse stato per il Dalailema, addio). Opinionisti e tromboni si interrogano da anni sui motivi della crisi del Pd. Sbagliando alla radice. E’ il Pd stesso la crisi.

E’ colpa di Grillo. Il grande capolavoro di questa tornata elettorale. I polli di allevamento piddini, con tanto di editoriali tronfi e parole buttate là a casaccio, ha individuato nei 70mila voti del Movimento 5 Stelle in Piemonte la causa della crisi. Lo ha scritto perfino Concita De Gregorio, in quel giornale così aperto e notoriamente libero che è L’Unità. Questa analisi, la cui miopia dimostra da sola quanto il Pd sia irrecuperabile (oltre che correo), è meravigliosa. Al di là del fatto che in Piemonte ci sono stati un milione di astenuti, che numericamente valgono un po’ più dei voti grillisti, il punto è lo sbarazzino rovesciamento della realtà fatto dal Pd. Non è che loro debbano conquistarsi la fiducia. No: il voto gli spetta per diritto regio. Lo esigono. In nome del meno peggio, si presume. Mercedes Bresso, pasionaria di sinistra à la  Aznar, ha detto (più o meno) che quelli che hanno dato il voto a Grillo sono dei cialtroni che hanno consegnato il Piemonte a una destra razzista. Certo: come quelli che, quando perdono, scaricano la colpa sull’arbitro (e non mi risulta che in Piemonte si fosse candidato Ovrebo). Riassumiamo: la Bresso ha detto cose allucinanti (o quantomeno poco condivisibili) su Tav, nucleare e quant’altro. Ha cercato di convincere i moderati ricalcando pedissequamente modi e mosse (programmi) berlusconiani (Sveltroni non ha insegnato nulla). Ha trattato, come tutto il centrosinistra “che conta”, Grillo e i grillini come paria, denigrandoli e sottovalutandoli. Poi, dopo aver perso, non poco stupita dal loro exploit (non avendo minimamente il polso del reale: altrimenti non sarebbe del piddì), si è ricordata che esistevano e ha gli ha dato la colpa. Idolo. Sarebbe come se io, dopo avere insultato e dileggiato una donna per anni, la offendessi perché lei poi non me l’ha data. Lady Mercedes, come i suoi esegeti, si metta bene in testa una piccola cosa: ha perso perché ha governato male. Perché il Pd è una sciagura. Perché non se ne può più di questa unica motivazione del turarsi il naso. Chi è causa del suo male pianga se stesso (cit). E magari dica addio alla politica.

Sì,  ma aritmeticamente la colpa è di Grillo. No, anche aritmeticamente è colpa di chi non si è messo nella situazione di farsi votare. Il Pd perde perché l’indulto, perché il conflitto d’interessi, perché il Dalailema, perché Bassolino, perché Bersani, eccetera eccetera. Il Pd è la polizza sulla vita (eterna) di Berlusconi. Silvio è Federer e il Pd sono la pletora di vassalli che si accontentano di perdere in finale (quando va bene) 7-5 al quinto. Fossi uno del centrodestra, vorrei sempre gareggiare contro Loiero (su cui Lombroso avrebbe scritto più di un trattato) e Penati. Per poco non perdevano pure la Liguria.

Il Pd non dice solo no (troppo facile essere disfattisti). Più che altro, non dice mai no. Si dirà: eh, ma loro pensano a governare. Vero: infatti l’exploit di De Luca in Campania è la dimostrazione del loro genio.

La tivù è stata decisiva. Vero e non vero. Nell’ultima settimana Berlusconi è stato ovunque, facendo passare il messaggio della “sinistra che sa solo odiare” e attivando quelli che intendevano astenersi. Tale meticolosa campagna mediatica è stata effettivamente decisiva. Dall’altra parte c’è però il fenomeno Grillo. Il suo Movimento non è mai andato in tivù, stava sugli zebedei a tutti e subiva lo zimbellamento preventivo di grandi e piccini. Ebbene, al Nord è andato sempre oltre il 3 percento e in Emilia Romagna ha superato il sette (il sette!). E’ il vero dato nuovo: una moltitudine di giovani, attiva e informata, non crede più nei vecchi sistemi di comunicazione, ha bypassato la censura e dimostrato quanto il centrosinistra sia vecchio, superato e totalmente avulso dalla realtà. Per molti è un rischio democratico. Per me è solo un virus insinuato in un sistema marcio e schifoso.

Sì, ma tu sei amico di Luttazzi e Grillo. Vero. Ma sono anche amico di Costanzo e non  per questo parlo bene del Cangurotto.

La fotografia dell’Italia. L’ha data Mario Monicelli, semper  fidelis, giovedì scorso a Raiperunanotte. Riascoltatelo: è la carta d’identità di un paese che nessuno potrà mai salvare da se stesso. Ah: Monicelli e Gillo Dorfles, che ha parlato subito dopo, insieme fanno quasi duecento anni. E hanno ancora tanto da insegnarci.

Il caso Luttazzi. Emblematico anche quello. Uno dei massimi momenti televisivi degli ultimi dieci anni. Quindici minuti di monologo, semplicemente, perfetto. Qualsiasi politico e politologo, con un minimo di intelligenza e libertà di pensiero, avrebbe capito – dagli applausi scroscianti – che era quella l’aria che tirava nell’opposizione. Che c’era bisogno di qualcuno che cavalcasse la protesta, l’indignazione, il dolore per sedici anni di berlusconismo che stanno minando dalle fondamenta il paese (consegnandolo alla famosa e inedita “guerra civile fredda”). Qual è stata invece la reazione dell’intellighenzia, del micheleserrismo e dell’eugenioscalfarismo? La scomunica, l’ennesima. Da una parte si è accentuata la portata volgare della metafora dell’inculata (dimenticandosi che “buco del culo” lo diceva anche De André) e dall’altra si è deliberatamente frainteso (come sempre si è fatto pure con Grillo, vedi i due V-Day) il significato del monologo. Ripensate all’intervento di Luttazzi: qual è stato il momento che più ha ricevuto applausi? Quello della seconda fase anale, laddove (?) Luttazzi stigmatizzava l’assenza di opposizione. Una dura critica al Pd, accolta con il boato del Paladozza (e di chi guardava il programma). Tale messaggio “eversivo” non poteva passare. Ecco quindi, puntuale, la mitraglia degli opinionisti veltronisti e bersanisti. Lidia Ravera ha straparlato di femminismo, Francesco Piccolo (che sarebbe anche bravo) ha accomunato Luttazzi a Berlusconi (certo, e io sono Galeazzo Ciano). C’è stato perfino chi ha parlato di “elogio dello stupro” (??) e “inneggiamento all’odio” (???). Sì, buonanotte. Badate bene: non sono piccoli segnali. La volgarità luttazziana è un pretesto così scontato che ci sono arrivati perfino Facci e Gasparri. E’ un altro il dato saliente: la puntuale mitraglia, in difesa del fortino piddino, della sempiterna intellighenzia salottiera, che continua a volerci spiegare cosa pensiamo dall’alto di una miopia connivente e interessata. Con questi leader non vinceremo mai. Ma neanche con questi “intellettuali”.

Però Luttazzi è volgare. Luttazzi è volgare per chi ha così tanto guardato Zelig e Dandini da arrivare a credere che la satira sia quella di Checco Zalone e Neri Marcorè. Ecco: Neri Marcorè è il comico perfetto per il Pd. Così bravo che, quando lo guardi, te lo dimentichi subito.

Zaia RuleZ.  Credevo che Carlotto fosse esagerato nei suoi libri. In realtà era solo realista. Zaia fa politica come una volta: stando sul territorio, coi banchetti, mostrandosi vicino e promettendo l’impossibile. Non esiste ristoratore, imprenditore, operaio (?) veneto che non lo incensi. Il voto di protesta è cosa della Lega (elettorato più vecchio), Di Pietro e Grillo (elettorato più giovane e internauta). Se a Bersani, il Dalailema, Ferrero e Mussi parrà cosa elettrizzante che la sinistra “vera” abbia del tutto smarrito il gusto di essere incazzati (cit), lasciandolo ad altri che di sinistra non sono (e rendendo orfani milioni di elettori), ne prendiamo atto. Certificando una volta di più la loro devastante inappropriatezza.

Renzo Bossi RuleZ. La sua vittoria è la chiara dimostrazione che il suffragio universale ha troppi bug.

Minzolini RuleZ. Ieri era ospite di se stesso da Giorgino. L’Istituto Luce a colori. Vamos.

Concludendo. Berlusconi vive e lotta in mezzo a loro. La Russa glorifica, Formigoni divelge, Bondi tiranneggia. La Lega domina. Fini non fa breccia a Porta Pia. Casini è decisivo solo nei suoi sogni. La sinistra alternativa è ben rappresentata da Sansonetti. Di Pietro tiene, Grillo stupisce, il Piddì perisce: a stazioni, al rallentatore, con sublime quanto ingiustificata arroganza. Era meglio morire da piccoli. O anche solo senza aver davanti queste brutte facce.

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L’immondo travestito da agnello. Berlusconi scrive al Papa sulla pedofilia

di Paolo Farinella, prete, 22 marzo 2010

Oggi il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, scrive al Papa per complimentarsi della lettera agli Irlandesi sui preti pedofili. Egli scrive che Benedetto XVI «è chiamato a confrontarsi con situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana». Poverino! Non riesce a pronunciare la parola «pedofilia». Si è sforzato, ma non ci riusce perché dovrebbe parlare di «sessualità scomposta» perpetrata in luoghi e sedi istituzionali, a dispetto e dileggio di quella morale cattolica di cui ogni giorno pubblicamente fa i gargarismi, mentre in privato ne fa strage. Non può parlare di «sesso», lui che, mentre inneggia «alla sostanza stessa della religione cristiana», frequenta prostitute a pagamento dietro compenso in denaro e in posti in parlamento o al governo e dalla moglie è condotto in giudizio per separazione per colpa.

Qual è il significato di questa lettera insulsa, senza senso, ridicola e immotivata? Io penso che voglia cavalcare il momento di difficoltà del Vaticano, criticato da larghissima parte della Chiesa che ha valutato la lettera agli Irlandesi inadeguata, insufficiente, scontata. Dopo il fallimento del raduno di Roma con metà presenze di precari pagati a cento euro cadauno, il debosciato ha bisogno di ricrearsi una verginità formale e vuole fare sapere al mondo intero che egli sta dalla parte del Vaticano, sempre e comunque. L’immondo travestito da agnello.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una strumentalizzazione di un momento tragico e doloroso della Chiesa con responsabilità oggettive di papa Ratzinger e contorno e il Caimano ne approfitta subito per fare una genuflessione blasfema ad uso personale, perché il fantoccio di uomo non sa vedere altro che usi personali, addomesticati alla sua bisogna. La lettera al papa, opportunamente divulgata, è una forma di propaganda elettorale verso quell’elettorato debole cattolico che si lascerà incantare da questo tronfio e immondo pifferaio.

Il tocco finale, da lupanare, è il riferimento all’efficacia della lettera dovuta secondo lui alla «umiltà e sincerità unita alla chiarezza delle ragioni che il Papa mette in campo». Riguardo all’umiltà, Berluskoniev è un maestro impareggiabile: umile, mite, altruista e, quello che più conta, fondatore del partito dell’amore a pagamento e delle prostitute affittate «a carrettate», con i cattolici che tengono bordone e reggono il moccolo.

Da cattolico inorridisco e vorrei sperare che il Papa usasse le sue scarpette rosse per il tiro al bersaglio, nella certezza che questa volta lo Spirito Santo guiderebbe la santo mano per fare centro sul bersaglio catramato e inamidato. So anche, però, che l’Utopia in Vaticano è morta e sepolta da un pezzo. W l’umiltà! Parola di Berluskoniev, spergiuro di professione.

(23 marzo 2010)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/l’immondo-travestito-da-agnello-berlusconi-scrive-al-papa-sulla-pedofilia/

Die Zeit: Abusi sessuali, le responsabilità di Joseph Ratzinger

di Claudia Keller, Die Zeit, (traduzione dal tedesco di José F. Padova)


Durante gli anni ’50 e ’60, nell’arcidiocesi americana di Milwaukee, un prete cattolico avrebbe abusato di più di cento minorenni. Quando nella metà degli anni ’90 il caso fu riferito alla competente Congregazione per la dottrina della fede in Vaticano, l’allora capo della Congregazione [ndt.: un tempo nota come Sant’Uffizio], il cardinale Joseph Ratzinger, non avrebbe fatto nulla per sospendere quel prete dalle sue funzioni. Tutto ciò è stato riportato dal New York Times lo scorso giovedì con il riferimento a documenti che il quotidiano aveva ricevuto da parte degli avvocati delle vittime. Il portavoce del Vaticano, Federico Lombardi, respinse l’accusa che la Congregazione fosse rimasta inerte. Il Vaticano, in considerazione dell’età e della salute malferma dell’ecclesiastico, avrebbe rinunciato a infliggergli una pena religiosa, come la riduzione allo stato laicale. Roma avrebbe però pregato l’arcidiocesi di Milwaukee di prendere adeguate misure contro il prete, che allora viveva già in clausura e poco tempo dopo morì.

Il fatto [criminale] non fu denunciato alle autorità statali. Il Vaticano non lo aveva ordinato. E il Vaticano considera sé stesso, al più tardi dal 2001, come suprema istanza per i casi di abuso sessuale. Così aveva disposto papa Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica “Sulla difesa della santità dei sacramenti” del 30 aprile 2001. Nella Disposizione attuativa del 18 maggio 2001 “Delle trasgressioni più gravi” il cardinale Joseph Ratzinger aveva chiarito ancor più nettamente che anche l’abuso sessuale su minorenni è un grave delitto, che in futuro avrebbe dovuto essere giudicato soltanto dalla Congregazione per la dottrina della fede.

Si era giunti a quello scritto perché nel 2001 erano venuti alla luce centinaia di casi d’abuso nelle diocesi americane. Fino al 2001 le diocesi locali erano competenti per gli accertamenti necessari quando un prete era accusato di atti sessuali abusivi. Tuttavia Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger avevano la sensazione che i vescovi americani non approfondissero con sufficiente fermezza le accuse, e quindi fecero diventare la materia di competenza della Suprema Autorità [papale]. Con lo scritto “Sulla difesa della santità dei sacramenti” essi fissarono la competenza a loro stessi rispettivamente alla Congregazione per la dottrina della fede.

La Congregazione per la dottrina della fede è la Suprema Corte di giustizia della Chiesa cattolica, competente non soltanto per un milione di ecclesiastici, ma anche per il miliardo circa di cristiani cattolici. Supremo giudice è il Prefetto della Congregazione, che dal 1982 al 2005 era il cardinale Joseph Ratzinger. Quindi dal 2001, dalla data della Istruzione “Sulla difesa della santità dei sacramenti”, egli aveva la più alta responsabilità su come a livello mondiale i vescovi cattolici dovevano comportarsi nei confronti dei preti pedofili. Infatti dal 2001 in poi nessun vescovo può trattare questi casi di propria iniziativa, ma ogni caso fondatamente sospetto deve essere comunicato a Roma e le diocesi devono attendere da Roma le istruzioni su come intervenire in seguito. La Congregazione per la dottrina della fede si riserva anche di intraprendere accertamenti in propria istanza. Il Vaticano, secondo dati diffusi pubblicamente, dal 2001 in poi è venuto a conoscenza di 3.000 casi sospetti, per il 20% soltanto dei quali è stata comminata una pena, mentre nel 60% il processo è stato archiviato. Su chi come prete cattolico abusa di un bambino incombe, secondo il diritto della Chiesa, la sollevazione dall’incarico o la pena massima, la rimozione dallo status ecclesiastico.

Gli scritti romani dell’anno 2001 mostrano però chiaramente quanto grande sia la spaccatura fra il diritto della Chiesa e quello dello Stato. Così, per esempio, è altrettanto grave [per la Chiesa] se un prete ha rapporti sessuali con bambini o se infrange il segreto confessionale o se butta via l’ostia eucaristica. La pena più pesante colpisce i preti che “impartiscono l’assoluzione a un corresponsabile di peccati contro il sesto comandamento (adulterio)”. Un prete che ha fatto questo, ben diversamente da un colpevole di abuso sessuale, viene scomunicato ipso facto, senza attendere le indagini e la condanna. L’abuso del diritto di assolvere è dunque più grave dell’abuso sessuale su un bambino.

Nei documenti ecclesiastici non si parla nemmeno di cooperazione con le autorità statali. Al contrario: questi gravi delitti “sottostanno al segreto pontificio”, vi viene detto, il grado più alto di riservatezza della Santa Sede. Inoltre, le lettere del 2001 spiegano che nessuno all’infuori di un prete può essere oggetto di procedimento per abuso sessuale. Nel Vaticano infatti i poteri legislativo, giudicante ed esecutivo coincidono – un’assurdità assoluta secondo il concetto democratico di diritto.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/die-zeit-abusi-sessuali-le-responsabilita-di-joseph-ratzinger/

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