Gen 23, 2012 - Storia    No Comments

Giorno della memoria (e dell’oblio)

menorah.jpgUn altro lunedì annuncia la nuova settimana. Ma questa è una settimana un po’ particolare. Venerdì ricorre il Giorno della memoria, stabilito con legge dello Stato nel 2000. Non entro nell’annoso dibattito sulla correttezza metodologica di imporre per legge di ricordare un evento storico, scelta per altro subito equilibrata con altri giorni/giornatedella memoria, prime fra tutte quella dedicata alle vicende del confine orientale. Sottolineo la scelta della data internazionale del 27 gennaio che esclude quella del 16 ottobre, giorno della razzia nel ghetto di Roma fra l’indifferenza vaticana e la collaborazione fascista.

Anche la scelta di inserire per legge questa ricorrenza si iscrive nella lotta per la memoria che, anche nel nostro paese, ha preso avvio dopo il bigbang succeduto al 1989, con la fine della guerra fredda e la caduta dei regimi sovietici. Quello che mi sembra più interessante è verificare quanto di quella scelta ha sedimentato nel comune sentire in un paese come il nostro che ha uno stomaco ferocemente capace di digerire qualsiasi cosa ma un cervello altrettanto capace di rimuovere e cancellare tutto (o quasi). Certamente la scelta di avere istituzionalizzato la data del 27 gennaio ha consentito, soprattutto nei confronti delle istituzioni scolastiche ed educative, di aprire spazi per iniziative e progetti che sono stati utilmente progettati e realizzati: possiamo pensare che la conoscenza della shoah sia oggi ben più diffusa fra gli studenti (di ieri e di oggi) che nella media della consapevolezza dell’opinione pubblica. E’ questo un problema che non si limita allo specifico-Shoah ma investe tutto il problema della consapevolezza storica diffusa. Credo che su questo tema il vero obiettivo educativo sia quello relativo alle fasce adulte, come confermano le varie ricerche sociologiche sull’argomento. Sono gli adulti, per intenderci quelli della fascia 35-55 anni, quelli più soggetti a rimozioni, confusioni o semplicemente ignoranti (per lo più felicemente).

L’ignoranza sulla nostra storia comune è solo uno dei risvolti di quell’analfabetismo di ritorno che tante volte il Censis ha segnalato. Con un grado di educazione inferiore alla media europea si considera pari ad un terzo del totale gli italiani non più in grado non solo di articolare per scritto il proprio pensiero su qualunque argomento ma neppure di comprendere un articolo di stampa di un qualunque quotidiano. Per questa massa la televisione rimane l’unica fonte alla quale fare riferimento, come conferma la debolezza del mercato editoriale nazionale.

Una difficoltà ulteriore, indirettamente causata dalla scelta di fissare per legge una ricorrenza, la riscontriamo nelle amministrazioni pubbliche, costrette ad approntare iniziative per quella giornata che viene vissuta spesso come un “dovere”, al pari del 25 aprile o il 2 giugno. Il panorama è ovviamente (e per fortuna) articolato ma l’esperienza ci racconta spesso di assessori trafelati, in cerca di “qualcosa” da fare per il 27 gennaio, ovviamente a costo zero o quasi, come un dazio da pagare per poi riprendere il cammino quotidiano fatto, evidentemente, di cose più rilevanti.

Certo in questo contesto il lavoro dello storico diviene ancora più complicato e frustrante, ridotto a quello di un operatore sanitario in un “pronto soccorso della memoria”, impegnato a curare l’emergenza, dopo avere per i restanti dodici mesi predicato invano sulla necessità di un’opera quotidiana di “prevenzione”, di educazione capillare alla democrazia che non può non passare proprio attraverso un lavoro continuo sulla nostra memoria. Un lavoro che ha bisogno di strutture, di luoghi fisici, di spazi. Insomma di progetti e risorse che escano dall’emergenzialità fatta regola. Ma qui, l’esperienza di alcuni lustri di lavoro lo conferma, si entra nel territorio nebuloso della mancanza di interlocutori istituzionali, in un confronto con le amministrazioni dove la procedura del “silenzio dissenso” (a richieste, progetti non si dà neppure più un cenno di risposta) è divenuta la norma.

Celebriamo quindi il 27 gennaio (data dell’apertura dei cancelli di Auschwitz), torniamo pure con un migliaio di studenti su quei luoghi ma non dimentichiamoci come tutto questo si iscriva in un preciso “contesto” che certamente non possiamo giudicare né positivo né promettente.

 

Chiudo con una notazione locale: sono stato sollecitato da alcuni dei 25 lettori di FB (Fortezza Bastiani, non Facebook) in merito alla presentazione di un volume sulla resistenza letto da parte fascista e la relativa presentazione avvenuta la scorsa settimana. Non ero presente (pur avendo letto il volume) e quindi non esprimo un giudizio che non va oltre le righe apparse sulla stampa: mi sembra che, fatto salvo il diritto di ognuno di andare e dire qualsiasi cosa, l’iniziativa avesse poco a che fare con la storia. Un confronto, un esame, una ricerca si basano su fonti, sul dibattito storiografico. In parole povere esistono bibliografie, studi pubblicati, ricerche fondate scientificamente. Nulla di definitivo, da affrontare criticamente ogni volta. Ma esistenti e reali.

Si ricorre invece allo stereotipo antico ed usurato “dell’anno zero”. Non si produce nulla di nuovo ma si ignora bellamente l’esistente. È vero che non c’è nulla di più inedito che quello che è stato scritto, ma sentire ancora presentare come “vicende oscure” eventi già più volte approfonditi e descritti, fa capire come ci si trovi di fronte non ad un dibattito storiografico ma all’ennesimo uso pubblico della storia. Legittimo, ma appartenente ad un’altra categoria di pensiero e di azione. Rileggere, dopo venti anni, ancora illazioni sulla diretta responsabilità del Pci nell’uccisione dei Cervi, non può che far sollevare allo storico un interrogativo esistenziale: ma io (e gli altri come me) cosa abbiamo fatto/scritto/detto in questi anni? Pensavamo di aver lavorato/ricercato/analizzato e invece? Che fossimo tutti in montagna? O ancora chiusi in qualche gulag nella rossa Emilia? Attendiamo risposte che ci svelino l’arcano, nell’attesa continueremo a fare il nostro lavoro come si potrà, come saremo capaci. Good night and good luck!

 

Giorno della memoria (e dell’oblio)ultima modifica: 2012-01-23T12:02:00+01:00da pelikan-55
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