Feb 12, 2014 - Storia    No Comments

Operazione deresponsabilizzazione. A proposito della miniserie “Generation War”

Venerdì 7 e sabato 8 è andata in onda su Rai Tre la miniserie intitolata Generation War sulla Germania nazista.

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di pubblicato sabato, 8 febbraio 2014 ·

Quando nel 2010 si è aperta a Berlino la mostra su Hitler e i tedeschi (HitlerunddieDeutschen) sono andata a vederla: era la prima volta che in Germania si organizzava una cosa del genere. I giornali ne avevano parlato un sacco: “i tedeschi fanno i conti con il consenso”, avevano scritto, e io pensavo “alla buon’ora”. Avevo da poco scritto un documentario per Rai Tre sulla medicina nazista e mi aveva colpito notare come, a differenza dell’Italia, gli archivi audiovisivi tedeschi fossero male organizzati, sintomo anch’esso, pensavo, di una rimozione collettiva oscurata, nella consapevolezza pubblica, da decine di serie Tv autoprodotte sul Terzo Reich. Non mi aspettavo dunque granché da questa mostra ma quello che ho trovato era davvero al di qua di ogni mia aspettativa: su Unter der Linden non c’erano indicazioni esterne, il viale delle parate di Hitler doveva rimanere spoglio di ogni simbolo nazista, seppure funzionale alla mostra, che era nascosta nel seminterrato del DeutschesHistorischesMuseum. Per trovarla bisognava davvero cercarla, non c’era la possibilità di entrare nel museo per un’altra cosa e dire “toh adesso me la guardo”. Solo chi sapeva, chi aveva letto i giornali, poteva decidere di andare a vederla. La mostra era povera, quaderni, lettere, che denunciavano l’amore dei tedeschi per Hitler: bella scoperta, e in più una premessa, Hitler era amato anche perché mentiva e i tedeschi non sapevano quello che faceva, soprattutto dopo l’inizio della guerra quando le peggiori atrocità si erano spostate sul fronte orientale. Una mostra sul consenso con queste premesse, il consenso estorto con l’inganno, bel punto di arrivo dopo sessant’anni di pedagogia antinazista e ricerca storiografica, una mostra inutile dunque? Ripenso a questa domanda che mi ero fatta allora guardando le tre puntate di Generation War, in onda stasera su Rai Tre: miniserie tedesca prodotta da ZDF, diffusa in Germania nel marzo 2013 e negli Stati Uniti pochigiornifa.

Perché Generation war arriva alla stessa conclusione: Hitler ha tradito il popolo tedesco, che ha creduto in lui in buona fede; Unsere Mutter, unsere Vater, le nostre madri, i nostri padri richiamati dal titolo originale della miniserie, hanno avuto colpe, sembrano dirci gli autori, ma sono colpe che hanno espiato, e la vicenda dei cinque giovani protagonisti della serie è, in questo senso, paradigmatica.

La trama. Estate 1941. La Germania ha appena l’invaso l’Unione Sovietica, e cinque amici si incontrano per l’ultima volta in un locale di Berlino, sono Wilhelm (Volker Bruch) patriottico e convinto che la guerra finirà in un lampo; suo fratello Friedhelm (Tom Schilling), intellettuale e pacifista ma costretto a partire per il fronte. Charlotte (Miriam Stein) che non vede l’ora di raggiungere l’Unione Sovietica per prendere servizio come infermiera, rappresentando in questo suo slancio tutte le donne tedesche, come lei stessa dichiara; Greta (Katherina Schüttler) vuole diventare la nuova Marlene Dietrich, è innamorata di Viktor (Ludwig Trepte) ebreo, e per salvarlo diventerà l’amante di un nazista. Ma la storia ancora è agli inizi, e tutti sperano di ritrovarsi a Berlino per Natale. Non andrà così.

Wilhelm, Friedhelm e Charlotte sono la quintessenza di quello che per gli autori doveva essere la gioventù nazista: cresciuta a pane e Hitler eppure in grado di provare sentimenti, sono i padri e le madri richiamati nel titolo. Hanno un cuore al punto tale da avere nella loro cerchia ristrettissima un ebreo: Viktor Goldstein, figlio di un sarto reduce della prima mondiale, ancora convinto, nel 1941, che cucirsi la stella gialla sulla giacca sarà per gli ebrei un bene e non la fine.

I tre giovani “ariani” partono per il fronte, Greta e Viktor rimangono insieme a Berlino, ma per poco, la stretta antisemita si fa più feroce e Goldstein decide di fuggire negli Stati Uniti: per aiutarlo Greta diventa l’amante di un nazista che a sua volta le promette di farla diventare una cantante famosa. Ma le vite dei cinque amici continuano a incrociarsi per tutta la durata della guerra: si incontrano ogni tre per due, negli ospedali militari in Unione Sovietica, sui campi di battaglia, perfino nei boschi, come ha notato anche David Demby sul New Yorker “The Germans invaded the Soviet Union in June, 1941, with more than three million men, yet these five people keep bumping into one another on the Eastern Front as if they were crisscrossing a large fairground”. Comunque, malgrado questo ottimismo psicogeografico, niente andrà come da loro previsto o sperato, e le tre puntate (due nella versione distribuita negli Usa e in Italia) sono una lenta discesa agli inferi, da dove non c’è ritorno. Solo tre sopravviveranno, fantasmi, in una Germania distrutta, nella quale i nazisti si ricicleranno senza problemi anche grazie all’aiuto degli americani (non dimentichiamo questo punto).

Le reazioni. In Germania la serie è stata accolta con entusiasmo: i quotidiani sono tornati a discutere delle “persone normali” coinvolte, loro malgrado, nella guerra e nello sterminio degli ebrei. Il quotidiano DerSpiegel ha scritto che Unsere Mutter, unsere Vater è un punto di svolta nella rappresentazione audiovisiva della guerra poiché mostra senza alcuna reticenza scene di violenza tradizionalmente censurate dai media tedeschi: e in effetti la ferocia del conflitto sul fronte orientale è resa molto bene da un punto di vista televisivo, anche grazie al fatto che la fiction è costata 14 milioni di euro, ed è un esplicito omaggio a Spielberg e al suo Saving Private Ryan. La fattura è stata elogiata anche dalla stampa anglosassone, ma se gli inglesi sono stati per lo più entusiasti della miniserie, gli americani hanno espresso maggiori perplessità che si riassumono perfettamente nella frase di Adam Kirsch “The manipulation of sympathy, the defiance of historical realities, the insistence on showing the exception rather than the rule: these are practically requirements when it comes to making a middlebrow war movie. America has made plenty of them; but when the Germans do it, the rest of the world has a right to be concerned” (il resto dell’articolo qui). E qui sta il primo punto critico, percepito anche da molti osservatori sui social network, ovvero: possono i tedeschi romanzare il proprio passato, possono portare sullo schermo l’eccezione e non la regola? Sicuramente ci saranno stati uomini e donne simili a quelli raccontati nel film, ma narrare la loro storia insegna qualcosa, è giusto?.

LaurenceZuckerman, sul New York Times, ha scritto una lunga riflessione sulla serie tedesca GenerationWarShowsNaziMassKillersWithLoveinTheirHearts mettendo in rilievo come i personaggi protagonisti siano assolutamente poco realistici, mentre, afferma Zuckerman, ormai le ricerche hanno dimostrato che “Were there any good Germans during WWII? Over the past two decades, the odds have narrowed. “No serious scholar has attempted to argue that ordinary German men did not become mass killers,” Holocaust historian Christopher R. Browning wroterecently, “or that the Wehrmacht—the institution shaping the experience and behavior of by far the largest groups of Germans in World War II—was not heavily implicated in Nazi criminality.” Ma, aggiunge, a lui Generation war è piaciuta: “Which makes the following fact deeply uncomfortable: I enjoyed watching the series immensely. As entertainment, it is at turns enthralling, horrifying, and moving. The acting is first-rate, and the work has a very strong antiwar message. I even found myself tearing up at times”. In effetti ha ragione, anche se io non mi sono mai commossa.

Perché farla?. A questa domanda risponde la Suddeutsche Zeitung quando, all’uscita del film, nel marzo del 2013, scrive: “la fiction offre la prima e ultima possibilità per la generazione che ha oggi sui trent’anni di chiedere conto ai propri nonni delle proprie biografie reali, i loro compromessi immorali, le possibilità mancate di agire per il bene, insomma ogni singolo comportamente che, moltiplicato per milioni di persone, ha portato il paese alla catastrofe”. Il regista Philipp Kadelbach, e lo sceneggiatore, Stefan Kolditz, hanno dichiarato che loro intenzione era quella di stimolare un dibattito fra generazioni e infatti dopo la messa in onda i talk show sono stati popolati per giorni da vecchissimi sopravvissuti che hanno condiviso le loro memorie personali. Un fenomeno, questo, che l’Italia ha conosciuto nel 1994, con la messa in onda della controversa serie Combat Film: allora come oggi dare la voce a chi aveva aderito al totalitarismo suscita indignazione da un lato, pone nuovi problemi rispetto al ruolo giocato dai media nella costruzione di un senso del passato che risponde più alle esigenze del presente che non a quelle della ricerca storica, per cui in Generation war, come in Combat film, si sdogana in modo definitivo l’idea che i morti, alla fine, sono tutti uguali. Così, tornando alle intenzioni del regista e dello sceneggiatore, questo bisogno di domandare ai propri padri, ai propri nonni, è lo specchio entro il quale leggiamo oggi quel passato che non passa di cui in Germania si discute almeno dai tardi anni Settanta: e infatti era dai tempi di Holocaust e poi di Heimat che un prodotto per la Tv non suscitava un dibattito simile. E dunque come nel caso di Heimat e di ogni prodotto culturale, ci parla molto di più del tempo in cui viene prodotto che del periodo di cui parla: come ha scritto A. Scott su The New York Times: “As the Second World War slips from living memory, as Germany asserts its dominant role in Europe with increasing confidence, and as long-suppressed information emerges from the archives of former Eastern bloc countries, the war’s cultural significance for Germans has shifted” (qui)

Madri e padri. Eppure il cinema tedesco non è nuovo a questo tipo di analisi, e la “scoperta” del rapporto padri figli, la necessità di fare domande, l’urgenza di farle prima che tutta la generazione coinvolta nel nazismo scompaia per sempre, appare tristemente retorica e fuori tempo massimo se si pensa a episodi come il dialogo con la madre di Fassbinder in Germania in autunno (Deutschland im Herbst 1978), o quella di Von Trotta in Anni di piombo (Die bleierne Zeit, 1981) per citare soltanto i più eclatanti. E’ stata Renate Siebert, fra gli altri, a tematizzare il rapporto fra generazioni da un punto di vista storiografico in un’ottica soggettiva. Nei suoi racconti autobiografici racconta delle sue esperienze di militanza e di studio all’Università di Francoforte, presso l’Istituto diretto da Adorno. “La tragicità della situazione che vivevano i ragazzi e gli adolescenti in Germania negli anni ’50 e ’60, a pochi anni dalla sconfitta del nazismo, quando non c’erano punti di riferimento tra gli adulti, non si parlava degli orrori del nazismo e dell’olocausto (ci si limitava a sussurrare: “noi non lo sapevamo”). Le violentissime discussioni con gli adulti, il vergognarsi di essere tedeschi”. Tutte questioni che dovrebbero essere dunque, ormai, superate, sia dal cinema che nel dibattito pubblico. Ma evidentemente non è così. Generation War fa tabula rasa di tutto questo lavoro critico e rovescia i termini della questione: la soggettività in crisi è quella dei padri, non dei figli per i quali “comprendere” ad ogni costo diventa un imperativo categorico. La pietà che si prova verso di loro dunque, finisce per essere (quasi) la stessa che si prova verso i cittadini ebrei dell’Unione Sovietica, se non maggiore: loro infatti, i cinque protagonisti, i padri, li conosciamo bene e pure se uno di loro è ebreo la sua guerra sembra una passeggiata in confronto a quella degli amici che combattono nella Wermacht. Prevale dunque un sentimento di cristiana pietà, un universale pacifismo, che nasconde ogni specifica responsabilità nella notte in cui tutte le vacche sono nere.
La fine. Sopravvivono in tre. Uno di loro riconosce in un ufficio alleato, nella Berlino occupata del 1945, un ex comandante nazista: lavora per gli Americani. Anche il futuro, dunque, è ipotecato. Forse il momento più sincero dell’intera narrazione, quello nel quale, al bisogno di comprendere i padri, subentra l’impossibilità di giustificarli. L’unico, ma anche solo per questo la fiction merita di essere guardata e discussa, perché nelle pieghe della burocrazia statale, in Germania come in Italia, rimangono nel dopoguerra le tracce più importanti dei regimi dittatoriali. Una storia ancora troppo poco raccontata, che Generation War ha il merito di ricordare.

in: http://www.minimaetmoralia.it/wp/operazione-deresponsabilizzazione-a-proposito-della-miniserie-generazion-war/

Operazione deresponsabilizzazione. A proposito della miniserie “Generation War”ultima modifica: 2014-02-12T10:31:39+01:00da pelikan-55
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