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Dic 23, 2011 - Senza categoria    No Comments

Ricostruire la politica (Guido Crainz)

Appena l’emergenza più drammatica si è placata, i partiti hanno rimosso un paradosso inquietante: ancora una volta nel giro di pochi anni il nostro Paese sembra capace di esprimere governi di qualità, capaci di operare quando la politica viene travolta dalla crisi.

Cosi fu fra il 1992 e il 1994 quando, in condizioni difficilissime, Amato e Ciampi avviarono il risanamento proseguito poi dal primo governo Prodi: cioè dal governo di centrosinistra della “seconda Repubblica” che è stato meno prigioniero dei partiti. Nel 1992 il sistema politico crollò all’improvviso, oggi è giunta alle estreme conseguenze una corrosione del centrodestra che ha lasciato solo macerie e che si è svolta nella sostanziale assenza di un’opposizione credibile, capace di idee e progetti alternativi.

Oggi come allora nel momento della verità i partiti sono stati più un peso che una risorsa, più un intralcio che uno stimolo.

È un nodo centrale del dramma di oggi. Per questa via si è lacerato sempre più, lo ha sottolineato benissimo Gustavo Zagrebelski, quel rapporto essenziale fra società e stato che è compito dei partiti garantire.

Siamo giunti cioè al punto estremo di crisi della democrazia: di questo si tratta, ed è inutile nasconderselo. È significativo il ruolo costituzionalmente ineccepibile e al tempo stesso provvidenziale svolto negli ultimi vent`anni da tre capi dello Stato -Scalfaro, Ciampi e Napolitano – che hanno partecipato alla fondazione della Repubblica e sono felicissima espressione di quel clima, di quello spirito. Sono poi dei “non politici” di assoluta qualità a dare prova di uno spirito di servizio che dovrebbe essere il segno distintivo più nobile della politica. Una politica che sta bruciando quel che rimaneva della propria credibilità continuando a ignorare l’urgenza di riformare radicalmente se stessa, il proprio modo di essere e le proprie regole. E difendendo invece nella maniera più assurda i propri privilegi, fino al colpo di mano alla Regione Lazio e a tutte le vicende che variamente ruotano attorno ai vitalizi.

Siamo di fronte alla necessità di ricostruire non solo un sistema politico ma anche un Paese che appare profondamente smarrito e che è chiamato a sacrifici pesantissimi. Anche per proprie colpe: in passato è stato troppo pronto a rimuovere le proprie responsabilità. A dimenticare il contributo direttamente o indirettamente dato all`aprirsi delle voragini, con pesanti spinte corporative e corpose inosservanze degli obblighi civici. Così fu negli anni Ottanta: di queste pessime stoffe era intessuto il sostegno al pentapartito che celebrava allora i suoi trionfi e che ci guidò poi con spensierato ottimismo sin sul’orlo dell’abisso. La barca va, si diceva: fino al naufragio.

Così è stato anche nella stagione berlusconiana, e nessuno può rispolverare oggi il mito di una società civile interamente sana contrapposta a un sistema politico corrotto. Sembra semmai più adeguata una vignetta di Altan di qualche tempo fa: “Il Paese avrebbe bisogno di riforme… ma anche le riforme avrebbero bisogno di un Paese”.

Oggi siamo costretti di nuovo a “guardarci dentro”, ad interrogarci sul nostro passato e sul nostro futuro. Il centrosinistra deve spiegare in primo luogo a se stesso perché nel crollo della “prima repubblica” mancò l`occasione di proporre modelli e pratiche di buona politica.

E perché affossò poi rapidamente il primo tentativo di Prodi di andare in quella direzione, lasciando così via libera al consolidarsi del populismo e dell’antipolitica. Perché, anche, è diventato progressivamente preda di una opaca afasia.

È altrettanto importante il ripensamento che può coinvolgere quell`area moderata spesso al di fuori o ai margini delle organizzazioni politiche che non ha seguito fino in fondo la deriva berlusconiana: perché è così difficile nel nostro Paese la nascita di una destra normale? Ce ne sono finalmente le condizioni? Questo sarebbe un importantissimo elemento di svolta.

Le riflessioni delle forze politiche di entrambi gli schieramenti possono oggi essere favorite dalla qualità stessa del governo che è stato messo in campo. Essa ha fatto rapidamente impallidire tutte le ipotesi sul “dopo Berlusconi” che erano state avanzate in precedenza: sia quelle che sapevano di “conservazione” sia quelle che si presentavano con il volto dell`innovazione. Oggi ci appaiono tutte obsolete, sanno di antico e di inadeguato. Ed è sempre la qualità di questo governo a rendere ancor più stridenti le insufficienze dei partiti e le loro più estreme manifestazioni di irresponsabilità. Su questo terreno la Lega ha sbaragliato ogni suo precedente record ma la demagogia e l’improntitudine, dopo anni e anni di governo, non sembrano più farle guadagnare consensi. Se così continuerà ad essere, sarà un ottimo segnale. Non andrebbero neppure commentate poi le sortite di Berlusconi, primo responsabile del disastro ma pronto a far cadere il governo appena i sondaggi gli tornassero favorevoli: eloquente conferma di un insanabile conflitto con il bene comune.

La rifondazione di una classe dirigente sulla base della competenza, del rigore e dello spirito di servizio è dunque obbligatoria ed è un processo da avviare subito: altrimenti al voto del 2013 si giungerà con inquietanti incognite. Senza quest`inversione di tendenza, senza il contributo attivo della politica sarà molto difficile ricostruire l`etica collettiva, il senso di una comunità.

Sono straordinariamente importanti al tempo stesso i segnali che verranno dal governo: la difesa intransigente di equità sociale e diritti, merito e trasparenza sono il motore indispensabile e insostituibile di una Ricostruzione.

In un Paese smarrito ma ancora capace di uscire dalle derive di questi anni le indicazioni di futuro sono essenziali: contribuiscono in modo decisivo alla capacità vitale di una nazione, alla sua possibilità di ritornare protagonista. Questo governo ha tutte le qualità per mandare i segnali giusti, ed è in realtà l’ultima occasione per invertire la rotta. Per questo è giusto chiederglielo con forza.

La Repubblica, 23.12.2011

Dic 23, 2011 - Senza categoria    No Comments

Cose che ho imparato con la crisi..

files.jpgPer non meritare davvero la fama di “nemico del popolo” per le mie ultime riflessioni in tema sindacale, lascio la contemplazione di Cima 18 per dire che anche questa crisi, in fondo, qualcosa di buono l’ha portato anche a me. Del resto i nostri antichi non ci ricordavano che “ex malo bonum”? Intanto la crisi ha spazzato via il Circo che ci ha governato per 3 anni. Se qualcuno ancora non gradisse il Governo Monti e i suoi noiosi e grigi professori, farò solo tre nomi a caso: Calderoli-Gelmini-Brambilla. E il resto è silenzio.

Ma questa crisi mi ha anche offerto un’altra opportunità, quella di superare il mio antico complesso d’inferiorità verso una superiore categoria sociale ed economica: il manager. Nonostante sia figlio di un ragioniere e nonostante la mia frequentazione del triennio di Ingegneria nella mia vita precedente, di economia e di numeri ne capisco tanto quanto D’Alema di etica. Quindi rimanevo sempre intimorito da queste figure mitiche, sulle loro auto seriesette, eleganti, occhio rapinoso e rapace, pronti a cogliere il meglio del turbocapitalismo. In Italia, nel mondo, ma anche fra Enza e Secchia. Imprese e banche, holding (che mi hanno spiegato dieci volte cosa siano ma ancora non ho capito) e golden share. Imprese comprate e vendute. Affari, il famoso pallino che non ho mai visto neanche da lontano. E, ovviamente, il corredo di femmine, auto d’epoca, ville e via godendo. E io? Storico di provincia, di quartiere, di strada, di pianerottolo? In cosa contribuivo allo sviluppo della società con le mie noiosee e polverose bazzecole? Insomma quasi una crisi di identità socio-cultural-economica.

Ma poi è arrivata la crisi che ha confermato i miei silenziosi sospetti: altro che geni della finanza! Campioni del turbocapitalismo? Nel migliore dei casi-generalizzo e chiedo venia a quei 2 e 3 che non corrispondono a queste mie lamentazioni-bronzee facce di tolla, capaci di aver fatto saltare una banca, saccheggiato una fondazione ed essere lì ad impartire ancora lezioni di vita ed economia, stimati soci di club e confraternite del carciofotto. Capitani d’industria che lasciano voragini di qualche milione di euro come fossero i gusci dei pistacchi salati la cena di Natale e mollano all’acqua (scusate il francesismo) dipendenti ed operai, squassando l’economia di interi paesi. Ma non erano geniali imprenditori? Non li invitavano a dare illuminati giudizi sull’arte, la musica e quant’altro? Silenzio, scomparsi, intenti magari a passare serate tristi e solitarie sul loro 18 metri ormeggiato a Lerici. In attesa di un degno ritorno. Per fare quei buchi, quei danni, allora bastava anche uno storico di provincia, oltretutto a costo ben inferiore.

Perchè un’altra cosa ho capito: che i soldi si fanno con i soldi e non con il lavoro. Eri in rosso di 1000 euro? Drin, la banca chiamava. Ma se eri sotto di 500.000, drin, la banca chiamava, ma per dartene altri 500.000 così magari, forse, restituivi anche gli altri. Lo so, sembra l’Opera da tre soldi del buon Berchtold, invece è stato uno dei percorsi che ci hanno portato con le chiappe all’aria (di nuovo scusate il francesismo).

E passi (si fa per dire) per i privati ma i manager pubblici? Arrivi, dopo sei mesi lasci un buco che la Fossa delle Marianne sembra un canaletto e che succede? Nulla. Ti dimetti e ti ricoprono di euro (si chiama buonauscita..) e sei pronto al prossimo buco, roba che neanche un tossico farebbe.

Qualche mese fa una signora reggiana ha avuto il titolo di cavaliere del lavoro, meritato per aver costruito negli anni un’impresa vera e reale. Di fianco a lei, pure premiato dal buon Napisan, un manager di stato che può vantare come unica impresa degna di nota la frequentazione con la Ferilli, visto che danni ne ha fatti ovunque l’abbiano destinato a “lavorare”. Cavaliere del lavoro? Cavaliere del traforo, al massimo.

Non so se ci sia una morale in tutto ciò. Io continuerò a far lo storico di quartiere e loro i manager, ma almeno quando li incontrerò sarò più sereno, quasi di buon umore. Penserò alla favoletta del Re nudo e, solo per educazione, non li saluterò con una bella pernacchia e un sonoro “fan…”.

Dic 21, 2011 - Senza categoria    No Comments

Azzardo morale, veleno d’Europa (Barbara Spinelli)

A forza di parlare di governo tecnico, e di un premier che non ha ambizioni politiche, e di ministri che mettono al servizio dell’Italia le proprie conoscenze scientifiche per tornare presto agli studi o alle attività di ieri, ci stiamo abituando a tenere la mente in naftalina, come se il nostro pensare fosse il giunco che astutamente si piega, in attesa di rialzarsi tale e quale appena passata la piena.

Il proverbio del giunco è famoso nel vocabolario della mafia: sembra impregnare anche i partiti e le corporazioni, alle prese con la crisi e il dopo-berlusconismo. Quel che sta tentando il governo non sarebbe politica autentica, nella casa italiana ed europea che abitiamo. Finito l’intervento degli idraulici, rincaseranno i ben più legittimi architetti, decoratori, proprietari.
Questa è la trappola, anche linguistica, che incatena le menti. In realtà, lo sforzo di sanare l’Italia e per questa via l’Europa è politica nel senso pieno e alto, e non solo perché l’esecutivo dipende dal Parlamento. Quel che fa può essere condiviso o no, ma politica resta. Se non è vista come tale, è perché ci siamo disabituati a immaginare altre maniere di farla, e spiegarla. A distinguere fra ambizione e carriera politica. A ridefinire il compito dei partiti nella res publica.

Pensare non solo alle incombenti scadenze elettorali ma ai prossimi dieci, vent’anni; armonizzare le scelte italiane con quelle europee; battersi infine perché l’Unione si trasformi in una comunità più stretta, solidale: dire che tutto questo non è politica ma tecnica equivale a confessare una radicale impreparazione al mondo mutante che abbiamo davanti. Se tutto sta a esser preparati, ecco, non lo siamo: è a costumi obsoleti che stiamo appesi, api ronzanti che vedono un punto e non il tutto. Persistiamo in questa postura anche se la vecchia politica manifestamente è fallita: non solo economicamente ma civilmente, moralmente.

Così come stanno le cose, è probabilmente opportuno che i leader dei partiti non partecipino al governo chiamato a raddrizzare le storture. Lenti a rinnovarsi  –  Monti l’ha confessato  –  sarebbero un “motivo d’imbarazzo”. Ma se li vediamo da vicino, simili giudizi sono umilianti: certificano che i partiti sono incapaci di politica alta, di misurare e dire all’elettore le prove che ci toccano. Di vedere nella politica non una carriera ma una chiamata, appunto, cui si risponde con l’Eccomi del servizio. Gustavo Zagrebelsky ha scritto su Repubblica, il 12 dicembre, che i partiti hanno alzato bandiera bianca, dicendo a se stessi e ancor più ai cittadini: Dobbiamo esserci, ma vorremmo non esserci. Votiamo a favore ma ci riserviamo di dire, se serve: “Non è questo che volevamo”.

Certo è possibile la strategia delle doppiezze. Può esser perfino remunerativa. Se per quasi vent’anni gli italiani hanno votato con cocciutaggine un venditore d’illusioni, proprio questo desideravano: una non-politica, un farsi giunco nella speranza che il fuoco bruci tutti tranne noi, un fantasticare che il divenire non divenga (disincarnata, la fantasia diventa, secondo Hobbes, Regno dell’Oscuro). Ma è una strategia perdente. Di qui l’urgenza di qualcosa che somigli a una rivoluzione mentale. Rivoluzione è sostituire un regime bacato con uno nuovo: per noi vuol dire non svilire i partiti ma riscoprirli, interpreti e pedagoghi della società. Vuol dire aggiustare l’Italia pensandola come Alce Nero pensava il pianeta terra: “Non l’ereditiamo dai nostri padri, ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli”. La rivoluzione è questa. L’Eccomi è quest’idea di temporanea custodia di un bene che oltrepassa una generazione.
È una rivoluzione insieme italiana ed europea, ed è significativo che in ambedue gli spazi la questione morale sia al centro. Nella nazione, spetta ai partiti tornare a essere quei mediatori descritti nell’articolo 49 della Costituzione: non gruppi d’interessi in complice difesa di una classe, una cerchia, ma libere associazioni di cittadini che concorrono “con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, dedite al bene comune e non ai propri affari. La questione morale consiste nell’evitare che la Cosa pubblica sia confiscata dall’anti-Stato: evasione fiscale, malavita, esattori del pizzo che usurpano l’esattore statale.

Ma esiste una questione morale anche in Europa, e perfino nelle vicende tecniche dei debiti sovrani, delle bancarotte statali, dei salvataggi europei. Non a caso c’è una parola che riaffiora cronicamente, ogni volta che Banche centrali o organi europei discutono le misure contro i default. Se l’Unione fatica a farsi Stato che protegge tutti i cittadini dalla paura e dagli infortuni, se Germania e Bce tergiversano, è a causa di un rischio specifico, che si chiama moral hazard.

Il rischio morale è un concetto nato nelle mutue. Mettiamo l’assicurazione contro gli incendi: se come assicurato mi sento sicuro a tal punto da non fare più attenzione ai fornelli accesi o ai fiammiferi, se la responsabilità personale cede il passo allo sfruttamento della buona fede altrui, c’è azzardo morale. Certo condivido il rischio pagando la polizza, ma la sicurezza che sarò comunque risarcito può incitare alla lassitudine. Lo stesso può succedere nei rapporti fra Stati europei.
Il dilemma dell’azzardo morale è l’assillo che avvelena l’Europa, tramutandola in un intrico di passioni distruttive: diffidenza verso i partner, paura che gli aiuti saranno sperperati, tracollo della fiducia da cui nacque l’avventura comunitaria. Anche un’essenziale conquista postbellica, il welfare europeo, può svanire a causa dell’azzardo morale. L’Unione e il welfare sono qualcosa di più di una compagnia assicurativa: non tutti i sinistri (diseguaglianze, precariato, la stessa flessibilità che secondo Draghi “crea incertezza”) incentivano la lassitudine.

Resta che il moral hazard aiuta a capire la centralità dell’informazione, della verità nei contratti. Sempre, infatti, esso insorge da un’informazione asimmetrica: l’assicuratore possiede meno informazioni dell’assicurato, sulle circostanze scatenanti l’infortunio. Affrontare le due questioni morali (la rivoluzione dell’onestà e della legalità in Italia, della fiducia e dell’unione politica in Europa) significa fare politica in modo diverso, prevenendo in tempo utile sciagure e ingiustizie con una più leale informazione reciproca. Dicendo ai popoli la verità sulle mutazioni mondiali. Imparando  –  partiti, sindacati, governi  –  ad agire nel duplice spazio nazionale ed europeo.

La dimensione nazionale della morale pubblica si è andata affievolendo, nella prima e seconda repubblica. Ma anche la dimensione europea è precipitata, per colpa di classi dirigenti incapaci (accade spesso) di pensare due cose al tempo stesso. Perché è urgente la seconda dimensione? Perché nella crisi odierna, agli stati dell’Unione tocca innanzitutto ridurre le spese, disciplinare i conti. Perché le liberalizzazioni son lente a fruttare. Perché l’equità è ostacolata a tanti livelli: lobby, sindacati, partiti, burocrazie statali. Inoltre non promette automatico sviluppo. La crescita, solo l’Europa potrebbe avviarla: con piani unificati di ricerca, di investimenti in energie alternative, in trasporti, in conoscenze, infinitamente meno costosi se fatti in comune.

È la risposta al moral hazard, alle paure, al clima di sospetto che regnano negli stati più forti e nella Bce. Ma per questo bisogna dare più soldi al bilancio europeo, più poteri alla Commissione, al Parlamento europeo. E bisogna che i cittadini possano contribuire a tale politica, attraverso i partiti, eleggendo direttamente i presidenti della Commissione, deliberando assieme gli investimenti europei e il loro finanziamento. Vale la pena questa rivoluzione, perché è lì che riapprenderemo e la politica, e la democrazia, e la sovranità che nazionalmente abbiamo smarrito.
 
(La Repubblica, 21 dicembre 2011)

Dic 21, 2011 - Senza categoria    No Comments

Articolo 18. Per saperne qualcosa di più.

DISEGNO DI LEGGE N. 2000
d’iniziativa dei senatori NEROZZI, MARINI, ZANDA, CHITI, CASSON, ICHINO, AMATI, BAIO, BASSOLI, BASTICO, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BUBBICO, CAROFIGLIO, CECCANTI, CHIAROMONTE, COSENTINO, DE LUCA, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FERRANTE, FIORONI, Mariapia GARAVAGLIA, GASBARRI, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, MARCENARO, MARCUCCI, Ignazio MARINO, Mauro Maria MARINO, MORANDO, NEGRI, Nicola ROSSI, SANGALLI, SCANU, Anna Maria SERAFINI, SERRA, SOLIANI, STRADIOTTO, TONINI, VITA, VITALI e ZAVOLI

Istituzione del contratto unico di ingresso

Presentato alla Presidenza del Senato il 5 febbraio 2010

testo in: http://www.pietroichino.it/?p=7306

Che cos’è l’articolo 18

testo in: http://www.ilpost.it/2011/12/19/che-cose-articolo-18/

L’articolo 18 parlandone seriamente (Francesco Costa)

testo in: http://www.francescocosta.net/2011/12/20/larticolo-18-parlandone-seriamente/

Dic 20, 2011 - Senza categoria    No Comments

Il totalitarismo (videointervista a Giovanni De Luna)

Tra le priorità didattiche che la società contemporanea impone alla scuola, al primo posto si colloca la necessità di colmare la separazione tra i ragazzi, con la loro cultura di ‘nativi digitali’, e i docenti, la cui cultura alta è incentrata sulla lettoscrittura tradizionale. Benché oscurata dai troppi problemi economici e politici che investono l’educazione, la qualità di un insegnamento multimediale è un obiettivo importante che si raggiungerà creando competenze che cominciano ora a diffondersi.
 
Muovendosi in questa direzione il gruppo editoriale Pearson (al quale appartengono marchi storici come Paravia e Bruno Mondadori) sta promuovendo le versioni digitali di alcuni testi scolastici molto diffusi di letteratura italiana, filosofia e storia, come il Baldi, l’Abbagnano-Fornero, il De Bernardi-Guarracino e il De Luna, con un progetto di formazione che coinvolge i docenti. Si tratta di un ciclo di Convegni dal titolo La forza delle idee, che tra novembre e febbraio propone quaranta incontri di approfondimento disciplinare e di introduzione all’uso delle nuove tecnologie nella didattica. Un passo importante verso un sistema culturale che vive in una concezione cartacea del libro e resiste a una cultura visuale con cui ci si deve confrontare, pena l’incomunicabilità con le nuove generazioni.
 
L’intervista di Loredana Lipperini a Giovanni De Luna è un ottimo esempio delle potenzialità di uno strumento visuale che, usando il linguaggio dei media di qualità, possa andare incontro alla comunicazione del sapere nel mondo scolastico. E forse non è casuale che si inizi parlando di totalitarismo e del controllo della società attraverso la scuola e la comunicazione di massa.
 
Enrico Manera

Videointervista in:

http://www.doppiozero.com/materiali/videointerviste/de-luna-e-il-totalitarismo

Dic 20, 2011 - Senza categoria    No Comments

Nemico del popolo 2. Senza vendetta

01 azione reggiane grandew472003123922.jpgUn amico mi ha dato una tirata d’orecchi: “Non trattare troppo male la CGIL”. Siamo in un paese dove è ancora è ammesso tutto (meglio, molto) ma non invitare gli amici a fare qualche riflessione, dove prevale una logica di eterno conflittoe, si sa, sotto il fuoco nemico non si può stare tanto a sottilizzare. I miei 25 lettori si ricorderanno che le mie riflessioni non andavano tanto ai contenuti (di economia non ne capisco molto) quanto agli strumenti che venivano utilizzati per difendere/contrastare quei contenuti. Mi colpiva (e mi colpisce) come continuassimo ad usare nel XXI secolo tattiche e strumenti di lotta obsoleti e ormai autolesionisti. Non me la “prendo” con la CGIL, come non dimentico che CISL e UIL hanno mandato giù le peggio cose con il governo del satiro plastificato e di Sakkoni e si mettono a fare sciopero oggi che c’è il buon Monti.

Il mio mestiere mi costringe a guardare i tempi lunghi anche nella storia sindacale/politica e non posso fingere che sempre tutto sia stato fatto bene e che le “meravigliose e progressive sorti” abbiano sempre segnato lo scenario nazionale e locale. Non santifico Santa Romana Chiesa, figurarsi organizzazioni politiche e sindacali. Così (tanto per farmi qualche altro nemico) non posso dimenticare che la lotta delle Reggiane fu un’operazione politica (legittima) costruita su una lotta sindacale persa in partenza. La citazione mi viene dall’aver vissuto qualche ora in questi giorni proprio nelle defunte Reggiane, ridotte ad una ghost factory ad un non luogo per chissà quanto tempo. Propongo di fare ora un “open day” delle Reggiane per mostrare ai reggiani come può finire un luogo di lavoro, storia e identità.

Taccio per carità di parte le pensioni baby, la teoria del salario come “variabile indipendente” o la caduta del governo Prodi per la questione delle 36 ore. Credo che si debba essere rigorosi se vogliamo ripartire e lo si deve essere in primo luogo con se stessi e con i “propri”, non condivido il motto “Right or wrong my country”.

Ironicamente ho ricordato che Di Vittorio o Togliatti sarebbero inorriditi a sentire dire che “…non si tratta!”. Si ricordavano bene di Menotti Serrati e del massimalismo degli anni venti che fu il primo alleato del cavaliere di Predappio. Sempre si deve trattare e trattare significa ascoltare le proposte e proporne delle proprie, ma le nostre proposte non possono essere la litania “i diritti acquisiti non si toccano”, perchè con questa litania abbiamo già perso in partenza. Intanto perchè, comunque, le cose andranno avanti, con o senza di noi (Marchionne docet) e poi perchè dovremmo chiederci quanti di quei “diritti acquisiti” nel tempo si siano trasformati in “privilegi”. Si tratta, si negozia e poi, magari, si rompe, ma dopo e non a prescindere. Quando nel 1947, per protesta contro la destituzione del prefetto Troilo a Milano, Pajetta occupò la Prefettura chiamò trionfante Togliatti per comunicargli l’evento. Il “migliore” lo gelò: “E adesso cosa intendete fare?”. Silenzio. Si narra poi che, dopo l’episodio,  incontrandolo Togliatti spesso gli chiedesse: “Allora, come va la rivoluzione?”.

Per stare ai poeti:

Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’.

I tempi sono cambiati. E’ possibile pensare che una legge fatta 41 anni fa possa essere rivista, ripensata, riscritta, rilanciata, magari proprio per favorire l’ingresso dei giovani nel lavoro, mantenendo le tutele di chi il lavoro ce l’ha già? Forse sì, forse no. Ma non è il quarto segreto di Fatima. 41 anni fa c’era Rumor al governo (con 27 ministri e 56 s/segretari), Lama diventava segretario della CGIL, in Grecia c’erano i colonnelli, in Spagna Franco, negli Usa Nixon. Nel frattempo qualcosa è successo? Degli ultimi 10 anni di lavoro ne ho passati sette come precario (coco, cocopro, chicchirichi, etc..) e nessuno mi ha mai tutelato o si è preoccupato di pensare, predisporre alcunchè. Ora sono assunto a tempo indeterminato ma so che, dovessero venire a mancare finanziamenti, tornerei nella medesima condizione senza un bao. In 41 anni qualcosa è cambiato. La vecchia strada è velocemente invecchiata, toglietevi per favore dalla nuova se non potete dare una mano perchè i tempi stanno cambiando. Pensavamo che stessero cambiando in meglio, ci siamo dovuti ricredere, ma poco importa. I tempi, comunque, non stanno (più) cambiando, sono già cambiati.

Dic 11, 2011 - Senza categoria    5 Comments

Pensieri ingenui domenicali

images.jpgDivampa la polemica sui vari aspetti della manovra del Governo Monti. Bene. Giusto. Anche se per certi aspetti mi ricorda il cameriere che sul Titanic al cliente che protestava  perchè il whisky era tiepido rispose: “Stia tranquillo, sir, fra poco avrà tutto il ghiaccio che vuole!”

In compenso-come volevasi dimostrare-lunedì ci sarà uno sciopero, inutile e patetico, al quale nessuno parteciperà.

Ma si parla anche di ICI e di ICI e beni ecclesiastici. Come sanno gli amici e frequentatori di Fortezza Bastiani io, proprio perchè cattolico (seppur affaticato), da anni devolvo il mio 8 p/mille alla Chiesa Valdese. E ne sono ben felice. Presi la decisione ai tempi del card.Ruini presidente della Cei: l’idea che anche una sola delle mie lire fosse amministrata dal suddetto mi raggricciava nervi e sangue.

Però su questa questione consentitemi un pensiero ingenuo e domenicale. Io proprio non vorrei sentirne parlare non perchè la Chiesa debba pagare le tasse come tutti ma perchè sogno che la Chiesa non debba pagar niente…perchè niente possiede. Punto e basta. Una Chiesa che creda nella provvidenza e che venga sostenuta dai suoi fedeli. Una Chiesa che lasci roba come lo IOR, gli apparati, i ministeri allo stato estero del Vaticano, del quale a me frega tanto quanto della Slovenia, Uganda o Paraguay.

Cristo non aveva un cuscino su cui posar la testa, altro che norme concordatarie, rendita catastale, percentuali e ICI versata. Sulla montagna fece un certo discorso e tutti lo capirono, altro che Capo della Sala stampa Vaticana et similia. Io sogno un giorno in cui vedrò il Papa arrivare in visita su un auto normale con il suo autista (solo perchè non è obbligatorio per il vicario di Cristo avere la patente) e basta. Niente scorta, polizia, batmobile e anziani signori vestiti come uova di Pasqua al seguito.

Sogno una Chiesa povera e vera, credibile in ogni suo gesto, che accolga e non escluda, che ami i suoi figli e che risponda ai segni dei tempi. Una Chiesa dove ognuno abbia voce, dove uomini e donne siano ugualmente responsabili e non esista una gerarchia che non sia quella decisa e riconosciuta dai fedeli.

Che ingenuo sognatore, eh?

Dic 7, 2011 - Senza categoria    No Comments

Attenti alla memoria corta (Guglielmo Pepe)

memoria.jpgLa manovra “salva-Italia” è criticabile sotto molti punti di vista: economico, sociale, culturale…E direi anche sotto l’aspetto etico, perché i più deboli sono quelli che continuano a pagare, mentre i grandi patrimoni rimangono praticamente intonsi. Senza sottovalutare il fatto che il Vaticano resta intoccabile con i suoi privilegi (come non pagare l’Ici).

Tuttavia questo giudizio non mi porta a dimenticare quello che l’Italia ha subìto in buona parte dell’ultimo decennio. Molti commentatori – tralascio quelli e i quotidiani di destra – e parte degli italiani che sostenevano le opposizioni nel precedente governo, e che sono fortemente critici nei confronti del nuovo governo, sembrano avere memoria corta. Perciò non sarebbe male se, al termine delle doverose e necessarie critiche a Monti & company, si dicesse: «Però non dimentichiamo che le maggiori responsabilità di quanto sta accadendo oggi, le ha il governo Berlusconi…».

Perché lui e la sua maggioranza hanno portato il Paese ad una situazione drammatica. Mentre Berlusconi riceveva nelle dimore di Stato e private, ragazze compiacenti e prostitute accertate (almeno sei), mentre un gruppo ristretto di bavosetti se la spassava con giovani poco più che ventenni (e qualcuna anche minorenne) al ritmo del Bunga-Bunga, l’Italia andava allo sfascio. E lui rideva, rideva, rideva e continuava ad arricchirisi, facendo ancora “vendite” da pescivendolo (con tutto il rispetto per la categoria), prendendo in giro gli Italiani, comprando i sostenitori in Parlamento a colpi di sottosegretariato e altre prebende, sporcanco le Istituzioni con i suoi comportamenti nemmeno da basso Impero, devastando l’immagine nazionale all’estero…Questa, fino a un mese fa, è stata l’Italia di Berlusconi.

E adesso c’è qualcuno costretto a fare il lavoro sporco. Perché la riforma delle pensioni – doverosa in ogni caso, anche se perfettibile – andava realizzata da anni. E avrebbe dovuto farla il maialino che pensava invece alle sue maialate; il ritorno dell’Ici è conseguenza del fatto che lo stesso maialino l’aveva eleminata, aprendo un “buco” colossale, e perché incapace di mantenere le promesse anti-tasse (ripetute in tutte le tornate elettorali e mai mantenute e metà degli italiani gli hanno creduto grazie alla propaganda dell’informazione televisiva: bocconi, bocconi, bocconi).

Oggi paghiamo un duro prezzo. Ma per colpa di Berlusconi, di quel poveretto di Bossi (che nemmeno scandalizza più con il dito medio alzato: fa solo pena) e del gruppo di potere che ha sostenuto il peggior governo della storia d’Italia.

Si attacchi Monti, si facciano scioperi, si chiedano miglioramenti al decreto e misure più eque. Ma, per favore, attenti alla memoria corta. Che, l’abbiamo visto altre volte in passato, è sempre in agguato.

http://pepe.blogautore.repubblica.it/?ref=HREA-1

Dic 5, 2011 - Senza categoria    1 Comment

Il medico salva, non uccide (Marco Travaglio)

Io non voglio parlare di Lucio Magri, che non ho conosciuto e non mi sognerei mai di giudicare: non so come mi comporterei se cadessi nella cupa depressione in cui l’avevano precipitato la vecchiaia, il fallimento politico e la morte della moglie. So soltanto che non organizzerei una festicciola fra i miei amici a casa mia, con tanto di domestica sudamericana che prepara il rinfresco per addolcire l’attesa della telefonata dalla clinica svizzera che annuncia la mia dipartita. Una scena che personalmente trovo più volgare e urtante di quella del pubblico che assiste alle esecuzioni nella camera della morte dei penitenziari. Ma qui mi fermo, perché vorrei spersonalizzare il gesto di Magri, quello che viene chiamato con orrenda ipocrisia “suicidio assistito” e invece va chiamato col suo vero nome: “Omicidio del consenziente”. Ne vorrei parlare perché è diventato un fatto pubblico e tutti ne discutono e ne scrivono. E molti tirano in ballo l’eutanasia, Monicelli o Eluana Englaro, che non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina: era fisicamente sano e integro, anche se depresso. Altri addirittura considerano il “suicidio assistito” un “diritto” da importare quanto prima in Italia per non costringere all’ “esilio” chi vuole farsi ammazzare da un medico perché non ha il coraggio di farlo da solo. Sulla vita e sulla morte, da credente, ho le mie convinzioni, ma me le tengo per me perché, da laico, non reputo giusto imporle per legge a chi ha una fede diversa o non ce l’ha. Dunque vorrei parlarne dai soli punti di vista che ci accomunano tutti: quello logico, quello giuridico, quello deontologico e quello pratico.

Dal punto di vista logico, non si scappa: chi sostiene il diritto al “suicidio assistito” afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé.

Dal punto di vista giuridico c’è una barriera insormontabile: l’articolo 575 del Codice penale, che punisce con la reclusione da 21 anni all’ergastolo “chiunque cagiona la morte di un uomo”. Sono previste attenuanti, ma non eccezioni: nessuno può sopprimere la vita di un altro, punto. Se lo fa volontariamente, commette omicidio volontario. Anche se la vittima era consenziente, o l’ha pregato di farlo, o addirittura l’ha pagato per farlo. Non è che sia “trattato da criminale”: “È” un criminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. Se si autorizza un medico a sopprimere la vita di un innocente, come si fa a non autorizzare il boia a giustiziare un folle serial killer che magari è già riuscito ad ammazzare pure qualche compagno di cella?

Dal punto di vista deontologico, altro muro invalicabile: il “giuramento di Ippocrate” che ogni medico, odontoiatra e persino veterinario deve prestare prima di iniziare la professione: “Giuro di… perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale , ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno…; di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione”. Non occorre aggiungere altro. Come si può chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente, cioè di ribaltare di 180 gradi il suo dovere professionale di salvarla sempre e comunque? Sarebbe molto meno grave se chi vuole suicidarsi, ma non se la sente di farlo da solo, assoldasse un killer professionista per farsi sparare a distanza quando meno se l’aspetta: almeno il killer, per mestiere, ammazza la gente; il medico, per mestiere, deve salvarla. Se ti aiuta ad ammazzarti è un boia, non un medico.

Dal punto di vista pratico, gli impedimenti alla legalizzazione del “suicidio assistito” sono infiniti. Che si fa? Si va dal medico e gli si chiede un’iniezione letale perché si è stanchi di vivere? O si prevede un elenco di patologie che lo consentono? E quali sarebbero queste patologie? Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”: ti impedisce di curarti e guarire, dunque di decidere consapevolmente, cioè liberamente, della tua vita. E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all’iniezione letale senza un’esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l’infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?

Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume, che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Voglio sperare che l’istinto naturale di tutti noi sia quello di salvarlo. Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della “libertà” di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?

Il Fatto quotidiano, 2.12.2011

Nov 29, 2011 - Senza categoria    No Comments

Sensazioni

navefolli.jpgNon sono scomparso, tranquillizzo i miei affezionati 25 lettori. Sono stato tranquillo in questi giorni, qui a Fortezza Bastiani il sole è ancora tiepido, il cielo è blu, tempo giusto per rimettersi a studiare e leggere. Ma soprattutto ho avuto spesso delle idee che non condivido e allora mi sono trattenuto dal battere tasti a caso o a (troppo) sentimento. Oggi, tornato dal funerale di Laila, una rocciosa ragazza partigiana, riprendo questo piccolo spazio per provare a condividere qualche sensazione ormai di fine anno.

Sensazione numero uno (o del senso del dopo). Un amico mi ha messo in guardia dall’usare il termine vecchio suino per il nostro EX-presidente del Consiglio. Forse per l’aggettivo vecchio? Qui in Emilia il suino è una animale nobile, anzi è “L’animale” (àl nimèl) per antonomasia. Quale insulto, dunque? No, è che il dopo-suino ci ha lasciati come svuotati, con un gusto amarognolo in bocca. Come la mattina dopo una nottata di bisboccia ci si alza intontiti, un po’ vergognosi di essersi ridotti in quello stato, vengono in mente scene della nottata che vorremmo evitare di ricordare, un mal di testa a suggello degli eccessi. Dopo anni di fango, volgarità, nani e troie non ci viene spontaneo librarci leggeri nel cieli futuri. Il fango si secca e resta appiccicato alle scarpe, ai vestiti, la volgarità è un peso che trascina in basso i pensieri. E’ stato facile sentirci grandi di fronte ai nani e puri in confronto alle troie. Adesso si tratta di altro, di rimettere in fila le priorità, di non pensare che tutto tornerà a posto, perchè l’ordine infranto si sana soltanto inventando un nuovo ordine, non rattoppando quello che è stato abbattuto, anche perchè i nani non sono cresciuti e le troie stanno solo cercando nuovi clienti.

Sensazione numero due (o della difficoltà del cambiamento). Il governo Monti era in carica da una settimana, non aveva fatto ancora nulla ed ho sentito il grido fatidico “sciopero!” Contro cosa? La Goldmansachs, la trilaterale, Pippoplutopaperino? Non importa. Sciopero. Per che cosa? Forse per giustificare l’esistenza in vita di chi lo proclama? Per solleticare l’ego di qualche leaderino? Piazze piene, urne vuote, as usual? Siamo nel XXI secolo e usiamo metodi e sistemi di due secoli prima. Compriamo l’i-Pad ma sembriamo personaggi di Pellizza di Volpedo. Lo sciopero? Il corteo? La manifestazione? Ma in 150 anni non siamo riusciti ad inventare null’altro per affermare i nostri diritti/doveri che non siano riti incartapecoriti e autolesionisti? Nelle piazze si gridava “La fantasia al potere”, finora l’abbiamo avuta nella versione oscena del berlusconismo, non riusciamo a pensare nulla di meglio? Perchè viviamo in un paese dove la paura dominante è quella di cambiare. Basta proporre la riforma dei moscerini e salta su l’Associazione dei parabrezza a dire che no, non si può, non si deve, il Sindacato dei vetrai che difende i diritti acquisiti, l’Ordine dei tergicristalli che grida all’attacco alla libertà di spazzola. A Reggio ri riorganizza la struttura scolastica e il Sindacato scende in campo a difendere i privilegi, le nicchie consolidate, le scuole di “eccellenza”. Soluzione? Fermi tutti per un anno. Poi si vedrà. Intanto ne parleremo. Stop alla vita. Entriamo tutti nella moviola e auguri.

Sensazione numero tre (o del rischio di scherzare con il fuoco). Siamo in crisi, siamo alla frutta, lo spread, il default etc.. Bene. No, anzi, mah. Leggo sulla stampa la sapida economista aperta per turno: l’Italia è fallita, torniamo alla lira. Non mi ero accorto che l’uso di sostanze dopanti fosse così diffuso. Ma ci rendiamo conto di cosa stiamo dicendo. Non siamo leghisti da Bar Sport. Tornare alla lira? E poi? Ah, ah, faremo come l’Argentina. Che bello, signora mia, quest’anno le gonne vanno corte, lei che fa? Mette l’euro o la lira? Il doblone o il sesterzio? E simili demenze non sparate dal miliardario all’estero che, tanto, a lui euro, lira o tallero cambia solo la letterina puntata prima della cifra. No, boiate cosmiche sparate dalla “sinistra” che davvero sinistra è, agghiacciante quasi. L’irresponsabilità che abbiamo vissuto/subito per 14 anni e che qualche bello spirito ha battezzato “leggerezza” ci ha fatto davvero perdere il senso delle cose. Quos vult perdere Deus dementat. Dio toglie il senno a chi vuole mandare in rovina, così mentre il Titanic farà gluglu canteremo allegri e saremo felici “finalmente tanti cubetti di ghiaccio per i nostri coktails!!”