Dopo il Tricolore

450px-Tricolore_italiano_spiegato_su_cielo_azzurro_33-2.jpgPost visita Monti a Reggio. Ho aspettato a scrivere, ho preso il sole della montagna sulle mie pietre a Fortezza Bastiani, ho bevuto un buon rosso, ho letto qualcosa, ho scritto (altro). Sabato mattina ho girato per Reggio, ero in piazza all’alzabandiera, ho cantato l’inno, mi sono tolto il capello davanti alle bandiere che salivano sui pennoni. Ho visto-merito forse del cerimoniale-un palco delle autorità più sobrio e meno intasato di tartufi e tartufoni. Poi sono andato in giro nelle piazze. Ho sentito persone parlare, apprezzare, non apprezzare, normale, logico. Ho visto 40 leghisti, ridicoli e penosi come solo loro sanno essere, contestare chi sta cercando di salvare il paese dalla bufera dove loro e il vecchio maiale ci hanno condotti. Ho visto 10 fascisti, in nero, capelli rasati, inneggiare all’Ungheria (sì, non quella del ’56, quella di oggi…), ho visto una cinquantina di militanti dell’estrema sinistra agitare le bandiere rosse, lanciando slogan che mi hanno fatto tornare giovane, stile cortei 1971-72. Ci mancava solo “Nixon boia” e “Giù le mani dal Vietnam”.

Non sono mai stato comunista, sono un vecchio azionista, antifascista e antitotalitario, ma riconosco il ruolo dei comunisti nella costruzione della nostra democrazia, un ruolo decisivo. Paradossale forse, visto che altrove il loro stato-guida della stessa democrazia fece carta straccia e peggio. Ma sono le strane acrobazie della storia. L’Europa è stata salvata dal nazifascismo anche grazie al contributo di un’altra dittatura. Per fortuna l’Italia ha avuto i comunisti senza avere il comunismo. Ci ha salvato la geografia o la buona sorte.

Però quelle bandiere, con quegli slogan, mi hanno fatto tristezza, vedere così ridotta un’idea nobile, ormai fuori dal Parlamento e dalla sensibilità generale. La gente passava li ascoltava, scuoteva la testa e se ne andava (Reggio Emilia non Catania). Marginali, attaccati a parole invecchiate, convinte ancora dei grandi complotti del capitale delle multinazionali. Fosse così facile! Ci fosse davvero la spectre-Goldman Sachs e compagnia bella! Sono ancora al FODRIA (Forze Oscure Della Reazione In Agguato) come si diceva negli anni ’50. Marginali per i complotti o perchè non hanno azzeccato una scelta politica da vent’anni a  oggi?

E poi mi sono sorpreso a trovare una logica in quella piazza dove a sinistra suonava uno strillo e a destra rispondeva un rutto. C’erano lì alcuni dei protagonisti della nostra crisi attuale, quelli recenti: i leghisti e i fascisti(che hanno collaborato a ogni atto del berlusconismo) e quelli antichi (quelli dell’estrema sinistra che fecero saltare per pura ideologia il primo-e migliore-governo del centro sinistra nel 1998). Erano lì, in tutto un centinaio di persone, a gridare la loro rabbia a chi sta cercando di fare qualcosa per tirarci fuori dal guano.

C’erano tanti amici in piazza e sono stato colpito da un colloquio fra un amico e una parente. Lei aveva appena finito di lanciare moccoli contro la retata di Cortina (“così rovinano l’economia e il turismo”), l’altro contro Monti che “se la prende con la povera gente”. In pochi istanti si sono trovati d’accordo, un compromesso storico sorprendente. Temo per lasciare tutto come resta.

Tutto sta cambiando o è già cambiato e non ce ne vogliamo accorgere. Abbiamo scambiato per stelle fisse quelle che sono parte dell’universo, mobili e mutevoli. Non abbiamo capito che l’unico modo per difendere i diritti è quello di lavorarci su, aggiornarli, pensarne di nuovi, renderci conto della realtà. In guerra, come in una partita, giocare in difesa significa essere perdenti. Il nemico/avversario ha i suoi piani di attacco e noi? Una bella trincea sempre più vuota dove tenere alta la nostra bandierina sempre più lacera e sbiadita.

Due esempi personali: non sono entrato nell’Università  certamente perché non sono abbastanza bravo (nonostante abbia un curriculum non indifferente) ma soprattutto perché il mio professore dell’epoca non era un barone, non aveva peso per proporre i “suoi”. Bologna, Emilia rossa, anni ottanta. Niente di male, me ne sono fatto una ragione. Roba passata. Poi però quando qualcuno ha tentato riforme, ecco la sollevazione. Fino alla ridicola EnteroGelmina. A quel punto “allarmi, compagni!”. Tutti in piazza? A far cosa? A prendere aria fresca o difendere privilegi?

Articolo 18 e difesa dei “diritti”. Nel corso della mia attività lavorativa (fatta di precariato, assunzioni, precariato, assunzioni) chi mi ha mai tutelato? L’articolo 18? Attualmente sono assunto. Grazie. Bene. Ma se domani i finanziamenti venissero a mancare io sarei licenziato senza se e senza ma. Allora difendiamo l’articolo 18 come Fort Alamo o ci mettiamo a pensare come difendere tutti lavoratori, fissi, precari, mobili, pieghevoli e quant’altro? Difenderli nei loro diritti ma affermando anche i loro doveri. Qualcuno ricorda ancora la teoria del “salario come variabile indipendente” o “a salario di merda lavoro di merda”?

I diritti sono un po’ come l’amore: se dai per scontato, se non ci ripensi tutti i giorni, prima o poi trovi a letto tua moglie/marito con qualcun altro. Ci lamentiamo perché stanno smantellando il welfare (anche su questo vorrei poi capire dove finisce il welfare e inizia il privilegio..) ma abbiamo un’idea realistica di un nuovo welfare che non sia “lo Stato deve pagare”?

Pensiamo ancora che le liberalizzazioni siano un danno? Abbiamo qualche rimpianto per la pianificazione di Stato o per la Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

Mi sono giocato i miei lettori di sinistra, ma siamo certi che fossero di sinistra quelli che stavano sotto le bandiere rosse? Sono di sinistra quelli che vogliono che tutto resti com’è? Molti paesi europei, con diverse culture politiche e diversa etica, queste cose le hanno capite da decenni. Noi ci arriviamo adesso per contrarietà, ma anche in questo caso non dobbiamo buttare via il bimbo con l’acqua sporca. L’intervento di Monti è stato duro ma, mi sembra/spero, che la gente abbia capito, è finito un periodo dove tutti abbiamo avuto (in misura diversa) la nostra fetta di torta mangiata senza passare dalla cassa. Magari è il momento di riflettere sul nostro appetito, pensare che abbiamo smangiucchiato anche la fetta dei nostri figli e iniziare un po’ di dieta. Non so se Monti ce la farà, spero di sì, sento già tassisti, farmacisti, notai, tubisti, gelatai pronti alla lotta, ma certamente se dovesse fallire quelli che la pagheranno di più, e a carissimo prezzo, saranno proprio quelli che gli antiMontiani dicono di volere difendere.

Per ora mi accontento di avere un governo rispettabile, un premier preparato che sa di cosa parla e che anche in Europa ascoltano e rispettano. Sembrava fantascienza due mesi fa, non dimentichiamolo.

Buon 2012.

 

 

Super Mario!!

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4 Gennaio 2012

Il Presidente del Consiglio ha appreso da fonti di stampa che il Senatore Roberto Calderoli avrebbe presentato in data odierna un’interrogazione a risposta scritta con la quale chiede di dar conto delle modalità di svolgimento della cena del 31 dicembre 2011 del medesimo Presidente del Consiglio.

Il Presidente Monti precisa che non c’è stato alcun tipo di festeggiamento presso Palazzo Chigi, ma si è tenuta presso l’appartamento, residenza di servizio del Presidente del Consiglio, una semplice cena di natura privata, dalle ore 20.00 del 31 dicembre 2011 alle ore 00.15 del 1° gennaio 2012, alla quale hanno partecipato: Mario Monti e la moglie, a titolo di residenti pro tempore nell’appartamento suddetto, nonché quali invitati la figlia e il figlio, con i rispettivi coniugi, una sorella della signora Monti con il coniuge, quattro bambini, nipoti dei coniugi Monti, di età compresa tra un anno e mezzo e i sei anni.

Tutti gli invitati alla cena, che hanno trascorso a Roma il periodo dal 27 dicembre al 2 gennaio, risiedevano all’Hotel Nazionale, ovviamente a loro spese.

Gli oneri della serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti, che, come l’interrogante ricorderà, ha rinunciato alle remunerazioni previste per le posizioni di Presidente del Consiglio e di Ministro dell’economia e delle finanze.

Gli acquisti sono stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).

La cena è stata preparata e servita in tavola dalla signora Monti. Non vi è perciò stato alcun onere diretto o indiretto per spese di personale.

Il Presidente Monti non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’Amministrazione di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente.

Nel dare risposta al Senatore Calderoli, il Presidente Monti esprime la propria gratitudine per la richiesta di chiarimenti, poiché anche a suo parere sarebbe “inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare una festa utilizzando strutture e personale pubblici”. Come risulta dalle circostanze di fatto sopra indicate, non si è trattato di “una festa” organizzata “utilizzando strutture e personale pubblici”.

D’altronde il Presidente Monti evita accuratamente di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni, quali gli incontri con rappresentanti istituzionali o con membri di governo stranieri. Pertanto, il Presidente, per raggiungere il proprio domicilio a Milano, utilizza il treno, a meno che non siano previsti la partenza o l’arrivo a Milano da un viaggio ufficiale.

 

http://www.governo.it/Presidente/Comunicati/dettaglio.asp?d=66033&pg=1%2C2121%2C3027&pg_c=1

 

Due dubbi:

1. Ma chi puffo è sto’ Calderoli? Quel demente che si era sposato con il rito celtico?

2. Una cena senza Apicella? Senza un paio di ragazze di gamba svelta? Con nipotini/ne vere? Nahhhh..! Invito Supermario a non eccedere in correttezza e rigore: non ci siamo abituati….

Tagli alle spese militari: iniziamo con gli F-35 da 15 miliardi di euro (U.DeGiovannangeli)

 

cover-f-35_in_the_clouds_1920x10802.jpgNon è solo questione di risparmiare in una situazione di crisi. La sfida è un`altra e ben più ambiziosa: tagliare per rendere più efficiente, funzionale, produttivo il nostro sistema di Difesa. Ridurre le spese militari non significa sottrarsi ad impegni assunti dall`Italia in organismi sovranazionali, dall`Onu alla Nato, ma orientare gli investimenti, razionalizzandoli, operando di «forbice» e non di «mannaia». A partire dalla vicenda al centro da giorni di un acceso dibattito politico: l’acquisto da parte del nostro Paese di 131 caccia bombardieri F35. L’Italia dovrebbe iniziare ad acquistare i primi quattro aerei quest’anno. Gli altri, entro il 2023. La spesa totale aggiornata è di almeno 15 miliardi di euro considerando che per i progetti aeronautici, i costi maggiori si hanno proprio per il mantenimento e la gestione dei mezzi aerei. I velivoli dovranno essere consegnati due anni dopo la firma del contratto d’acquisto. In termini monetari, ciò si traduce in un costo annuo medio per l’Italia di 1.250 milioni. Dal 2012 al 2023, infatti, la spesa va dai 460 ai 1.495 milioni di euro all’anno. Una spesa eccessiva, un investimento da rimodulare e non solo perché siamo in una situazione di crisi. Ridurre, non azzerare. Senza che questo comporti una «diminutio» italiana nel sistema politico-militare internazionale e senza che una sospensione comporti una penale.

Parlamentari e analisti ascoltati da l’Unità concordano sul fatto che 131 caccia non servono e che è ragionevole una riduzione degli acquisti a 40-50. Ciò porta con sé la necessità di aprire un tavolo con i nostri partner internazionali e riflettere, in quell’ambito, se quel programma ha davvero un futuro e, se sì, quale. Nessun obbligo, dunque, tanto più che anche Stati Uniti e Gran Bretagna stanno procedendo al rallentamento del programma F35, con riduzione di ordini e ripensamenti graduali. Un ripensamento strategico che non riguarda solo Washington e Londra. Norvegia, Canada, Australia e Turchia hanno di recente messo in discussione la loro partecipazione al programma, in qualche caso arrivando a una vera e propria sospensione, mentre in Olanda la Corte dei conti ha aperto un dossier sull’argomento.

 

Ma il dossier che l’Italia dovrebbe aprire al più presto è più ampio e ambizioso, investendo il complesso delle nostre spese militari con una visione strategica e non ragionieristica. Una necessità che non sembra sfuggire al ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola: «Oggi lo strumento militare, così come è strutturato, non è più sostenibile. Questa è la realtà. E la realtà, oggi, impone una revisione dello strumento per conservare ciò che più conta, la sua operatività e la sua efficacia..»: così Di Paola nel tradizionale messaggio di fine anno rivolto al personale, civile e militare, della Difesa. Revisione dello strumento militare significa, ad esempio, riflettere sulla dimensione dei nostri investimenti in armamenti. Non ci sono solo gli F35, ma l’ultima trance del programma per i caccia Eurofighter (5 miliardi); l’acquisto di 8 aerei senza pilota (1,3 miliardi); l’acquisto di 100 nuovi elicotteri NH-90 (4 miliardi); l’acquisto di 10 fregate Fremm (5 miliardi); 2 sommergibili militari (1 miliardo); il programma per i sistemi digitali dell`Esercito che costerà alla fine oltre 12 miliardi di euro. Un ripensamento che deve riguardare anche la dimensione quantitativa delle nostre Forze Armate.

Questi i dati: le Forze Armate italiane contano complessivamente 178.600 unità (Esercito 104.000; Marina 32.300; Aeronautica 42.300). La Gran Bretagna conta, complessivamente, 177.00 unità in divisa; la Germania 152.000; la Spagna, 135.000; l`Olanda 44.700; il Canada, 41.800.

Molti analisti, non certo tacciabili di veteropacifismo, considerano l’organico delle nostre Forze Armate eccessivo, non giustificabile dal nostro impegno in missioni all’estero né funzionale ad una visione più dinamica, e integrata, di un moderno ed efficiente sistema di difesa. La riduzione ipotizzabile è di 30-40mila unità. Ma l’anomalia italiana, in questo campo, investe un dato che non ha eguali tra i Paesi europei a noi dimensionabili, e anche oltre: il rapporto tra stipendi del personale e bilancio complessivo della Difesa. Il bilancio 2011 della Difesa prevede 14 miliardi di euro.

Anche considerando i fondi per le missioni si arriva a 15,5 miliardi di euro. E di questo totale ben 9,5 miliardi sono destinati al personale: oltre i due terzi del bilancio. La spesa per il personale invece di diminuire è aumentata di quasi l’1%: un incremento che non risponde di certo a criteri di «buona amministrazione».

Quanto alla «dieta» declamata dal Governo Berlusconi-Tremonti-La Russa, rimarca generale Leonardo Tricarico (ex capo di stato maggiore dell`Aeronautica e socio della Fondazione Icsa), i tagli non hanno abolito gli sprechi ma hanno inciso «sugli stanziamenti per l’esercizio, ossia addestramento, manutenzione e infrastrutture»: insomma, un disastro. Riflette in proposito Andrea Nativi, curatore del Rapporto Difesa 2011 della Fondazione Icsa: «La situazione della Difesa italiana è sempre più precaria perché si continua a rimandare quell’intervento complessivo di razionalizzazione che tutti i partner stanno realizzando o hanno già realizzato…». L’Italia ha perso tempo prezioso. E il costo del «non decidere», rileva sempre Nativi, «è elevato perché si continuano a sprecare soldi mantenendo una struttura inadeguata e perché i partner si stanno muovendo».

Rischiamo di rimanere gli unici a non aver dato mano alla ristrutturazione delle Forze Armate. Un ben triste primato. Triste e costoso.

 

Unità, 4.1.2012

http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/18YM/18YM2B.pdf

Stanze di silenzio (Gabriella Caramore)

Non molto tempo fa ho ricevuto in trasmissione (Uomini e Profeti, Radio 3) la lettera di una docente di Psicologia dei Processi Sociali all’Università di Milano-Bicocca, Chiara Volpato, autrice, tra l’altro, di un intelligente – e angoscioso – volume sui processi di legittimazione della violenza nella storia, che passano attraverso procedure di deumanizzazione di persone o gruppi sociali (Deumanizzazione, Laterza 2011). La professoressa Volpato ha raccontato di una sua studentessa turca, di religione musulmana, che si è rivolta a lei perché l’aiutasse a trovare un posto dove poter pregare, ogni giorno per pochi minuti, dato che sta nel campus dalla mattina alla sera. La professoressa si è messa in moto, interpellando varie autorità all’interno dell’Università, ma una soluzione non si è trovata, se non quella – certamente poco pratica e un po’ bizzarra – di cedere di tanto in tanto il suo studio per consentire alla studentessa di pregare.
Casi analoghi sono stati segnalati a Torino, e immagino che la situazione di Roma e di altre città italiane non sia tanto diversa. Tenuto conto, che verosimilmente, non saranno molti gli studenti desiderosi di uno spazio in cui pregare durante le ore di studio, anche perché quasi sempre nelle sedi universitarie gli studenti cattolici posso usufruire di un luogo di culto vero e proprio, mi chiedo se sarebbe così difficile trovare in una università una stanza bella, accogliente, ariosa, priva di simboli identificativi, in cui qualcuno possa esprimere in libertà e tranquillità quei gesti di culto che la sua tradizione gli chiede, e qualcun altro magari raccogliersi per un momento di silenzio, di meditazione, di colloquio con se stesso. Forse, all’uscita da quella stanza, studenti e studentesse di culture e fedi diverse si potrebbero anche incontrare e scambiare qualche parola tra loro.
 
L’idea di una “stanza del silenzio”, si sa, non è nuova. Il primo – a quanto ne so – a mettere in pratica la semplice intuizione di un luogo di meditazione e di preghiera aperto a qualunque culto, o anche a nessun culto, fu il segretario delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjöld, che il 17 settembre del 1961 morì in un incidente aereo, le cui cause non furono mai del tutto chiarite, mentre era impegnato ad affrontare la tragedia di una guerra rovinosa nel Congo. Era il 1957 quando fu aperta al pubblico, nella Hall dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e dunque nel cuore pulsante ma anche fragile dell’intricata politica dei paesi di tutto il mondo, una “stanza” di meditazione e di preghiera. Hammarskjöld ne aveva seguito da vicino il progetto. Aveva un’idea precisa: doveva essere un luogo spoglio, dalle linee essenziali. Un raggio di luce, attraversando lo spazio, si sarebbe posato su una pietra solida, rocciosa, proveniente dal suo paese, la Svezia. Il raggio avrebbe ricordato “come la luce della spirito dà vita alla materia”, e quel blocco consistente di materiale ferroso, emblema di stabilità nel continuo mutamento delle cose, richiamando la “resistenza” e la “fede” che fanno da base a ogni sforzo umano, avrebbe evocato un “altare, vuoto non perché non vi è un Dio, non perché è un altare a un Dio ignoto, ma perché è dedicato al Dio che l’uomo adora sotto molti nomi e in molte forme”. “Ciascuno di noi ha dentro di sé un centro di quiete avvolto dal silenzio . Questo palazzo, dedicato al lavoro e alla discussione al servizio della pace, doveva avere una stanza dedicata al silenzio, in senso esteriore, e alla quiete, in senso interiore. L’obiettivo è stato di creare in questa piccola stanza un luogo le cui porte possano essere aperte agli spazi infiniti del pensiero e della preghiera”. Così aveva lasciato scritto in un semplice dépliant, all’ingresso di questa singolare “stanza di quiete”, quell’uomo politico davvero singolare Dag Hammarskjöld. Traeva le sue certezze dall’ambito del dovere, le sue inquietudini da quello dello Spirito. Si mescolavano nel suo sangue tradizioni consolidate e certamente diverse: da un lato quella militare e politica del padre, secondo la quale “nessuna vita dava più soddisfazione di una vita di servizio disinteressato al proprio paese e all’umanità”; dall’altro la tradizione religiosa luterana della madre: “dalla mia ascendenza materna ho ereditato la convinzione che, nel vero senso dell’evangelo, tutti gli uomini sono uguali in quanto figli di Dio e devono essere accostati e trattati da noi come i nostri signori in Dio”.
 
Qua e là l’idea di Dag Hammarskjöld è stata ripresa. Anche nel nostro paese. In alcuni luoghi si sono inaugurati pomposamente questi centri del silenzio, in altri quasi nascostamente, magari all’ombra di piccole e generose parrocchie. Ma perché non farne una consuetudine diffusa sul territorio?
Penso a Roma, alla sua religiosità incombente e distratta allo stesso tempo. E a come sarebbe bello e salutare per lo spirito di questa città far sorgere in ogni quartiere, almeno, ma certo l’ideale sarebbe pensare a una mappa più fitta, delle “stanze del silenzio”, dove chi passa possa sostare un momento, in preghiera, ma anche “in pensieri”, dove la propria preghiera e il proprio pensiero potrebbero incontrare, al fondo del proprio percorso, silenziosamente, le preghiere ei i pensieri di altri.
Irrealizzabile? Perché? Quasi ovunque ormai si vedono negozi chiusi, saracinesche abbassate. Possibile che un piccolo sforzo di una circoscrizione, di una parrocchia, di un grande e ricco magazzino non potrebbe riuscire ad alzarne una? La gestione? Con una sovvenzione minima – ma davvero minima – gli abitanti del quartiere o della zona potrebbero darsi il turno per una pulizia, per una discreta sorveglianza, per una iniziativa. Chissà se, in questo modo, coloro che si sentono respinti dal gelo e dalla distanza che si respira ormai in certe chiese non potrebbero ridare fiato a una loro sopita spiritualità.
E mi piace pensare che in questo modo proprio Roma, la “capitale” del cattolicesimo, potrebbe così rianimare la sua vocazione “cattolica” – cioè universale – dando accoglienza agli “spazi infiniti” di ogni preghiera e di ogni pensiero.

http://www.doppiozero.com/materiali/che-fare/stanze-di-silenzio

Ricordo che un simile spazio esiste all’interno del Reichstag a Berlino.

Grazie!

FortezzaBastiani.JPGFine/inizio anno tempo di bilanci eccetera. Un bilancio però mi sembra giusto farlo e comunicarlo qui, nel luogo più opportuno. Fortezza Bastiani.

Nel trascorso 2011 questo “luogo di storia, storie e altre vicende” è stato visitato 50.867 volte da una media di 4238 visitatori/mese. Sono state viste (speriamo anche lette) 120.425 pagine.

Perbacco. Grazie a tutti!

Orgoglio personale e vanità a parte, due considerazioni, una pessimistica, l’altra meno.

Quella pessimistica: lo stato culturale e sociale nazionale ed europeo è davvero in crisi se tante persone, nel corso del giorno finiscono a leggere le fanfaluche che un vecchio tasso come lo scrivente propone. E tanto più preoccupante il fatto che ci tornino con impegno degno di miglior causa.

Quella meno (pessimistica): ci sono tante persone che hanno voglia di leggere, magari sorridere, anche incaxarsi ma continuando ad utilizzare la materia grigia che il buon Dio ci ha fornito. Non è poco.

Ringrazio tutti dall’alto degli spalti di Fortezza Bastiani (in presenza o in spirito), non ho promesse o buoni propositi, vedremo, giorno per giorno, cosa ci porterà la vita che, ricordo, è quella malattia che ci porta inevitabilmente alla morte.

E poi-e chi mi conosce bene lo sa-: “Se son d’umore nero allora scrivo, frugando dentro alle nostre miserie, di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo“.

“L’anno moriva (assai) dolcemente” (brontolii di un vecchio bastian contrario)

“L’anno moriva assai dolcemente”, inizia così Il Piacere di Gabriele D’Annunzio e così finisce questo 2011. Ho qualche dubbio su quel “assai” ma la fine è dolce, quasi dolciastra. I giorni fra Natale e Capodanno sono sempre particolari, giorni sospesi, indefiniti. Dagli spalti di Fortezza Bastiani vedo ormai svanire i flussi delle carovane dei grandi compratori, tutti soddisfatti della mutanda rossa per stanotte, del Moscato da mangiare col panettone (scelta atroce, ma tant’è..). Signora mia, che dire, non ci sono più i veglioni di una volta…A dire il vero, forse, anche la volta di una volta non è più quella volta di allora. Tutto cambia perchè tutto, si spera, resti come sempre. Cambiare è come ballare con le scarpe strette: fa male, ognuno annidato nella sua cuccia calda, ci ripetiamo la storica battuta di Igor al dott. Frankenstein: “Capo, potrebbe essere pericoloso…vada avanti lei!”. Tutto ci spaventa, il minimo stormire di fronda può essere l’avviso dell tifone in un paese dove tutto è fermo, bloccato. Una specie di enorme puzzle sociale dove ogni tesserina sostiene quella vicina, ferme, inchiodate a descrivere un quadro ormai cadente e ammuffito.

In quale paese per scrivere sui giornali un poveretto deve dare un’esame di stato? Bielorussia, Corea del Nord? No, Italia, of course. In compenso ognuno di noi sborsa qualche euro l’anno per mentenere in vita giornali che nessuno legge. E’ la democrazia. Sarà. A me sembra solo assistenzalismo sovietico. Tanto più quando la carta stampata è finita, morta. Vogliamo diventare un paese “normale” e non riusciamo a tenere puliti i cessi degli autogrill. Aprono nuovi distributori di benzina lowcost e subito i benzinai protestano: la “mia” benzina è migliore, per questo costa di più. Roba che non ci credevamo nemmeno ai tempi della “Supercortemaggiore, la potente benzina italiana”, inventata da quel geniaccio di Mattei, buonanima. Mi piacerebbe vivere in un paese dove ognuno può fare il lavoro che vuole (se ne è capace) senza mostrare un certificato di nascita o un albero genealogico.

Non riusciamo a liberalizzare i taxi e vogliamo abbassare lo spread? Per decenni siamo (sono) andati in pensione a 55 anni (o anche meno), belli freschi, pimpanti, pronti a dedicarsi ai proprio hobby e viaggi, prendendo mensili che qualcun’altro dovrà pagare. Abbiamo onorevoli che (glielo auguriamo) camperanno ancora trent’anni a 6000 euro di pensione al mese. Euro nostri. Sono soddisfazioni…

Continuiamo a considerare l’insegnamento una specie di ufficio assistenza dove infilare chi non trova altro da fare nella vita, trascurando che la scuola è il primo giacimento culturale, il miglior investimento sul futuro. Non è obbligatorio insegnare, dovrebbero essere i migliori a farlo e invece (Dio mio! I diritti acquisiti, le graduatorie i 24 sindacati!) perpetuiamo il vecchio patto scellerato della DC di allora con la classe docente “tu fai poco, io non ti chiedo niente, ma ricordati nelle urne..”. E poi piangiamo perchè abbiamo avuto la Gelmini? In fondo era la cura omeopatica ad un paziente ormai defunto.

Ci siamo liberati (per ora) della gentaglia forzista-fascista-leghista e già abbiamo scordato tutto e vogliamo questo e quello, “sarà tre volte Natale e Pasqua tutto l’anno” e c’incaxiamo perchè ci dicono che “no”, non si potrà. Anzichè cominciare di nuovo, come i nostri genitori, a risparmiare, spendere meno, cambiare stile di vita, non per contrarietà ma per convinzione. Ricostruire una morale pubblica non è facile. E’ difficile pensare ai “lavoratori” quando si fanno le vacanze a New York. I tempi stanno cambiando, toglietevi dalla vecchia strada se non potete dare una mano o sarete spazzati via. Lo cantava Bob Dylan quasi cinquanta anni fa ma è più comodo applicare il vecchio adagio mafioso “china la testa che passa la piena”, ognuno nel suo nido a godere a spese degli altri.

Perchè in questa Italia che forse si salverà non ci sono vergini e santi. Tutti abbiamo visto quello che succedeva e siamo stati zitti. Come per il fascismo: abbiamo usato la Resistenza come alibi, per chiudere i conti ancora prima di farli. Ci siamo inventati le cartoline precetto che riempivano le piazze. Le piazze erano piene perchè gli italiani ci credevano e i pochi (pochissimi) che avevano capito o erano in galera o se stavano chiusi in casa a farsi i propri, modesti, rispettabili, affari. Noi italiani adoriamo i mascalzoni, i ladri, i puttanieri perchè ci rispecchiano. Benito, Bettino, Giulio, Silvio sono i nostri zietti, debosciati ma simpatici. I galantuomini, i pochi, dopo poco ci rompono gli zebedei, i Parri, Einaudi, De Gasperi, Ciampi, Monti sono il nostro scandalo. Ci dimostrano che si può, si potrebbe, si dovrebbe. Ma. Ma costa fatica, impegno, rigore, onestà. Che palle! Volete mettere la broda calda del trògolo? Il rutto da bar? La carrambata televisiva, la tetta catodica? Studiare, lavorare, dire no. Meglio il grido “sciopero-lotta” lanciato come un riflesso condizionato. Troppo faticoso e, come, ricordava Gadda, la eterna “porca rogna italiana del denigramento di se stessi”, gia avviata, a destra come a sinistra contro questo governo così poco rappresentativo dell’italica speme. Professori, tecnici, nessuna ragazza di gamba svelta, nessun demente della ValSeriana. Gente che sa di quel che parla, almeno. No, non è democrazia.

E poi una cosa mi angoscia e terrorizza: L’Aureliano Buendia di Gallipoli tace, oddio! Che cosa starà facendo? Quale diabolica strategia starà architettendo per perdere l’ennesima volta?

L’anno muore dolcemente, come sempre del resto. Bocca se n’è andato e Sallusti è ancora in giro. Jobs ci ha lasciato e Bill Gates no. Solo all’ultimo il padreterno s’è ricordato che don Verzè aveva 91 anni e che magari…

L’anno muore dolcemente, arriva il 2012 e per dirla con il poeta: “Ho ancora la forza…”

http://www.youtube.com/watch?v=wN0r5XBy6HY

Good night and good luck!


Il muro del debito (Alberto Bisin)

Dati dell’Osservatorio nazionale federconsumatori riportano una caduta delle spese natalizie dell`ordine del dieci per cento rispetto alle previsioni. Si dirà che questi sono gli effetti della manovra di fine anno. Vero.

Ma questo non significa che esistesse un’altra manovra possibile per scongiurare effetti recessivi. Per varie ragioni, da questa estate gli investitori sui mercati dei titoli internazionali ci stanno costringendo ad un rientro dal debito molto più rapido del previsto. Molto più rapido rispetto a quello implicito nei piani di imposizione fiscale e spesa pubblica contenuti nella finanziaria.

Questa accelerazione del rientro richiede maggiori tasse e/o minore spesa a breve e a medio termine. Richiede cioè una riduzione della ricchezza attesa dei contribuenti, a cui essi reagiscono, come da manuale, con una riduzione dei consumi.

Una naturale interpretazione dei fatti è la seguente: le famiglie italiane hanno consumato (o meglio, hanno permesso che il settore pubblico consumasse) per anni più di quanto esse non potessero permettersi, indebitandosi; al momento di ripagare i debiti, quindi, sono costrette a ridurre i consumi e a risparmiare.

Per rientrare dal debito, quindi, una recessione sarebbe allo stato delle cose, inevitabile. La manovra di fine anno, anche se fosse stata meglio congegnata, composta cioè più da tagli di spesa e meno dan uove imposte, non avrebbe potuto compiere miracoli: da anni di spesa eccessiva si esce con minore spesa.

Fortuna che la spesa pubblica è per molto tempo stata compensata da un solido risparmio privato, altrimenti la necessaria correzione nei consumi sarebbe stata anche più elevata.

Ma è questa l’interpretazione dei fatti corretta? Hanno davvero vissuto sopra ai propri mezzi le famiglie italiane, godendo di una poco responsabile spesa pubblica? Non vi è dubbio che la rapida e irresponsabile accumulazione del debito, da Bettino Craxi alla Seconda Repubblica, abbia finanziato spesa pubblica, non solo nella “Milano da bere”. E non vi è alcun dubbio che, dopo l’entrata nell`euro, allorché i mercati hanno concesso alla finanza pubblica tassi estremamente convenienti, il Paese abbia perso una grande occasione per compiere una buona parte del rientro dal debito.

In questo periodo, la situazione economica del paese non era affatto favorevole, certo non tale da giustificare crescenti livelli di spesa pubblica. La produttività totale dei fattori, la misura dello stato generale dei fondamentali economici di un paese preferita dagli economisti, è scesa in Italia dal 1995 al 2008 in media del 0,22% l’anno, mentre è cresciuta in Germania e Francia dello 0,5% l’anno, e ancor più negli Stati Uniti. In queste condizioni, anche quella minima crescita del Pil di cui l’Italia ha goduto in questo periodo è stata in parte drogata dalla spesa pubblica a debito.

In queste condizioni, quindi, il rientro dal debito non può che avvenire attraverso una riduzione dei consumi. Ma (queste condizioni non sono affatto immutabili.

Nel medio periodo la capacità di un paese di crescere, e quindi di ripagare il debito senza contrarre drasticamente i consumi, dipende essenzialmente proprio dalla crescita della produttività totale dei fattori, cioè dalla capacità del sistema economico di produrre reddito, per dato impiego dei fattori (per dati capitale e lavoro).

Nel breve periodo invece si può crescere anche aumentando l`utilizzo dei fattori, cioè lavorando di più e investendo maggiore capitale. Ottenere maggiore lavoro e investimenti oggi in Italia è possibile solo attraverso una sostanziale riduzione delle tasse su persone fisiche e imprese.

Anche il lento ma progressivo aumento dell`occupazione femminile richiede interventi in questa direzione. Naturalmente, data la situazione dei conti pubblici, alla riduzione del carico fiscale non possono che far da contraltare estesi tagli della spesa pubblica, che però devono incidere su quella parte della spesa pubblica che risulti particolarmente inefficiente, così da lasciare spazi di crescita del pro dotto interno.

Un ritorno alla crescita della produttività totale dei fattori richiede invece interventi in profondità sul mercato del lavoro, sul mercato dei capitali, sui servizi pubblici fondamentali (giustizia, istruzione, sanità, eccetera), su quelli privati, soprattutto le professioni, sulle infrastrutture.

Gli interventi sui mercati e sulle professioni devono andare nella direzione di liberare risorse garantendo maggiore competitività.

Mentre gli interventi sui servizi pubblici devono garantire incrementi di produttività (e devono farlo liberando risorse utilizzate con scarsa efficienza a causa del vincolo di bilancio).

Tutto questo è possibile, perché ampi sono gli spazi di intervento in Italia. Ancora molto limitata è infatti la competitività del settore privato; basti pensare al mercato del credito e alle professioni. Molto ridotta è anche la produttività del settore pubblico, a fronte di una spesa molto elevata, soprattutto al Sud; si pensi alla giustizia civile e alla scuola, ma anche alla politica locale, alle partecipate pub bliche, alla sanità e così via.

Da “LA REPUBBLICA” di martedì 27 dicembre 2011

Ricostruire la politica (Guido Crainz)

Appena l’emergenza più drammatica si è placata, i partiti hanno rimosso un paradosso inquietante: ancora una volta nel giro di pochi anni il nostro Paese sembra capace di esprimere governi di qualità, capaci di operare quando la politica viene travolta dalla crisi.

Cosi fu fra il 1992 e il 1994 quando, in condizioni difficilissime, Amato e Ciampi avviarono il risanamento proseguito poi dal primo governo Prodi: cioè dal governo di centrosinistra della “seconda Repubblica” che è stato meno prigioniero dei partiti. Nel 1992 il sistema politico crollò all’improvviso, oggi è giunta alle estreme conseguenze una corrosione del centrodestra che ha lasciato solo macerie e che si è svolta nella sostanziale assenza di un’opposizione credibile, capace di idee e progetti alternativi.

Oggi come allora nel momento della verità i partiti sono stati più un peso che una risorsa, più un intralcio che uno stimolo.

È un nodo centrale del dramma di oggi. Per questa via si è lacerato sempre più, lo ha sottolineato benissimo Gustavo Zagrebelski, quel rapporto essenziale fra società e stato che è compito dei partiti garantire.

Siamo giunti cioè al punto estremo di crisi della democrazia: di questo si tratta, ed è inutile nasconderselo. È significativo il ruolo costituzionalmente ineccepibile e al tempo stesso provvidenziale svolto negli ultimi vent`anni da tre capi dello Stato -Scalfaro, Ciampi e Napolitano – che hanno partecipato alla fondazione della Repubblica e sono felicissima espressione di quel clima, di quello spirito. Sono poi dei “non politici” di assoluta qualità a dare prova di uno spirito di servizio che dovrebbe essere il segno distintivo più nobile della politica. Una politica che sta bruciando quel che rimaneva della propria credibilità continuando a ignorare l’urgenza di riformare radicalmente se stessa, il proprio modo di essere e le proprie regole. E difendendo invece nella maniera più assurda i propri privilegi, fino al colpo di mano alla Regione Lazio e a tutte le vicende che variamente ruotano attorno ai vitalizi.

Siamo di fronte alla necessità di ricostruire non solo un sistema politico ma anche un Paese che appare profondamente smarrito e che è chiamato a sacrifici pesantissimi. Anche per proprie colpe: in passato è stato troppo pronto a rimuovere le proprie responsabilità. A dimenticare il contributo direttamente o indirettamente dato all`aprirsi delle voragini, con pesanti spinte corporative e corpose inosservanze degli obblighi civici. Così fu negli anni Ottanta: di queste pessime stoffe era intessuto il sostegno al pentapartito che celebrava allora i suoi trionfi e che ci guidò poi con spensierato ottimismo sin sul’orlo dell’abisso. La barca va, si diceva: fino al naufragio.

Così è stato anche nella stagione berlusconiana, e nessuno può rispolverare oggi il mito di una società civile interamente sana contrapposta a un sistema politico corrotto. Sembra semmai più adeguata una vignetta di Altan di qualche tempo fa: “Il Paese avrebbe bisogno di riforme… ma anche le riforme avrebbero bisogno di un Paese”.

Oggi siamo costretti di nuovo a “guardarci dentro”, ad interrogarci sul nostro passato e sul nostro futuro. Il centrosinistra deve spiegare in primo luogo a se stesso perché nel crollo della “prima repubblica” mancò l`occasione di proporre modelli e pratiche di buona politica.

E perché affossò poi rapidamente il primo tentativo di Prodi di andare in quella direzione, lasciando così via libera al consolidarsi del populismo e dell’antipolitica. Perché, anche, è diventato progressivamente preda di una opaca afasia.

È altrettanto importante il ripensamento che può coinvolgere quell`area moderata spesso al di fuori o ai margini delle organizzazioni politiche che non ha seguito fino in fondo la deriva berlusconiana: perché è così difficile nel nostro Paese la nascita di una destra normale? Ce ne sono finalmente le condizioni? Questo sarebbe un importantissimo elemento di svolta.

Le riflessioni delle forze politiche di entrambi gli schieramenti possono oggi essere favorite dalla qualità stessa del governo che è stato messo in campo. Essa ha fatto rapidamente impallidire tutte le ipotesi sul “dopo Berlusconi” che erano state avanzate in precedenza: sia quelle che sapevano di “conservazione” sia quelle che si presentavano con il volto dell`innovazione. Oggi ci appaiono tutte obsolete, sanno di antico e di inadeguato. Ed è sempre la qualità di questo governo a rendere ancor più stridenti le insufficienze dei partiti e le loro più estreme manifestazioni di irresponsabilità. Su questo terreno la Lega ha sbaragliato ogni suo precedente record ma la demagogia e l’improntitudine, dopo anni e anni di governo, non sembrano più farle guadagnare consensi. Se così continuerà ad essere, sarà un ottimo segnale. Non andrebbero neppure commentate poi le sortite di Berlusconi, primo responsabile del disastro ma pronto a far cadere il governo appena i sondaggi gli tornassero favorevoli: eloquente conferma di un insanabile conflitto con il bene comune.

La rifondazione di una classe dirigente sulla base della competenza, del rigore e dello spirito di servizio è dunque obbligatoria ed è un processo da avviare subito: altrimenti al voto del 2013 si giungerà con inquietanti incognite. Senza quest`inversione di tendenza, senza il contributo attivo della politica sarà molto difficile ricostruire l`etica collettiva, il senso di una comunità.

Sono straordinariamente importanti al tempo stesso i segnali che verranno dal governo: la difesa intransigente di equità sociale e diritti, merito e trasparenza sono il motore indispensabile e insostituibile di una Ricostruzione.

In un Paese smarrito ma ancora capace di uscire dalle derive di questi anni le indicazioni di futuro sono essenziali: contribuiscono in modo decisivo alla capacità vitale di una nazione, alla sua possibilità di ritornare protagonista. Questo governo ha tutte le qualità per mandare i segnali giusti, ed è in realtà l’ultima occasione per invertire la rotta. Per questo è giusto chiederglielo con forza.

La Repubblica, 23.12.2011

Cose che ho imparato con la crisi..

files.jpgPer non meritare davvero la fama di “nemico del popolo” per le mie ultime riflessioni in tema sindacale, lascio la contemplazione di Cima 18 per dire che anche questa crisi, in fondo, qualcosa di buono l’ha portato anche a me. Del resto i nostri antichi non ci ricordavano che “ex malo bonum”? Intanto la crisi ha spazzato via il Circo che ci ha governato per 3 anni. Se qualcuno ancora non gradisse il Governo Monti e i suoi noiosi e grigi professori, farò solo tre nomi a caso: Calderoli-Gelmini-Brambilla. E il resto è silenzio.

Ma questa crisi mi ha anche offerto un’altra opportunità, quella di superare il mio antico complesso d’inferiorità verso una superiore categoria sociale ed economica: il manager. Nonostante sia figlio di un ragioniere e nonostante la mia frequentazione del triennio di Ingegneria nella mia vita precedente, di economia e di numeri ne capisco tanto quanto D’Alema di etica. Quindi rimanevo sempre intimorito da queste figure mitiche, sulle loro auto seriesette, eleganti, occhio rapinoso e rapace, pronti a cogliere il meglio del turbocapitalismo. In Italia, nel mondo, ma anche fra Enza e Secchia. Imprese e banche, holding (che mi hanno spiegato dieci volte cosa siano ma ancora non ho capito) e golden share. Imprese comprate e vendute. Affari, il famoso pallino che non ho mai visto neanche da lontano. E, ovviamente, il corredo di femmine, auto d’epoca, ville e via godendo. E io? Storico di provincia, di quartiere, di strada, di pianerottolo? In cosa contribuivo allo sviluppo della società con le mie noiosee e polverose bazzecole? Insomma quasi una crisi di identità socio-cultural-economica.

Ma poi è arrivata la crisi che ha confermato i miei silenziosi sospetti: altro che geni della finanza! Campioni del turbocapitalismo? Nel migliore dei casi-generalizzo e chiedo venia a quei 2 e 3 che non corrispondono a queste mie lamentazioni-bronzee facce di tolla, capaci di aver fatto saltare una banca, saccheggiato una fondazione ed essere lì ad impartire ancora lezioni di vita ed economia, stimati soci di club e confraternite del carciofotto. Capitani d’industria che lasciano voragini di qualche milione di euro come fossero i gusci dei pistacchi salati la cena di Natale e mollano all’acqua (scusate il francesismo) dipendenti ed operai, squassando l’economia di interi paesi. Ma non erano geniali imprenditori? Non li invitavano a dare illuminati giudizi sull’arte, la musica e quant’altro? Silenzio, scomparsi, intenti magari a passare serate tristi e solitarie sul loro 18 metri ormeggiato a Lerici. In attesa di un degno ritorno. Per fare quei buchi, quei danni, allora bastava anche uno storico di provincia, oltretutto a costo ben inferiore.

Perchè un’altra cosa ho capito: che i soldi si fanno con i soldi e non con il lavoro. Eri in rosso di 1000 euro? Drin, la banca chiamava. Ma se eri sotto di 500.000, drin, la banca chiamava, ma per dartene altri 500.000 così magari, forse, restituivi anche gli altri. Lo so, sembra l’Opera da tre soldi del buon Berchtold, invece è stato uno dei percorsi che ci hanno portato con le chiappe all’aria (di nuovo scusate il francesismo).

E passi (si fa per dire) per i privati ma i manager pubblici? Arrivi, dopo sei mesi lasci un buco che la Fossa delle Marianne sembra un canaletto e che succede? Nulla. Ti dimetti e ti ricoprono di euro (si chiama buonauscita..) e sei pronto al prossimo buco, roba che neanche un tossico farebbe.

Qualche mese fa una signora reggiana ha avuto il titolo di cavaliere del lavoro, meritato per aver costruito negli anni un’impresa vera e reale. Di fianco a lei, pure premiato dal buon Napisan, un manager di stato che può vantare come unica impresa degna di nota la frequentazione con la Ferilli, visto che danni ne ha fatti ovunque l’abbiano destinato a “lavorare”. Cavaliere del lavoro? Cavaliere del traforo, al massimo.

Non so se ci sia una morale in tutto ciò. Io continuerò a far lo storico di quartiere e loro i manager, ma almeno quando li incontrerò sarò più sereno, quasi di buon umore. Penserò alla favoletta del Re nudo e, solo per educazione, non li saluterò con una bella pernacchia e un sonoro “fan…”.

Azzardo morale, veleno d’Europa (Barbara Spinelli)

A forza di parlare di governo tecnico, e di un premier che non ha ambizioni politiche, e di ministri che mettono al servizio dell’Italia le proprie conoscenze scientifiche per tornare presto agli studi o alle attività di ieri, ci stiamo abituando a tenere la mente in naftalina, come se il nostro pensare fosse il giunco che astutamente si piega, in attesa di rialzarsi tale e quale appena passata la piena.

Il proverbio del giunco è famoso nel vocabolario della mafia: sembra impregnare anche i partiti e le corporazioni, alle prese con la crisi e il dopo-berlusconismo. Quel che sta tentando il governo non sarebbe politica autentica, nella casa italiana ed europea che abitiamo. Finito l’intervento degli idraulici, rincaseranno i ben più legittimi architetti, decoratori, proprietari.
Questa è la trappola, anche linguistica, che incatena le menti. In realtà, lo sforzo di sanare l’Italia e per questa via l’Europa è politica nel senso pieno e alto, e non solo perché l’esecutivo dipende dal Parlamento. Quel che fa può essere condiviso o no, ma politica resta. Se non è vista come tale, è perché ci siamo disabituati a immaginare altre maniere di farla, e spiegarla. A distinguere fra ambizione e carriera politica. A ridefinire il compito dei partiti nella res publica.

Pensare non solo alle incombenti scadenze elettorali ma ai prossimi dieci, vent’anni; armonizzare le scelte italiane con quelle europee; battersi infine perché l’Unione si trasformi in una comunità più stretta, solidale: dire che tutto questo non è politica ma tecnica equivale a confessare una radicale impreparazione al mondo mutante che abbiamo davanti. Se tutto sta a esser preparati, ecco, non lo siamo: è a costumi obsoleti che stiamo appesi, api ronzanti che vedono un punto e non il tutto. Persistiamo in questa postura anche se la vecchia politica manifestamente è fallita: non solo economicamente ma civilmente, moralmente.

Così come stanno le cose, è probabilmente opportuno che i leader dei partiti non partecipino al governo chiamato a raddrizzare le storture. Lenti a rinnovarsi  –  Monti l’ha confessato  –  sarebbero un “motivo d’imbarazzo”. Ma se li vediamo da vicino, simili giudizi sono umilianti: certificano che i partiti sono incapaci di politica alta, di misurare e dire all’elettore le prove che ci toccano. Di vedere nella politica non una carriera ma una chiamata, appunto, cui si risponde con l’Eccomi del servizio. Gustavo Zagrebelsky ha scritto su Repubblica, il 12 dicembre, che i partiti hanno alzato bandiera bianca, dicendo a se stessi e ancor più ai cittadini: Dobbiamo esserci, ma vorremmo non esserci. Votiamo a favore ma ci riserviamo di dire, se serve: “Non è questo che volevamo”.

Certo è possibile la strategia delle doppiezze. Può esser perfino remunerativa. Se per quasi vent’anni gli italiani hanno votato con cocciutaggine un venditore d’illusioni, proprio questo desideravano: una non-politica, un farsi giunco nella speranza che il fuoco bruci tutti tranne noi, un fantasticare che il divenire non divenga (disincarnata, la fantasia diventa, secondo Hobbes, Regno dell’Oscuro). Ma è una strategia perdente. Di qui l’urgenza di qualcosa che somigli a una rivoluzione mentale. Rivoluzione è sostituire un regime bacato con uno nuovo: per noi vuol dire non svilire i partiti ma riscoprirli, interpreti e pedagoghi della società. Vuol dire aggiustare l’Italia pensandola come Alce Nero pensava il pianeta terra: “Non l’ereditiamo dai nostri padri, ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli”. La rivoluzione è questa. L’Eccomi è quest’idea di temporanea custodia di un bene che oltrepassa una generazione.
È una rivoluzione insieme italiana ed europea, ed è significativo che in ambedue gli spazi la questione morale sia al centro. Nella nazione, spetta ai partiti tornare a essere quei mediatori descritti nell’articolo 49 della Costituzione: non gruppi d’interessi in complice difesa di una classe, una cerchia, ma libere associazioni di cittadini che concorrono “con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, dedite al bene comune e non ai propri affari. La questione morale consiste nell’evitare che la Cosa pubblica sia confiscata dall’anti-Stato: evasione fiscale, malavita, esattori del pizzo che usurpano l’esattore statale.

Ma esiste una questione morale anche in Europa, e perfino nelle vicende tecniche dei debiti sovrani, delle bancarotte statali, dei salvataggi europei. Non a caso c’è una parola che riaffiora cronicamente, ogni volta che Banche centrali o organi europei discutono le misure contro i default. Se l’Unione fatica a farsi Stato che protegge tutti i cittadini dalla paura e dagli infortuni, se Germania e Bce tergiversano, è a causa di un rischio specifico, che si chiama moral hazard.

Il rischio morale è un concetto nato nelle mutue. Mettiamo l’assicurazione contro gli incendi: se come assicurato mi sento sicuro a tal punto da non fare più attenzione ai fornelli accesi o ai fiammiferi, se la responsabilità personale cede il passo allo sfruttamento della buona fede altrui, c’è azzardo morale. Certo condivido il rischio pagando la polizza, ma la sicurezza che sarò comunque risarcito può incitare alla lassitudine. Lo stesso può succedere nei rapporti fra Stati europei.
Il dilemma dell’azzardo morale è l’assillo che avvelena l’Europa, tramutandola in un intrico di passioni distruttive: diffidenza verso i partner, paura che gli aiuti saranno sperperati, tracollo della fiducia da cui nacque l’avventura comunitaria. Anche un’essenziale conquista postbellica, il welfare europeo, può svanire a causa dell’azzardo morale. L’Unione e il welfare sono qualcosa di più di una compagnia assicurativa: non tutti i sinistri (diseguaglianze, precariato, la stessa flessibilità che secondo Draghi “crea incertezza”) incentivano la lassitudine.

Resta che il moral hazard aiuta a capire la centralità dell’informazione, della verità nei contratti. Sempre, infatti, esso insorge da un’informazione asimmetrica: l’assicuratore possiede meno informazioni dell’assicurato, sulle circostanze scatenanti l’infortunio. Affrontare le due questioni morali (la rivoluzione dell’onestà e della legalità in Italia, della fiducia e dell’unione politica in Europa) significa fare politica in modo diverso, prevenendo in tempo utile sciagure e ingiustizie con una più leale informazione reciproca. Dicendo ai popoli la verità sulle mutazioni mondiali. Imparando  –  partiti, sindacati, governi  –  ad agire nel duplice spazio nazionale ed europeo.

La dimensione nazionale della morale pubblica si è andata affievolendo, nella prima e seconda repubblica. Ma anche la dimensione europea è precipitata, per colpa di classi dirigenti incapaci (accade spesso) di pensare due cose al tempo stesso. Perché è urgente la seconda dimensione? Perché nella crisi odierna, agli stati dell’Unione tocca innanzitutto ridurre le spese, disciplinare i conti. Perché le liberalizzazioni son lente a fruttare. Perché l’equità è ostacolata a tanti livelli: lobby, sindacati, partiti, burocrazie statali. Inoltre non promette automatico sviluppo. La crescita, solo l’Europa potrebbe avviarla: con piani unificati di ricerca, di investimenti in energie alternative, in trasporti, in conoscenze, infinitamente meno costosi se fatti in comune.

È la risposta al moral hazard, alle paure, al clima di sospetto che regnano negli stati più forti e nella Bce. Ma per questo bisogna dare più soldi al bilancio europeo, più poteri alla Commissione, al Parlamento europeo. E bisogna che i cittadini possano contribuire a tale politica, attraverso i partiti, eleggendo direttamente i presidenti della Commissione, deliberando assieme gli investimenti europei e il loro finanziamento. Vale la pena questa rivoluzione, perché è lì che riapprenderemo e la politica, e la democrazia, e la sovranità che nazionalmente abbiamo smarrito.
 
(La Repubblica, 21 dicembre 2011)