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Mar 16, 2014 - Senza categoria    No Comments

Questa è la storia di una strada e di una ragazza

Questo è il testo che è stato letto ieri nel corso della visita guidata sui luoghi della repressione fascista a Reggio Emilia, nel quadro del progetto “Oltre il settantesimo”.

Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.

La strada è una strada del centro, qui vicina. Ma poi ci arriveremo.

La ragazza nel 1945 aveva 21 anni, compiuti da poco, suo padre un artigiano, sua madre una casalinga, altri fratelli e sorelle. Il posto diciamo fra Cavriago e l’Enza.

21 anni, in quell’inverno finale della guerra, Anna era una staffetta partigiana, in bicicletta, a piedi, un biglietto, una frase, una borsa. Una consegna rapida e via, la paura in gola, sulle strade di campagna. La paura addosso ma anche il pensiero di lui, in montagna, il “moroso” come lo chiamava scherzando sua sorellina, quella piccola. Lui in montagna, a fare il partigiano. Perché era giusto, perché lui aveva coraggio.

 

Era una mattina di febbraio, in piedi alla fermata della corriera, d’improvviso una voce dietro: “lei è…?” e due mani forti a prenderla. Una macchina nera, quei due in borghese di fianco. Senza una parola. E lei senza chiedere perché.

Giusto il tempo di riconoscere Reggio, i viali, la porta verso Parma. La macchina si ferma, una villetta, un grande cedro davanti.

In piedi davanti a una scrivania, le “generalità”, i “documenti”. Adesso c’è anche gente in divisa, la camicia nera e gli stivali.

“Signorina…” la chiamano, “così giovane”, le dicono. “Non abbia paura, qualche domanda…”.

Cosa rispondere, se sai che hai ancora l’ultimo messaggio infilato in quella piega della giacca? Quasi un colpo di fortuna essere chiusa dentro un gabinetto, in piedi, incantucciata nell’angolo per lo sporco e  la puzza. Ma almeno il biglietto sparisce.

Non c’è più luce fuori quando la fortuna finisce.

La vengono a prendere e stavolta non la chiamano più “signorina”, e sorridono e la guardano in un altro modo mentre la portano giù per le scale, in cantina.

Non erano voci straniere, non erano nomi incomprensibili. Quando le hanno strappato i vestiti, quando l’hanno legata. Si chiamavano Manzini, Berti, Barozzi. Nomi delle nostre parti, gente di Reggio. Non erano stranieri quando hanno voluto divertirsi-come diceva il capo- e l’urlo nemmeno le usciva dalla gola, fra l’acqua versata e i colpi che le arrivavano addosso. Forse il tempo si ferma in certi momenti e basta cercare di non pensare. Poi quando tutto finisce il tempo riprende, normale, quasi a dire “si ricomincia a vivere”.

Tre giorni a Villa Cucchi, centro storico, Reggio Emilia, febbraio 1945. Poi la sensazione, inconsapevole che ti prende giorno per giorno, in carcere, che forse sei salva, che forse si sono scordati di te. Altre Anna, altri Giorgio, Marcello. Tu lasciata indietro, lì in un cella ai Servi. Centro storico, Reggio Emilia. Fino a un martedì pomeriggio di aprile, le porte si aprono e capisci che è finita.

 

Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.

La strada è una strada del centro, qui vicina. Adesso ci arriviamo.

Ogni martedì si viene a Reggio, c’è mercato, c’è da andare in giro a fare commissioni. In quell’ufficio Anna deve esserci alle nove, per evitare la coda. Scende dalla corriera alla Sarsa e la strada è facile. Ma non può farla.

Perché questa è anche la storia di una strada sbagliata, una strada dove Anna non può passare. Una volta l’ha fatto, la prima volta. Ora non può più. Perché in quella strada, in centro, qui vicino, c’è un negozio, una banale negozio per gli altri. Ma non per Anna. Una volta c’è passata e sulla soglia c’era lui, uno di quelli che s’erano “divertiti”, una, due, altre volte. L’ha guardata, ha sorriso, i baffetti sui denti guasti. L’ha guardata e le ha fatto quel gesto.

Per sette anni Anna non ha potuto fare quella strada, la strada sbagliata. Ha allungato il cammino, ha affrettato il passo per essere in quell’ufficio alle nove, per evitare la coda. Per sette anni è stata ancora prigioniera.

Poi un martedì mattina, lì vicino, su un muro ha visto quell’avviso funebre. Ha letto il nome, il cognome, “è serenamente spirato” c’era scritto.

Ora poteva passare in quella strada.

 

Anna mi ha raccontato la sua storia, un pomeriggio, alla fine mi ha detto:

“Sai qual’è stata la cosa peggiore?” E io ho pensato a Villa Cucchi, a quei denti guasti, agli stivali, a una ragazza di 21 anni legata a un tavolo.

“La cosa peggiore, per me, è stata che, quando ho letto quell’annuncio, non ho provato niente. Solo una gran voglia di piangere perché avevo avuto quasi un momento di felicità. Quella è stata la cosa peggiore”.

m.storchi©2009

 

 

Mar 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

Luoghi dell’anima

Ci sono luoghi dell’anima, luoghi dove si torna sempre e non si vorrebbe mai lasciare, sono diversi nella vita, cambiano, mutano come noi. In cammino, affaticati giorno dopo giorno, tornare in quei luoghi, in quelle strade, ci da un poco di riposo. Poi si ritorna e allora come dice Montale “Un imprevisto è l’unica speranza”.

Berlino, 2014.

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Mar 3, 2014 - Senza categoria    No Comments

Storie d’Italia: pillole per non dimenticare (3). La “piemontesizzazione” dell’Italia

Vítor_Emanuel_II_Itália Vittorio Emanuele II a caccia

La Germania moderna nacque nel 1870 con gli Hohenzollern, la Prussia unificò il paese. A noi toccarono i Savoia.

Perché fu proprio il Piemonte a diventare il “motore” dell’Unità?

 Furono vari gli elementi che giocarono a suo favore: i suoi tradizionali rapporti politici con la Francia (in lotta per scalzare il dominio austriaco in Italia) e il riuscito inserimento nello scenario europeo con la guerra di Crimea; aver avviato una serie di riforme economiche moderne, di cui lo sviluppo della ferrovia era il segnale più forte. Gli altri Stati erano tutti, direttamente o meno, sotto il controllo politico e militare austriaco e l’Austria era stata l’artefice di quell’assetto geopolitico. Non dimentichiamo che il grande architetto dell’Europa dopo il congresso di Vienna del 1815, il principe di Metternich, considerava l’Italia una semplice «espressione geografica».

Lo Stato Piemontese, pur basandosi su un sistema politico censitario, era l’unico ad avere una Costituzione liberale effettivamente operante nonché un sistema parlamentare. Lo Statuto Albertino, concesso nel 1848, fu mantenuto in vigore anche dopo la sconfitta nella prima guerra d’indipendenza. L’unificazione nazionale permise di estendere le libertà costituzionali all’intero Paese. Vennero inoltre avviate importanti riforme riguardanti la sanità e l’istruzione e si mise in movimento quel lento processo di democratizzazione della vita politica che ebbe come passaggio cruciale (mai sfruttato completamente) la riforma delle amministrazioni locali.

Non si può ignorare inoltre che l’Italia rappresentava agli occhi delle grandi potenze europee una questione irrisolta e potenzialmente esplosiva (come lo è stata per tutto il Novecento e oltre la penisola balcanica): la creazione di uno Stato unitario fu a un certo punto caldeggiata a livello diplomatico per impedire esiti pericolosi (una situazione di guerra permanente oppure l’ingresso stabile della Penisola nell’orbita di una delle potenze europee concorrenti). Ciò permise al nostro Paese di raggiungere quella «massa critica» in grado di metterlo al riparo dagli appetiti dei nostri ingombranti vicini europei.

 Chi pagò il prezzo più alto dell’unificazione?

 Fu soprattutto il Sud che, paradossalmente, ne fu il “motore” decisivo: se l’impresa dei Mille fosse fallita (cosa che non sarebbe spiaciuta neppure a Cavour) non avremmo avuto un’Italia unita, ma un Piemonte allargato fino al Lazio. La crisi del Regno borbonico era invece arrivata a una fase così avanzata che “bastarono” quei Mille, velocemente accresciuti fino a diventare una moltitudine, a far crollare l’intera struttura statale. I nostalgici hanno parlato – e ridicolmente ancora oggi parlano – di complotti massonici, britannici e simili fesserie, in realtà l’intero Stato borbonico era ormai al collasso. Garibaldi riuscì a far deflagrare quella situazione.

Il Sud fu decisivo ma i Mille vennero dal Nord: erano volontari, molti erano i giovani della classe media (la fascia sociale più debole nella storia nazionale), oltre la metà era di estrazione borghese, il resto erano operai e artigiani delle città. Tre quarti erano lombardi (434 su 1089), poi veneti (151), liguri (160), emiliani e toscani (121), ma c’erano anche siciliani (42) e calabresi (21). Circa un centinaio dei volontari che partirono con Garibaldi erano artisti o scrittori 8.

Fu proprio il Sud a essere caricato del peso dell’Unità, sin dall’inizio, sia in termini di delusioni che di costi umani. Le masse rurali, i “cafoni” si erano uniti ai garibaldini nella speranza di avere finalmente la terra da coltivare, come promesso loro, ma con l’avvento del nuovo Stato italiano la situazione rimase invariata. Il tanto sognato cambiamento sociale rimase una speranza. Ne è un esempio  la famosa considerazione del principe di Salina nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». I vari Stati furono unificati con un procedimento sbrigativo: con i plebisciti, anziché con assemblee costituenti che costruissero ex novo il nuovo Stato, come chiedevano i democratici. L’Italia nacque “piemontesizzando” gli altri Stati, nessun spazio fu dato alle autonomie locali, al federalismo di Cattaneo che, non accettando la forma monarchica, se ne andò in esilio in Svizzera, dove rimase fino alla morte. Le élites temevano che un percorso troppo “democratico” avrebbe portato alla dissoluzione del nuovo Stato che stava nascendo con una carenza di legittimazione popolare o che, peggio, trovassero spazio le istanze più radicali dei garibaldini e dei mazziniani. Vittorio Emanuele non ebbe neppure l’avvedutezza e la sensibilità politica di cambiare nome all’atto di divenire re del nuovo Stato.

Feb 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

Come abbiamo fatto a sopravvivere? (P.Coehlo)

Pur non apprezzando granchè l’autore brasiliano riconosco che queste considerazioni su noi, bambini di qualche decennio fa, hanno una loro efficacia..

1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né
airbag…
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata
speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.,,
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di
piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei
medicinali, nei bagni, alle porte.
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla
bottiglia dell’acqua minerale…
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che
avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non
avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il
problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima
del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva
rintracciarci. Impensabile….

9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il
pranzo con tutta la famiglia (si, anche con il papà).
10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di
nessuno, se non di noi stessi.
11.- Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12.- Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia
e nessuno moriva per questo.
13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi ,
televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby
surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet
… Avevamo invece tanti AMICI.
14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa
dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza
bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15.- Si! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto?
Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano
delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti
per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17.- Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità … e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?

E a crescere e diventare grandi?

(Paulo Coelho)

Feb 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

Un paese conservatore che, pur di non spostarsi vota i Berlusconi e i Grillo

Curzio Maltese (Venerdì Repubblica, 7 febbraio 2014)

Nelle celebrazioni dei vent’anni dall discesa in campo si è tralasciato un po’ ovunque, non solo nella stampa servile, un aspetto centrale. L’Italia è un paese di destra. La grande intuizione politica, ma in realtà commerciale di Berlusconi è stata questa: colmare il vuoto a destra creato dalle conseguenze di Tangentopoli. Con tutto quel che si è detto in questi anni sul genio comunicativo del Cavaliere, il potere delle sue televisioni, la sua astuzia di venditore, la verità banale è che se un altro avesse avuto la stessa intuizione probabilmente ce lo saremmo beccato comunque per un ventennio e oltre.

Del resto, prima della nascita di Forza Italia, la Lega aveva superato il 40 per cento a Milano e in Lombardia e i post fascisti avevano sfondato in molte aree del Centro e del Sud. In Italia il rapporto tra conservatori e progressisti è fermo da sessant’anni in una proporzione 60 a 40. Con la sola eccezione dei referendum radicali degli anni settanta, nel periodo di massimo spostamento a sinistra dell’opinione pubblica, le conquista progressiste nel Paese sono sempre state imposte da minoranze alla maggioranza conservatrice. La Costituzione è figlia di una classe dirigente antifascista, le riforme degli anni sessanta varate dai governi di centrosinistra erano invise all’elettorato democristiano, in larga parte assai più reazionario dei propri dirigenti.

Strano dunque non è che Berlusconi abbia vinto tre volte le elezioni, ma che sia riuscito a perderne due contro i progressisti, sia pure guidati da un ex democristiano e per fattori sfortunati. Fra il 2008 e il 2013 ha perso dieci milioni di voti e questo basterebbe per decretare la fine politica di un leader. Non fosse che la grande astuzia del Cavaliere è sempre stata quella di crearsi molti alibi e delle finte alternative in casa. Ieri Fini o Alfano, domani Toti o magari la figlia Marina. Creando in questo modo il falso mito della propria insostituibilità.

In realtà se domani nascesse a destra un leader più consistente e credibile, vincerebbe a mani basse. Due terzi dei voti di Grillo sono in realtà voti strappati al qualunquismo di destra e ha ragione Casaleggio a preoccuparsi per il voto dei militanti contro il reato di immigrazione clandestina. La cagnara dei deputati grillini in Parlamento è a distrarre l’attenzione degli elettori anti-immigrati, la schiacciante maggioranza dei 5S.

Questo siamo, un paese di conservatori ad ogni costo, perfino al costo di doversi sorbire un clown al governo per un ventennio.

Per dirla con Crainz: “La destra in Italia è il problema ma (questa) sinistra non è la soluzione”…

 

 

Feb 10, 2014 - Senza categoria    No Comments

Porta Castello, anni venti

Porta Castello

Porta Castello, anni venti. Foto aerea. A destra di Viale Umberto I è ancora visibile lo Stallo del Bagno, con la grande vasca semicircolare. La campagna arrivava ancora alle porte della città e sui viali di circonvallazione non erano ancora state costruite le villette di Viale Timavo. Campo Tocci era ancora un prato, residuo degli spazi erbosi fuori le mura. Visibili le due gabelle daziarie, abbattute negli anni sessanta. Via Mameli era solo uno stradello che partiva all’angolo di casa Largader (ancor oggi esistente). Sulla circonvallazione verso S.Pietro è ben visibile il superstite baluardo cinquecentesco.

 

Nov 4, 2013 - Senza categoria    1 Comment

La lampadina (breve apologo sul cambiamento)

La lampadina

 

Negozio, interno giorno.

Entra il cliente.

 

Cliente: “Buonasera, vorrei una lampadina, a basso consumo, 60 watt”.

Negoziante: “Perché?”.

lampadina accesa.jpgC.: “La lampadina s’è bruciata…”

N.: “Quale lampadina…”

C.: “La lampadina in sala..”

N.: “Ah,..”.

C.: “Da 60 watti non ce l’ha?”.

N.: “Per chi mi prende, lei offende la mia professionalità, certo che la lampadina ce l’ho..”.

C.: “E allora?”

N.: “Allora cosa?”

C: “La lampadina me la dà o no…”

N.: “Dipende…Lei perché vuole cambiare la lampadina?”

C.: “Perché l’altra è bruciata…”

N.: “E la vuole cambiare lei?”

C.: “Sì, certo…”.

N.: “Ah…allora lei ha qualcosa contro gli elettricisti…”.

C.: “Perché dovrei?”

N.: “Perché non chiama un elettricista?”

C.: “Per una lampadina?”

N.: “Vede? Lei non apprezza la professionalità dell’elettricista..”

C.: “Che c’entra? Per una lampadina..”

N. “Bravo, si incomincia così e poi si crea una crisi occupazionale…se nessuno chiama più gli elettricisti..già ci sono quelli polacchi…”.

C.:”Dovessi fare un impianto…ma per una lampadina…”

N.:”Tante lampadine in meno fanno una crisi…lei vuole la crisi?”

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Dicono tutti così..ha sentito il delegato sindacale…?”

C.: “Chi?”

N.: “Lei arreca danno all’occupazione, deve concordare un piano con il delegato sindacali, anzi i delegati…lei è credente?”

C.: “Cosa c’entra? Io volevo cambiare la lampadina…”

N.:”Dicono tutti così, e poi succede il casino, con questa mania di cambiare…Se lei è credente deve concordare il piano occupazionale prima col sindacato e poi con l’associazione degli elettricisti cattolici…”.

C.:”Elettricisti cattolici…ma che roba è…”.

N.: “Non faccia finta: ci sono i maestri cattolici, i farmacisti cattolici, ci sono anche gli elettricisti cattolici: se lei cambia la lampadina e quella si accende e consente di leggere magari stampa contraria alla morale, eh? O lei mi spegne una lampadina e nel seguente buio lei mi fornica, eh? Ci ha pensato?”.

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N: “E lei fa bene, figurarsi, ma prima di fare cambiamenti ci vuole prudenza, si deve predisporre un percorso, mica si può fare così, zac, svita e avvita…E poi da solo! La lampadina a quale quota è?”

C.: “Quota? Ma è in casa, in sala…”

N.: “Vede? Lei vuole fare cambiamenti ma lei mi approssima…la lampadina è nel portalampada, giusto? Allora è a soffitto, a livello tavolino, mensola, sono quote diverse…ci vuole precisione, altrimenti poi succedono i casini…”

C.: “Casini?”

N.: “Questione di quote, beata ingenuità, la quota incide sul rapporto con il sindacato…”

C.:”Sindacato? Un altro?”

N.: “Certo, il SiScaC (Sindacato scalisti Cobas). Finchè la quota è ad altezza d’uomo allora basta una comunicazione e via, ma se la quota del portalampada richiede l’uso della scala per lo svita/avvitamento ehh, allora, lei deve concordare con il SiScaC. Deve giustificare perché lei non si chiama un elettricista/scalista. Vuol provocare una crisi occupazionale? Di questi tempi? Concordi tutto con il SiscaC, o vuole trovarsi un picchetto sotto casa di famigliari di scalisti in cassa integrazione? Vuole che vadano a Roma a spaccare vetrine in segno di protesta?”

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Ho capito, sa? E le do ragione, ma i cambiamenti vanno fatti a ragion veduta, che una volta fatto il cambiamento cosa fa? Si pente e mi torna indietro? Diceva che voleva una lampadina da 60 watt a basso consumo, ma attacco piccolo o attacco grosso…?”

C.: “Attacco grosso…”

N.: “Ahi, ahi, come pensavo, allora deve fare la 57bis…”.

C.: “57bis?”

N.: “Esatto, ci vuole un professionista iscritto all’albo che certifichi che la filettatura è destrorsa-come da norma di legge- e che garantisca che la lampadina esausta verrà smaltita a norma di legge, secondo la normativa 342/29 del 1990…”

C.: “Cioè?”

N.: “Che lei butta la suddetta lampadina esausta nei contenitori dei rifiuti e dichiara di non farne altro uso improprio…”

C.: “Altro uso improprio? Una lampadina bruciata?”.

N.: “Caro lei, sapesse la gente cosa s’inventa…allora basta una 57bis e lei è a posto…”

C.: “Bene, ho annotato tutto, adesso la lampadina…?”.

N.: “Beh, a posto proprio…manca la liberatoria dell’Ausl, sulla tutela dall’infortunio domestico…metti che…”

C.: “Metto cosa???..”

N.: “Metti che lei svita/avvitando le venga una sindrome rotativa infiammatoria del polso, come la mettiamo? Lei poi mi va al pronto soccorso e mi ingolfa il triage, mi mette in crisi la reception? Si rende conto? Chi la sente poi la AsOPRo (Associazione ortopedici del polso rotativo)?

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Dicono tutti così, voglio cambiare, voglio riformare…eeehh, giusto! Ma ci vuole avvedutezza, lungimiranza, rispetto delle regole. Si deve cambiare, perbacco, siamo qui per questo, ma ci vuole attenzione, rispettare i diritti acquisiti, le professionalità, l’armonico svolgersi del flusso naturale delle cose…”.

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Senta, facciamo così, lei ha una faccia simpatica e si vede che è una brava persona…Adesso lei vada a casa, ci pensi su, la notte porta consiglio e poi domani, a mente fresca, ci rivediamo e magari costituiamo una commissione di 7 saggi, un bel tavolo di discussione per individuare il percorso che possa portare, nella generale soddisfazione, a programmare il cambiamento che lei tanto desidera…”

C.: “E se stasera, in sala, al buio non vedo il bordo del tappeto, inciampo sul tavolino, cado all’indietro e mi rompo la base cranica sul portombrelli di terracotta della zia Cesira?”

N.:” Eehh, vede che mi da ragione? I cambiamenti comportano rischi, bisogna essere attenti…a casa vada piano in giro, sia prudente, anzi, stia fermo in poltrona…ci vediamo domani, buonasera!”

C.: “Ma io volevo cambiare una lampadina…”

 

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