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Set 10, 2012 - Senza categoria    No Comments

Que serà, serà…

DAY429216.jpgQue serà, serà…What ever will be, will be, the future is hard to see, que serà, serà. Cantava Doris Day in “L’uomo che sapeva troppo” (A.Hitchcock, 1956). E più o meno le cose sotto il cielo restano immutate. Non farò considerazioni politiche, non ne capisco niente, ci sono grandi esperti per questo. Però. Quando il gen.Aureliano Buendia di Gallipoli (quello che fece 33 rivoluzioni e le perse tutte) dichiara, con la solita aria stronfia: “Basta governi tecnici, adesso tocca alla politica!”, beh, mi corre un brivido per la schiena e, istintivamente, mi concedo una toccatina scaramantica.

Lo zio Mario-Paperone arrivò perché i nipotini Qui, Quo e Qua ne avevano combinate di tutti i colori, svuotato le casse, fatto debiti con tutta Paperopoli e oltre, gozzovigliato e cazzeggiato allegramente convinti che la cuccagna sarebbe durata all’infinito. E’ arrivato Zio Mario e tutti zitti, contriti, lacrimuccia sul ciglio. Non potendo fare altro hanno accettato la ricetta dura e così niente dolce a fine pasto, niente settimana bianca, auto blu addio. Hanno accettato, convinti italianamente che “ha da passà a nuttata”, per tornare poi alla solita baldoria, appena quella borsa di zio se ne fosse andato. Bene. Cioè, mica tanto. Adesso dovrebbe tornare la politica. Giusto. Ma questa affermazione mi suona tanto come gli appelli papali “Bisogna essere buoni..”, o quei proclami sentimental-pacifisti del tipo “mai più guerre”. Figurarsi se non si è d’accordo: chi sosterrebbe il contrario (anche se son convinto che certe guerre vadano fatte)? Ma sono frasette vuote se poi non le portiamo dal cielo alla polverosa terra.

Deve tornare la politica. Ma fatta da chi? Dagli stessi Qui, Quo, Qua che hanno scassato lo Stato per 20 anni? Convertiti? Pentiti? Contriti? Hanno visto la luce? Sono sempre gli stessi da 40 anni in qua e ora dovremmo credere a cosa? Manco sono stati a Lourdes per supporre un intervento celeste.

Non so se meglio Bersani o Renzi. Non ne capisco nulla di politica-politicata, però mi sembra che almeno Renzi potrebbe essere un bel pretesto per far finta (forse) che le cose siano cambiate. Mandati a casa gli stanchi eroi di tante battaglie perse magari qualche giovinotto ci sarà, pronto a perdere ancora, ma almeno con un poco più di voglia di cambiare e, comunque, qualcuno può pensare ancora di ritrovarsi Uolter in giro? O Marini? O Rutelli redivivo? Violante, etc….?

Da un paese così poteva nascere un fiore? E’ vero che dal letame qualcosa salta fuori ma Faber non ha fatto in tempo a vedere questa Italia, altrimenti altro che “Domenica delle salme…”.

E anche la democrazia diretta del web è durata lo spazio del mattino. Facile da immaginare: se pensiamo-come bimbi entusiasti della playstation-che il web sia la democrazia si finisce poi nelle mani del padrone del server che decide lui cosa sia la “vera” democrazia. Avevamo avuto un movimento sessual-popolare, ci mancava un movimento eterodiretto-commercial-mediatico. E in mezzo tante persone in buona fede che vorrebbero fare, partecipare, ma si trovano sempre ad avere a che fare con imbonitori, dementi, urlatori e venditori di tappeti usati (male). Ma queste persone, spesso “usate” e tradite, sono anche il segnale allarmante di una sostanziale debolezza di cultura civica. C’è molto da lavorare per creare una solida cittadinanza se qualcuno cade nella trappola del “web come democrazia diretta” e scambia il mezzo per la sostanza. Attacchiamo, come è giusto, i demagoghi e i populisti, ma ci scordiamo poi di lavorare seriamente per far maturare le loro potenziali vittime: la gente, il popolo, cioè noi.

Que serà, serà…

 

 

Set 8, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Wikipedia e la “verità” sul web: il caso Panitteri

Philip Roth chiede a Wikipedia di modificare alcune informazioni sulla pagina a lui intestata, perchè false, e Wikipedia rifiuta di intervenire rispondendo che “Capiamo l’argomentazione che l’autore è la massima autorità sul suo lavoro, ma le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie». http://www.lettera43.it/cronaca/roth-lettera-aperta-contro-wikipedia_4367563864.htm
Meraviglioso. Questa è la democrazia del web, alla faccia dei nostri entusiasti seguaci di Grillo che scambiano il mezzo per la sostanza.

Anche nel mio (molto) piccolo ho avuto esperienza di questo paradosso basato sulla demagogica uguaglianza delle fonti. Perchè è corretto confrontare varie fonti in merito a una questione ma non possiamo pensare che tutte le fonti siano uguali, affidabili e fondate. Ogni fonte, in quanto tale, va considerata, valutata ed utilizzata in base alla propria attendibilità. Philip Roth è nato il 19 marzo 1933. Ma se un’altra fonte dicesse invece 14 marzo? Wikipedia sospende la notizia? O indicherà anche l’altra ipotesi perchè “le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie”?

Dicevo della mia piccola esperienza nel mondo wikipediano. Potete ricercare il nome “Francesco Panitteri” (1921-1990), fascista trapanese etc.. Cosa c’entra? Panitteri lo incontrai negli atti della Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia, processato in contumacia quale co-responsabile della condanna a morte di don Pasquino Borghi e dei suoi (30 gennaio 1944). Fra quelle carte esiste la Sentenza della Corte (dic.1946), in cui si condanna il Panitteri e Armando Dottone a 24 anni di reclusione. Sentenza in nome del popolo italiano. Documento reale e consultabile da chiunque voglia. Perchè Panitteri e Dottone? Perchè il Capo della Provincia Enzo Savorgnan il pomeriggio del 29 gennaio 1944 convocò nel suo studio il proprio segretario (Panitteri), il proprio medico (Dottone) e il segretario del PFR locale Wender e decise la fucilazione all’alba del giorno dopo dei 9 antifascisti. Non ci fu alcun processo, nessuna parvenza di legalità. Quattro persone decisero e basta. Panitteri poi, con ammirevole zelo, si incaricò di formare il plotone d’esecuzione e di presenziare alla esecuzione.

Al momento della condanna di Panitteri e Dottone (contumaci perchè fuggiti da Reggio in tempo utile) Savorgnan e Wender erano già stati uccisi dai partigiani, il primo a Varese il 28 aprile 1945, il secondo a Concordia il 22 marzo del medesimo anno.

Bene. Si fa per dire, perchè Panitteri e Dottone non scontarono mai un giorno di carcere, condannati in contumacia furono AMNISTIATI nell’aprile 1946. Per una volta la verità giudiziaria coincide con la verità storica. Basta consultare gli atti.

Invece su Wikipedia le cose non vanno così (http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Panitteri) perché nonostante abbia tentato più volte di modificare la voce e mi sia rivolto al sig.Wikipedia in persona, a Trapani c’è un gruppo di fascisti che si ostina a modificare la voce a loro uso e consumo. Basta leggere [oggi, 8.9.2012]:

Evaso in agosto dal campo, si diede alla latitanza e venne processato in contumacia dalla Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia nel dicembre 1946 per aver fatto parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI. Condannato con Armando Dottone a 24 anni di reclusione,[6] venne assolto, sempre in contumacia, con formula piena in appello dalla Corte d’Assise di Reggio Emilia nel 1948, assieme al giudice Dottone.[7]

Panitteri non fu imputato per aver fatto parte del Tribunale Speciale.., ma per essere stato responsabile della fucilazione di 9 persone mai processate e fu amnistiato e MAI assolto con formula piena dal Tribunale di Reggio Emilia (del resto si concede l’amnistia a qualcuno assolto con formula piena?). Tutte informazioni basate su una fonte documentaria inoppugnabile (atti giudiziari dei processi). Ma per Wikipedia questo vale esattamente quanto un’altra fonte “secondaria” che dica il falso. Questa è la democrazia del web, bellezza!

Aggiungo un altro particolare sulla triste vicenda. Ancora su Wiki si legge:

[Panitteri] “Il 29 gennaio del 1944 ricoprì l’incarico di pubblico ministero del tribunale speciale straordinario e in uno dei processi chiese, in qualità di pubblico ministero, la condanna a morte di don Pasquino Borghi e altri otto partigiani, tra i quali l’anarchico Enrico Zambonini[4].”

E se consultate la nota [4] a fondo pagina troverete questa chicca:

“Gli altri partigiani erano Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini e Ferruccio Battini, i quali furono trovati nascosti in chiesa,e dopo un conflitto a fuoco furono fatti prigionieri, processati, furono fucilati il giorno seguente a San Prospero Strinati, il quartiere di Reggio Emilia dove esisteva il poligono di tiro.”

I 7 antifascisti furono arrestati nelle loro case a Correggio e Rio Saliceto nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 1944 per rappresaglia per l’uccisione del sottoufficiale della GNR Ferretti, azione alla quale erano tutti estranei. Furono portati in carcere a Reggio all’alba del 29, interrogati in giornata (tutti respinsero le accuse) e fucilati all’alba del giorno seguente senza nessuna parvenza di processo. Il conflitto a fuoco era avvenuto giorni prima a Tapignola, sull’Appennino, quando militi fascisti si erano scontrati con partigiani rifugiati nella canonica di don Pasquino, assente.

Questa la realtà storica, ma per Wikipedia la realtà può avere molte facce…. Quindi ricordiamoci sempre che il web è bello ma l’uso del cervello è ancora meglio. 

p.s. le notizie corrette si trovano nella scheda su don Pasquino (http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino_Borghi)

Set 3, 2012 - Senza categoria    1 Comment

“Settembre, andiamo, è tempo di migrare..”

foto_030912.jpg“Settembre, andiamo, è tempo di migrare..”, recitava il Vate, e sotto la pioggia (finalmente) battente di oggi la nebbia nasconde la valle sotto Fortezza Bastiani e le carovane in transito verso le cime. Inutile nasconderselo, con Ferragosto e il ritorno dalle vacanze inizia davvero il nuovo anno che, ancora per formalità o per affezione, facciamo decorrere dal 1 gennaio. È più forte il senso del cambiamento oggi 3 settembre di quello che ci sfiorerà il 1 gennaio 2013 (sempre che la profezia dell’ape Maya non abbia avuto il sopravvento), si torna alle usate cose, si lasciano usi e costumi estivi (ciabatte, calzoncini e maglietta) per riprendere la grisaglia e la vigogna di tutti i giorni.

Ma, temo, che i cambiamenti si fermino qui. Basta sbirciare la stampa di oggi (e della ultime settimane) per rendersi conto che la grande palude gelata è ancora lì. Quasi in uno scenario dantesco i personaggi, bloccati nello Stige ghiacciato, non solo non possono/riescono/vogliono spostarsi ma sono condannati alla iterazione delle loro solite, logore e tristi parti in commedia.

Da una lato “siamo pronti allo sciopero generale”, dall’altro un comico dà delle “salme” all’avversario e quello gli risponde “fascista”. Un tale intima al Capo dello Stato “di tirare fuori le carte” (per una briscola?), dall’altra una “signora” plastificata in spiaggia in Versilia definisce “barbara” l’attività antievasione della GdF e invita a colpire invece i veri evasori “gli extracomunitari che in spiaggia vendono merce contraffatta”.

Signora mia! Dice che ha sentito la mia mancanza? Che avrei dovuto scrivere da FoBa? Dagli spalti dove il sole picchiava forte e trasformava i prati verdeggianti in una sorta di giallo deserto del Gobi? Là dove la velocità di trasmissione dati si misura non in megabyte, ma in byte? Insomma aria da anni 90 quando ancora usavamo il modem esterno che ci gracchiava con il suo “crii-gnii-kkk”.

Si chiama “digital divide”, montagna reggiana, mica Wasiristan. Ma tutto resta uguale a se stesso, mese dopo mese, anno dopo anno.

Che avrei dovuto scrivere? Che siamo fermi, immobili, incapaci di qualunque azione. In un paese dove nulla più funziona ogni minuscolo e volenteroso tentativo di riforma viene massacrato dal tiro incrociato, destra/sinistra, di infiniti piccoli interessi contrapposti

Dopo la caduta del governo del suino plastificato scrissi proprio su FoBa della necessità di “rigore”, verso ognuno di noi, prima che per gli altri. Di rigore ne ho visto poco: al massimo quelli della nazionale agli europei, o i tentativi del povero zio Mario di far rigar dritto una banda di sciagurati intenti a litigare sul colore delle tappezzerie mentre il Titanic affonda. Come nella tradizione italiana: dopo il 25 luglio nessuno era stato fascista, dopo Hammamet nessuno era stato socialista, dopo il Muro di Berlino spariti i comunisti, dopo Berlusca “deve tornare la politica”. Perfetto. Siamo un popolo che rispetta le sue tradizioni.

Appunto: “Dopo la parentesi del governo tecnico deve tornare la politica”. Dicono gli esperti (anzi ex-perti). Bene. Giusto. Ma. Politica di cosa, fatta da chi? Da quelli che da 20 anni sono lì, a perdere battaglie/guerre/partite, tutto? Da quelli che hanno fatto accordi con Silvio (conflitto di interessi, do you remember Violante?). Dovrei lasciar campo in economia non più a zio Mario ma al duo Bonani-Fassina che, leggo, “hanno bocciato Monti?” Questa la politica? Con il Titanic alla deriva chiamereste Schettino?

In compenso oggi c’è una buona notizia: il generale Aureliano Buendia di Gallipoli recensisce il nuovo (gasp) libro di Uolter. Dopo aver massacrato la sinistra per 30 anni, raso al suolo tutto e tutti, come due cowboy impegnati nella classica rissa da saloon, finalmente scatta la pace/tregua? Proposta per i prossimi 25 anni: Uolter scrive (pardon, fa scrivere il suo ghostwriter, ben noto) e Aureliano recensisce, entrambi veleggiando verso i mari del sud. La “politica” ci guadagna e la letteratura non ci perde più di tanto, anche considerato come, dopo lo Strega a Piperno, rimanga poco da mandare a ramengo.

Pioggia anche sulla Chiesa, muore un grande come Martini e il pastore tedesco non va al funerale. Quasi quasi lo capisco. “Si crea un precedente..” gli avranno detto in Curia. Già. Pensate, un Papa che va al funerale di un vero cristiano. Roba da matti, no? Quasi come con questa storia insopportabile e patetica dei “cristiani” nel PD. Fioroni? Ma esiste qualche cristiano che si senta rappresentato dal suddetto? Quelli alla Fioroni, potere e sedie a parte, sono già con l’Udc mentre i geniali strateghi del PD per inseguire quei pochi si giocano i molti cristiani credenti ma laici che non ne possono più di “no” a qualunque cosa giusta e di buonsenso nel campo dei diritti civili.

Piove, almeno non posso dire “governo ladro”. Anche se questa ultima cosa del concorso per gli insegnanti mi lascia l’amaro in bocca. In Italia ci sono due sole professioni “eterne”, il sacerdozio e l’insegnamento. “Semel abbas, sempre abbas”, ma anche “semel magister, sempre magister”. Facciamo il concorso, bene. Finalmente. Ma poi? Chi controllerà nel tempo la capacità di questi insegnanti? E poi la solita sanatoria dei precari. Bene. Ma chi controlla che sappiano insegnare? E, in caso contrario, chi li accompagnerà all’uscio, gentilmente, dicendo loro: “Cambia mestiere?”. Nessuno. Mai. Jamais. Nella pubblica amministrazione vige solo il valore degli anni. Merito e capacità sono parole sconosciute.I presidi che pure avrebbero-per legge-questo potere, non rischieranno mai l’incolumità delle loro sacre terga nel terrore di una chiamata al tar o al sindacato. Quindi chi paga? I nostri figli ma soprattutto i figli di quelli più poveri e deboli che riceveranno un insegnamento scadente senza avere la possibilità, a casa, di genitori in grado di limitare i danni subiti in classe.

E intanto piove “sulle tamerici, sui mirti salmastri” e si riprende l’usato cammino. Un ben ritrovato ai miei 25 lettori, coraggio! La strada è ancora lunga…

 

Ago 2, 2012 - Senza categoria    No Comments

Un parcheggio in centro: ma perchè? Ovvero: essere stupidi..

Immagine17.pngCurio Casotti, personaggio mitico della Migliara che non c’è più, ricordava sempre una grande verità: “Essere stupidi è concesso a tutti, ma quello lì se ne approfitta..!”.

Ecco, io mi chiedo perchè non solo si pensano ma si fanno anche cose stupide, tanto più detestabili in quanto non limitate al privato ma destinate al pubblico. Forse perchè nemmeno Dio è perfetto, visto che ha posto limiti all’umana intelligenza ma non alla stupidità.

Sto parlando del costruendo parcheggio sotterraneo di piazza della Vittoria a Reggio. Una cosa inutile, lucrosa per pochi e dannosa per molti. Anacronistica. Quindi si farà.

Non c’è nessun bisogno di altri parcheggi. Quelli esistenti bastano e avanzano. Lo dicono i dati ufficiali e le statistiche.

Abbiamo impiegato almeno 30 anni a portar fuori le auto dal centro e adesso andiamo a rimettere traffico e scarichi nel centro del centro. E poi cianciamo di città delle persone, di piste ciclabili e auto elettriche. Balle. E’ una scelta urbanisticamente cretina, tant’è che l’assessore alla mobilità è contrario ma, come noto, tutti gli assessori di questa giunta sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri…

Sotto la piazza ci sono le fondazioni della cittadella medievale, hanno fatto le prospezioni in modo furbo (o doloso?) scavando buchi in punti dove non c’è nulla, per poter dire “visto? tranquilli, non faremo danni!”.

L’operazione costerà carissima, fatta in “project financing”: cioè, io, pubblico non ho soldi, tu, bravo pietoso e mecenate privato, paghi, fai l’opera, e te la concedo per 99 anni, lasciandoti libero di aumentare tariffe quando vuoi, comprare, vendere, tutta roba pubblica, eh?

Il parcheggio della Zucchi è sotto-utilizzato ma tant’è. Non bastava fare un percorso protetto e attrezzato da quello alle fontane, se proprio le damazze reggiane nella notte temono l’assalto del marocchino infoiato? Con un decimo di spesa si faceva tutto e si abbelliva la piazza. Signora mia, che mi dice? Poca spesa, poco guadagno, non l’ha ancora capito? Benedetta ingenuità!! Se proprio poi si voleva soddisfare la libido excavandi ancora sotto alla Zucchi si poteva fare un silos di 25 piani, sicuri che lì sotto non si sarebbe trovato altro che terra.

Si dice: i parcheggi sono per i residenti. I residenti che contano, quelli con gli eurini, quelli dell’isolato S.Rocco e strade nobili. Perchè gli altri residenti in centro storico no? In realtà posti auto ce ne sono per tutti i residenti basta cercarli. Oppure, come ha fatto il sottoscritto, si trasforma un negozio in garage e ci si tiene l’automobilina.

Invece no. balle e ancora balle. In realtà l’unica ipotesi che aggira la diagnosi di totale stupidità dell’operazione è una sola, semplice, vile e banale. L’operazione Piazze, avviata con le fontane et similia, si deve concludere prima della fine della legislatura per lasciare un monumento ai posteri, in tempi di crisi non ci sono i soldi e allora si vende ai privati il business del parcheggio. Loro scavano, fanno i box da vendere e, in compenso, sopra, ti finiscono la piazza.

Semplice, banale, vile denaro. Chissà se però nel progetto finale in mezzo alla piazza è previsto anche un monumento equestre al sonder-assessore, lui, alto sul destriero che galoppa fra i funghi e le balene, in basso il volgo reggiano, ignorante e incapace di comprendere tanta grandezza….

Ago 1, 2012 - Senza categoria    No Comments

Agosto, mondo mio ti riconosco…

Tranquillizzo i miei 25 lettori: non sono espatriato dopo aver vinto alla lotteria. Resisto al caldo, un po’ nei boschi della Val di Fiemme e un po’ nell’infermeria di Fortezza Bastiani. Il riacutizzarsi delle ferite riportate sul fronte greco-albanese mi stanno limitando nella mia proverbiale agilità e flessuosità. Ma tant’è, per dirla con il prof.Jones “non sono gli anni, sono i chilometri che pesano…”.

Comunque non è che il mondo circostante si sia particolarmente impegnato a mostrarci nuove e meravigliose prospettive. Mi sto impegnando a superare la dipendenza da spread: alzarsi al mattino e chiedersi “oggi saremo a 450, o a 460?” E ascoltare stupefatto il solerte giornalista che ti informa che in borsa c’è “una ondata speculativa”. Ma dai! Come sentirsi dire che a Monza non si rispettano i limiti di velocità..

In compenso stimati statisti come Gasparri e Calderoli elaborano nuove ipotesi di legge elettorale. Una delle ultime idee è il cosiddetto Pertusellum: chi vince a Caronno Pertusella (VA), ha vinto tutto e si prende un premio di maggioranza del 85%, del resto cosa aspettarsi da due esperimenti genetici venuti male? Più o meno quello che ci si può aspettare dal consigliere provinciale Pagliani che, per dimostrare la moderazione del PDL reggiano, ha dichiarato di appoggiare la proposta di quel tale consigliere di Gualtieri (altro esperimento genetico mancato?) che voleva intitolare una scuola a Benito Mussolini, che in quella scuola insegnò qualche mese agli albori del secolo scorso. Moderato, non c’è che dire. Se era estremista che proponeva? Di intitolare un campo sportivo ad Adolf Hitler, visto che aveva organizzato così bene le Olimpiadi del 1936? Il caldo qui non c’entra: un fascista è un fascista. Semplice tautologia.

Le notti sono fresche a Fortezza Bastiani, da lungi arrivano echi olimpici. Arrivano anche le grida di giubilo per i nostri “guerrieri” sul podio e di biasimo per gli sconfitti. Ma è mai possibile che ogni cosa diventi in terra italica o un dramma o una buffonata? Una via di mezzo, la classica “mesotes” di ellenica fattura, mai? E’ uno sport, anche gli altri giocano e possono vincere. Normale, no? Invece sembra sempre di essere alle Termopili “de noantri”, che sia il fioretto maschile, la Ferrari che non vince o la Pellegrini (mmm, com’è carina la ragazza..) che non trionfa. E’ lo sport, bellezza! E la vita resterà uguale a prima. Se davvero Bartali salvò l’Italia nel ’48 dal caos vuol dire che la patologia è antica e ben radicata.

Aboliamo le provincie, no, si, le ristrutturiamo. Vabbè. Abbiamo capito: viviamo in un paese dove non funziona nulla e appena si tenta una riforma: patatrac! Spuntano associazioni, lobby, club, onorevoli e tutti impegnati a che tutto rimanga rigorosamente uguale, nel pantano noto e stranoto. Oltretutto si parla di riforma, non di giudizio universale: oggi la si fa, fra tre, cinque anni la verifichiamo. No. Jamais. Fermi tutti.

Però spiegatemi a cosa serve la Prefettura, roba che se stanotte implodesse, domattina se ne accorgerebbero solo i solerti impiegati che dovrebbero trovare altri locali per passare il tempo e ripararsi dalle intemperie. O la Motorizzazione Civile (sì, quella che fa dare gli esami per la patente) che si chiama così solo per mimetizzarsi, visto che di civile non ha nulla: quale ente pubblico chiude per ferie per 1 mese (agosto a Reggio Emilia, non a Vibo Valentia)? La Motorizzazione (in)civile, semplice no? Servizio pubblico? Ma dai! Come se l’anagrafe andasse in ferie…

Ancora: Hanno senso comuni con 900 abitanti? Eppure se si propone di accorparli fino alla soglia critica di 10.000 abitanti (5.000 per zone montane) si scatena un coro di proteste “si lede la democrazia…bla, bla…”.

O per venire a cose storiche: quando si aboliscono gli Archivi di Stato? Cattedrali di inutile burocrazia, il cui unico scopo, mantenimento solerti dipendenti a parte, è quello di conservare nascoste e occultate fonti documentarie, depistando il povero malcapitato cittadino/ricercatore con domande, bolli, circolari, richieste, vaglia et simili meraviglie. Tutto con 2 scopi fondamentali: 1. Non fare nulla; 2. Pararsi le chiappe da possibili, remoti rischi. Produttività, merito? Roba da fantascienza.

Quindi attrezziamoci per il caldo, facciamo finta di niente e lasciamo che passi la nottata, basta che la luce ci trovi ancora vivi….

Giu 26, 2012 - Senza categoria    No Comments

Il mio nuovo libro: “Il patto di Khatarine” (Aliberti, 2012)

Per i miei 25 lettori: come annunciato, da ieri è in libreria (ma anche su Amazon e IBS per i lettori telematici) il mio nuovo volume. “Il patto di Katharine”. Un romanzo.

Il patto_cover.jpgHo già accennato al perchè si può passare dalla storia alle “storie” (e viceversa) e di come anche scrivere un romanzo sia, per me, parte di un percorso di comunicazione della storia. Del resto (si parva licet componere magnis..) per capire il seicento e “vivere” la peste del 1629, cosa c’è di meglio che seguire le vicende di Renzo e Lucia?

Così, per chi vorrà, seguendo le vicende di un “ragazzaccio” come Dario Lamberti, reggiano classe 1920, potrà ripercorrere trentacinque anni di storia, non con la pesantezza di un saggio ma (spero) con  l’interesse agli “strani casi” del personaggio. In questo primo episodio si potrà conoscere “Katharine”, alias Margherita, una signora molto speciale, nella Reggio del 1941.

Se Dario (e il suo modesto autore) saranno riusciti in questo primo episodio a suscitare l’interesse dell’inclito pubblico altri ne seguiranno. Altrimenti il mondo girerà come prima e il miei 25 lettori si saranno persi una occasione fondamentale di conoscenza e divertimento (infotainment per i colti cosmopoliti). Scherzi a parte attendo con curiosità le prime impressioni. Tranquilli, si legge in un weekend sotto l’ombrellone o all’ombra di una bella quercia.

A differenza dei miei libri precedenti, ponderosi saggi, “Il patto di Khatarine” lo presenterò fra qualche settimana, iniziando-logicamente-dalla montagna, dove questo e gli altri romanzi sono stati materialmente scritti.

Per quelli che vorranno poi approfondire la conoscenza di Dario possono andare su: //glistranicasididariolamberti.myblog.it, il blog fratello di FB dove ho inserito (e inserirò) foto dei luoghi, dei personaggi, testi e, perchè no, anche ricette, per consentire anche ad un lettore calabrese di prepararsi una buona zuppa inglese.

Buona lettura.

Giu 20, 2012 - Senza categoria    No Comments

La bicicletta uno strumento contro l’astrazione (intervista a Marc Augè di G.Glossi)

negozio-biciclette.jpgSono passati vent’anni dalla pubblicazione in Francia di Nonluoghi di Marc Augé, libro che ha segnato gli studi antropologici e vero e proprio manifesto dell’antropologia del quotidiano. In occasione di questo anniversario Elèuthera, suo storico editore italiano, manda alle stampe una nuova edizione del volume con una lunga e inedita prefazione in cui Marc Augé delinea e distingue i nuovi nonluoghi che si sono imposti nella società contemporanea. Marc Augé, già giovanissimo tifoso di Fausto Coppi e di Jean Robic, è anche un grande appassionato di ciclismo, tanto da dedicargli il pamphlet Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri). Con il suo aiuto proviamo quindi a decifrare l’importanza dell’uso della bicicletta nella scoperta, non solo dell’ambiente che ci circonda, ma anche di noi stessi.
 
 
Come muta la percezione di un luogo se attraversato in bicicletta?
 
Credo che l’importanza della bicicletta non sia solo una questione tecnica, quale mezzo di trasporto, ma che stia nella capacità di rivelare la relazione che noi abbiamo rispetto al tempo e allo spazio. La bicicletta ci aiuta a prendere coscienza delle due dimensioni. Dello spazio è evidente perché pedalando il paesaggio circostante muta davanti ai nostri occhi mentre del tempo perché ciascuno di noi ne percepisce uno diverso a seconda della preparazione atletica e dell’età. Esiste quindi un rapporto concreto tra spazio e tempo. Gli altri mezzi di circolazione e di comunicazione danno invece una percezione astratta, così come il mondo delle immagini dentro cui siamo immersi, tendendo a farci ignorare la sostanza di questo rapporto. L’uso della bicicletta ci riporta all’evidenza del nostro corpo, della nostra età e dell’ambito che ci circonda. è così un modo sano per ritrovare se stessi, il proprio tempo e il proprio spazio. La bicicletta è uno strumento contro l’astrazione.
 
Come si caratterizza l’uso della bicicletta nello spazio metropolitano, in particolare al tempo di una crisi economica che tende a disgregare e a impoverire le città?
 
In primo luogo siamo di fronte ad esigenze di tipo strettamente economico, ovviamente, ma anche di natura ecologica. La crisi ha vari aspetti e forme, ma io direi che va interpretata principalmente come un’occasione di ricostruzione di uno spazio sociale all’interno della città. I ciclisti hanno tra di loro un rapporto fortemente solidale. Ad esempio a Parigi, dove vivo, quando ho voluto provare per la prima volta una Vélib’ senza conoscerne le modalità di funzionamento del noleggio, ho trovato una solidarietà delle persone anche più giovani che mi hanno spiegato il sistema, ed è stata un’occasione per scambiare opinioni e per chiacchierare. Attorno a questo c’è infatti una socialità molto ben strutturata. Dunque il paradosso è che la bicicletta appare come uno strumento individuale, ma in realtà sviluppa una coscienza condivisa tra coloro che la utilizzano al punto da porsi apertamente come esempio e in un certo senso soccorso per gli altri.
 
Quale è l’aspetto più interessante di un sistema di noleggio pubblico di biciclette come il Vélib’ di Parigi?
 
Principalmente direi l’aspetto contrattuale, che è decisamente più seducente dell’ordinario sistema tipico del consumo. Con Vélib’ ciò di cui si ha bisogno lo si misura in termini di tempo, si prende la bicicletta per un’ora o per tutto il giorno. C’è quindi sia un principio economico che di reciprocità. C’è un’etica, ossia un codice di buona condotta che fa sì che gli utenti del servizio si prendano cura dello strumento e questo è a beneficio di tutti. Nel caso generale, ovviamente poi vi sono sempre persone che distruggono le cose, ma nella media funziona bene. E quindi credo che Vélib’ rappresenti una forma di consumo particolare, che tiene conto delle esigenze anche degli altri. Anche in questo caso la bicicletta si pone come un oggetto d’uso e di consumo non strettamente individuale, che coinvolge anche i bisogni altrui.
 
Come è possibile immaginare un utilizzo utopico della bicicletta e quale la sua forza?
 
Immaginiamo che tutti utilizzino la bicicletta. Se così fosse vivremmo in un mondo profondamente diverso, e non solo tecnicamente o tecnologicamente, ma socialmente e nelle relazioni tra gli uni e gli altri. Vediamo bene che tutto ciò che esiste oggi come mezzo di comunicazione non è segnato dalla preoccupazione del benessere di tutti.
In particolar modo a Parigi, a partire da una certa età o se si è portatori di handicap prendere la metropolitana non sempre è possibile, in alcuni casi ci sono scale o altri tipi di barriere che lo rendono impossibile. Quindi la metropolitana non adempie completamente al proprio ruolo sociale. Diversamente, per le biciclette si potrebbe immaginare che abbiano, per esempio, dei motori elettrici che non inquinino utilizzabili da chiunque. Ma si è ancora lontani da questo per il momento. Di certo rimango colpito da come in Francia e a Parigi in particolare l’handicap come l’età avanzata siano degli ostacoli reali per circolare liberamente in città, al punto da ostracizzare alcuni individui. L’utopia della bicicletta sarebbe quindi una generalizzazione delle possibilità in modo che ciascuno possa andare per strada prendendo una bicicletta, partire e lasciarla nuovamente dove gli pare, in maniera totalmente naturale. Sartre parlava della naturalezza con cui ci si scambia il fuoco, da sigaretta a sigaretta, e così dovrebbero essere l’uso diffuso della bicicletta. Così immagino l’utopia della bicicletta.
 
L’uso della bicicletta è un modo per riappropriarsi di un’idea di futuro?
 
Nella misura in cui la si consideri una sorta di utopia sociale, sì. Detto questo non bisogna sognare. Il futuro dell’umanità è il futuro della scienza e penso d’altra parta che più la scienza potrà svilupparsi, più potrà esser compatibile con la vita di tutti i giorni. Se vi è una finalità umana, questa è quella della conoscenza. La conoscenza dell’universo come la conoscenza intima ed esterna di noi stessi. Certamente la bicicletta è una forma di accesso alla conoscenza, ma una volta che vi sono saliti sopra, gli scienziati devono pur sempre scendere e tornare nei loro laboratori per lavorare e per sperimentare.
 
Cosa ricorda con più piacere di quando ha imparato ad andare in bicicletta?
 
I miei ricordi di bicicletta sono soprattutto ricordi di adolescenza. Sono andato parecchio in bicicletta, a partire dagli undici anni quando andavo via da Parigi per raggiungere i miei nonni in vacanza in Bretagna. La bicicletta era una meraviglioso mezzo di scoperta capace di allargare gli orizzonti e di farmi vivere vere e proprie avventure. Non che ci si allontanasse molto dal villaggio, al massimo una trentina di chilometri, ma l’eccitazione e l’emozione della scoperta erano comunque forti. Piccole scoperte, ma pur sempre tali. La bicicletta è stata per me il desiderio di andare a vedere altrove, di scoprire e cercare oltre.
 
Ha sempre mantenuto l’uso della bicicletta?
 
Molto onestamente non in maniera sistematica, ma quando hanno installato Vélib’ a Parigi ho avuto la curiosità di capirne il funzionamento e un po’ l’ho utilizzata. Solo che Parigi è un po’ problematica, alcune strade sono un po’ pericolose, spesso si è obbligati a percorrere le medesime corsie degli autobus e dei taxi e ci sono stati anche alcuni incidenti. E spero che la situazioni migliori, che si facciano più piste ciclabili e che s’investa nella sicurezza dei ciclisti, ma in generale non posso definirmi un praticante inveterato della bicicletta.
 
Cosa si scopre andando in bicicletta?
 
Prima di tutto l’uso della bicicletta invita alla scoperta dell’esterno, del paesaggio che ci circonda. In bicicletta non siamo obbligati all’interno di itinerari prefissati come capita in città circolando con la metropolitana o con gli autobus. In bicicletta si scoprono percorsi nuovi, scenari inediti appaiono al nostro sguardo, la bicicletta è sì uno strumento di scoperta, ma principalmente di riscoperta geografica. Ma in senso più ampio possiamo dire che andare in bicicletta è un modo per conoscere se stessi. Si fa esperienza della propria forza in modo molto concreto, il rapporto con il proprio corpo può aiutare a capirlo e quindi a migliorarlo. E infine credo che la cosa più positiva sia il poter prendere coscienza della propria età e delle possibilità che questa ancora ci lascia.

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Giu 17, 2012 - Senza categoria    No Comments

Dalla storia alle storie. Noterelle di uno storico di strada.

Cover.jpgFra una settimana sarà il libreria un mio nuovo libro. Il settimo (come unico e solingo autore). Ma stavolta c’è qualcosa di nuovo, insieme a qualcosa di solito. Il nuovo è che, chi vorrà, si troverà fra le mani un romanzo (“Il patto di Katharine”), il primo di quella che aspira ad essere una serie (“Gli strani casi di Dario Lamberti”). Il solito è che si parla ancora di storia, 1941 per la precisione, Reggio Emilia per l’esattezza.

Perchè passare dalla storia alle storie? Qualcuno, con il pennacchio sul cappello, storcerà il naso e penserà “Ecco, ve l’avevo detto: Storchi non è una storico serio, si mette a scrivere romanzi…”. Devo dire che di questi pennacchiuti ne ho pieni i cabasisi e che mi fanno ormai l’effetto di un Cicchitto alle due del pomeriggio. Leggera nausea e totale indifferenza. Tranquillizzo i pochi affezionati tossici: continuerò a far ricerca e a pubblicare i saggi con note, citazioni, glosse e quant’altro. Però. Però non posso nascondermi dietro a un dito e negare la crisi profonda della storiografia italiana contemporanea. Escono saggi perfetti, frutto di approfondite ricerche e rigorose meditazioni e…nessuno li legge. Salvo beninteso la ristrettissima cerchia degli addetti ai lavori, loro famigli compresi. Saggi perfetti che rimangono muti, incapaci di formare una consapevolezza pubblica. Editi magari da editori che non diffondono il prodotto oltre i confini comunali. Così l’opinione pubblica rimane ferma in convinzioni assolutamente fallaci (dalle colpe partigiane per le Fosse Ardeatine, al “mito” delle foibe o i presunti “crimini” partigiani del dopoguerra) e giorno per giorno la domanda “ma noi storici che ci stiamo a fare…?” diventa sempre più scomoda.

Io sono uno storico di strada, non sono un uomo di cultura, raccolgo pezzi di vita e cerco di rimetterli insieme. Tutto qui. Non avrò mai una cattedra universitaria o, se dovessi averla, sarebbe quella da bidello magari alle elementari di Fortezza Bastiani. Non sono abbastanza bravo, complesso, profondo. Ma, peggio di tutto, pare che riesca a farmi capire. Imperdonabile. Perchè interpreto il mio essere storico come un impegno etico e culturale, perfino politico. Non pubblico 3 saggi all’anno per avere 1,38 punti per il prossimo concorso, peraltro già assegnato a tavolino. Scrivo e parlo perchè la gente capisca, non perchè rimanga affascinata (o mortalmente annoiata) dal mio scrivere/parlare ma perchè porti a casa o trovi nei miei libri una sola nota in più di quanto conosceva prima. Lo so, è sbagliato, in un paese dove anche fra gli storici la gara è spesso(mi scusino le signore) a chi ce l’ha più lungo.

Qualche anno fa proposi una mia ricerca a un sommo editore che la valutò, la soppesò e poi rispose “no, grazie, è troppo locale..”. Al suo posto editò un sontuoso saggio accademico che vendette ben 78 copie. La mia ricerca, (il volume si chiamò “Sangue al Bosco del Lupo”) pubblicata dall’amico Francesco Aliberti vide andare esaurite due intere edizioni, con una pagina intera sul “Corriere della Sera”. Fortuna, certamente, ma anche la dimostrazione di quanto antico e autoreferenziale sia il mondo dell’editoria che quello dell’accademia. Tutto normale e risaputo.

Allora perchè le storie? Perchè la storia è fatta di storie e dove lo storico (anche quello di strada) deve arrestarsi per rigore metodologico può continuare il narratore. Riprendere quei materiali e andare avanti. La storia che racconto ne “Il patto di Katherine” è ambientata nell’ottobre 1941. Avrei potuto fare una saggio-so come si fa-con note, dati e citazioni. Quanti l’avrebbero letto? Quanto sarebbe servito a dare almeno una informazione in più al malcapitato lettore?

Parafrasando von Clausewitz, il racconto è solo la storia fatta con altri mezzi. Così inizio a raccontare Reggio e il nostro paese in 35 anni di storia, dal 1941 al 1975, attraverso “gli strani casi” di Dario Lamberti, classe 1920, borghese, reggiano, eroe suo malgrado, partigiano, professore di lettere antiche fino alla pensione. Io mi sono divertito, spero che qualcun altro si diverta insieme a me.

Per chiarire (forse) queste confuse noterelle faccio seguire la “Nota dell’autore” del nuovo libro, di cui ringrazio ancora l’Editore Aliberti per la fiducia, al limite dell’incoscienza.

Nota dell’autore

Perché passare dalla storia alle “storie”? In tempi in cui la storia diventa oggetto di riscritture, di spettacolarizzazione, di amnesie più o meno ragionate, anche il confine fra storia e “storie” diventa più sottile. Le opinioni diventano indipendenti dai fatti e tutto tende a confondersi in una drammatizzazione spesso al limite del grottesco.

Ogni ricerca storica tende alla sovrabbondanza, di ipotesi, di percorsi ma soprattutto di materiali della più diversa specie. Materiali che finiscono in un cassetto, su un nastro magnetico, su appunti presi e lasciati inutilizzati. Scrivere “storie” consente di rimettere in circolo questi materiali. Di riciclarli. Una forma di uso ecologico di materiali storici. Storie, vite, episodi, luoghi, ritrovano un loro spazio e, forse, un nuovo senso, fuori dalla gabbia rigida della ricerca storiografica codificata.

Come in un mosaico crollato a terra, si raccolgono le tessere e si ricompone un nuovo disegno. Ogni tessera è originale, un brandello di realtà, ma l’insieme ricostruito non è più storia ma una “storia” possibile fra le tante, uno strumento per raccontare anni lontani e diversi.

Anni lontani e diversi di una città e della sua gente. Una provincia e una terra complicata, con tanta, troppa storia, come qualche amico estero ci ricorda, e dentro uomini e donne, passioni e sentimenti.

Un racconto che inizia con questo primo episodio e che diviene un percorso dal dopoguerra alla vigilia della nostra (post)modernità, attraverso le vicende di Dario Lamberti, professore del Liceo Classico Ludovico Ariosto. Un percorso che non pretende di ridare un senso a 35 anni di storia (le vicende di Dario spaziano tra il 1941 e il 1976) ma, aggirandosi fra quei “sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli” che Montale ci racconta, vuole essere un altro punto di vista, il punto di vista di un reggiano che forse è sfuggito a quella “rete a strascico” ma che, come ci conferma il poeta, non solo non è particolarmente felice ma, probabilmente, ignora la sua fortuna.

 Migliara, 19 gennaio 2012

Mag 31, 2012 - Senza categoria    No Comments

Stragi nazifasciste, nessun risarcimento. Cassazione, ricorso tedesco accolto.

di Charlotte Matteini

Nessun diritto al risarcimento per i familiari delle vittime civili della barbarie nazifascista uccisi dalle rappresaglie del Reich alla fine della Seconda guerra mondiale in Italia.
Lo ha decretato la Cassazione, accogliendo un ricorso della Repubblica federale tedesca, recependo l’orientamento espresso a febbraio dalla Corte internazionale di giustizia de l’Aja.
LA PRIMA SENTENZA CONDANNÒ LA GERMANIA. La prima sezione penale della Suprema Corte ha annullato, senza rinvio, il verdetto emesso il 20 aprile 2011 dalla Corte militare di Appello di Roma che dichiarava la Germania responsabile civile dell’eccidio di 350 civili uccisi nell’agosto del 1944 tra Fivizzano e Fosdinovo, in provincia di Massa.
La sentenza riconosceva agli oltre 60 familiari delle vittime un risarcimento complessivo di circa cinque milioni di euro e alla Regione Toscana, costituitasi parte civile assieme ai due Comuni, era invece stata accordata una provvisionale di 40 mila euro.
Stessa cifra liquidata, come acconto su un totale da determinare, anche alle amministrazioni comunali di Fivizzano e Fosdinovo.

Negli anni passati, invece, la Cassazione aveva confermato il diritto dei familiari delle vittime a essere risarcite e lo stesso discorso valeva anche per i cosiddetti ‘schiavi di Hitler’, gli italiani – militari e civili – deportati in Germania a lavorare nell’industria bellica.
«Le stragi di civili sono un crimine mostruoso per il quale la Germania riconosce la sua responsabilità morale e chiede perdono al popolo italiano e ai familiari delle vittime, questa é la prima cosa che voglio dire con chiarezza», ha affermato l’avvocato Augusto Dossena, che ha presentato il ricorso della Repubblica federale tedesca in Cassazione.
«Con questa decisione» ha spiegato Dossena «credo che la Cassazione abbia recepito la sentenza de L’Aja che ha dichiarato che anche per i crimini di guerra vale il principio della immunità civile degli Stati».
«Questo non vuol dire che la Germania non pagherà indennizzi perché la Corte non ha detto questo: ha detto, invece, che questa materia» ha proseguito il legale «deve essere definita con gli strumenti diplomatici, dunque con un dialogo tra Stati, e non per vie giudiziali. Contatti in tal senso già ci sono stati tra Roma e Berlino».
«LA CASSAZIONE HA TENUTO CONTO DELL’AJA». In attesa di conoscere le motivazioni dei supremi giudici – entro 90 giorni – Dossena ha aggiunto che «per ora, posso solo dire che la procura della Cassazione, senza entrare nel merito del ‘giusto’ o ‘sbagliato’, ha sostenuto, che era necessario tenere conto di quanto stabilito dalla Corte Internazionale».
Sul fronte delle responsabilità penali dei militari nazisti, Dossena ha sottolineato che «sono passate in giudicato, e dunque, sono definitive, le condanne all’ergastolo dei quattro imputati: Joseph Bauman, Wilhelm Kusterer, Max Schneider e Helmut Wulf».
L’avvocato ha però notato che i quattro «non hanno nemmeno fatto ricorso contro la sentenza di appello, forse sono deceduti, come è accaduto per altri quattro coimputati».

Sono circa 60 le cause risarcitorie pendenti, in diverso grado, nelle aule di giustizia italiane per crimini di guerra commessi dai militari nazisti.
A Como, il tribunale civile deve riprendere il procedimento con il quale la Germania chiede la liberazione di Villa Vigoni, il prestigioso centro di studi tedesco sul lago di Como, dall’iscrizione ipotecaria chiesta dai parenti delle vittime della strage di Civitella.
GERMANIA CONTRO ROMA. Invece a Roma, il tribunale, a settembre, deve decidere sulla richiesta di opposizione avanzata sempre dalla Germania contro il tentativo di «esecuzione presso terzi» con il quale i greci dell’eccidio di Distomo chiedono il sequestro di circa 40 milioni di euro che le Ferrovie tedesche avrebbero, secondo i legali dei greci, sotto forma di credito presso le Ferrovie dello Stato italiane.
Finora il tentativo di esecuzione non è andato a buon fine perché non è risultato alcun credito.
A ogni modo, in giudizio si sono costituite, oltre alla Germania, anche le ferrovie tedesche e quelle italiane.

Mercoledì, 30 Maggio 2012

http://www.lettera43.it/politica/stragi-nazifasciste-nessun-risarcimento_4367552763.htm

Mag 15, 2012 - Senza categoria    No Comments

Futura memoria (Giorgio Boatti)

 

Schermata 2012-05-14 a 18.30.18.jpgSoldaten. Combattere Uccidere Morire

Un catalogo degli orrori. Un repertorio di crudeltà che va ben al di là della ferocia insita in ogni guerra. Soldaten, il libro appena pubblicato da Garzanti (464 pagine, Euro 24,50), con cui lo storico Sonke Neitzel e lo psicologo sociale Harald Welzer ricostruiscono il mondo interiore dei soldati di Hitler, non è lettura per palati fini. O per sensibilità delicate.
 
Per oltre quattrocento pagine i due studiosi attingono alla montagna di verbali – desecretati dagli archivi inglesi e americani – che riportano le intercettazioni delle conversazioni tra combattenti tedeschi detenuti nei campi di prigionia di Trent Park e Wilton Park, nel Regno Unito, e di Fort Hunt, in Virginia, Stati Uniti.
 
I verbali sono il frutto del lavoro della rete dei Secret Interrogation Center allestiti da Londra già all’inizio della guerra e dei Joint Interrogation Centres resi operanti dagli americani a partire dall’estate del 1941. Sul milione di prigionieri caduti in mano alleata sono circa 10.000 i militari tedeschi e 563 gli italiani (su questi ultimi, in Soldaten, emerge piuttosto poco) trasferiti, dopo opportuna selezione, in questi luoghi di detenzione speciale. L’obiettivo non è raccogliere prove per punire azioni criminali ma fornire all’intelligence alleata materiale prezioso sull’avversario che si sta ancora fronteggiando. Quello che si effettua è una sorta di vivisezione operata su una significativa campionatura del grande corpo delle armate di Berlino. Ne emergono schegge taglienti, impietosi reperti di una guerra senza regole che viene esposta con una schiettezza che nessun interrogatorio potrebbe mai afferrare. I “kamaraden”, ignari – o, forse, in alcuni casi, incuranti – di essere intercettati dalle “cimici” installate nella baracche di questi campi speciali, si raccontano l’un l’altro quella che per loro, alla fine, è stata solo la pratica quotidiana del mestiere di soldati di Hitler. Nelle oltre 150.000 pagine dei documenti vagliati da due studiosi prendono corpo, attraverso le voci dei diretti protagonisti, i dettagli più raccapriccianti del secondo conflitto mondiale: dalle modalità operative dello sterminio degli ebrei alle esecuzioni dei prigionieri, dalle stragi di ostaggi civili alla pratica dello stupro di massa nelle terre occupate. Sino alle “battute di caccia” con cui carnefici volontari – in un caso persino gli appartenenti a una banda musicale inviata ad allietare le truppe al fronte – chiedono di “sparare assieme” ai reparti “specializzati” nell’eliminazione di ebrei e partigiani.
 
In Soldaten si spiega come questi siano i frutti – maturati in Germania in poco più di sei anni, dall’avvento di Hitler nel 1933 allo scoppio della guerra – della convinta adesione della maggioranza della società tedesca al mito della “razza eletta”. Le riserve e gli interrogativi, quando ci sono, appartengono a pochi e sono espressi in privatissimi ambiti. Nella vita pubblica la comunità dei prescelti esige che vi siano degli esclusi – gli ebrei, i matti, gli zingari, gli oppositori. Nei confronti di questi, già in tempo di pace, una condotta collettiva e individuale sempre più disumana diventa la norma. Questo indurrà l’uomo della strada, il padre di famiglia esemplare – una volta rivestito nell’uniforme – a convivere con ogni efferatezza.
 
Ancora una volta la Storia dimostra che non conta l’irrealtà di una situazione quanto il fatto che chi vi è immerso la possa percepire come reale.
Come dice il sociologo americano William I. Thomas, anche i fatti immaginari – ad esempio il “complotto ebraico” da estirpare per salvare la Germania – finiscono per l’avere conseguenze reali: l’infinito sgranarsi di brutalità e crimini rievocato, senza rimorsi né dubbi, nelle intercettazioni di Soldaten ne è la prova. Secondo lo storico Wolfram Setter furono poco più di un centinaio i casi di “Rettungswiderstand”, ovvero di resistenza agli ordini finalizzata a salvare vittime. Cento su oltre 17 milioni di soldati inquadrati nella Wehrmacht nel corso dei sei anni di guerra. Tutti gli altri si adeguarono. Da volonterosi carnefici, da zelanti complici o da obbedienti comparse marciarono compatti sino in fondo al baratro. Facendo tacere ogni compassione e umanità.
 

 
Ammazzateli pure, ma non alla mia sorgente
Il generale Kittel parla dei massacri del 1941, nella zona di Daugavpils (Lettonia) di cui è stato comandante. Contro gli ebrei operava la Sicherheitsdienst (SD): “I bambini, li hanno presi per i capelli e hanno sparato. Poi li hanno gettati dentro la fossa. L’ho visto con i miei occhi…Sono salito in macchina e sono andato dall’uomo della SD e gli ho detto: “Vi proibisco una volta per tutte fucilazioni alle quali può assistere chiunque. Se fucilate la gente nel bosco, dove nessuno vede quanto accade, è affare vostro. Ma vi vieto di sparare anche per un solo giorno di più. Quando andiamo a prendere l’acqua alle fonti noi ci troviamo dei cadaveri…”
 
Sopprimiamoli, non siamo mica femminucce…
Il timoniere del sottomarino U-187 Heinrich Skrzipek, catturato dagli inglesi, è intercettato mentre il 5 marzo del 1943 spiega la sua visione del mondo ai commilitoni prigionieri: “Lo storpio va soppresso senza dolore. Così si fa. Loro non lo sanno e comunque non hanno nulla nella vita. Basta però non essere teneri! Non siamo mica femminucce! Lo stesso avviene con gli scemi o i mezzi scemi. Per uno scemo si possono nutrire sei soldati feriti. Naturalmente non tutto è giusto per tutti. Alcune cose non vanno neanche a me, ma qui stiamo parlando in generale…”
 
Si sono divertiti come matti…
Il caporale scelto Muller è intercettato mentre rievoca un’azione anti-partigiana svolta contro un villaggio russo: “Allora abbiamo riempito bottiglie di birra con la benzina, le abbiamo messe sul tavolo e uscendo, come se nulla fosse, ci siamo lanciati alle spalle delle bombe a mano. È bruciato tutto subito: tetti di paglia. Tutti morti: donne, bambini. Pochissimi partigiani. In situazioni simili io non avrei mai sparato senza essermi assicurato che si trattasse veramente di partigiani. Ma molti dei miei compagni si sono divertiti come matti..
 
Quei grandi letti come si usa in Italia…
Due commilitoni, caduti prigionieri degli Americani, sono registrati il 2 aprile 1945 mentre parlano di un’azione di paracadutisti tedeschi operanti in Italia:
Schultka: “Cosa non succede al giorno d’oggi. Roba da non credere. Dei parà hanno fatto irruzione in una casa italiana e hanno fatto fuori due uomini. Erano due padri; uno aveva due figlie. Poi si sono scopati entrambe le figlie, se le sono scopate per bene e poi le hanno fucilate. In casa c’erano quei grandi letti all’italiana; le hanno buttate sul letto e..”
Czosnowski: “È disumano. Ma spesso raccontano cose che non hanno fatto, per darsi un sacco di arie…”
 
Ma diamocela tutti a gambe!
Nelle intercettazioni, quando parlano gli italiani, il tema è spesso la fuga. L’ammiraglio Leonardi, comandante delle fortezza di Augusta, una volta prigioniero, è intercettato dagli inglesi l’11 agosto 1943 mentre afferma: “Ho pensato di sparire in borghese. Alla fine se tutti gli altri se ne vanno non si vede perché non dovrebbe fuggire anche l’ammiraglio…Perché mai dovrei rimanere? Non sarò mica così fesso? Diamocela tutti a gambe”. Due generali italiani – i loro nomi non sono riportati – dopo la terza disfatta del novembre 1942 in Africa settentrionale sono registrati mentre convengono che: “È meglio non dire che cosa è successo: per esempio, che non abbiamo opposto alcuna resistenza”…

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