Set 19, 2012 - opinioni    1 Comment

“Ci hanno rubato il futuro”…

 305f1.jpg“Ci hanno rubato il futuro” è il mantra che sentiamo ripetere da giovani e meno giovani. Se le parole hanno (ancora) un senso, la frase sta a significare che qualcuno (chi?) ha rubato il domani, il dopodomani etc. a diverse categorie di persone (che resteranno, loro malgrado, nel nulla, nel dolore, nella disperazione). Sì, perché ho sentito questa frase pronunciata da giovani neolaureati come da pensionati mancati. Il qualcuno è noto: le multinazionali, gli speculatori, i politici, il capitalismo. Tutti. Quindi nessuno. Così si torna al senso della frase da rimodulare: “Nessuno ci ha rubato il futuro”, avrebbe detto il buon Ulisse al povero Ciclope.

In realtà questa frase è la solita geremiade che trova facile successo in questa Italia riscoperta eternamente piagnona, pronta alla chiacchiera da bar (in questo senso Facebook è anche una sorta di Bar Sport planetario) e alla vuota lamentazione. A prendersela sempre con gli altri, colpevoli di tutto, e mai a cambiare qualche piccola deleteria abitudine.

Il futuro è quello che è, non c’è scampo più per me…” urlava nel sonno il nipotino di Frankestein, come Mel Brooks ci ricordava nel suo genio. Siamo lì?

Come corollario di “Ci hanno rubato il futuro” c’è l’ovvio “I giovani non hanno futuro”. Bene. Bello. Costruttivo e incoraggiante. Io che di figli ne ho tre, ogni giorno a pranzo e cena per incoraggiarli a studiare, impegnarsi a non far cazzate, li guardo negli occhi e ripeto loro “Non avete futuro!” e poi sputazzo loro in faccia per prepararli al domani.

Popolo di corta memoria e di enorme capacità digestiva abbiamo dimenticato tutto. Per noi “giovani d’epoca” invece è stato tutto facile, bello, divertente. Io, ventenne alla metà dei settanta, laureato negli ottanta mi sono divertito un sacco, ho trovato subito lavoro, ho fatto carriera, mi sono fatto i soldi. Io no, sarebbe normale, ma neppure quelli come me allora. Ma non c’era nessun frangigonadi a dirci “I giovani non hanno futuro”, il futuro era il giorno dopo, era studiare e prepararsi perché comunque quello studio sarebbe servito (come serve oggi, non contiamoci fanfaluche). In tempi di disperati sogni rivoluzionari, finiti nel sangue e nella merda, ho sempre pensato che se anche fosse arrivata la rivoluzione comunque era meglio sapere una parola in più che una in meno, aver letto un libro in più che uno in meno e che il mondo era molto più complicato degli slogan che mi passavano accanto nelle strade e nelle piazze. Canticchiavo un pezzetto del buon Faber “certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni…”.

Finita l’università, come concordato, i miei chiusero i rubinetti. All’emiliana mi dissero “Va’ mo’…” e io sono andato. E state tranquilli che anche allora c’era la politica opprimente e occupante che distribuiva posti e carriere. Solo che allora i posti e le carriere erano tante e in tanti venivano accontentati. Oggi si accontentano solo i politici e gli altri si incazzano, non per etica ma per delusione.

All’Università pensate fosse un collegio di Orsoline? Il mio prof di tesi mi disse onestamente “vorrei tenerti qui, ma io non ho peso e quindi entreranno gli allievi di A,B,C, bravi o no…se vuoi puoi restare ma gratis…”. No, grazie, agratis non potevo, e così mi detti da fare, feci corsi di specializzazione, per mantenermi feci il fotografo a un buon livello, tale che ancora oggi posso permettermi di sorridere davanti a certe mostre. Poi, intestardito nella pazza idea di fare quello per cui avevo studiato (lo storico) passo a passo ci sono arrivato. Storico di quartiere, di strada, niente a che vedere con quei A,B,C che lasciai allora nei corridoi. Banalmente povero ma felice. Si fa per dire. Ma almeno con la memoria ancora sufficientemente viva per non sopportare boiate come “Ci hanno rubato il futuro”.

Semplicemente oggi molte cose sono diverse, ma per fortuna sono diversi anche i nostri giovani (dei pensionati mancati dichiaro qui e ora che non me ne frega una cippa). Inciso: categorizzare è sempre una fesseria, l’inizio della banalità, ogni categoria è fatta di singoli, persone. Esistono giovani in gamba e giovani coglioni, esattamente come gli elettricisti, i chirurghi o i senatori. Punto.

Io uscii dall’Italia la prima volta a 24 anni, lavorando come ingegnere (ma questa è un’altra storia) con quel po’ d’inglese imparato a scuola o sulle canzoni rock. Mia figlia a 22 anni, sa 3 lingue, vorrebbe vivere a Berlino (dove è già stata un anno) e ha già avuto il triplo di occasioni di crescita e opportunità della nostra generazione allora. I tempi sono difficili, come lo sempre stati. I nostri figli hanno tutte le carte in mano per farcela. E ce la faranno, esattamente come noi. Più fatica? Meno fatica? Comunque sudore.

I nostri genitori cosa avrebbero dovuto dire nel 1945? Loro sì avevano tutto il diritto di esclamare “Ci avete rubato il futuro”. Invece no. Si rimboccarono le maniche e all’emiliana dissero “Va’, mo’..’” e hanno fatto quello che sappiamo. Come sempre il futuro è lì, nessuna Spectre lo può rubare perché non appartiene a nessuno. Appartiene alla voglia di fare, di impegnarsi. Anche fra i miei conoscenti di allora c’erano i fancazzisti, i perditempo, i menabubbole. Qualcuno è schioppato, qualcuno è diventato artista, qualcuno ha fatto i soldi, qualcuno no. Normale, come è dalla notte dei tempi. Il cambiamento lo facciamo tutti, tutti insieme ogni giorno.

Io che di figli ne ho tre, ogni giorno a pranzo e cena per incoraggiarli a studiare, impegnarsi a non far cazzate, li guardo negli occhi e ripeto loro “Non avete futuro!” e poi sputazzo loro in faccia per prepararli al domani. Loro mi guardano, mi compatiscono, e poi in un ottimo dialetto mi rispondono: “Mo’ va a caghèr..!”.

 

 

 

 

 

Set 10, 2012 - Senza categoria    No Comments

Que serà, serà…

DAY429216.jpgQue serà, serà…What ever will be, will be, the future is hard to see, que serà, serà. Cantava Doris Day in “L’uomo che sapeva troppo” (A.Hitchcock, 1956). E più o meno le cose sotto il cielo restano immutate. Non farò considerazioni politiche, non ne capisco niente, ci sono grandi esperti per questo. Però. Quando il gen.Aureliano Buendia di Gallipoli (quello che fece 33 rivoluzioni e le perse tutte) dichiara, con la solita aria stronfia: “Basta governi tecnici, adesso tocca alla politica!”, beh, mi corre un brivido per la schiena e, istintivamente, mi concedo una toccatina scaramantica.

Lo zio Mario-Paperone arrivò perché i nipotini Qui, Quo e Qua ne avevano combinate di tutti i colori, svuotato le casse, fatto debiti con tutta Paperopoli e oltre, gozzovigliato e cazzeggiato allegramente convinti che la cuccagna sarebbe durata all’infinito. E’ arrivato Zio Mario e tutti zitti, contriti, lacrimuccia sul ciglio. Non potendo fare altro hanno accettato la ricetta dura e così niente dolce a fine pasto, niente settimana bianca, auto blu addio. Hanno accettato, convinti italianamente che “ha da passà a nuttata”, per tornare poi alla solita baldoria, appena quella borsa di zio se ne fosse andato. Bene. Cioè, mica tanto. Adesso dovrebbe tornare la politica. Giusto. Ma questa affermazione mi suona tanto come gli appelli papali “Bisogna essere buoni..”, o quei proclami sentimental-pacifisti del tipo “mai più guerre”. Figurarsi se non si è d’accordo: chi sosterrebbe il contrario (anche se son convinto che certe guerre vadano fatte)? Ma sono frasette vuote se poi non le portiamo dal cielo alla polverosa terra.

Deve tornare la politica. Ma fatta da chi? Dagli stessi Qui, Quo, Qua che hanno scassato lo Stato per 20 anni? Convertiti? Pentiti? Contriti? Hanno visto la luce? Sono sempre gli stessi da 40 anni in qua e ora dovremmo credere a cosa? Manco sono stati a Lourdes per supporre un intervento celeste.

Non so se meglio Bersani o Renzi. Non ne capisco nulla di politica-politicata, però mi sembra che almeno Renzi potrebbe essere un bel pretesto per far finta (forse) che le cose siano cambiate. Mandati a casa gli stanchi eroi di tante battaglie perse magari qualche giovinotto ci sarà, pronto a perdere ancora, ma almeno con un poco più di voglia di cambiare e, comunque, qualcuno può pensare ancora di ritrovarsi Uolter in giro? O Marini? O Rutelli redivivo? Violante, etc….?

Da un paese così poteva nascere un fiore? E’ vero che dal letame qualcosa salta fuori ma Faber non ha fatto in tempo a vedere questa Italia, altrimenti altro che “Domenica delle salme…”.

E anche la democrazia diretta del web è durata lo spazio del mattino. Facile da immaginare: se pensiamo-come bimbi entusiasti della playstation-che il web sia la democrazia si finisce poi nelle mani del padrone del server che decide lui cosa sia la “vera” democrazia. Avevamo avuto un movimento sessual-popolare, ci mancava un movimento eterodiretto-commercial-mediatico. E in mezzo tante persone in buona fede che vorrebbero fare, partecipare, ma si trovano sempre ad avere a che fare con imbonitori, dementi, urlatori e venditori di tappeti usati (male). Ma queste persone, spesso “usate” e tradite, sono anche il segnale allarmante di una sostanziale debolezza di cultura civica. C’è molto da lavorare per creare una solida cittadinanza se qualcuno cade nella trappola del “web come democrazia diretta” e scambia il mezzo per la sostanza. Attacchiamo, come è giusto, i demagoghi e i populisti, ma ci scordiamo poi di lavorare seriamente per far maturare le loro potenziali vittime: la gente, il popolo, cioè noi.

Que serà, serà…

 

 

Set 8, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Wikipedia e la “verità” sul web: il caso Panitteri

Philip Roth chiede a Wikipedia di modificare alcune informazioni sulla pagina a lui intestata, perchè false, e Wikipedia rifiuta di intervenire rispondendo che “Capiamo l’argomentazione che l’autore è la massima autorità sul suo lavoro, ma le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie». http://www.lettera43.it/cronaca/roth-lettera-aperta-contro-wikipedia_4367563864.htm
Meraviglioso. Questa è la democrazia del web, alla faccia dei nostri entusiasti seguaci di Grillo che scambiano il mezzo per la sostanza.

Anche nel mio (molto) piccolo ho avuto esperienza di questo paradosso basato sulla demagogica uguaglianza delle fonti. Perchè è corretto confrontare varie fonti in merito a una questione ma non possiamo pensare che tutte le fonti siano uguali, affidabili e fondate. Ogni fonte, in quanto tale, va considerata, valutata ed utilizzata in base alla propria attendibilità. Philip Roth è nato il 19 marzo 1933. Ma se un’altra fonte dicesse invece 14 marzo? Wikipedia sospende la notizia? O indicherà anche l’altra ipotesi perchè “le nostre regole …richiedono il conforto di fonti secondarie”?

Dicevo della mia piccola esperienza nel mondo wikipediano. Potete ricercare il nome “Francesco Panitteri” (1921-1990), fascista trapanese etc.. Cosa c’entra? Panitteri lo incontrai negli atti della Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia, processato in contumacia quale co-responsabile della condanna a morte di don Pasquino Borghi e dei suoi (30 gennaio 1944). Fra quelle carte esiste la Sentenza della Corte (dic.1946), in cui si condanna il Panitteri e Armando Dottone a 24 anni di reclusione. Sentenza in nome del popolo italiano. Documento reale e consultabile da chiunque voglia. Perchè Panitteri e Dottone? Perchè il Capo della Provincia Enzo Savorgnan il pomeriggio del 29 gennaio 1944 convocò nel suo studio il proprio segretario (Panitteri), il proprio medico (Dottone) e il segretario del PFR locale Wender e decise la fucilazione all’alba del giorno dopo dei 9 antifascisti. Non ci fu alcun processo, nessuna parvenza di legalità. Quattro persone decisero e basta. Panitteri poi, con ammirevole zelo, si incaricò di formare il plotone d’esecuzione e di presenziare alla esecuzione.

Al momento della condanna di Panitteri e Dottone (contumaci perchè fuggiti da Reggio in tempo utile) Savorgnan e Wender erano già stati uccisi dai partigiani, il primo a Varese il 28 aprile 1945, il secondo a Concordia il 22 marzo del medesimo anno.

Bene. Si fa per dire, perchè Panitteri e Dottone non scontarono mai un giorno di carcere, condannati in contumacia furono AMNISTIATI nell’aprile 1946. Per una volta la verità giudiziaria coincide con la verità storica. Basta consultare gli atti.

Invece su Wikipedia le cose non vanno così (http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Panitteri) perché nonostante abbia tentato più volte di modificare la voce e mi sia rivolto al sig.Wikipedia in persona, a Trapani c’è un gruppo di fascisti che si ostina a modificare la voce a loro uso e consumo. Basta leggere [oggi, 8.9.2012]:

Evaso in agosto dal campo, si diede alla latitanza e venne processato in contumacia dalla Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia nel dicembre 1946 per aver fatto parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI. Condannato con Armando Dottone a 24 anni di reclusione,[6] venne assolto, sempre in contumacia, con formula piena in appello dalla Corte d’Assise di Reggio Emilia nel 1948, assieme al giudice Dottone.[7]

Panitteri non fu imputato per aver fatto parte del Tribunale Speciale.., ma per essere stato responsabile della fucilazione di 9 persone mai processate e fu amnistiato e MAI assolto con formula piena dal Tribunale di Reggio Emilia (del resto si concede l’amnistia a qualcuno assolto con formula piena?). Tutte informazioni basate su una fonte documentaria inoppugnabile (atti giudiziari dei processi). Ma per Wikipedia questo vale esattamente quanto un’altra fonte “secondaria” che dica il falso. Questa è la democrazia del web, bellezza!

Aggiungo un altro particolare sulla triste vicenda. Ancora su Wiki si legge:

[Panitteri] “Il 29 gennaio del 1944 ricoprì l’incarico di pubblico ministero del tribunale speciale straordinario e in uno dei processi chiese, in qualità di pubblico ministero, la condanna a morte di don Pasquino Borghi e altri otto partigiani, tra i quali l’anarchico Enrico Zambonini[4].”

E se consultate la nota [4] a fondo pagina troverete questa chicca:

“Gli altri partigiani erano Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini e Ferruccio Battini, i quali furono trovati nascosti in chiesa,e dopo un conflitto a fuoco furono fatti prigionieri, processati, furono fucilati il giorno seguente a San Prospero Strinati, il quartiere di Reggio Emilia dove esisteva il poligono di tiro.”

I 7 antifascisti furono arrestati nelle loro case a Correggio e Rio Saliceto nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 1944 per rappresaglia per l’uccisione del sottoufficiale della GNR Ferretti, azione alla quale erano tutti estranei. Furono portati in carcere a Reggio all’alba del 29, interrogati in giornata (tutti respinsero le accuse) e fucilati all’alba del giorno seguente senza nessuna parvenza di processo. Il conflitto a fuoco era avvenuto giorni prima a Tapignola, sull’Appennino, quando militi fascisti si erano scontrati con partigiani rifugiati nella canonica di don Pasquino, assente.

Questa la realtà storica, ma per Wikipedia la realtà può avere molte facce…. Quindi ricordiamoci sempre che il web è bello ma l’uso del cervello è ancora meglio. 

p.s. le notizie corrette si trovano nella scheda su don Pasquino (http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino_Borghi)

Set 3, 2012 - Senza categoria    1 Comment

“Settembre, andiamo, è tempo di migrare..”

foto_030912.jpg“Settembre, andiamo, è tempo di migrare..”, recitava il Vate, e sotto la pioggia (finalmente) battente di oggi la nebbia nasconde la valle sotto Fortezza Bastiani e le carovane in transito verso le cime. Inutile nasconderselo, con Ferragosto e il ritorno dalle vacanze inizia davvero il nuovo anno che, ancora per formalità o per affezione, facciamo decorrere dal 1 gennaio. È più forte il senso del cambiamento oggi 3 settembre di quello che ci sfiorerà il 1 gennaio 2013 (sempre che la profezia dell’ape Maya non abbia avuto il sopravvento), si torna alle usate cose, si lasciano usi e costumi estivi (ciabatte, calzoncini e maglietta) per riprendere la grisaglia e la vigogna di tutti i giorni.

Ma, temo, che i cambiamenti si fermino qui. Basta sbirciare la stampa di oggi (e della ultime settimane) per rendersi conto che la grande palude gelata è ancora lì. Quasi in uno scenario dantesco i personaggi, bloccati nello Stige ghiacciato, non solo non possono/riescono/vogliono spostarsi ma sono condannati alla iterazione delle loro solite, logore e tristi parti in commedia.

Da una lato “siamo pronti allo sciopero generale”, dall’altro un comico dà delle “salme” all’avversario e quello gli risponde “fascista”. Un tale intima al Capo dello Stato “di tirare fuori le carte” (per una briscola?), dall’altra una “signora” plastificata in spiaggia in Versilia definisce “barbara” l’attività antievasione della GdF e invita a colpire invece i veri evasori “gli extracomunitari che in spiaggia vendono merce contraffatta”.

Signora mia! Dice che ha sentito la mia mancanza? Che avrei dovuto scrivere da FoBa? Dagli spalti dove il sole picchiava forte e trasformava i prati verdeggianti in una sorta di giallo deserto del Gobi? Là dove la velocità di trasmissione dati si misura non in megabyte, ma in byte? Insomma aria da anni 90 quando ancora usavamo il modem esterno che ci gracchiava con il suo “crii-gnii-kkk”.

Si chiama “digital divide”, montagna reggiana, mica Wasiristan. Ma tutto resta uguale a se stesso, mese dopo mese, anno dopo anno.

Che avrei dovuto scrivere? Che siamo fermi, immobili, incapaci di qualunque azione. In un paese dove nulla più funziona ogni minuscolo e volenteroso tentativo di riforma viene massacrato dal tiro incrociato, destra/sinistra, di infiniti piccoli interessi contrapposti

Dopo la caduta del governo del suino plastificato scrissi proprio su FoBa della necessità di “rigore”, verso ognuno di noi, prima che per gli altri. Di rigore ne ho visto poco: al massimo quelli della nazionale agli europei, o i tentativi del povero zio Mario di far rigar dritto una banda di sciagurati intenti a litigare sul colore delle tappezzerie mentre il Titanic affonda. Come nella tradizione italiana: dopo il 25 luglio nessuno era stato fascista, dopo Hammamet nessuno era stato socialista, dopo il Muro di Berlino spariti i comunisti, dopo Berlusca “deve tornare la politica”. Perfetto. Siamo un popolo che rispetta le sue tradizioni.

Appunto: “Dopo la parentesi del governo tecnico deve tornare la politica”. Dicono gli esperti (anzi ex-perti). Bene. Giusto. Ma. Politica di cosa, fatta da chi? Da quelli che da 20 anni sono lì, a perdere battaglie/guerre/partite, tutto? Da quelli che hanno fatto accordi con Silvio (conflitto di interessi, do you remember Violante?). Dovrei lasciar campo in economia non più a zio Mario ma al duo Bonani-Fassina che, leggo, “hanno bocciato Monti?” Questa la politica? Con il Titanic alla deriva chiamereste Schettino?

In compenso oggi c’è una buona notizia: il generale Aureliano Buendia di Gallipoli recensisce il nuovo (gasp) libro di Uolter. Dopo aver massacrato la sinistra per 30 anni, raso al suolo tutto e tutti, come due cowboy impegnati nella classica rissa da saloon, finalmente scatta la pace/tregua? Proposta per i prossimi 25 anni: Uolter scrive (pardon, fa scrivere il suo ghostwriter, ben noto) e Aureliano recensisce, entrambi veleggiando verso i mari del sud. La “politica” ci guadagna e la letteratura non ci perde più di tanto, anche considerato come, dopo lo Strega a Piperno, rimanga poco da mandare a ramengo.

Pioggia anche sulla Chiesa, muore un grande come Martini e il pastore tedesco non va al funerale. Quasi quasi lo capisco. “Si crea un precedente..” gli avranno detto in Curia. Già. Pensate, un Papa che va al funerale di un vero cristiano. Roba da matti, no? Quasi come con questa storia insopportabile e patetica dei “cristiani” nel PD. Fioroni? Ma esiste qualche cristiano che si senta rappresentato dal suddetto? Quelli alla Fioroni, potere e sedie a parte, sono già con l’Udc mentre i geniali strateghi del PD per inseguire quei pochi si giocano i molti cristiani credenti ma laici che non ne possono più di “no” a qualunque cosa giusta e di buonsenso nel campo dei diritti civili.

Piove, almeno non posso dire “governo ladro”. Anche se questa ultima cosa del concorso per gli insegnanti mi lascia l’amaro in bocca. In Italia ci sono due sole professioni “eterne”, il sacerdozio e l’insegnamento. “Semel abbas, sempre abbas”, ma anche “semel magister, sempre magister”. Facciamo il concorso, bene. Finalmente. Ma poi? Chi controllerà nel tempo la capacità di questi insegnanti? E poi la solita sanatoria dei precari. Bene. Ma chi controlla che sappiano insegnare? E, in caso contrario, chi li accompagnerà all’uscio, gentilmente, dicendo loro: “Cambia mestiere?”. Nessuno. Mai. Jamais. Nella pubblica amministrazione vige solo il valore degli anni. Merito e capacità sono parole sconosciute.I presidi che pure avrebbero-per legge-questo potere, non rischieranno mai l’incolumità delle loro sacre terga nel terrore di una chiamata al tar o al sindacato. Quindi chi paga? I nostri figli ma soprattutto i figli di quelli più poveri e deboli che riceveranno un insegnamento scadente senza avere la possibilità, a casa, di genitori in grado di limitare i danni subiti in classe.

E intanto piove “sulle tamerici, sui mirti salmastri” e si riprende l’usato cammino. Un ben ritrovato ai miei 25 lettori, coraggio! La strada è ancora lunga…

 

Ago 2, 2012 - Senza categoria    No Comments

Un parcheggio in centro: ma perchè? Ovvero: essere stupidi..

Immagine17.pngCurio Casotti, personaggio mitico della Migliara che non c’è più, ricordava sempre una grande verità: “Essere stupidi è concesso a tutti, ma quello lì se ne approfitta..!”.

Ecco, io mi chiedo perchè non solo si pensano ma si fanno anche cose stupide, tanto più detestabili in quanto non limitate al privato ma destinate al pubblico. Forse perchè nemmeno Dio è perfetto, visto che ha posto limiti all’umana intelligenza ma non alla stupidità.

Sto parlando del costruendo parcheggio sotterraneo di piazza della Vittoria a Reggio. Una cosa inutile, lucrosa per pochi e dannosa per molti. Anacronistica. Quindi si farà.

Non c’è nessun bisogno di altri parcheggi. Quelli esistenti bastano e avanzano. Lo dicono i dati ufficiali e le statistiche.

Abbiamo impiegato almeno 30 anni a portar fuori le auto dal centro e adesso andiamo a rimettere traffico e scarichi nel centro del centro. E poi cianciamo di città delle persone, di piste ciclabili e auto elettriche. Balle. E’ una scelta urbanisticamente cretina, tant’è che l’assessore alla mobilità è contrario ma, come noto, tutti gli assessori di questa giunta sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri…

Sotto la piazza ci sono le fondazioni della cittadella medievale, hanno fatto le prospezioni in modo furbo (o doloso?) scavando buchi in punti dove non c’è nulla, per poter dire “visto? tranquilli, non faremo danni!”.

L’operazione costerà carissima, fatta in “project financing”: cioè, io, pubblico non ho soldi, tu, bravo pietoso e mecenate privato, paghi, fai l’opera, e te la concedo per 99 anni, lasciandoti libero di aumentare tariffe quando vuoi, comprare, vendere, tutta roba pubblica, eh?

Il parcheggio della Zucchi è sotto-utilizzato ma tant’è. Non bastava fare un percorso protetto e attrezzato da quello alle fontane, se proprio le damazze reggiane nella notte temono l’assalto del marocchino infoiato? Con un decimo di spesa si faceva tutto e si abbelliva la piazza. Signora mia, che mi dice? Poca spesa, poco guadagno, non l’ha ancora capito? Benedetta ingenuità!! Se proprio poi si voleva soddisfare la libido excavandi ancora sotto alla Zucchi si poteva fare un silos di 25 piani, sicuri che lì sotto non si sarebbe trovato altro che terra.

Si dice: i parcheggi sono per i residenti. I residenti che contano, quelli con gli eurini, quelli dell’isolato S.Rocco e strade nobili. Perchè gli altri residenti in centro storico no? In realtà posti auto ce ne sono per tutti i residenti basta cercarli. Oppure, come ha fatto il sottoscritto, si trasforma un negozio in garage e ci si tiene l’automobilina.

Invece no. balle e ancora balle. In realtà l’unica ipotesi che aggira la diagnosi di totale stupidità dell’operazione è una sola, semplice, vile e banale. L’operazione Piazze, avviata con le fontane et similia, si deve concludere prima della fine della legislatura per lasciare un monumento ai posteri, in tempi di crisi non ci sono i soldi e allora si vende ai privati il business del parcheggio. Loro scavano, fanno i box da vendere e, in compenso, sopra, ti finiscono la piazza.

Semplice, banale, vile denaro. Chissà se però nel progetto finale in mezzo alla piazza è previsto anche un monumento equestre al sonder-assessore, lui, alto sul destriero che galoppa fra i funghi e le balene, in basso il volgo reggiano, ignorante e incapace di comprendere tanta grandezza….

Ago 1, 2012 - Senza categoria    No Comments

Agosto, mondo mio ti riconosco…

Tranquillizzo i miei 25 lettori: non sono espatriato dopo aver vinto alla lotteria. Resisto al caldo, un po’ nei boschi della Val di Fiemme e un po’ nell’infermeria di Fortezza Bastiani. Il riacutizzarsi delle ferite riportate sul fronte greco-albanese mi stanno limitando nella mia proverbiale agilità e flessuosità. Ma tant’è, per dirla con il prof.Jones “non sono gli anni, sono i chilometri che pesano…”.

Comunque non è che il mondo circostante si sia particolarmente impegnato a mostrarci nuove e meravigliose prospettive. Mi sto impegnando a superare la dipendenza da spread: alzarsi al mattino e chiedersi “oggi saremo a 450, o a 460?” E ascoltare stupefatto il solerte giornalista che ti informa che in borsa c’è “una ondata speculativa”. Ma dai! Come sentirsi dire che a Monza non si rispettano i limiti di velocità..

In compenso stimati statisti come Gasparri e Calderoli elaborano nuove ipotesi di legge elettorale. Una delle ultime idee è il cosiddetto Pertusellum: chi vince a Caronno Pertusella (VA), ha vinto tutto e si prende un premio di maggioranza del 85%, del resto cosa aspettarsi da due esperimenti genetici venuti male? Più o meno quello che ci si può aspettare dal consigliere provinciale Pagliani che, per dimostrare la moderazione del PDL reggiano, ha dichiarato di appoggiare la proposta di quel tale consigliere di Gualtieri (altro esperimento genetico mancato?) che voleva intitolare una scuola a Benito Mussolini, che in quella scuola insegnò qualche mese agli albori del secolo scorso. Moderato, non c’è che dire. Se era estremista che proponeva? Di intitolare un campo sportivo ad Adolf Hitler, visto che aveva organizzato così bene le Olimpiadi del 1936? Il caldo qui non c’entra: un fascista è un fascista. Semplice tautologia.

Le notti sono fresche a Fortezza Bastiani, da lungi arrivano echi olimpici. Arrivano anche le grida di giubilo per i nostri “guerrieri” sul podio e di biasimo per gli sconfitti. Ma è mai possibile che ogni cosa diventi in terra italica o un dramma o una buffonata? Una via di mezzo, la classica “mesotes” di ellenica fattura, mai? E’ uno sport, anche gli altri giocano e possono vincere. Normale, no? Invece sembra sempre di essere alle Termopili “de noantri”, che sia il fioretto maschile, la Ferrari che non vince o la Pellegrini (mmm, com’è carina la ragazza..) che non trionfa. E’ lo sport, bellezza! E la vita resterà uguale a prima. Se davvero Bartali salvò l’Italia nel ’48 dal caos vuol dire che la patologia è antica e ben radicata.

Aboliamo le provincie, no, si, le ristrutturiamo. Vabbè. Abbiamo capito: viviamo in un paese dove non funziona nulla e appena si tenta una riforma: patatrac! Spuntano associazioni, lobby, club, onorevoli e tutti impegnati a che tutto rimanga rigorosamente uguale, nel pantano noto e stranoto. Oltretutto si parla di riforma, non di giudizio universale: oggi la si fa, fra tre, cinque anni la verifichiamo. No. Jamais. Fermi tutti.

Però spiegatemi a cosa serve la Prefettura, roba che se stanotte implodesse, domattina se ne accorgerebbero solo i solerti impiegati che dovrebbero trovare altri locali per passare il tempo e ripararsi dalle intemperie. O la Motorizzazione Civile (sì, quella che fa dare gli esami per la patente) che si chiama così solo per mimetizzarsi, visto che di civile non ha nulla: quale ente pubblico chiude per ferie per 1 mese (agosto a Reggio Emilia, non a Vibo Valentia)? La Motorizzazione (in)civile, semplice no? Servizio pubblico? Ma dai! Come se l’anagrafe andasse in ferie…

Ancora: Hanno senso comuni con 900 abitanti? Eppure se si propone di accorparli fino alla soglia critica di 10.000 abitanti (5.000 per zone montane) si scatena un coro di proteste “si lede la democrazia…bla, bla…”.

O per venire a cose storiche: quando si aboliscono gli Archivi di Stato? Cattedrali di inutile burocrazia, il cui unico scopo, mantenimento solerti dipendenti a parte, è quello di conservare nascoste e occultate fonti documentarie, depistando il povero malcapitato cittadino/ricercatore con domande, bolli, circolari, richieste, vaglia et simili meraviglie. Tutto con 2 scopi fondamentali: 1. Non fare nulla; 2. Pararsi le chiappe da possibili, remoti rischi. Produttività, merito? Roba da fantascienza.

Quindi attrezziamoci per il caldo, facciamo finta di niente e lasciamo che passi la nottata, basta che la luce ci trovi ancora vivi….

Giu 26, 2012 - Senza categoria    No Comments

Il mio nuovo libro: “Il patto di Khatarine” (Aliberti, 2012)

Per i miei 25 lettori: come annunciato, da ieri è in libreria (ma anche su Amazon e IBS per i lettori telematici) il mio nuovo volume. “Il patto di Katharine”. Un romanzo.

Il patto_cover.jpgHo già accennato al perchè si può passare dalla storia alle “storie” (e viceversa) e di come anche scrivere un romanzo sia, per me, parte di un percorso di comunicazione della storia. Del resto (si parva licet componere magnis..) per capire il seicento e “vivere” la peste del 1629, cosa c’è di meglio che seguire le vicende di Renzo e Lucia?

Così, per chi vorrà, seguendo le vicende di un “ragazzaccio” come Dario Lamberti, reggiano classe 1920, potrà ripercorrere trentacinque anni di storia, non con la pesantezza di un saggio ma (spero) con  l’interesse agli “strani casi” del personaggio. In questo primo episodio si potrà conoscere “Katharine”, alias Margherita, una signora molto speciale, nella Reggio del 1941.

Se Dario (e il suo modesto autore) saranno riusciti in questo primo episodio a suscitare l’interesse dell’inclito pubblico altri ne seguiranno. Altrimenti il mondo girerà come prima e il miei 25 lettori si saranno persi una occasione fondamentale di conoscenza e divertimento (infotainment per i colti cosmopoliti). Scherzi a parte attendo con curiosità le prime impressioni. Tranquilli, si legge in un weekend sotto l’ombrellone o all’ombra di una bella quercia.

A differenza dei miei libri precedenti, ponderosi saggi, “Il patto di Khatarine” lo presenterò fra qualche settimana, iniziando-logicamente-dalla montagna, dove questo e gli altri romanzi sono stati materialmente scritti.

Per quelli che vorranno poi approfondire la conoscenza di Dario possono andare su: //glistranicasididariolamberti.myblog.it, il blog fratello di FB dove ho inserito (e inserirò) foto dei luoghi, dei personaggi, testi e, perchè no, anche ricette, per consentire anche ad un lettore calabrese di prepararsi una buona zuppa inglese.

Buona lettura.

Giu 21, 2012 - Regium Lepidi    No Comments

Vittorio Emiliani sul problema dei Musei Civici di Reggio Emilia

aaaaaa.jpgSALUTO DI VITTORIO EMILIANI *
Cari amici,
ho visitato la prima volta i Musei Civici di Reggio Emilia quando capitai nella vostra città da inviato del Giorno di Italo Pietra. Altre volte sono entrato nel Palazzo di san Francesco proprio per la ricchezza e la varietà delle collezioni che mi avevano colpito nella prima visita. Anni fa realizzai per l’IBC presieduto dal reggiano Giuseppe Gherpelli un video sui Musei Civici regionali. Anche per questo la notizia di un progetto quanto mai singolare per la ristrutturazione di quegli spazi non poteva lasciarmi indifferente. E così abbiamo deciso di lanciare un appello come Comitato per la bellezza. Che cosa ci ha spinto a questo passo? L’inconsistenza culturale del progetto, che sembra più un gesto d’artista che non un intervento meditato con un piano di riallestimento in grado di valorizzare le collezioni. E ci ha sorpreso non poco apprendere che un’operazione così importante sia priva di un comitato scientifico. Anche noi siamo convinti che i Musei Civici abbiano bisogno di un rinnovamento, non a caso abbiamo usato proprio questo termine nel nostro appello, ma questo rinnovamento non può raggiungersi con un malinteso concetto di contemporaneità. Ma c’è una questione anche più importante e avete fatto bene a sollevarla: mi riferisco alla domanda, certo fondamentale, se la sorte di un museo civico sia o no un problema della città. Certo che lo è. Ed è sorprendente che tutto invece si svolga all’insegna del privato: non c’è stato un bando di concorso, e il progetto non è mai stato presentato integralmente. E sorprende ancor più che ciò avvenga in una città dove la partecipazione ha una lunga e illustre storia. Noi continueremo a seguire questa vicenda, convinti come voi che un intervento così impegnativo sui Musei civici riguarda la città e quindi non può essere
imposto. Sotto questo profilo la questione reggiana è nazionale. Come era nazionale la questione della Data sulle mura di Urbino manomessa dall’ultimo progetto di Giancarlo De Carlo destinato a “lasciare il segno” sotto i Torricini lauraneschi e rimasta lì, costosamente inutilizzata e forse inutilizzabile. E, proprio ringraziandovi per aver sollevato in chiave nazionale la questione dei Musei Civici reggiani, vi mando gli auguri di buon lavoro.
Vittorio Emiliani
Roma, 20 giugno 2012

 

*Presidente del Comitato per la Bellezza

Giu 20, 2012 - Senza categoria    No Comments

La bicicletta uno strumento contro l’astrazione (intervista a Marc Augè di G.Glossi)

negozio-biciclette.jpgSono passati vent’anni dalla pubblicazione in Francia di Nonluoghi di Marc Augé, libro che ha segnato gli studi antropologici e vero e proprio manifesto dell’antropologia del quotidiano. In occasione di questo anniversario Elèuthera, suo storico editore italiano, manda alle stampe una nuova edizione del volume con una lunga e inedita prefazione in cui Marc Augé delinea e distingue i nuovi nonluoghi che si sono imposti nella società contemporanea. Marc Augé, già giovanissimo tifoso di Fausto Coppi e di Jean Robic, è anche un grande appassionato di ciclismo, tanto da dedicargli il pamphlet Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri). Con il suo aiuto proviamo quindi a decifrare l’importanza dell’uso della bicicletta nella scoperta, non solo dell’ambiente che ci circonda, ma anche di noi stessi.
 
 
Come muta la percezione di un luogo se attraversato in bicicletta?
 
Credo che l’importanza della bicicletta non sia solo una questione tecnica, quale mezzo di trasporto, ma che stia nella capacità di rivelare la relazione che noi abbiamo rispetto al tempo e allo spazio. La bicicletta ci aiuta a prendere coscienza delle due dimensioni. Dello spazio è evidente perché pedalando il paesaggio circostante muta davanti ai nostri occhi mentre del tempo perché ciascuno di noi ne percepisce uno diverso a seconda della preparazione atletica e dell’età. Esiste quindi un rapporto concreto tra spazio e tempo. Gli altri mezzi di circolazione e di comunicazione danno invece una percezione astratta, così come il mondo delle immagini dentro cui siamo immersi, tendendo a farci ignorare la sostanza di questo rapporto. L’uso della bicicletta ci riporta all’evidenza del nostro corpo, della nostra età e dell’ambito che ci circonda. è così un modo sano per ritrovare se stessi, il proprio tempo e il proprio spazio. La bicicletta è uno strumento contro l’astrazione.
 
Come si caratterizza l’uso della bicicletta nello spazio metropolitano, in particolare al tempo di una crisi economica che tende a disgregare e a impoverire le città?
 
In primo luogo siamo di fronte ad esigenze di tipo strettamente economico, ovviamente, ma anche di natura ecologica. La crisi ha vari aspetti e forme, ma io direi che va interpretata principalmente come un’occasione di ricostruzione di uno spazio sociale all’interno della città. I ciclisti hanno tra di loro un rapporto fortemente solidale. Ad esempio a Parigi, dove vivo, quando ho voluto provare per la prima volta una Vélib’ senza conoscerne le modalità di funzionamento del noleggio, ho trovato una solidarietà delle persone anche più giovani che mi hanno spiegato il sistema, ed è stata un’occasione per scambiare opinioni e per chiacchierare. Attorno a questo c’è infatti una socialità molto ben strutturata. Dunque il paradosso è che la bicicletta appare come uno strumento individuale, ma in realtà sviluppa una coscienza condivisa tra coloro che la utilizzano al punto da porsi apertamente come esempio e in un certo senso soccorso per gli altri.
 
Quale è l’aspetto più interessante di un sistema di noleggio pubblico di biciclette come il Vélib’ di Parigi?
 
Principalmente direi l’aspetto contrattuale, che è decisamente più seducente dell’ordinario sistema tipico del consumo. Con Vélib’ ciò di cui si ha bisogno lo si misura in termini di tempo, si prende la bicicletta per un’ora o per tutto il giorno. C’è quindi sia un principio economico che di reciprocità. C’è un’etica, ossia un codice di buona condotta che fa sì che gli utenti del servizio si prendano cura dello strumento e questo è a beneficio di tutti. Nel caso generale, ovviamente poi vi sono sempre persone che distruggono le cose, ma nella media funziona bene. E quindi credo che Vélib’ rappresenti una forma di consumo particolare, che tiene conto delle esigenze anche degli altri. Anche in questo caso la bicicletta si pone come un oggetto d’uso e di consumo non strettamente individuale, che coinvolge anche i bisogni altrui.
 
Come è possibile immaginare un utilizzo utopico della bicicletta e quale la sua forza?
 
Immaginiamo che tutti utilizzino la bicicletta. Se così fosse vivremmo in un mondo profondamente diverso, e non solo tecnicamente o tecnologicamente, ma socialmente e nelle relazioni tra gli uni e gli altri. Vediamo bene che tutto ciò che esiste oggi come mezzo di comunicazione non è segnato dalla preoccupazione del benessere di tutti.
In particolar modo a Parigi, a partire da una certa età o se si è portatori di handicap prendere la metropolitana non sempre è possibile, in alcuni casi ci sono scale o altri tipi di barriere che lo rendono impossibile. Quindi la metropolitana non adempie completamente al proprio ruolo sociale. Diversamente, per le biciclette si potrebbe immaginare che abbiano, per esempio, dei motori elettrici che non inquinino utilizzabili da chiunque. Ma si è ancora lontani da questo per il momento. Di certo rimango colpito da come in Francia e a Parigi in particolare l’handicap come l’età avanzata siano degli ostacoli reali per circolare liberamente in città, al punto da ostracizzare alcuni individui. L’utopia della bicicletta sarebbe quindi una generalizzazione delle possibilità in modo che ciascuno possa andare per strada prendendo una bicicletta, partire e lasciarla nuovamente dove gli pare, in maniera totalmente naturale. Sartre parlava della naturalezza con cui ci si scambia il fuoco, da sigaretta a sigaretta, e così dovrebbero essere l’uso diffuso della bicicletta. Così immagino l’utopia della bicicletta.
 
L’uso della bicicletta è un modo per riappropriarsi di un’idea di futuro?
 
Nella misura in cui la si consideri una sorta di utopia sociale, sì. Detto questo non bisogna sognare. Il futuro dell’umanità è il futuro della scienza e penso d’altra parta che più la scienza potrà svilupparsi, più potrà esser compatibile con la vita di tutti i giorni. Se vi è una finalità umana, questa è quella della conoscenza. La conoscenza dell’universo come la conoscenza intima ed esterna di noi stessi. Certamente la bicicletta è una forma di accesso alla conoscenza, ma una volta che vi sono saliti sopra, gli scienziati devono pur sempre scendere e tornare nei loro laboratori per lavorare e per sperimentare.
 
Cosa ricorda con più piacere di quando ha imparato ad andare in bicicletta?
 
I miei ricordi di bicicletta sono soprattutto ricordi di adolescenza. Sono andato parecchio in bicicletta, a partire dagli undici anni quando andavo via da Parigi per raggiungere i miei nonni in vacanza in Bretagna. La bicicletta era una meraviglioso mezzo di scoperta capace di allargare gli orizzonti e di farmi vivere vere e proprie avventure. Non che ci si allontanasse molto dal villaggio, al massimo una trentina di chilometri, ma l’eccitazione e l’emozione della scoperta erano comunque forti. Piccole scoperte, ma pur sempre tali. La bicicletta è stata per me il desiderio di andare a vedere altrove, di scoprire e cercare oltre.
 
Ha sempre mantenuto l’uso della bicicletta?
 
Molto onestamente non in maniera sistematica, ma quando hanno installato Vélib’ a Parigi ho avuto la curiosità di capirne il funzionamento e un po’ l’ho utilizzata. Solo che Parigi è un po’ problematica, alcune strade sono un po’ pericolose, spesso si è obbligati a percorrere le medesime corsie degli autobus e dei taxi e ci sono stati anche alcuni incidenti. E spero che la situazioni migliori, che si facciano più piste ciclabili e che s’investa nella sicurezza dei ciclisti, ma in generale non posso definirmi un praticante inveterato della bicicletta.
 
Cosa si scopre andando in bicicletta?
 
Prima di tutto l’uso della bicicletta invita alla scoperta dell’esterno, del paesaggio che ci circonda. In bicicletta non siamo obbligati all’interno di itinerari prefissati come capita in città circolando con la metropolitana o con gli autobus. In bicicletta si scoprono percorsi nuovi, scenari inediti appaiono al nostro sguardo, la bicicletta è sì uno strumento di scoperta, ma principalmente di riscoperta geografica. Ma in senso più ampio possiamo dire che andare in bicicletta è un modo per conoscere se stessi. Si fa esperienza della propria forza in modo molto concreto, il rapporto con il proprio corpo può aiutare a capirlo e quindi a migliorarlo. E infine credo che la cosa più positiva sia il poter prendere coscienza della propria età e delle possibilità che questa ancora ci lascia.

http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/dueruote-intervista-marc-auge

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