Giu 17, 2012 - Senza categoria    No Comments

Dalla storia alle storie. Noterelle di uno storico di strada.

Cover.jpgFra una settimana sarà il libreria un mio nuovo libro. Il settimo (come unico e solingo autore). Ma stavolta c’è qualcosa di nuovo, insieme a qualcosa di solito. Il nuovo è che, chi vorrà, si troverà fra le mani un romanzo (“Il patto di Katharine”), il primo di quella che aspira ad essere una serie (“Gli strani casi di Dario Lamberti”). Il solito è che si parla ancora di storia, 1941 per la precisione, Reggio Emilia per l’esattezza.

Perchè passare dalla storia alle storie? Qualcuno, con il pennacchio sul cappello, storcerà il naso e penserà “Ecco, ve l’avevo detto: Storchi non è una storico serio, si mette a scrivere romanzi…”. Devo dire che di questi pennacchiuti ne ho pieni i cabasisi e che mi fanno ormai l’effetto di un Cicchitto alle due del pomeriggio. Leggera nausea e totale indifferenza. Tranquillizzo i pochi affezionati tossici: continuerò a far ricerca e a pubblicare i saggi con note, citazioni, glosse e quant’altro. Però. Però non posso nascondermi dietro a un dito e negare la crisi profonda della storiografia italiana contemporanea. Escono saggi perfetti, frutto di approfondite ricerche e rigorose meditazioni e…nessuno li legge. Salvo beninteso la ristrettissima cerchia degli addetti ai lavori, loro famigli compresi. Saggi perfetti che rimangono muti, incapaci di formare una consapevolezza pubblica. Editi magari da editori che non diffondono il prodotto oltre i confini comunali. Così l’opinione pubblica rimane ferma in convinzioni assolutamente fallaci (dalle colpe partigiane per le Fosse Ardeatine, al “mito” delle foibe o i presunti “crimini” partigiani del dopoguerra) e giorno per giorno la domanda “ma noi storici che ci stiamo a fare…?” diventa sempre più scomoda.

Io sono uno storico di strada, non sono un uomo di cultura, raccolgo pezzi di vita e cerco di rimetterli insieme. Tutto qui. Non avrò mai una cattedra universitaria o, se dovessi averla, sarebbe quella da bidello magari alle elementari di Fortezza Bastiani. Non sono abbastanza bravo, complesso, profondo. Ma, peggio di tutto, pare che riesca a farmi capire. Imperdonabile. Perchè interpreto il mio essere storico come un impegno etico e culturale, perfino politico. Non pubblico 3 saggi all’anno per avere 1,38 punti per il prossimo concorso, peraltro già assegnato a tavolino. Scrivo e parlo perchè la gente capisca, non perchè rimanga affascinata (o mortalmente annoiata) dal mio scrivere/parlare ma perchè porti a casa o trovi nei miei libri una sola nota in più di quanto conosceva prima. Lo so, è sbagliato, in un paese dove anche fra gli storici la gara è spesso(mi scusino le signore) a chi ce l’ha più lungo.

Qualche anno fa proposi una mia ricerca a un sommo editore che la valutò, la soppesò e poi rispose “no, grazie, è troppo locale..”. Al suo posto editò un sontuoso saggio accademico che vendette ben 78 copie. La mia ricerca, (il volume si chiamò “Sangue al Bosco del Lupo”) pubblicata dall’amico Francesco Aliberti vide andare esaurite due intere edizioni, con una pagina intera sul “Corriere della Sera”. Fortuna, certamente, ma anche la dimostrazione di quanto antico e autoreferenziale sia il mondo dell’editoria che quello dell’accademia. Tutto normale e risaputo.

Allora perchè le storie? Perchè la storia è fatta di storie e dove lo storico (anche quello di strada) deve arrestarsi per rigore metodologico può continuare il narratore. Riprendere quei materiali e andare avanti. La storia che racconto ne “Il patto di Katherine” è ambientata nell’ottobre 1941. Avrei potuto fare una saggio-so come si fa-con note, dati e citazioni. Quanti l’avrebbero letto? Quanto sarebbe servito a dare almeno una informazione in più al malcapitato lettore?

Parafrasando von Clausewitz, il racconto è solo la storia fatta con altri mezzi. Così inizio a raccontare Reggio e il nostro paese in 35 anni di storia, dal 1941 al 1975, attraverso “gli strani casi” di Dario Lamberti, classe 1920, borghese, reggiano, eroe suo malgrado, partigiano, professore di lettere antiche fino alla pensione. Io mi sono divertito, spero che qualcun altro si diverta insieme a me.

Per chiarire (forse) queste confuse noterelle faccio seguire la “Nota dell’autore” del nuovo libro, di cui ringrazio ancora l’Editore Aliberti per la fiducia, al limite dell’incoscienza.

Nota dell’autore

Perché passare dalla storia alle “storie”? In tempi in cui la storia diventa oggetto di riscritture, di spettacolarizzazione, di amnesie più o meno ragionate, anche il confine fra storia e “storie” diventa più sottile. Le opinioni diventano indipendenti dai fatti e tutto tende a confondersi in una drammatizzazione spesso al limite del grottesco.

Ogni ricerca storica tende alla sovrabbondanza, di ipotesi, di percorsi ma soprattutto di materiali della più diversa specie. Materiali che finiscono in un cassetto, su un nastro magnetico, su appunti presi e lasciati inutilizzati. Scrivere “storie” consente di rimettere in circolo questi materiali. Di riciclarli. Una forma di uso ecologico di materiali storici. Storie, vite, episodi, luoghi, ritrovano un loro spazio e, forse, un nuovo senso, fuori dalla gabbia rigida della ricerca storiografica codificata.

Come in un mosaico crollato a terra, si raccolgono le tessere e si ricompone un nuovo disegno. Ogni tessera è originale, un brandello di realtà, ma l’insieme ricostruito non è più storia ma una “storia” possibile fra le tante, uno strumento per raccontare anni lontani e diversi.

Anni lontani e diversi di una città e della sua gente. Una provincia e una terra complicata, con tanta, troppa storia, come qualche amico estero ci ricorda, e dentro uomini e donne, passioni e sentimenti.

Un racconto che inizia con questo primo episodio e che diviene un percorso dal dopoguerra alla vigilia della nostra (post)modernità, attraverso le vicende di Dario Lamberti, professore del Liceo Classico Ludovico Ariosto. Un percorso che non pretende di ridare un senso a 35 anni di storia (le vicende di Dario spaziano tra il 1941 e il 1976) ma, aggirandosi fra quei “sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli” che Montale ci racconta, vuole essere un altro punto di vista, il punto di vista di un reggiano che forse è sfuggito a quella “rete a strascico” ma che, come ci conferma il poeta, non solo non è particolarmente felice ma, probabilmente, ignora la sua fortuna.

 Migliara, 19 gennaio 2012

Verso l’estate, terremoti e nuovi libri…

parmigiano-terremoto-emilia_650x447.jpgMi scuso con i miei 25 lettori se ho marinato FB per qualche settimana. Ma credo che sia giusto scrivere se e qualora si abbia qualcosa da dire e le cose intorno non erano (e tali restano) particolarmente stimolanti. Cose vecchie, quasi antiche, un paese che non riesce a cambiare, dove tutti si dicono riformisti purchè le riforme inizino sempre un po’ più in là. Una continua e ripetuta fuga dalla realtà, come se non fossimo ancora sull’orlo di un precipizio, tutti presi (loro) a discettare su alleanze, percento, in un perpetuo moto immobile che coinvolge tutti gli schieramenti, o almeno quelli che conoscevamo finora.

E in più il terremoto che ha preso tutti alla gola, anche qui che, per fortuna, ne abbiamo subìto solo la paura. Un terremoto che ha svelato tutte le debolezze e l’avidità di questa terra ricca, la mia/nostra terra, che però vediamo sotto una nuova luce, più ambigua e complessa. Case squarciate ci mostravano arredamenti lussosi, cucine hi-tech su solai vecchi e fragili, capannoni tirati su in sette (7) giorni afflosciati come la casetta dei tre porcellini. Ma qui la favola non c’entra e persone ci sono rimaste sotto. Niente da ridere.

Ma il crollo nei magazzini del grana mi sembra, come dicono quelli colti, archetipico. Scaffalature alte 10 metri, cariche di tonnellate di “grana” (non a caso noi lo chiamiamo così il Parmigiano-Reggiano) lasciate libere, senza ancoraggi, senza sicurezza. Pronte a oscillare ad innescare un drammatico domino che ha sfondato muri e abbattuto colonne. Nessun s’è fatto male, bene, meglio. Però. Anche nelle scatole di montaggio Ikea per uno scaffale Billy, altro nemmeno due metri, viene inserito l’apposito gancetto di fissaggio alla parete. Non per le tonnellate di grana? Se non siamo in grado di tutelare il nostro “grana”, cosa pretendere? E il terremoto c’entra poco, è la minima sicurezza che si richiede. In archivio se vado oltre i 2,50m. devo ancorare, fissare, legare. Logico. Ma costoso e allora, risparmiamo, ottimizziamo, razionalizziamo, etc…E le chiese, torri rovinate a terra? Ci fidavamo nella non sismicità emiliana? Non sismicità? Ma gli architetti del Duca d’Este nel XVI secolo lo dissero a chiare lettere: “Il terremoto non è un disastro, è un fenomeno naturale, è l’uomo che lo trasforma in disastro”. Tutti presi nel gioco del mattone, a tirar su villette in stile geometrile (che, ahimè, sono rimaste su quasi tutte), condomini postmoderni et similia, abbiamo lasciato andare in malora un patrimonio che avevamo ereditato senza meritarlo.

Poi, è vero, siamo emiliani, un po’ matti e con tanta voglia di fare, sempre. In fondo il nostro motto potrebbe essere “Pochi bàli, sò ch’andòm!”, siamo gente strana, come è stato scritto sul web: se vogliamo costruire auto noi facciamo le Ferrari e la Lamborghini, se vogliamo della musica abbiamo Verdi, se vogliamo un formaggio facciamo il grana (ancorato però la prossima volta). Ce la faremo, è la nostra storia che ci ha insegnato a non aspettare gli altri ma a lavorare noi, e bene. Ma riflettiamo su questo evento, riprendiamo a lavorare sul nostro presente/futuro, uscendo dagli slogan dell’Emilia felix, meraviglioso paradiso. Oggi un po’ meno meraviglioso.

Ma la mia assenza da FB è stata motivata anche da un’altra questioncella: ero impegnato in un altra impresa editoriale. Confesso: ho scritto un altro libro! Che volete farci: “è capitato ed è quello che so fare”, dice il poeta.

Un altro libro. Ma stavolta è una cosa diversa. Lascio per un po’ la storia e racconto storie. Curiosi? Spero di sì.

Mag 31, 2012 - Senza categoria    No Comments

Stragi nazifasciste, nessun risarcimento. Cassazione, ricorso tedesco accolto.

di Charlotte Matteini

Nessun diritto al risarcimento per i familiari delle vittime civili della barbarie nazifascista uccisi dalle rappresaglie del Reich alla fine della Seconda guerra mondiale in Italia.
Lo ha decretato la Cassazione, accogliendo un ricorso della Repubblica federale tedesca, recependo l’orientamento espresso a febbraio dalla Corte internazionale di giustizia de l’Aja.
LA PRIMA SENTENZA CONDANNÒ LA GERMANIA. La prima sezione penale della Suprema Corte ha annullato, senza rinvio, il verdetto emesso il 20 aprile 2011 dalla Corte militare di Appello di Roma che dichiarava la Germania responsabile civile dell’eccidio di 350 civili uccisi nell’agosto del 1944 tra Fivizzano e Fosdinovo, in provincia di Massa.
La sentenza riconosceva agli oltre 60 familiari delle vittime un risarcimento complessivo di circa cinque milioni di euro e alla Regione Toscana, costituitasi parte civile assieme ai due Comuni, era invece stata accordata una provvisionale di 40 mila euro.
Stessa cifra liquidata, come acconto su un totale da determinare, anche alle amministrazioni comunali di Fivizzano e Fosdinovo.

Negli anni passati, invece, la Cassazione aveva confermato il diritto dei familiari delle vittime a essere risarcite e lo stesso discorso valeva anche per i cosiddetti ‘schiavi di Hitler’, gli italiani – militari e civili – deportati in Germania a lavorare nell’industria bellica.
«Le stragi di civili sono un crimine mostruoso per il quale la Germania riconosce la sua responsabilità morale e chiede perdono al popolo italiano e ai familiari delle vittime, questa é la prima cosa che voglio dire con chiarezza», ha affermato l’avvocato Augusto Dossena, che ha presentato il ricorso della Repubblica federale tedesca in Cassazione.
«Con questa decisione» ha spiegato Dossena «credo che la Cassazione abbia recepito la sentenza de L’Aja che ha dichiarato che anche per i crimini di guerra vale il principio della immunità civile degli Stati».
«Questo non vuol dire che la Germania non pagherà indennizzi perché la Corte non ha detto questo: ha detto, invece, che questa materia» ha proseguito il legale «deve essere definita con gli strumenti diplomatici, dunque con un dialogo tra Stati, e non per vie giudiziali. Contatti in tal senso già ci sono stati tra Roma e Berlino».
«LA CASSAZIONE HA TENUTO CONTO DELL’AJA». In attesa di conoscere le motivazioni dei supremi giudici – entro 90 giorni – Dossena ha aggiunto che «per ora, posso solo dire che la procura della Cassazione, senza entrare nel merito del ‘giusto’ o ‘sbagliato’, ha sostenuto, che era necessario tenere conto di quanto stabilito dalla Corte Internazionale».
Sul fronte delle responsabilità penali dei militari nazisti, Dossena ha sottolineato che «sono passate in giudicato, e dunque, sono definitive, le condanne all’ergastolo dei quattro imputati: Joseph Bauman, Wilhelm Kusterer, Max Schneider e Helmut Wulf».
L’avvocato ha però notato che i quattro «non hanno nemmeno fatto ricorso contro la sentenza di appello, forse sono deceduti, come è accaduto per altri quattro coimputati».

Sono circa 60 le cause risarcitorie pendenti, in diverso grado, nelle aule di giustizia italiane per crimini di guerra commessi dai militari nazisti.
A Como, il tribunale civile deve riprendere il procedimento con il quale la Germania chiede la liberazione di Villa Vigoni, il prestigioso centro di studi tedesco sul lago di Como, dall’iscrizione ipotecaria chiesta dai parenti delle vittime della strage di Civitella.
GERMANIA CONTRO ROMA. Invece a Roma, il tribunale, a settembre, deve decidere sulla richiesta di opposizione avanzata sempre dalla Germania contro il tentativo di «esecuzione presso terzi» con il quale i greci dell’eccidio di Distomo chiedono il sequestro di circa 40 milioni di euro che le Ferrovie tedesche avrebbero, secondo i legali dei greci, sotto forma di credito presso le Ferrovie dello Stato italiane.
Finora il tentativo di esecuzione non è andato a buon fine perché non è risultato alcun credito.
A ogni modo, in giudizio si sono costituite, oltre alla Germania, anche le ferrovie tedesche e quelle italiane.

Mercoledì, 30 Maggio 2012

http://www.lettera43.it/politica/stragi-nazifasciste-nessun-risarcimento_4367552763.htm

Mag 15, 2012 - Senza categoria    No Comments

Futura memoria (Giorgio Boatti)

 

Schermata 2012-05-14 a 18.30.18.jpgSoldaten. Combattere Uccidere Morire

Un catalogo degli orrori. Un repertorio di crudeltà che va ben al di là della ferocia insita in ogni guerra. Soldaten, il libro appena pubblicato da Garzanti (464 pagine, Euro 24,50), con cui lo storico Sonke Neitzel e lo psicologo sociale Harald Welzer ricostruiscono il mondo interiore dei soldati di Hitler, non è lettura per palati fini. O per sensibilità delicate.
 
Per oltre quattrocento pagine i due studiosi attingono alla montagna di verbali – desecretati dagli archivi inglesi e americani – che riportano le intercettazioni delle conversazioni tra combattenti tedeschi detenuti nei campi di prigionia di Trent Park e Wilton Park, nel Regno Unito, e di Fort Hunt, in Virginia, Stati Uniti.
 
I verbali sono il frutto del lavoro della rete dei Secret Interrogation Center allestiti da Londra già all’inizio della guerra e dei Joint Interrogation Centres resi operanti dagli americani a partire dall’estate del 1941. Sul milione di prigionieri caduti in mano alleata sono circa 10.000 i militari tedeschi e 563 gli italiani (su questi ultimi, in Soldaten, emerge piuttosto poco) trasferiti, dopo opportuna selezione, in questi luoghi di detenzione speciale. L’obiettivo non è raccogliere prove per punire azioni criminali ma fornire all’intelligence alleata materiale prezioso sull’avversario che si sta ancora fronteggiando. Quello che si effettua è una sorta di vivisezione operata su una significativa campionatura del grande corpo delle armate di Berlino. Ne emergono schegge taglienti, impietosi reperti di una guerra senza regole che viene esposta con una schiettezza che nessun interrogatorio potrebbe mai afferrare. I “kamaraden”, ignari – o, forse, in alcuni casi, incuranti – di essere intercettati dalle “cimici” installate nella baracche di questi campi speciali, si raccontano l’un l’altro quella che per loro, alla fine, è stata solo la pratica quotidiana del mestiere di soldati di Hitler. Nelle oltre 150.000 pagine dei documenti vagliati da due studiosi prendono corpo, attraverso le voci dei diretti protagonisti, i dettagli più raccapriccianti del secondo conflitto mondiale: dalle modalità operative dello sterminio degli ebrei alle esecuzioni dei prigionieri, dalle stragi di ostaggi civili alla pratica dello stupro di massa nelle terre occupate. Sino alle “battute di caccia” con cui carnefici volontari – in un caso persino gli appartenenti a una banda musicale inviata ad allietare le truppe al fronte – chiedono di “sparare assieme” ai reparti “specializzati” nell’eliminazione di ebrei e partigiani.
 
In Soldaten si spiega come questi siano i frutti – maturati in Germania in poco più di sei anni, dall’avvento di Hitler nel 1933 allo scoppio della guerra – della convinta adesione della maggioranza della società tedesca al mito della “razza eletta”. Le riserve e gli interrogativi, quando ci sono, appartengono a pochi e sono espressi in privatissimi ambiti. Nella vita pubblica la comunità dei prescelti esige che vi siano degli esclusi – gli ebrei, i matti, gli zingari, gli oppositori. Nei confronti di questi, già in tempo di pace, una condotta collettiva e individuale sempre più disumana diventa la norma. Questo indurrà l’uomo della strada, il padre di famiglia esemplare – una volta rivestito nell’uniforme – a convivere con ogni efferatezza.
 
Ancora una volta la Storia dimostra che non conta l’irrealtà di una situazione quanto il fatto che chi vi è immerso la possa percepire come reale.
Come dice il sociologo americano William I. Thomas, anche i fatti immaginari – ad esempio il “complotto ebraico” da estirpare per salvare la Germania – finiscono per l’avere conseguenze reali: l’infinito sgranarsi di brutalità e crimini rievocato, senza rimorsi né dubbi, nelle intercettazioni di Soldaten ne è la prova. Secondo lo storico Wolfram Setter furono poco più di un centinaio i casi di “Rettungswiderstand”, ovvero di resistenza agli ordini finalizzata a salvare vittime. Cento su oltre 17 milioni di soldati inquadrati nella Wehrmacht nel corso dei sei anni di guerra. Tutti gli altri si adeguarono. Da volonterosi carnefici, da zelanti complici o da obbedienti comparse marciarono compatti sino in fondo al baratro. Facendo tacere ogni compassione e umanità.
 

 
Ammazzateli pure, ma non alla mia sorgente
Il generale Kittel parla dei massacri del 1941, nella zona di Daugavpils (Lettonia) di cui è stato comandante. Contro gli ebrei operava la Sicherheitsdienst (SD): “I bambini, li hanno presi per i capelli e hanno sparato. Poi li hanno gettati dentro la fossa. L’ho visto con i miei occhi…Sono salito in macchina e sono andato dall’uomo della SD e gli ho detto: “Vi proibisco una volta per tutte fucilazioni alle quali può assistere chiunque. Se fucilate la gente nel bosco, dove nessuno vede quanto accade, è affare vostro. Ma vi vieto di sparare anche per un solo giorno di più. Quando andiamo a prendere l’acqua alle fonti noi ci troviamo dei cadaveri…”
 
Sopprimiamoli, non siamo mica femminucce…
Il timoniere del sottomarino U-187 Heinrich Skrzipek, catturato dagli inglesi, è intercettato mentre il 5 marzo del 1943 spiega la sua visione del mondo ai commilitoni prigionieri: “Lo storpio va soppresso senza dolore. Così si fa. Loro non lo sanno e comunque non hanno nulla nella vita. Basta però non essere teneri! Non siamo mica femminucce! Lo stesso avviene con gli scemi o i mezzi scemi. Per uno scemo si possono nutrire sei soldati feriti. Naturalmente non tutto è giusto per tutti. Alcune cose non vanno neanche a me, ma qui stiamo parlando in generale…”
 
Si sono divertiti come matti…
Il caporale scelto Muller è intercettato mentre rievoca un’azione anti-partigiana svolta contro un villaggio russo: “Allora abbiamo riempito bottiglie di birra con la benzina, le abbiamo messe sul tavolo e uscendo, come se nulla fosse, ci siamo lanciati alle spalle delle bombe a mano. È bruciato tutto subito: tetti di paglia. Tutti morti: donne, bambini. Pochissimi partigiani. In situazioni simili io non avrei mai sparato senza essermi assicurato che si trattasse veramente di partigiani. Ma molti dei miei compagni si sono divertiti come matti..
 
Quei grandi letti come si usa in Italia…
Due commilitoni, caduti prigionieri degli Americani, sono registrati il 2 aprile 1945 mentre parlano di un’azione di paracadutisti tedeschi operanti in Italia:
Schultka: “Cosa non succede al giorno d’oggi. Roba da non credere. Dei parà hanno fatto irruzione in una casa italiana e hanno fatto fuori due uomini. Erano due padri; uno aveva due figlie. Poi si sono scopati entrambe le figlie, se le sono scopate per bene e poi le hanno fucilate. In casa c’erano quei grandi letti all’italiana; le hanno buttate sul letto e..”
Czosnowski: “È disumano. Ma spesso raccontano cose che non hanno fatto, per darsi un sacco di arie…”
 
Ma diamocela tutti a gambe!
Nelle intercettazioni, quando parlano gli italiani, il tema è spesso la fuga. L’ammiraglio Leonardi, comandante delle fortezza di Augusta, una volta prigioniero, è intercettato dagli inglesi l’11 agosto 1943 mentre afferma: “Ho pensato di sparire in borghese. Alla fine se tutti gli altri se ne vanno non si vede perché non dovrebbe fuggire anche l’ammiraglio…Perché mai dovrei rimanere? Non sarò mica così fesso? Diamocela tutti a gambe”. Due generali italiani – i loro nomi non sono riportati – dopo la terza disfatta del novembre 1942 in Africa settentrionale sono registrati mentre convengono che: “È meglio non dire che cosa è successo: per esempio, che non abbiamo opposto alcuna resistenza”…

Ben venga Maggio, ben venga primavera…

max.jpgTranquillizzo i miei 25 lettori: non sono sparito, se non avete avuto il discutibile piacere di leggere cose nuove su FB è che il sottoscritto era impegnato a correre da un bastione all’altro, da una torretta all’altra, scrutando l’arrivo di nuove carovane in fondo alla valle. Tanto, poi, basta fermarsi un attimo e lasciare che le cose passino. E le cose passano. E’ passato il 25 aprile, quest’anno dedicato alla lotta alla mafia (e io non ho capito perchè), è passato il I maggio, ci sono state le elezioni amministrative. Se sette mesi fa ci avessero detto che il vecchio satiro sarebbe sparito, il suo sodale rantolante con lui, che il PdL si sarebbe sciolto come neve al sole, chi ci avrebbe creduto? Anche il povero Fede non c’è più. Che roba. Eppure l’incazzatura sale, vogliamo di più. “Siate realistici, chiedete l’impossibile” era uno slogan di tant anni fa. Quante boiate si dicono o si scrivono da giovani. Forse altrettante che da vecchi. Perchè un conto è rincorrere l’utopia, il sogno, l’amore, l’idea e un conto è proporre tale programma per mandare avanti la baracca. Vabbè.

In Francia ha vinto Holland e, manco a dirlo, ecco sulle italiche prode risuonare il grido: “Fare come la Francia!”. Ancora? Non ci è bastato il “Fare come Clinton/Obama, Blair, Zapatero?” già echeggiato in passato? E’ il principio dei vasi comunicanti: il pieno occupa sempre il vuoto. Il vuoto delle idee che ricicciano slogan trascorsi o demagogici balzi nel nulla. Un po’ come la polemica sui funghi nostrani dei civici Musei. Gli amministratori non avevano un cappero di idea su cosa farne e, allora, pensata geniale, anzichè proporre alla città la questione, che hanno fatto? Ti hanno chiamato il Blair/Obama esterno. Il genio. L’archistar. Deus ex machina che, giustamente dal suo punto di vista, lasciato a mano libera ha liberamente proposto quello che gli passava per la mente, c’entrasse o no con i Civici Musei di questa “anonima città”. E’ la replica perfetta della favoletta degli abiti nuovi dell’imperatore. Perfetta.

In compenso mi sono accorto che non si parla più dell’art.18. Dovevamo offrire i nostri petti al fuoco nemico per difendere questa barriera di civiltà e ce ne siamo già dimenticati? “Quandoque bonus dormitat Homerus”! E se sonnecchia il grande poeta chi siamo noi per vegliare in armi?

A Reggio la Fondazione bancaria chiude i bilanci in rosso (profondo). Oh, acciderbolina! Ma non erano tutti geni della finanza quei signori seduti in quel Consiglio chiamati (non si sa come e perchè) a gestire i soldini accumulati in qualche secolo dai nostri avi? Siamo stati fortunati che geni fossero, pensate fossero stati dei poveri incompetenti come il s/scritto, che disastro! Che roba! Ah, signora mia, non ci sono più i geni di una volta!

E’ iniziata e finita Fotografia Europea. Bene, bravi. Qualcuno ha scritto che anche crollasse l’Euro, tornasse l’economia di baratto e i Lanzichenecchi fossero alle porte, Fotografia Europea si farebbe ancora. Bene, bravi. In merito un uzzolo mi stuzzica il cerebro (visto come so scrivere bene, se voglio?): che cos’è un buon fotografo/una buona fotografia oggi, quando tutti sono fotografi? Io vengo dal secolo scorso, la fotografia è stato il mio pane (letteralmente) per qualche anno: fotografo di matrimoni, una scuola eccezionale. Niente digitale allora. Pellicola. One shot, one bang. Non puoi sbagliare la foto dello scambio degli anelli. Si impara. Ho vinto concorsi, ho fatto mostre. Le mie foto me le stampavo in casa, bianco e nero mai abbastanza rimpianto. Una Nikon nuova costava come mezza utilitaria. Continuo a far foto, dalla malattia non si guarisce, ma che senso ha oggi quando la tecnica ha preso il sopravvento e la super offerta ha travolto ogni selezione di qualità? Dico una cosa antipatica: fotografi si nasce. Si può diventare bravi, fare qualche bello scatto, ma è sulla distanza che si capisce il valore. E io, di valore, ne vedo così poco. Vabbè, su queste magari ci tornerò con più calma.

Comunque il mio consiglio, intonato al bisogno di rigore di cui sento disperato bisogno, riguardo alle mostre di FE è semplice: andate a vedere Henry Cartier Bresson e McCullin. Basta. Guardatele bene perchè tutto è gia lì. HCB andava in giro con la sua Leica, un 50 mm., il tutto in una borsina della spesa. Facile, semplice, geniale. Megapixel? Photoshop? Ecchisenefrega.

Basta, torno alle mie bozze, altrimenti l’editore ci ripensa e il libro non me lo pubblica più (ma questa è un’altra storia..).

Apr 30, 2012 - Storia    No Comments

25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare (Andrea Cortellessa)

Schermata 2012-04-25 a 11.01.11.pngÈ il 1968 quando esce La Beltà di Andrea Zanzotto. I muri del mondo, in quei mesi, sono pieni di scritte che rappresentano, e insieme performativamente sono, la rivoluzione in atto. Durerà poco, quel momento di sospensione e trascendentale rilancio della storia; ma ciò non toglie che sia stato (lo dimostra il fatto che fa ancora incazzare tanta gente). E in effetti le scritte sui muri – attraverso le quali, aveva profetizzato Lautréamont, un giorno saremmo stati tutti poeti – non cessarono allora di esistere. Sono rimaste un luogo simbolico e performativo di grande importanza, nella formazione e nella vita politica delle generazioni più giovani; nonché, a ben vedere, un efficace tramite di memoria intergenerazionale. Cioè di storia.
 
In quel libro atroce e sublime di Zanzotto – il più importante, se non il più bello, della nostra poesia contemporanea – si rincorrono non a caso diciotto grandi poesie-tableaux che recano il titolo complessivo di “Profezie o memorie o giornali murali”; poche pagine prima, invece, si legge un grande componimento dal titolo “Retorica su: lo sbandamento, il principio-‘resistenza’”. I bagliori corruschi delle guerre civili di venticinque anni prima si sovraimprimono a quelli bituminosi del Napalm che brucia all’orizzonte, a Oriente; e il “principio resistenza” (mutuato, spiega il poeta, da quello speranza di Ernst Bloch) illustra proprio come la storia brilli in quelle che Walter Benjamin aveva chiamato “immagini dialettiche”: sovrapposizioni, sovrimpressioni di figure diverse che insistono sugli stessi luoghi, geografici o psichici. La macrostoria che produce “retorica” – cemento linguistico di cui necessita qualsiasi comunità – si ricapitola così in mille rivoli di microstorie, e viceversa. L’ontogenesi dell’evento, la filogenesi della memoria.
 
Davvero il “principio resistenza” è un’immagine dialettica. Sovraimprime il presente al passato, ne fa sprizzare scintille. È un esempio di quella che più di recente il grande filosofo Paul Ricoeur ha chiamato “rimemorazione”. Se commemorare il più delle volte è un atto retorico (nel senso più deteriore), un rituale istituito e non davvero sentito, in definitiva il manifestarsi di un’ipocrisia collettiva, rimemorare significa al contrario rifare presente l’essere stato nel passato o, diciamo, l’esserci stato: ed è attraverso la passione dei luoghi – nei quali la memoria è di una situazione, non di un avvenimento – che si aziona il cortocircuito decisivo. Non può essere inteso come una generica, ancorché condivisibile, posizione etica collocata nell’oggi. Non è insomma una citazione, l’omaggio reverenziale (o il re-enactement meramente spettacolare) di una Resistenza di ormai quasi settant’anni fa. Deve invece raccogliere almeno uno dei testimoni, concettuali e pratici, di quelle staffette.
 
E quello che oggi pare più aperto al futuro riguarda proprio l’essere situato del nostro agire. I partigiani difendevano un ideale di libertà ma anche un territorio concreto, che apparteneva a una geografia fisica e insieme morale: il “pathos dei luoghi”, visceralmente affettivo ma anche concretamente logistico, di cui ha parlato Gabriele Pedullà nella sua antologia di Racconti della Resistenza, non a caso, geograficamente ordinata. Proprio presentando questo libro, a Pieve di Soligo il 25 aprile 2005, ascoltai il vecchio Zanzotto ricordare un proprio racconto-apologo ivi compreso e risalente a dieci anni prima, 1944: FEIER. Il titolo riproduceva una grande scritta a carbone nero tracciata sul muro di un casolare da un contadino veneto: il quale così s’era tatuato quel tempo e quel suono, con le proprie mani aveva inciso quel trauma a futura memoria. Ma, diceva Zanzotto, passato poco tempo prima da quel casolare, con amarezza aveva scoperto che la scritta era stata cancellata.
 
La stessa cosa è accaduta qualche anno fa nel quartiere romano dove ho studiato per tanti anni, San Lorenzo: sul muro scrostato di uno degli edifici bombardati nel luglio del ’43, e mai restaurati completamente, a lungo s’era letta, vergata a lettere cubitali, la scritta EREDITÀ DEL FASCISMO. Per gli studenti della mia generazione quel “monumento involontario”, come ha definito quelli di questo genere Sandro Portelli, ha costituito un monito di forza straordinaria. Ma qualche anno fa l’ossessione gentrificante della giunta Veltroni – proprio mentre con sussiego inaugurava Case della Memoria e della Storia – ha pensato bene di stendere, su quel muro, una mano d’oblio.
 
La performance-installazione della giovane artista torinese Paola Monasterolo, Lettere da un fronte, cortocircuita in una scritta-immagine potentemente dialettica, in un singolo gesto iconico di straordinaria efficacia, tutti questi stimoli concettuali. Che riesce a tradurre in un grandissimo impatto emotivo. Sui muri del cortile del Museo Diffuso della Resistenza di Torino, a Corso Valdocco 4/A, questa mattina alle 11.00 si potrà leggere in formato gigante il finale di una delle lettere dei condannati a morte della Resistenza, quella spedita dal ventitreenne Pietro Ferreira ai compagni del Partito d’Azione di Torino il 22 gennaio 1945, alla vigilia della sua esecuzione da parte dei fascisti della R.S.I. È una lettera di sorprendente serenità, dal tono di grande fermezza e lucidità, che però nel finale s’impenna in una lampeggiante immagine del futuro: “Tra poco le armate alleate spezzeranno l’ultimo baluardo difensivo tedesco, anche l’Italia tutta verrà liberata e terminerà per voi questo lungo periodo di lotta cospiratoria che tanto ha assottigliato le vostre file; e allora sarà per voi la vita, l’aria, la luce, il sole, la gioia di aver combattuto e di aver vinto e l’esultanza della libertà raggiunta…… siate felici….. Addio… un abbraccio a tutti vostro Pedro”. L’Italia liberata, oggi lo sappiamo bene, quel futuro d’aria e di luce non lo conoscerà mai davvero. Ma quell’aria e quella luce sono state: una sera, a Torino, nella mente e nella lingua di Pedro.
 
Paola Monasterolo ha scelto di gigantografare queste righe utilizzando una tecnica particolare, desunta dai racconti dell’ex partigiano Enzo Pettini, il quale ha rievocato una forma di resistenza che, seppur minima, ha lasciato tracce nella memoria orale e sui muri di alcune case del quartiere operaio di Borgata Vittoria. Su questi muri slogan antifascisti venivano scritti da donne e bambini impiegandoun particolare inchiostroottenuto lasciando a mollo la calce spenta nell’olio di motore. E durante la giornata di oggi il pubblico verrà coinvolto in un canto collettivo da Marco Testa, e sarà invitato a proseguire e completare con le proprie mani il decoro murale.
 
È significativo che il Museo della Resistenza, qui a Torino, si definisca “Diffuso”; così come che il progetto d’arte per lo spazio pubblico che ha promosso il lavoro di Monasterolo si chiami “SITUA.TO”. Appunto situati, ce ne rendiamo sempre meglio conto, sono tutti i movimenti politici che negli ultimi tempi hanno assunto significato e valore: da Occupy Wall Street a No TAV al Teatro Valle. Tutti incentrati su un luogo, un sito storico e simbolico che si fa segno di riconoscimento: proprio perché tutti noi, nel nostro quotidiano, subiamo la virtualizzazione della nostra esistenza in non-luoghi telematici nei quali s’è da tempo polverizzata qualsiasi idea di società. La sfida di questo spatial turn anche politico sta allora nel trascendere la miseria di un localismo identitario – che ha prodotto negli ultimi vent’anni più o meno gravi catastrofi politiche, dalle carneficine balcaniche alla fiera dell’intolleranza dei leghisti – per elevare questa concretezza di situazione a paradigma idealmente universale. Questa sfida del pensiero e della volontà ha un nome: si chiama politica.

http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/25-aprile-cosa-significa-resistere-cosa-significa-ricordare

Apr 26, 2012 - Storia    3 Comments

Modesta riflessione del dopo 25 aprile

25-aprile-1945.jpgBella giornata. Sole, aria di festa in giro. Tutto bene o quasi. Lo so, gli storici sono dei frangipalle, sempre ad alzare il ditino, a far la punta agli spilli, a spaccare il classico capello in quattro, otto, sedici. Già è così. Scusateci: è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo.

Il 25 aprile è festa di libertà, di liberazione, la sconfitta del nazismo e del fascismo. Una svolta nella storia del nostro paese, forse un’occasione mancata ma certamente uno dei momenti più alti della nostra storia nazionale. 25 aprile 1945, un evento, una data, legata a quella storia. Certo una data che rappresenta valori importanti, fondamentali per il nostro vivere, valori che hanno poi trovato nella Costituzione la loro migliore collocazione e riconoscimento. Ma non possiamo dimenticare che il 25 aprile è una data, collocata nel tempo e nello spazio. Possiamo (e dobbiamo) farne un simbolo, il più possibile condiviso, un elemento importante della costruzione di una cittadinanza democratica e repubblicana, ma non possiamo andare oltre.

Ci lamentiamo, a buon diritto, dell’uso pubblico della storia, vizio vecchio come il mondo, ma il tempo non trasforma un vizio in un pregio. Usare fatti, vicende, storie passate per il nostro presente, per l’uso e consumo contingente. Lo critichiamo quando gli “altri” ne fanno un uso spregiudicato ma, purtroppo, taciamo quando quell’(ab)uso lo troviamo nelle nostre piazze, nelle nostre manifestazioni.

Il 25 aprile è la vera festa nazionale laica, popolare, vissuta e partecipata in buona parte del paese, perché dobbiamo, come accade sempre più spesso anno dopo anno, farlo affiancare da altre motivazioni, altre cause, altre situazioni, quasi che il 25 aprile non si reggesse più da solo e avesse bisogno di un sostegno, un pretesto, una giustificazione per essere ricordato e celebrato degnamente? Come in una goffa operazione di marketing della memoria: il vecchio marchio non convince più il “cliente”, mi invento un pacco dono, un’offerta speciale per sostenere le vendite. Quest’anno il prodotto di lancio e traino è stata la lotta alla/e mafia/e. Dal tema della liberazione, quella storica dal nazismo e dal fascismo, una liberazione che ha costruito le basi per l’Europa di oggi che ha ridato dignità ad un paese che aveva scatenato guerre di aggressione, massacrato popoli dopo aver distrutto la propria libertà, siamo passati ad una altra “liberazione”, quella dalle strutture criminali che opprimono e sfruttano varie aree del paese e si infiltrano anche nella nostra società emiliana.

Una liberazione vale l’altra? È banale dire che non si sta svalutando in alcun modo l’impegno e il sacrificio dei tanti contro la criminalità ma non possiamo stiracchiare la storia come un foglio di domopack per coprire quello che ci fa comodo per cucinare una comunicazione che raccolga più consenso possibile. Perché questo è uno dei primi effetti/scopi, passare da una data che ancora presenta elementi di divisione a qualcosa di tranquillizzante, unificante. Sappiamo bene quanti problemi nella trasmissione della memoria del 25 aprile si incontrano ogni giorno, come sia difficile confrontarsi con memorie diverse/divise, come la ricorrenza richieda scelte non sempre tranquille. Inserire altre “liberazioni” semplifica il compito: in occasione del 25 aprile parliamo di altro, di qualcosa su cui nessun possa alzarsi in piedi e dire ”no”. E siamo a posto: abbiamo santificato la festa di precetto, abbiamo celebrato la messa laica annuale e contemporaneamente abbiamo trasmesso un messaggio di impegno civile unificante. Ieri in piazza chi avrebbe mai potuto gridare “viva Provenzano!”? Così, seguendo il vecchio detto popolare “troppa grazia, S.Antonio!*”, nell’entusiasmo dell’occasione ci siamo lanciati in similitudini davvero spericolate, in messaggi in bilico fra sentimentalismo e chiamata alle armi, a formare un mix davvero bizzarro in una giornata, lo ripeto, che ricorda la sconfitta del nazismo e del fascismo e la nascita della nostra democrazia, grazie alla collaborazione dei resistenti allo sforzo bellico degli alleati. Punto. Non c’è abbastanza materiale per farne tanti di discorsi importanti? Sul fascismo risorgente in Europa, sul razzismo, sulla cancellazione della memoria storica, sul difficile futuro dell’Europa?

Perché i mafiosi non sono i nuovi nazisti-come ho sentito ieri-e Falcone e Borsellino non erano partigiani e i sindaci che rischiano la vita oggi non fanno la nuova Resistenza. Fanno altro, cose fondamentali come difendere lo stato democratico, spesso nonostante lo Stato stesso, a rischio della loro vita difendono la libertà e la dignità delle persone. E per questo vanno ringraziati e difesi. Ma tutte queste lotte nobili e fondanti del vivere civile celebriamole il 26 aprile, magari il 23 maggio nell’anniversario della strage di Capaci, in quella giornata fermiamoci tutti, scendiamo in piazza per chiedere di buttare fuori dal Parlamento i condannati e gli inquisiti, di troncare i legami fra economia legale e criminalità al sud come nelle nostre feraci terre padane. C’è tanto da fare e da fare insieme e con tante buone ragioni da non aver bisogno di striracchiare la storia per trovare giustificazioni a quelle scelte. E poniamoci di fronte al significato vero e profondo del 25 aprile, accettando la discussione sul senso del nostro essere antifascisti oggi, sulle prospettive di vivere nell’Europa futura, sulla nostra complicata e contraddittoria identità nazionale, sull’atavica tendenza italiana all’oblio. L’agenda è ricca e complicata, sarebbe bello iniziare a lavorarci su.

 * la locuzione pare nata da un episodio tramandato dalla tradizione popolare: un cavaliere, piccolo di statura, cercava a ripetizione di salire in sella al suo destriero. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, pensò bene di invocare l’aiuto del Santo. Forza ritrovata o aiuto celeste, accadde che il tapino non solo riuscì a salire il groppa all’animale ma, per l’eccessivo slancio ricadde addirittura dalla parte opposta ruzzolando a terra. Rialzandosi avrebbe appunto esclamato “Troppa grazia, S.Antonio!”.

 

Apr 25, 2012 - Storia    No Comments

La Resistenza da difendere (Miguel Gotor)

IL 25 APRILE di quest’anno desideriamo celebrare il sangue versato dai vincitori e ricordare, accanto alla memoria e alla letteratura della Resistenza, anche la storia e la politica del movimento partigiano. Non solo, dunque, gli immaginifici sentieri dei nidi di ragno percorsi da piccoli maestri come il partigiano Johnny, ma i viottoli di montagna battuti 67 anni fa da uomini in carne e ossa come Arrigo Boldrini, Vittorio Foa, Sandro Pertini e Paolo Emilio Taviani.

Grazie alla loro storia commemoriamo i migliaia di giovani caduti in nome della libertà, per la dignità e il riscatto della Patria, in difesa della propria comunità di affetti.

Lo facciamo nella consapevolezza che senza la riscossa partigiana e senza la fedeltà all’Italia e il senso dell’onore di quei militari che, a Cefalonia e non solo, scelsero di impegnarsi nella guerra di liberazione dal nazifascismo, non sarebbe stato possibile gettare le fondamenta della nuova Italia democratica e repubblicana, quella che ancora oggi abbiamo il privilegio di abitare. Ma avvertiamo questa esigenza anche perché abbiamo alle spalle oltre vent’anni di un senso comune anti-antifascista che ha egemonizzato il discorso pubblico intorno a due concetti meritevoli invece di maggiore ponderazione.

Il primo è quello che vede nell’8 settembre 1943 la morte della patria. In quei giorni si assistette al collasso dello Stato e delle istituzioni, ma la patria trovò, grazie alla scelta partigiana e alla coscienza di tanti, le ragioni per resistere, rigenerarsi e rinascere alimentando un secondo Risorgimento della nazione.

Il secondo concetto è quello di guerra civile, che è stato indebitamente strumentalizzato. In questo caso, la condivisibile interpretazione azionista di un partigiano come Franco Venturi (“le guerre civili sono le uniche che meritano di essere combattute”) è stata piegata agli interessi del reducismo fascista e saloino che da sempre hanno negato il carattere di lotta di liberazione alla Resistenza e, sin dalle origini, hanno utilizzato il concetto di guerra civile per equiparare, sul piano politico e morale, le ragioni delle parti in lotta.

Da questa duplice manipolazione della realtà storica è scaturita la rivalutazione di carattere moderato/terzista della cosiddetta “zona grigia”: l’attendismo e l’indifferentismo, motivati da umane e comprensibili ragioni, inizialmente vissuti con disagio e un sentimento di vergogna, si sono trasformati nella rivendicazione orgogliosa di una zona morale di saggezza e virtù. Al contrario, se la Resistenza non avesse avuto il consenso implicito ed esplicito della società civile non sarebbe riuscita a prevalere sul piano militare e politico. Bisogna piuttosto rammentare che l’intrinseca moralità della Resistenza sul piano storico deriva dal fatto che quei giovani combatterono non soltanto per la propria libertà, ma anche per quella di chi era contro di loro e di quanti scelsero di non schierarsi: lo ha dimostrato senza ombra di dubbio la storia successiva dell’Italia democratica e parlamentare.

Oggi questi atteggiamenti, alimentati dalla lunga stagione del berlusconismo con la sua corrosiva ideologia della divisione, segnano il passo e offrono l’occasione alla Resistenza di trasformarsi finalmente in un patrimonio nazionale condiviso anche sul piano del giudizio storico. Un giudizio in cui devono albergare un sentimento di pietas per gli sconfitti, la volontà di studiare in modo equanime – contestualizzando e non per rinfocolare odi di parte – tutta la Resistenza, anche quella più violenta, vendicativa e oscura, e, infine, il riconoscimento dell’importanza del percorso compiuto da quanti oggi, pur essendo cresciuti nel Movimento sociale, hanno dichiarato di riconoscersi nella condanna delle leggi razziali del 1938 e nei valori dell’antifascismo.

È indicativo che in un momento di crisi della politica e della rappresentanza come questo, stiano aumentando le iscrizioni all’Anpi da parte dei più giovani. Nell’Italia attuale è necessario recuperare lo spirito di collaborazione e di ricostruzione civica che ha animato il movimento partigiano da cui scaturì la stagione della Costituente in cui forse politiche di estrazione profondamente diversa impararono a conoscersi e seppero fare fronte comune nell’interesse nazionale. Quello spirito lontano e generoso è il testimone della Resistenza che serve oggi all’Italia.

(La Repubblica, 25.4.2012)

Apr 20, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Quando i leghisti erano statisti (Marco Travaglio)

Facile prendersela oggi con Bossi e il suo clan. Come prendersela col duce nel 1945 e con Craxi nel 1993. Sono almeno dieci anni che della Lega delle origini, quella che contribuì ad abbattere la prima Repubblica e a salvare Mani Pulite da sicuro affossamento, s’è perso persino il ricordo. Eppure fior di intellettuali e opinionisti “indipendenti” hanno fatto finta di niente sino all’ultimo. Ancora nel 2008, ultima vittoria elettorale di Bossi e Berlusconi, davano mostra di credere alle magnifiche sorti e progressive del “federalismo”, ciechi e sordi dinanzi alla satrapia dell’anziano leader menomato e agli scandali della Credieuronord, dell’amico Fiorani e delle quote latte.

Stefano Folli predicava il 15 aprile 2008 sul “Sole-24 ore”: “Silvio Berlusconi è il leader che riesce a rappresentare la sintesi di un Paese moderato, ma voglioso di modernità… e sempre più insofferente verso i vincoli, i freni e le incongruenze di chi diffida del cambiamento. Ma non si comprende il senso della vittoria berlusconiana… se si sottovaluta il dato politico che l’accompagna: vale a dire l’impronta nordista che l’affermazione della Lega porta con sé… La Lega è un partito leale agli accordi di coalizione, anche perché ha tutta la convenienza a esserlo. La lealtà paga, visto che oggi tra Lombardia e Veneto abbiamo quasi una seconda Baviera, con Bossi nei panni che furono di Strauss e Stoiber. E la “questione settentrionale”, anche quando significa timore della globalizzazione e inquietudine verso gli immigrati, è incarnata dalla Lega… Bossi ha citato la priorità del federalismo fiscale. Ecco un esempio di riforma, certo urgente, che tuttavia esige un alto senso di responsabilità politica per non danneggiare una parte del Paese”. Sappiamo com’è poi finita, la seconda Baviera. Ma Folli è sempre lì a spiegare come va il mondo.

Un altro folgorato sulla via di Gemonio fu Andrea Romano, già direttore del samizsdat dalemiano Italianieuropei, poi editor della berlusconiana Einaudi, ora testa d’uovo della montezemoliana Italia Futura e columnist prima de “La Stampa”, poi del “Riformista”, infine del “Sole”, lo stesso che l’altra sera pontificava in tv sull’ineluttabile fine del bossismo. Ecco cosa scriveva sulla “Stampa” il 16 aprile 2008: “La Lega potrebbe diventare il motore riformatore del governo Berlusconi… è un movimento politico ormai lontano dalla rappresentazione zotica e valligiana… ha accantonato definitivamente il teatrino secessionista… giustamente Stefano Folli sul “Sole-24ore” rimanda all’esempio della Csu bavarese”: insomma la Lega è un modello di “buona amministrazione locale”, piena di “giovani preparati come il piemontese Roberto Cota” (l’attuale catastrofico governatore del Piemonte), ergo sarà “il reagente indispensabile a una vera stagione di rinnovamento”. Certo, come no: vedi alla voce cerchio magico.

Se Romano citava Folli, Angelo Panebianco l’indomani sul “Corriere” citava Romano che citava Folli, in una travolgente catena di Sant’Antonio, anzi di Sant’Umberto: “Come ha osservato Andrea Romano, non si capisce la Lega Nord se non si tiene conto della capacità che Bossi ha avuto nel corso degli anni di fare crescere una classe dirigente locale, di giovani amministratori, spesso abili, e capaci di tenersi in sintonia con le domande dei loro amministrati”. Tipo Belsito, per dire.
L’altro giorno, sul “Corriere”, Antonio Polito rivelava di aver capito tutto da un pezzo (ovviamente all’insaputa degli eventuali lettori): “Già da tempo la Lega aveva dato segni evidenti di essersi trasformata da movimento in regime, con i tratti sovietici dell’inamovibilità del gruppo dirigente… Ma nessuno aveva immaginato che il regime fosse diventato una satrapia. Nemmeno Berlusconi”. Che strano: lo stesso Polito, direttore del “Riformista”, nell’aprile 2008 invitava il centrosinistra a rifuggire da un’opposizione severa e intransigente contro il nuovo governo Berlusconi-Bossi, e ad “aprire il dialogo con l’Italia berlusconiana” e naturalmente bossiana. È grazie a simili illuminazioni che Polito ha guadagnato la prima pagina del “Corriere”.

(L’Espresso, 13 aprile 2012)

Apr 20, 2012 - Senza categoria    No Comments

I nuovi padroni del Nord (Curzio Maltese)

    Ma quant’è furbo, da uno a dieci, Beppe Grillo che sta girando l’Italia per spiegare che lo scandalo della Lega è una trama dei giudici servi di Monti contro l’opposizione? «Tocca alla Lega, poi a Di Pietro e quindi a noi!». Quant’è abile a urlare in piazza e su YouTube una tesi innocentista e complottista a proposito delle porcate della «family», quando perfino Bossi ha dovuto scaricare il figlio e il cerchio magico. A corteggiare i leghisti spaesati dagli scandali con il no alla cittadinanza per i figli d’immigrati, a costo di sfidare le ire dei blogger, e il ritorno alla parole d’ordine dello sciopero fiscale contro la corruzione politica. Eccolo il nuovo campione del Nord tartassato contro Roma Ladrona, Beppe Grillo. «Ho seguito qualche suo comizio e l’analogia col primo Bossi è impressionante» commenta Pippo Civati, consigliere del Pd, uno dei pochi esponenti del centrosinistra ad avere le antenne puntate sulla crisi leghista. «Per non dire che Grillo gli copia interi passaggi e slogan, gestacci compresi. Purtroppo funziona, anche per colpa nostra. Avremmo delle praterie davanti, dico il Pd e il centrosinistra in generale, ma rimaniamo fermi a guardare. E così c’è il rischio che il Nord salti dalla padella padana alla brace del populismo grillino, per certi versi perfino peggiore».

Un rischio che al momento è una certezza. A dar retta ai sondaggi, oltre la metà dell’elettorato in fuoriuscita dalla Lega oggi voterebbe Movimento 5 Stelle. L’altra metà si spalma in parti uguali fra Pd, Pdl e il resto. Merito del fiuto commerciale del comico genovese, ma anche dell’afasia dei grandi partiti. I berluscones sono troppo occupati a trattare con il governo Monti franchigie personali e aziendali per rivolgere lo sguardo al cataclisma leghista. Il Pd la questione settentrionale non l’ha mai capita e finirà al solito per candidare qualche industriale deluso dal sogno padano. Senza contare l’imbarazzo del caso Penati, che è la ragione per cui Bersani non si fa vedere in una piazza lombarda da quasi un anno. Il progetto di un centrosinistra del Nord era andato in pensione con Sergio Chiamparino e le giuste profezie di Massimo Cacciari sull’imminente crollo di rappresentanza della Lega sono state lasciate cadere nel vuoto. Sul territorio gli unici a muoversi, in ordine sparso, sono a sinistra i nuovi sindaci, a cominciare da Fassino e Pisapia, e a destra l’onnipresente sistema di potere ciellino di Formigoni, inossidabile lui sì a qualsiasi scandalo. Per il resto via libera all’Opa grillina. Una marcia di conquista partita dalla Val di Susa, luogo perfetto per un revival della Lega degli esordi, ecologista, no global, anti sistema, pronta a gettare il cuore montanaro oltre l’ostacolo degli interessi combinati di grande capitale, burocrazia europea, finanza mondiale e solita Roma ladrona.

Ma davvero basta imitare i comizi d’annata del Senatur, come fa Grillo, oppure impugnare la scopa e invocare il ritorno alle origini, alla Maroni, per riprendersi la rappresentanza del più importante pezzo d’Italia? Se si leva lo sguardo dalla cronache politiche e giudiziarie, dai piccoli spettacoli quotidiani di trasformismo mediatico, e lo si alza sull’immenso laboratorio che corre dal Monviso al delta del Po, in una sequenza ininterrotta di case, centri commerciali, capannoni e industrie, si capisce che è un’utopia nostalgica. Lega delle origini e poi il berlusconismo erano il racconto, a volte geniale, del Nord fra gli anni Ottanta e Novanta. Ma in questi vent’anni tutto è cambiato, il Nord ha vissuto una rivoluzione che nessuno ha ancora raccontato. La morte politica dell’asse Berlusconi-Bossi si è consumata proprio in questa incapacità di raccontare e rappresentare il nuovo, assai prima di perdersi nel dedalo maleodorante delle ruberie e degli scandali, nelle storie di escort e false lauree.

La Lega delle origini, con Bossi solo in Parlamento, era il grido di rabbia delle comunità montane isolate e depresse. Ricordo uno dei primi comizi del Senatur, ancora scortato da Miglio, in una trattoria della Valmalenco, davanti a facce contadine stravolte dalla fatica, ma eccitate dalla favola, dove oggi c’è un Internet bar frequentato da ventenni che sembrano studenti di Stanford. Trento, Belluno, Sondrio, Aosta, Cuneo, culle del leghismo primigenio e pauperista, ispirato dagli autonomisti aostani e della Val d’Ossola, sono ormai da anni in cima alla classifica di reddito e qualità della vita pro del Sole 24 Ore, davanti a Milano, Bologna, Roma. Quando il sindacato leghista organizzava i primi comizi nella bergamasca, la Brembo e la Mapei erano piccole fabbriche con qualche decina di operai e ora sono colossi internazionali, con Squinzi e Bombassei che si giocano la presidenza di Confindustria all’ultimo voto. Alle prime assemblee di imprenditori leghisti, Daniele Vimercati mi faceva notare: «Guardali, si vestono allo stesso modo, hanno lo stesso capannone, tipo d’auto, villetta e perfino piante in giardino. Sono più uguali dei loro operai». Oggi la crisi ha spezzato le fila e prodotto una selezione darwiniana fra chi è cresciuto e chi sta fallendo. L’altro giorno nel Trevigiano un imprenditore agricolo si è impiccato nel capannone mentre il vicino festeggiava coi dipendenti il raddoppio delle esportazioni di soia per il biodiesel.

«La Lega è stato un formidabile imprenditore della paura del Nord davanti alla globalizzazione – è la lettura di Aldo Bonomi, sociologo, autore di uno dei migliori libri sul malessere del Nord, Il Rancore -. Ma bene o male in questi vent’anni la globalizzazione è arrivata e ha stravolto il paesaggio umano e sociale del paese, soprattutto delle aree più produttive. Di fronte a questo mutamento straordinario la Lega non ha saputo elaborare nuove risposte, è rimasta aggrappata ai vecchi miti, evocati oggi anche da Maroni: la Padania, il federalismo, la piccola patria. Ma oggi le questioni che interessano i ceti produttivi del Nord sono altre. Si chiamano default, riguardano la tenuta del paese intero come seconda potenza manifatturiera d’Europa. E’ cambiata l’imprenditoria, non più molecolare come vent’anni fa, ma selezionata dalla crisi fra una media industria in espansione, che regge da sola le sorti industriali dell’Italia, e una piccola in via di estinzione. E’ cambiato moltissimo il ceto medio, con l’avvento di quello che possiamo definire il terziario riflessivo. Nuove generazioni che lavorano soprattutto nel campo della comunicazione, il 27 per cento dei nuovi posti, e coltivano idee, sogni e bisogni molto distanti dai nostalgici archetipi leghisti. Si è rovesciato il rapporto fra il contado, per esempio la provincia pedemontana, e la metropoli. Per vent’anni il contado ha dato l’assalto alla città, con alla testa i condottieri di provincia Bossi e Berlusconi, assai più brianzolo che milanese. Ora sono la finanza, le banche, i saperi cittadini che tornano a mettere le mani sulla provincia, a investire nelle grandi reti, nella rete idrica, nel futuro della produzione energetica, nella green economy. E’ una trasformazione profonda, che ha influito anche sui sentimenti e sui risentimenti. Prenda la questione dell’immigrazione. A Milano la Lega, con la Moratti al seguito, ha impostato tutta la campagna contro Pisapia su questo tema e ha clamorosamente perso».

La Lega aveva insomma esaurito la spinta propulsiva anche prima degli scandali. «Sì, ma non bisogna commettere l’errore di considerare la crisi della Lega come la fine di una questione settentrionale che oggi è semmai ancora più viva e decisiva per il futuro dell’Italia. Altrimenti si rischia di evocare un’ondata di antipolitica ancora più disastrosa di quella che vent’anni fa ha consegnato il potere a Berlusconi e Bossi».

(da Repubblica, 13 aprile 2012 )

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