Il patto di Katharine_Capitolo 7_

26 ottobre 1941, domenica

 

 Alberto lo aveva accompagnato sotto casa a mezzanotte passata. Erano sgattaiolati via da casa di Stefano Fabbri, dopo una serata passata a giocare a un nuovo gioco americano, Monopoli, appena arrivato di nascosto anche in Italia. S’erano accaniti e Dario si era trovato, quasi subito, al limite della bancarotta. Un gioco formativo, niente da dire:magari l’aveva inventato Guido, di nascosto, nel tempo libero. C’era tutto su quel tabellone: le casette, i soldi, gli affari, gli imprevisti e le opportunità. Tutto per diventare furbi, abili. Per diventare come Guido, insomma. E infatti Dario aveva perso, magari distratto anche dalla sorella di Stefano, Valentina, che, anche se aveva solo sedici anni, era cresciuta proprio bene e faceva già la furbetta, giocandogli sempre contro.

Alla fine, quando la signora Fabbri li aveva salutati, aveva ancora in bocca il gusto dei bicchieri di sassolino mandati giù e un debito di qualche migliaia di lire con gli altri giocatori, ma quelli erano debiti buoni, già estinti.

Poi con Alberto avevano fatto il giro delle quattro porte. Gli faceva bene camminare, dopo la giornata passata inchiodato in casa, e Alberto ne aveva da raccontare, fra le ultime novità del Guf, i libri arrivati alla “farmacia” e altri amici partiti sotto le armi.

 

Nessuno lo aveva svegliato, e quando si mise a girare per casa erano quasi le dieci. Lilly e Guido usciti per la messa, Dorina era intenta a tagliare la sfoglia in cucina. Si mise l’impermeabile addosso e scese a comprare il «Corriere». Con il tempo che aveva arrivò fino in piazza del Duomo e poi tornò lentamente sfogliando le notizie della grande avanzata in Russia, che stava diventando un po’ meno avanzata e sempre più “prepotente spinta offensiva”, con i panzer tedeschi arrivati a… Borodino. Borodino: magari ricordarsi di Napoleone sarebbe stato meglio per tutti quei geni gallonati, quel matto coi baffetti e per quei poveretti che adesso si sarebbero trovati nel fango prima, nella neve poi e nella merda comunque.

Anche la sua personale “prepotente spinta offensiva” si fermò, lì all’angolo di via del Torrazzo. Bloccato. Gio’.

«Ma stai dietro gli angoli ad aspettare me?»

«Avevi detto di vederci prima che tu partissi… tieni la barba lunga adesso?» e indicò sorridendo quella specie di peluria che Dario aveva dedicato a Katharine.

«Sono in licenza… fino a stasera».

«Ti avevo scritto, per spiegare… ma non…»

«No, non ho letto… non mi interessa».

Gio’ chiuse gli occhi un attimo, li riaprì bagnati. Una lacrima giù per la guancia finì sul bavero della giacca di lana blu.

«Secondo te basta scrivere? Lo sapevano tutti… tutti! Povero scemo, lo scemo, eccomi qua, presente! Cosa dovrei fare? Scrivevi a me e andavi a letto con lui… ma dai! Almeno la coerenza, la responsabilità, un minimo senso di responsabilità… succede, ci si innamora… bene, capita, no?»

Coerenza, senso di responsabilità. Dio! Aveva usato le parole di Guido! Coerenza! E chi se ne fregava della coerenza!Lui, la coerenza! Si sentì ancora peggio, l’aveva fatto parlare come Guido, ragionare come lui: la vendetta, l’orgoglio ferito, la coerenza… che cazzata, che mucchio di cazzate!

«Ma io ti…» l’aveva detto. Gio’ l’aveva detto. Era la fine. Fine della «prepotente spinta offensiva», fine di tutto l’orgoglio, fine di tutta la vendetta. Voleva solo lei, la voleva, furiosamente, senza nessuna coerenza. Subito.

 

I ricordi sono preziosi, sono assicurazioni sulla vita, meglio che i sacchetti di sabbia di una trincea. Neanche una bomba li sposta, li butta all’aria. No, i ricordi sono meglio di tutto, sono il meglio di noi, il senso che diamo alle cose che abbiamo attraversato, sono una voce che ci racconta la storia che vogliamo sentire, il ponticello che ci porta dall’altra parte, sempre. I ricordi nessuno ce li strappa, ce li portiamo dietro quando sarà l‘ora, e in quel momento si scioglieranno ma nessuno potrà riprenderli e cambiarli. I ricordi sono solo nostri, sono la nostra salvezza e insieme la nostra condanna, perché poi nulla sarà più come prima e già lo sappiamo mentre li costruiamo, un istante dopo la realtà.

 

Le diede la mano e corsero via insieme, subito, nella stanza sul garage. Non c’era nulla altro da fare.

 

Era proprio il pranzo di saluto della famiglia al militare in partenza. Antipasto con salumi e sottaceti, rotolini di burro e alici incluse. Tagliatelle sottili in brodo, bolliti (lesso di manzo, lingua, cappone, gallina) con salsa verde e mostarda. Zuppa inglese e paste dell’Helvetia.

Dario arrivò all’ultimo minuto, ancora trasognato e accaldato. Il nonno lo guardò con benevolenza, o almeno così gli sembrò:

«Dedo, spero che alla mensa ufficiali sarai più puntuale».

«Mi scusi, nonno, ho fatto una corsa…»

«A che ora hai il treno stanotte?» s’informò a conferma Lilly, che sapeva già tutto benissimo.

«Prendo quello della mezza, alle tre sono a Milano, a Bergamo alle quattro e mezzo. Così mi sistemo e per le otto sono all’appello».

Lunedì subito a presentare la domanda, Cherubino, alla vittoria!
 Alla gloria militar! Ma questo era il suo segreto, per ora. Magari avrebbe scritto una lettera a Lilly, ma con la massima cautela, la famiglia era capace di intervenire e farlo sbattere in qualche ufficio. Non voleva rischiare. In tasca aveva anche un certificato di Bertelli, a riprova che quel livido sul braccio era stato per un prelievo, „fragilità capillare“, roba che si sana con un po’ di bistecche e spinaci. Niente di strano, insomma, in confronto al rischio di farsi riformare e di tornare a casa!

Era felice di andarsene. Spalmava il burro sul pane, ci adagiava le alici ed era tranquillo, nonostante tutto. Era rimasto pochi giorni e non aveva capito niente. Si era trovato sballottato, in preda alle sue sognanti pulsioni, finito in mezzo a storie lontane, a persone strane, ad ambienti che non conosceva. Non aveva capito quasi nulla, non aveva voluto capire, come con Gio’… troppi “mai più”, troppi „io ti…”

Tirarsi fuori era la cosa migliore. Aveva già l’eccitazione del viaggio. La sua divisa, che Dorina aveva stirato per bene, gli faceva venire voglia di partire subito. Facile, con quella, lontano, invitare una ragazza, una serata sotto a un portone, un saluto di un altro militare, il rispetto sul tram o alla biglietteria del cinema.

Fuori dal grigio di Reggio, dove i ragazzi partivano, morivano da eroi e diventavano una targa sul muro di un’aula scolastica. Lilly gli aveva raccontato della «bella cerimonia» alla Montegrappa in memoria di Luciano, mentre la gente continuava a fare i suoi affari, sporchi o puliti, senza tessera del pane ma con quella che contava, a Reggio come ad Addis Abeba.

Fuori voleva andare, su un aereo, a guardare dall’alto, con il sole che ti attraversava, le nuvole sotto a far da materasso se ti fosse venuta la voglia di andar giù. Fuori sarebbe stato meglio, comunque fosse andata a finire, infilato nel mare di Malta o in un lampo di fuoco giallo e bluastro. Sempre meglio che su un letto, con l’ago che aveva lasciato quel livido sul braccio.

«Fossi venuto a messa…» attaccò Guido sorbendo il brodo, «tanti volevano salutarti, ci hanno chiesto, tanti amici…» e iniziò a snocciolare una litania da elenco del telefono: la Milli, Antonio, Pucci, la Felici, Braglia, l’avvocato, don Giulio…

«C’era poco tempo, li saluterò la prossima volta…»

«Sì, bene!» squittì Lilly, «Tanto da Bergamo fai presto, no?»

«Sì, tranquilla, magari già per Natale…»

«Così tanto?»

«Lilly, c’è una guerra, te ne sei scordata?» puntualizzò Guido.

«A proposito, c’era anche Celso Fontana, poveretto, in fondo alla chiesa, forse si vergognava. Era già in borghese, mi ha detto che aspetta il congedo e che vi siete già parlati…»

«Sì, so già tutto…» e incrociò uno sguardo con Guido.

 

Insieme alle paste Dorina servì una bottiglia di quel Prosecco che il nonno faceva venire dal Friuli. Riempì i calici e, eccezione delle eccezioni, fu proprio il nonno a fare il brindisi:

«Per Dedo, che la guerra finisca presto e che tutto torni a posto, in questo mondo di pazzi… prosit!» Alzarono i calici e bevvero. Il brindisi era la versione educata del motto che aveva sentito ripetere tante volte dal giugno dell’anno prima: «Dopo la guerra, tutti morti o tutti matti…» Il nonno, che aveva schivato le guerre patrie, nato poco dopo l’Unità, troppo ricco e poco convinto per le campagne d’Africa, troppo vecchio per il grande tritacarne, si trovava ora in quella nuova boiata senza poter più far nulla, se non scrutare giorno per giorno i bollettini di guerra, che segnava ogni tanto con il suo lapis copiativo, e far brindisi augurali, sperando.

Non gli era stato richiesto, ma Dario si alzò e volle rispondere:

«Alla buona sorte… Alla gloria militar! Grazie e che vada tutto bene!»

«Sì, che vada tutto bene…» e Lilly fece cenno con il bicchiere vuoto, un po‘ commossa.

Dorina entrò con la caffettiera fumante.

«Alla faccia della tessera…» Dario era sempre inebriato da quel profumo, profumo di mattina prima di andare al liceo, quand’era passato, finalmente, dall’orzo al caffè vero.

«Eh, se non ci fosse Gilli e Bezzola… sai, la signora è così cara…»

Allora viva la signora Gilli per quella tazza, contro la tessera, contro le demoplutogiudo… che cavolo fossero, viva il caffè e il burro di casa Lamberti!

 

Le ultime ore sono sempre le più inutili e le più affannose, anche nell’ozio supremo di una domenica pomeriggio. Il tempo era cambiato, cielo bigio padano compatto, senza una goccia, senza vento. Subito dopo pranzo gli venne in mente di andarsene subito, poteva dormire da qualche parte a Milano o a Bergamo addirittura. Poi lasciò l’idea, sembrava un’offesa ai suoi. Sapeva che difficilmente, se tutto fosse andato come doveva, sarebbe tornato per Natale, e così girava per casa, con Lilly che sorrideva felice nel vederlo deambulare senza meta e Guido che lo occhieggiava mentre, nel suo studio, quello rosso del babbo, sfogliava cartelle e documenti certamente di enorme importanza e complessità.

«Hai tempo una mezz’oretta?» la voce al telefono di Bottazzi era la solita, profonda e nitida.

Come il giorno precedente lo aspettava sotto casa, ma stavolta era in tenuta da campagna, giacca di fustagno, pullover di maglia e knickerbocker. Elegante come sempre, comunque.

«Devo fare un paio di cosette su a Puianello… vieni!»

E si slanciò su verso la Baragalla, Madonna di Nebbiara, con il solito entusiasmo, tanto entusiasmo da grattare un paio di marce. L’Ardea non aveva il cambio dell’Alfa, quei click… Bottazzi guidò fino alla villa, imboccò il lungo viale alberato e si fermò davanti all’ingresso padronale.

«Aspetta, devo dire due cose al mezzadro…» disse a Dario, e lo lasciò lì da solo, sotto i grandi pini, la siepe di magnolia, i cespugli di ortensie dove aveva giocato tante volte da piccolo, quando veniva d’estate con sua madre, e poi andava in giro, giù per i prati fino al Crostolo, con Corrado il figlio dell’avvocato, e i figli e le figlie dei contadini. Gli tornarono in mente le corse a perdifiato, a nascondersi nelle vigne e poi a correre su nel fienile, in luoghi misteriosi, col sapore di polvere dei sacchi di grano e il profumo delle balle di fieno da usare come castelli, ponti, cunicoli infiniti.

«Allora, ragazzaccio, in partenza, volevo dirti alcune cosette… vieni». Entrarono nella sala che dava direttamente sul giardino. C’era già il camino acceso, quel camino di marmo nero con gli intarsi, le due facce di satiri ai lati e le fronde che scendevano giù per le colonne laterali.

Bottazzi tirò fuori una bottiglia e due bichieri da cognac.

«Armagnac 1929, grande crisi ma grandi spiriti… poi gelarono le viti e abbiamo perso dieci anni di meraviglie».

Sedettero uno di fronte all’altro. Poteva sembrare l’ultimo colloquio fra padre e figlio prima della partenza per la guerra, e a Dario non sarebbe dispiaciuto se davvero fosse stato così. Suo padre se n’era andato troppo presto, quando lui era in terza elementare. Nessuna partenza da salutare da allora.

«Ho ripensato a tutto quello che è successo, anche alle cose che ci hanno detto ieri i coniugi Gagliardi, e mi sono fatto una mezza idea, che spiegherebbe… però bada, è un‘idea, non potrei mai andare in Assise a sostenerla. Ma così, tanto per non fare la figura dei coglioni…»

Dario levò il bicchiere e assaggiò il liquore:

«Ma è buonissimo!»

«Bravo, hai gusto… del resto se hai apprezzato Margherita, anzi „Katharine“…» Alzò il bicchiere in segno di intesa, e continuò:

«Allora, sappiamo delle imprese di De Marchi in colonia e del suo ritorno, precipitoso, in patria. Ritorno comodo e morbido, visto come si era preparato il nido, tanto che oggi si ritrova in qualche consiglio di amministrazione, a Reggio e altrove, con tanto di cavalierato conferito per “meriti”, che noi sappiamo quali possano essere stati. Tornato in patria, avrà pagato la vedova Pigozzi, manterrà il figliolino in collegio e tutto sarà a posto. Ma…»

«Ma?»

«C’è la cosa di Fontana, il suo suicidio, che non torna… e tu l’hai capito per primo. Hai letto troppi Sherlock Holmes, eh? Ma secondo me li hai letti bene…»

«Anche a lei le cose non sembravano… logiche?»

«Logiche? Se uno vuol suicidarsi sono affari suoi: ma Fontana, sai, lo chiamavano Ballòta, era piccolo, ciccio, rotondo come una palla, senza un piede, e per uccidersi cosa fa? Si butta dal terzo piano, si beve un bicchiere di solfato di rame, da vecchio squadrista, si spara? No, va in campagna alla notte, nella sua vecchia casa, piena di alberi, ganci che sembrano fatti apposta – ci sono stato anch’io ieri, a vedere – sale in solaio, lega una corda, al buio, e si impicca così male che negli strepiti finali addirittura perde la protesi? Ti sembra logico?»

«Lo so, ma allora…?» quell’Armagnac era davvero un sacro liquido. Un colore, un gusto, un calore che sembrava raccogliere il fuoco del camino e depositarlo adagio adagio dentro, nella pancia, nel cervello.

«Ragazzaccio, secondo me tu e Katharine, l’altro giorno, siete arrivati senza saperlo al cuore della cosa, al cuore nero…» era bravo Bottazzi, sarebbe stato bello ascoltarlo in aula ricostruire fatti e vicende, meglio che un romanzo.

«Quando quel contadino ti ha dato l’accendino… è l’accendino che mi ha illuminato la strada… e la verità è in marcia!» si entusiasmò. «Quell’accendino cosa ci dice? Che a San Prospero non c’era solo Fontana, ma c’era anche qualcun altro…»

«Iotti!»

«Esatto! Quartàsa! Per lui sparare a uno, stuprare una monaca o mangiare un piatto di tortelli è esattamente la stessa cosa. Iotti era lì, nel locus criminis, e se c’era lui, magari poteva esserci anche il suo padrone, no?»

«Ma a far cosa? Accompagnare Fontana?»

«Eh, mah… non li vedo i cari amici in comitiva con l’aspirante suicida, a cercar di rincuorarlo, “dai non far così, la vita è bella…” Li vedi, tu?»

No. Ripensò a quell’omone e a De Marchi, e la scena non era plausibile.

«E allora?»

«E allora andiamo per induzione: metti che Fontana, tornato rovinato e alla disperazione, abbia cercato aiuto dai camerati, che magari all’inizio qualcosa avranno anche fatto, ma poi il fallimento era alle porte, le banche, sai, sono come avvoltoi, anzi, come iene, non aspettano che tu sia morto… e allora, ecco l‘ultima carta del disperato Ballòta:andare dall’amico De Marchi e minacciarlo. L’uomo d’affari, specchiato neonominato cavaliere da Santa MadreChiesa, in colonia aveva avuto qualche problema: Zenìa si chiamava la negretta, il porco… non proprio una cosa da far sapere, non trovi? Troppo rischioso per De Marchi. Un disperato è incontrollabile, meglio stare sul sicuro. E allorasi prende su Quartàsa, i vecchi amici, si va a San Prospero per discutere di affari, e poi… facevano così gli squadristi, come con Matteotti: „Andiamo a far un giro insieme…“ e poi ti ritrovavano la mattina dopo».

«Ma Fontana no…»

«Esatto. Fontana no, c’era già tutto il quadro pronto: poveretto, disperato, soverchiato dai debiti, per salvare l’onore, zac» e fece il gesto prendendosi per il colletto, «pace al camerata e onore e soldi per chi resta… un lavoretto pulito, roba da De Marchi, che Iotti l’avrebbe massacrato e amen, così invece un colpo in testa, Iotti lo porta in solaio e lo appende. E per sicurezza, anche troppa, gli dà un bel tirone al buio, così forte che gli resta in mano un piede… senza accorgersi che mentre portava su il ciccione qualcosa gli è caduto di tasca… l’accendino!»

«Cazzo…» e Dario vuotò il bicchiere.

«Espressione forte ma adeguata» sottolineò Bottazzi, versando ancora liquore ad entrambi.

«Bene. Ragazzo mio, adesso seguimi nella seconda parte, quella che ti riguarda. Anzi, aspetta, volevo prima darti una cosa». Si alzò dalla poltrona e andò alla credenza a vetri alla sua destra, la aprì, e ne estrasse un album di fotografie.

«Era tanto che volevo mostrartela, ma non ne avevo avuto l’occasione». Sfogliò alcune pagine e poi prese una foto, staccandola dalle cornici di cartone.

«Tienila tu, adesso che starai lontano… così ti ricordi anche di me».

Dario la prese ed ebbe, in un istante, gli occhi pieni di lacrime. In quella foto c’erano lui, a dodici, tredici anni al massimo, sua madre, Bottazzi e Corrado, fotografati a Casa del Vento, un pomeriggio di fine estate, lungo la strada, quella con i paracarri di pietra. Tirò su col naso, prese la foto senza dire nulla e la mise nella tasca interna della giacca, adagio, facendola scorrere sulla stoffa.

«Bene, allora, domanda: com’è che un ragazzaccio finisce in questa storiaccia? L’accendino è stato il busillis, ricorda: fumare fa male!» e rise forte, soddisfatto dal suo ragionamento.

«De Marchi ti conosce a casa di Margherita, Katharine, mi consenti? E fa lo splendido: tu sei di buona famiglia, fratello dell’intemerato Guido, fa sempre utile avere una conoscenza in più. Magari con qualche risvolto un po’… pruriginoso, diciamo così: ti invita alla serata privata, ti fa conoscere una dolce fanciulla alla quale un gonadico come te non poteva resistere…»

Dario fece un segno di insofferenza. Giorgia!

«Senza offesa eh! Sei giovane, è normale… avessi io i tuoi anni! E infatti non resisti, il riposo del guerriero… tutto bene, ma…»

«L’accendino!» Ora Dario iniziava a capire.

«La luce! L’accendino… senza renderti conto, cosa fai? Vai a metterti nella bocca dell’orco, pollicino! Vai a fare uno scherzetto al bestione! Guarda, secondo me Iotti non l’avrà neanche capito subito, è troppo bestia… ma De Marchi che era lì nei pressi, e lui bestia è, ma per altre cose, capisce e gli suonano le sirene… l’accendino è la prova che Iotti era a San Prospero, e se c’era lui… E così, magari con quell’altra signora bionda, fra l’altro nota tenutaria di bordelli di lusso…» segnalò con aria da esperto, «ti organizza lo scherzetto al ragazzetto: ti lascia andare a soddisfare il tuo uccello e poi…»

Bottazzi con quella volgarità aveva sporcato una delle più meravigliose… ma come dargli torto, come negare la sua imbecillità?

«Ma voleva uccidermi?»

«Noo, non è Quartàsa, lui ha fatto di meglio: genio, si chiama, criminale, ma genio… ti ha fatto iniettare un po’ di roba, da farti star male, ma non troppo. E infatti ora sei, per fortuna, a gustare questo nettare con me… Non lo ha fatto per ucciderti, ma per sputtanare te, la tua famiglia e il tuo augusto fratello, che ora è ricattabile quando e dove De Marchi vorrà. E mai più nessuno si ricorderà di un accendino, di San Prospero e del Ballòta appeso al trave. Perfetto e geniale. Chapeau…»

«Sono stato un cretino…»

«Direi tecnicamente un utile idiota… Scherzo! Non potevi immaginare, nessuno poteva».

«Ma adesso, Guido…» Si rese conto che, per la prima volta in vita sua, provava un senso di preoccupazione per il poco amato fratello.

«Guido ha denti abbastanza affilati per difendersi, tranquillo. Non fartene un cruccio».

Aveva già capito prima che doveva andarsene via da quella città. Ora, con quello che aveva sentito da Bottazzi, il treno per Milano gli sembrava un galeone in partenza per i mari del Sud, un agile sciabecco per l’Oriente, un meraviglioso passaggio verso l‘ India.

«Che schifo! E io…»

«Bevi un altro goccio, gaudeamus igitur… ti serva magari da lezione, la prossima volta che il tuo pisello prenderà il sopravvento…»

Già, il suo pisello. Ma Bottazzi non aveva visto il culo di Giorgia!

 

L’Armagnac aveva fatto un buon lavoro. Il caldo della stanza, il liquore, tutto sembrava essersi ricomposto. In realtà Dario ebbe qualche momento di tensione quando Bottazzi riprese la strada verso la città e, non alticcio, ma certamente con un buon tasso alcolico, improvvisò un paio di curve allegre verso la Vasca di Corbelli.

Scendevano al buio del tramonto appena sceso, qualche fioca lucina da un osteria, dal caseificio di San Felice, mentre i contadini si allontanavano con i bidoni del latte già vuoti dalla casa cantoniera, poco dopo la grande curva.

«Ma adesso, cosa succede?» Perché quella era la domanda: l’Armagnac aveva chiarito, ma ora?

«Benedetto ragazzo! Cosa deve succedere? Nulla. Le cose che abbiamo detto sono un‘ipotesi, secondo me molto plausibile, ma un’ipotesi. Magari potessi andare in aula con della roba così! Sarebbe facile… sono molto bravo, ma così sarebbe troppo facile! Non abbiamo niente in mano: racconti d’Africa, un suicida, un giovanotto esuberante che si caccia nei guai, l’accendino… ecco, l’accendino è la sola cosa vera e solida, morto a parte ah… ma poi, un accendino si fa presto a perdere e trovare. No, non abbiamo niente, salvo la nostra personale soddisfazione di non essere stati proprio presi per i fondelli… ci hanno fregato, diciamo così, ma ce ne siamo accorti e… abbiamo capito».

«Be’, non mi sembra una gran soddisfazione. Se le cose sono andate così, Fontana non è… ma Celso vivrà con la vergogna di essere figlio di un fallito, di un suicida. De Marchi e il bestione andranno in giro a fare le loro belle imprese, e qualcuno potrà dire che io sono un drogato… e noi lasciamo tutto così! Non mi sembra una gran soddisfazione, è uno schifo…» e aprì appena il finestrino perché uscisse un po’ del fumo della sigaretta di Bottazzi.

«Lo so… so bene che preferiresti un bel finale alla Salgari: il Corsaro nero torna, smaschera le trame del governatore, salva la fanciulla e salpa per la Tortuga sud con Yanez…»

«A parte che l’amico del Corsaro Nero è Wan Stiller… non pretenderei tanto se vedessi qualcuno in galera, no? Questi fanno quello che vogliono! Sono tutti uguali: il padre di Gianni che ha perso il figlio in guerra e quell’animale che se la faceva con le bambine. Anzi, peggio! Il maiale è un Signor porco con tanto di onori di Santa Madre Chiesa… ma che cazzo di schifo è questo giochino!? E se poi un giorno uno si alza, s’incazza, prende il fucile e comincia a sparare?»

«Diventa un bandito, e quello sì che lo carcerano e buttano via la chiave, tranquillo… “La giustizia è la gloria suprema delle virtù“ diceva l’Arpinate, ma quando la virtù latita, quando la verità e la bugia diventano sorelle, buone per tutti i giorni, rimane solo da stare sotto costa, lasciare il mare aperto e aspettare, magari in un buon porto, che passi…»

«Che passi cosa? La guerra, il mondo, tutto quanto? E poi, alla fine? Quanti Celso, Gianni, conteremo, quanti morti ci vorranno per ripulire questa merda? Quanto spreco di persone, intelligenze, sentimenti, dobbiamo ancora accettare?»

Aveva parlato al plurale. Lui, al plurale. Ma come fare altrimenti? Stare lì a guardare, ascoltare e capire il trucchettoche in qualche modo lo aveva accalappiato come fosse in un gioco di società?

«Dario, ti capisco, ma sarei un pessimo amico se ti dessi illusioni. Salva la tua vita intanto: hai visto, e credimi, hai solo potuto intuire… i tempi sono questi, sono tempi di iene e maiali, e non credo che finirà né presto, né bene, quindi…»

Dario esitò qualche istante. Poi disse:

«Quindi ringraziamo che non mi abbiano fatto fuori».

 

Era sceso dall’auto di Bottazzi con un gran nervoso addosso, tanto che non era nemmeno salito in casa. S’era messo a girare per la città, camminando di furia. Tempi di iene e maiali, li aveva conosciuti, e senza neppure avere l’aiuto di una divisa, un’etichetta per vederli, distinguerli. Iene e maiali liberi di pascolare e razziare, in orbace o con la cravattina elegante, al fascio o in canonica, in belle villette discrete o uffici rispettabili. Cosa diceva quel cretino di Catellani alla premilitare? La rivoluzione fascista aveva cambiato il popolo! Altroché, cambialo un popolo: non c’è peggior servo di chi vuol essere servo, di chi dice “sì” ancora prima che qualcuno gli dia un ordine. E Gianni che sarebbe stato un bravo ingegnere, una vita, una famiglia… pam una palla in fronte, fine. Niente ingegnere. Niente, e la sua ragazza sposerà qualcun altro, magari senza neppure sapere che Gianni l’aveva amata. Che spreco. Come diceva Marchetti interpretando alla sua maniera il versetto dell’Ecclesiaste, non «Vanità delle vanità, tutto è vanità…» ma «Spreco degli sprechi, tutto è spreco…» E conoscendo lui le scritture meglio di tanti preti, ci si poteva fidare.

Fece il giro delle quattro porte e tornò per Piazza del Duomo, anche per vedersela un po‘, nella calma deserta delle otto di sera, quasi al buio. Si infilò sotto il Broletto, passò sotto i portici di San Prospero e poi girò verso casa. Nessuna Gio’ dietro l’angolo, poteva star tranquillo.

 

«Chiamiamo un’auto pubblica, è così tardi…» Lilly aveva cominciato a lacrimare alle dieci, e ora, dopo una buona oretta, aveva gli occhi a fessura. Aveva comunque adempiuto ai suoi obblighi, sentiti e vissuti, di buona sorellina. Gli aveva preparato due maglie di lana, la scatoletta con le medicine, la carta da lettere e il pacchetto dei viveri di conforto per il “lungo” viaggio. Pane con la frittata di cipolle, torta di mele di Dorina, una bottiglietta con il vino.

Il nonno l’aveva salutato con un abbraccio dopo cena «Dedo, torna… fai a modo» e lui aveva sentito un sospiro dal vecchio che lo teneva stretto, un sospiro che era stata la cosa migliore di quella sequela di saluti.

«Guido, mi dispiace, Bottazzi mi ha spiegato… non volevo procurarti dei guai».

Il fratello gli tese la mano, così diversa dalla sua:

«Non ti preoccupare, me la caverò, pensa a te… anche se sei in un posto tranquillo c’è sempre la guerra».

C’è la guerra e io non voglio essere in un posto tranquillo. Ma questo a lui non poteva interessare. Prese lo zaino, sistemò il cappello e la cravatta, solo un ultimo istante, mentre ancora sulla porta sentì Dorina rincorrerlo:

«Signorino! Stia attento. Dio la protegga…» E gli mise in mano un santino di Santa Rita. La santa dei casi impossibili. Giusto.

Finalmente fu fuori. La nottata era tranquilla, le strade erano bagnate dalla nebbiolina che vedeva alzarsi oltre i viali, dalla campagna al di là di porta Castello.

Girò per Viale Montegrappa, aveva quasi un’ora da aspettare ma era meglio così. A casa aveva chiuso le cose, salutato tutti. Star lì a far cosa? Ascoltare la radio, in poltrona, a rimuginare le sue recenti trionfali giornate?

 

Sentì, nel silenzio quasi completo, chiarissimo, il rumore di un’auto. Ebbe paura. Continuò a camminare, ma l’auto si avvicinava, alle spalle. L’Alfa di de Marchi, col bestione. Stavolta dove mi portano? Aveva vissuto ogni giorno della sua vita nella paura, ma era una cosa diversa. Paura di non essere all’altezza, paura di esserci, quasi vergogna a volte, paura di essere tradito, di restar da solo, di non essere amato. Ma ora era diverso. A quelle paure era abituato, erano familiari, sapeva come parlarci, guardarle in faccia. Non a vincerle, che quello non ci si riesce mai, ma era un confronto possibile, una partita con regole che lui aveva fissato e la sua paura aveva accettato. No. Quello era altro. Paura di essere ripreso da qualcosa di incontrollabile. Iene e maiali. Non era il suo genere.

 

Grigia. Era l’Aprilia grigia. Non era l’Alfa, quella con il cambio-click. Aprilia grigia. Katharine.

«Avevo paura di non trovarla, giravo da un po’… salga, l’accompagno».

«Ma una brava signora non gira di notte a dar passaggi ai militari, cosa dirà suo marito?»

Non rispose e ripartì. Fece la strada fino alla porta, girò a destra dal gruppo rionale, imboccò la via Emilia e poi girò giù per via Chiesi. Percorse una cinquantina di metri e accostò a destra.

Era quasi buio. Dario vedeva, anzi, sentiva la sua presenza. In altre situazioni avrebbe tentato il tipico approccio, ma stavolta non si mosse.

«Dario, volevo chiederle scusa…»

«L’ha già fatto ieri».

«No, volevo fosse tutto chiaro… il nostro patto per me è importante, lo sa? Non ho giocato con lei. Be’, all’inizio, ne abbiamo già parlato… queste cose, quello che è successo è stato importante anche per me».

«Cos’è, una dichiarazione alla stazione…?» disse Dario, per stemperare la tensione.

«No, è un modo anche per dirle grazie. Suo malgrado mi ha aiutato, le cose che mio marito ha detto, e le altre, nostre, private, sono state importanti. Io voglio, ho sempre voluto essere libera e mi ero illusa… invece, come vede, ho ancora strada da fare, ma non mi tiro indietro. Pensavo di essere arrivata, ma mi sono sbagliata… ma non mollo, e lei mi ha aiutata».

«In questa storia io ci sono finito in mezzo, come il classico scemo».

«Sì, ma attraverso lei ho capito ancora, ho saputo e ora si ricomincia…»

«Con suo marito… s’è pentito?»

«No, no… non è quella la strada, Germano è stato un mezzo per uscire da una fase. Sono uscita e lo ringrazio, speravo fosse altro… ma ora si volta pagina e lei mi ha messa sulla strada, quella nuova».

Non capiva nulla, era lì al buio con una donna che aveva desiderato in maniera tanto intensa da fargli quasi perdere il controllo, eppure non capiva.

Accese una sigaretta e vide i suoi occhi lucidi nel lampo dell’accendino. Non riusciva a muoversi, eppure quanto avrebbe desiderato anche solo sfiorarla!

«Qualche giorno e me ne vado, il tempo di trovare un posto. Firenze mi piacerebbe, forse Roma… saluto la sua Reggio».

«Si separa?»

«No, sono una ricca signora per bene e mio marito provvederà… non è migliore di De Marchi, ma lui apprezza la sofferenza, ne fa il prezzo da pagare ai suoi di vizi, e poi ho il mio patrimonio… magari diventerò davvero una brava pittrice!» sorrise.

«Non ci vedremo più?»

«Perché? Vuole sempre vincere la scommessa di Bottazzi?»

«No… cosa c’entra?»

«Dario, lei la scommessa l’ha vinta… lei è stato l’unico che poteva… ma non poteva, non potevamo. Non me lo sarei mai consentito…»

«Ma lei è sempre così diretta, così dura?»

«Non mi stimi troppo, ci sono situazioni nella vita in cui la verità e la semplicità sono il più abile dei sotterfugi».

Si volse verso di lui, gli prese il viso fra le mani e lo baciò appena sulle labbra.

«Non sono un granché ma devo essere libera, e poi… vedremo».

 

Rimasero fermi al buio, su quell’auto, mano nella mano, senza dirsi più nulla. Dieci minuti prima dell’orario, Katharine lo lasciò nel piazzale della stazione. Solo un cenno di saluto e ripartì.

 

Lo zaino non gli pesava, la fontana zampillava adagio e le goccioline d’acqua si riflettevano sul grande mosaico della nascita del Tricolore, sulla facciata.

 

«Cherubino, alla vittoria! Alla gloria militar!»

 

Il patto di Katharine_Capitolo 7_ultima modifica: 2020-03-19T21:30:42+01:00da pelikan-55
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