Il patto di Katharine_Capitolo 4_

23 ottobre 1941, giovedì

  

 Alle 9.30 era già pronto, aveva tirato fuori la Balilla dal garage, aveva controllato il livello della benzina, aveva spazzolato i sedili. Poi era uscito in strada, aveva fatto il giro dell’isolato due volte e si era fermato a comprare «Il Corriere». Si era anche fermato a parlare con la signora Fantuzzi, la madre di Gianna, una sua compagna del Liceo, che aspettava il ritorno del moroso per sposarsi.

Tutto per far passare il tempo, per non arrivare troppo in anticipo da Katharine. Il tempo era perfetto, il vento aveva ripulito il cielo e il sole era uscito a scaldare l’aria. Aveva appena salutato la signora Fantuzzi quando se la trovò davanti quasi all’improvviso.

Gio’. Come sbucata dall’ombra, o forse semplicemente diretta a casa sua con la borsa della spesa. La borsa della spesa? Mai vista con una borsa, mai vista fare la spesa per casa sua.

«Ciao, passavo…»

«Ciao». Doveva respirare adagio, inspirare aria, per mandar giù il groppo che aveva in gola, quel colpo all’improvviso, per riuscire a mentire, per non dire quanto lei fosse tutto quello che aveva realmente desiderato in quelle ore. «Come mai in giro a quest’ora? Non sei a Parma?»

«Hai letto le cose che ti ho scritto?»

«No». E avrebbe voluto dirglielo con tutta la cattiveria di cui non era capace.

«Io…»

Non aveva letto nulla. Non l’aveva più avuta vicina. Non l’aveva più toccata. Le parole scritte erano state il loro mezzo di comunicazione, le parole scritte e l’amore fatto insieme. Parlare, ora? Per mettere su uno dei suoi discorsi? Dio, com’era bravo a parlare! Anche a scrivere, forse anche a letto! Eppure non era servito a nulla.

Rimase lì a guardarla. Vedere i suoi occhi sempre più lucidi, i capelli scenderle sul viso, coprirle le efelidi, nasconderle lo sguardo.

«Adesso devo andare, magari prima di partire ne parliamo…»

«Sì. Ciao…»

E girò le spalle e riprese il marciapiede verso via del Torrazzo. La guardò voltare l’angolo. Mattina distrutta, rovinata. E ora andare da Katharine, a far cosa? A giocare a fare il Casanova da ridere? A farsi trattare da ragazzino? L’unico desiderio era Gio’, correrle dietro. Ma sarebbe stato inutile. Una valanga di orgoglio ferito, di desiderio di rivalsa l’aveva travolto, l’aveva inchiodato a quel 23.260. Come andarle a dire “ti amo“ con quella robaccia dentro?

Tornò in cortile, salì sulla Balilla, mise in moto e girò a caso alla prima strada, poi a quella dopo, senza un senso. Si fermò dopo il ponte di San Pellegrino. Spense il motore, tirò fuori il suo taccuino e si mise a scrivere:

 

Prima che la memoria ci tradisca

o ci salvi,

prima che il dimenticare sia la sola

soluzione,

prima che il coraggio di guardarci intorno

ci abbandoni,

fragile cucciolo, uccello senz’ali,

guardiamoci in viso

cerchiamo i nostri lineamenti

nello specchio.

Fra una piccola piega

troveremo gli aghi di pino

di una montagna mai salita,

fra le ciglia, lunghe,

risentiremo il riflesso di una emozione

durata un pomeriggio,

più giù, accanto alla bocca,

riavremo il dolore di una domenica d’autunno

o lo stupore di esserci ancora.

Sul mento infine ancora un dubbio,

ancora il sospetto di sempre,

quasi un amico.

 

Richiuse il quadernetto, rimise la stilografica nel taschino.

«Andiamo a fare la figura dello scemo».

 

Alle 10.58 era davanti alla villetta con l’edera. Non fu nemmeno necessario scendere, Katharine era già in cortile, lo vide e uscì dal cancello, per salire in auto:

«Püntlich? Perfetto! Mi piacciono gli uomini precisi…» scherzò dietro gli occhiali scuri.

Si sedette e allungò le gambe lunghe, la gonna salì appena sopra il ginocchio. Bello spettacolo. Accontentati dello spettacolo, scemo.

«Mattinata dedicata ai defunti? Tutto regolare per una signora per bene?»

«Germano mi ha telefonato stamattina, ho il suo placet, anzi la ringrazia per il passaggio».

„Magnifico, faccio contento anche il marito…“ mise la marcia e partirono.

Katharine aveva aperto il finestrino e l’aria entrava quasi tiepida. Si fermarono al passaggio a livello prima di SanProspero. Davanti a loro un camioncino e un carretto tirato da un cavallo bigio.

«Com’è suo marito?»

«Una brava persona, tranquilla, quasi un amico, capisce?» aveva acceso una sigaretta e il fumo si allungava fra i due finestrini aperti.

«Ma non vi vedete molto…»

«No, lui è sempre in giro per lavoro, per questo vado con lui a Monaco, per vederlo, per stare un po’ insieme».

«Gli affari prima di tutto. Ma non…»

«Lei vuol sapere se abbiamo rapporti?»

Sì, era quello che avrebbe voluto chiedere ma non avrebbe mai avuto il coraggio.

«Succede, ma diciamo che il nostro matrimonio non si basa su quello».

Dario si vergognò molto, non solo per la non-domanda fatta, ma soprattutto perché all’improvviso si era trovato eccitato, anche se l’impermeabile nascondeva tutto, per sicurezza e decoro.

Il treno passò e ripartirono. Alla Chiesa voltarono a sinistra, cento metri ancora e Dario si fermò davanti al cimitero.

Fece per scendere ma lei lo fermò.

«Non c’è bisogno…»

«Allora possiamo andare?»

«Dove vuole».

Uno sta in macchina con una come Katharine, potrebbe portarla in giro, magari in campagna, verso la collina, chissà. Il sole, l’arietta tiepida, la mancanza del marito, tutto molto opportuno. E invece. Dario ripartì, ma solo per fare meno di cinquecento metri. Casa di Fontana, la vecchia casa.

«Vuol vedere la vendemmia?» Riuscì a dire appena si fermò, all’imbocco della carraia che portava dalla strada alla casa contadina. Lo stesso agitarsi del giorno prima, carretti che arrivavano, gente con ceste che scaricava i grappoli scuri.

«Lo sa che a casa mia vendemmiavo ancora prima di camminare? La mia famiglia produce vino dal 1736, Mainardo e Teroldego. Perché mi ha portato qui?»

„Perché sono uno scemo“, era la risposta ovvia. Ma non era solo quello.

«Mi scusi, sono sciocco e banale, ma ieri sono venuto qui con De Marchi e il figlio di Fontana». E le raccontò la visita al luogo.

«Ho visto dove Fontana s’è ucciso e… non mi torna, come se qualcuno mi raccontasse una storia che non funziona, così quasi senza pensarci sono tornato qui».

«La cosa l’ha impressionata, lo capisco… ma cosa vuol dire che la storia non funziona?»

«Niente, sarà come dice lei, è il primo suicidio che vedo, però…»

«Però?»

«Senta, il Fontana era piccoletto e grassottello, aveva perso un piede in Africa. Decide di uccidersi, viene qui di notte – l’hanno trovato al mattino presto e alla sera prima non c’era – ha tutto il portico, la stalla, alberi, pali, ganci per attaccarci una corda e farla finita e cosa fa? Sale in soffitta, due rampe di scale più uno scaletto di legno traballante, si porta dietro la corda, la fa passare attorno al trave più alto, sale su una vecchia sedia sfondata e poi si lascia cadere? Uno zoppo, un invalido? E fa tanta fatica a morire che, come ha detto il dottore che l’ha trovato, scalcia così forte da perdere la protesi?»

«Che orrore! Non sapevo…». Finalmente si tolse gli occhiali e lo guardò con i suoi occhi verdi spalancati.

«Mi scusi, non volevo turbarla con particolari macabri, ma era per farle capire perché la cosa, come dicevo, non funziona».

Dario rimise in moto la Balilla e ingranò la retromarcia per tornare sulla strada principale, quando vide un contadino venire loro incontro. Era secco, i capelli grigi a spazzola, trotterellava con gli stivali di gomma sui solchi della carraia fangosa, sollevando piccoli spruzzi di fango dalle pozze d’acqua.

Aprì il finestrino e l’uomo si accostò:

« Mi scusi, lei è venuto qui ieri con il figlio del povero Elio…»

«Sì, mi dica…»

«Quando siete venuti non ho fatto in tempo… può darlo lei al figlio, è di suo padre…» Allungò la mano dentro l’auto e consegnò a Dario un accendino, di metallo, squadrato.

«L’ho trovato in terra, su nel corridoio, quello che va in solaio]…».

«Grazie! Glielo darò senz’altro, ma lei come si chiama? Così posso dirlo a Celso, per farla ringraziare…»

«Non c’è bisogno, comunque io sono Fausto Crotti, ma tutti mi chiamano Furmìga…»

Dario salutò Furmìga e uscì dal viottolo.

«Magari poi passo da Celso…»

«E la nostra lezione?»

Te la darei io una lezione. Ma tutto quello che riuscì a fare fu di girare l’auto verso la campagna, anziché verso Reggio.

«Non torniamo a casa?» chiese lei provocatoriamente.

«Posso sequestrarla ancora per mezzora?»

«Devo fidarmi? Che intenzioni ha?»

«Le peggiori».

«Allora va bene. E poi oggi tocca a lei raccontarmi qualcosa…» e rise, guardando fuori nella campagna ancora verde.

Fece qualche chilometro a caso, la pianura non era certo il suo forte: le strade tutte uguali, nessuna cima, nessuna vallata a dare un po’ di orientamento, solo case di contadini, filari di vite e siepi ovunque. Passò Cavazzoli, poi vide sulla destra un grande noce e una specie di piazzola aperta fra due siepi alte di biancospino.

Katharine era bellissima: i capelli castani ondulati, la camicetta aperta un bottone di troppo, il foulard che copriva appena la scollatura. Ringraziò ancora l’impermeabile che copriva il suo desiderio.

«Eccoci. Cosa vuol sapere, sono una persona normale, banale…»

«Bugiardo. Bottazzi mi ha detto l’esatto contrario di lei. E poi, crede che avrei accettato un invito da una persona normale e banale? Ne vedo già tante…»

«Ventun anni, quasi ventidue, quasi laureato in lettere antiche, quasi ufficiale d’aeronautica, molti quasi…»

«Innamorato?» Sì di te, ora.

«Certo, io sono sempre innamorato!»

«Sul serio, non sfugga…»

«Quasi. Cioè, lo ero ma poi… non sempre tutto va come si vorrebbe.

E lei è innamorata?» contrattaccò.

«Non me lo posso permettere, non ancora, almeno».

«Ma suo marito?»

Scosse i capelli dalla fronte, riprese in mano gli occhiali scuri e con quelli picchiettò sul cruscotto mentre cercava una risposta.

«Sono grata a lui, gli voglio bene, ma innamorata no… sarei bugiarda se lo dicessi, e l’ultima cosa che voglio che vorrei è dover mentire ancora».

«Katharine, lei è…»

«Katharine? La sua ragazza si chiama così?»

Dario si sentì sprofondare:

«No, no… cioè, mi scusi, lo so che lei è Margherita, ma dalla prima volta che l’ho vista, anzi dalla seconda, da Bottazzi, per me lei è stata Katharine, come la Hepburn…»

La donna accusò il colpo: «Davvero? Grazie… è tanto che nessuno mi diceva una cosa così carina… e la prima volta, non le ero sembrata Katharine?»

«La prima volta al funerale l’ho vista solo mentre saliva in auto e… le ho visto solo le gambe».

«Ed erano da Katharine?»

«Sì…»

«Dario, lei è un ragazzo…» poi si fermò. Si rimise gli occhiali.

«Senta, facciamo un patto? Nostro…»

Qualunque cosa. Un patto, un giuramento, un rogito… qualunque cosa se solo avesse potuto toccarla, affondare il viso nei suoi capelli, baciarla sul collo.

«Io per lei, solo per lei, sarò Katharine, ma da lei voglio sempre la sincerità assoluta: nessuna reticenza, nessuna convenzione. Ho bisogno di una persona di cui fidarmi».

«Non tradirò mai i suoi spaventosi segreti…» rise nervoso.

«Non sono segreti… se glieli dirò, quando ci saranno, saranno i segreti di Katharine, di nessun altro, va bene?»

«Sì, va bene».

«Bene, adesso torniamo a casa altrimenti non rispondo di me e mi lancio su un bel ragazzo che mi piace davvero tanto…»

Campane, campanelli, trombe del giudizio, fischio di treno nelle orecchie, esplosione di un Te Deum di Händel.

«Sì, forse è meglio o anch’io…»

«Bene, abbiamo cominciato bene… anche se fra noi non succederà mai nulla, chiaro?»

«Sì».

 

Forse si sarebbe perso comunque in quelle stradine della bassa, ma la lucidità era evaporata, dissolta. Guidava e guardava la strada, ma l’unica cosa che sentiva era il suo profumo mentre le sbirciava le gambe di fianco a lui.

«Mi scusi, sono verwirrung, adesso prima o poi trovo la strada giusta…» disse all’ultimo bivio che imboccò. Poco prima di trovare finalmente la via Emilia Katharine chiese di fermarsi.

Si accostò e gli diede un bacio sulla guancia.

 

Tornò a casa e infilò per miracolo il portone del garage che non gli era mai sembrato così stretto. Scese e si tolse l’impermeabile. Era sudato fradicio. Aveva in mente Katharine, e solo lei, il suo sguardo. Il loro patto. Prese il fazzoletto per asciugarsi la fronte, quando si trovò in tasca l’accendino datogli da Furmìga. Celso. Bastavano dieci minuti a piedi, quattro passi per far passare quello stato di sudata eccitazione.

 

Venne ad aprire la madre, la signora Lia, piccola e minuta, i capelli grigi a crocchia, tutta in nero:

«Buongiorno… lei?»

«Sono Lamberti, Dario, cercavo Celso… mi scusi per l’orario».

«Il signor Lamberti, certo» gli strinse la mano, «la ringrazio tanto, è stato così gentile con Celso, l’ha accompagnato a casa. Venga, venga, lo chiamo subito…»

La madre lasciò Dario nell’ingresso, a fissare disattento le due specchiere e il quadro, una marina piuttosto brutta, appesi alle pareti.

«Dario! Ciao!» Celso era in pantofole e camicia.

«Scusa l’ora» s’era reso conto che era quasi l’una «passavo e volevo salutarti, come va?»

«Be’… un po’ meglio, sono arrivate tante condoglianze, fa piacere…»

«Certo, te l’avevo detto che comunque era stimato tuo padre…»

«Già…» e abbassò lo sguardo.

«Ah, poi, stavo per scordarmi… sono passato da San Prospero, ho fatto una visita al cimitero… poi sono tornato alla casa e un certo “Furmìga” mi ha detto di ridarvi questo…»

E mostrò l’accendino.

Celso lo guardò sorpreso:

«Cos’è?»

«Non era di tuo padre?»

«No, mai visto. E poi aveva smesso di fumare, dopo l’incidente il medico aveva detto che il fumo rovina la circolazione… ma aspetta. Mamma!»

Aspettò che la vedova rientrasse.

«Mamma, il babbo fumava? Aveva ripreso?»

«Perché?»

Dario le mostrò l’accendino.

«No, non è suo, cioè non era… e poi prima fumava i toscani, i „romanini” e li accendeva con dei fiammiferi da cucina. Mai avuto un accendino, da che mi ricordo».

Dario, imbarazzato, rimise in tasca l’oggetto.

«Si sarà sbagliato Furmìga!»

«Gliel’ha dato Crotti? Ah, be’, allora…»

«Perché?»

«Con Crotti non c’era… cioè, Crotti è sempre stato un sovversivo, avrà pensato… strano che non se lo sia tenuto!»

«Niente, scusate del disturbo…»

«Ma no, anzi! Vero Celso? Se vuol tornare… ci fa solo piacere, davvero…»

Celso lo accompagnò sulla scala:

«Scusala, è confusa…»

 

Fai del bene e finisce sempre così. S’era preso su di corsa per portare la reliquia alla famiglia affranta e aveva fatto quella bella figura. Un accendino qualunque, chissà dove l’aveva trovato Furmìga, il sovversivo. Chissà di chi era.

Arrivò a casa che la famiglia aveva già iniziato a pranzare, ma anche stavolta, anche se non l’avevano aspettato, il suo posto era libero, con tanto di piatto coperto: un’altra eccezione alla regola. Nelle chiacchiere a tavola avevano parlato delle solite cose: Guido e le sue ultime iniziative benefiche, Lilly e i suoi parenti sparsi e i cugini in guerra (naturalmente valorosi ufficiali al servizio di sua Maestà), il nonno che ascoltava, ora divertito ora infastidito, soprattutto dalle notizie sui cugini di Milano, quelli che stavano allegramente sperperando il loro ingente patrimonio.

Poi proprio Guido ruppe il ghiaccio: «E il nostro militare in licenza che fa di bello?»

«Sono stato a trovare Celso e la madre. L’avevo anche accompagnato a vedere il posto dove…»

«Dio che orrore!» squittì Lilly.

«Di fronte alla morte sarebbe meglio tacere». Chiuse il nonno, severo come sempre. E la conversazione morì lì, insieme a qualsiasi speranza di un dialogo sincero.

La Dorina servì una meravigliosa zuppa inglese. Chissà se si poteva ancora chiamarla così, senza stramaledirla. Finito il dolce, il nonno si alzò per il suo pisolino in poltrona, Lilly per prepararsi ad uscire con Bertoldi.

Rimasti soli, Dario, probabilmente ammorbidito dalle due fette di zuppa, si rivolse al fratello:

«Senti, ho conosciuto De Marchi. Che tipo è?»

Guido, come al solito, assunse la sua aria da „che noia questo qua che si occupa di cose di cui non capisce nulla“, poi con aria di sufficienza gli rispose:

«Poco da dire, ha un’impresa edile avviata, varie altre partecipazioni…»

«Anche lui ha fatto affari in Africa».

«Affari come tanti. È stata una bella opportunità, peccato sia finita».

«È andata peggio a Fontana, s’è rovinato…»

«Ma Fontana ha fatto il passo più lungo della gamba».

«E ci ha lasciato il piede!» Si vergognò un attimo della battuta crudele.

Guido si puliva i denti con lo stuzzicadenti. Bofonchiò:

«Non ci si va a mettere contro imprese di ben altre dimensioni, senza avere le coperture, qui e là…»

«E di Gagliardi che mi dici?»

«Ah, ma ti sei lanciato nel mondo degli affari…»

«No, ho conosciuto la moglie…»

Guido rise togliendosi l’ultimo pezzetto di verdura dai denti:

«Aah, adesso ti riconosco! La bellissima signora Gagliardi, molto fine, sì, molto fine…»

„Molto fine” Katharine! Molto fine! Solo un cefalo morto e putrefatto come Guido poteva definirla così, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue gambe… Molto fine!

«Ma lascia perdere, è incorruttibile, e poi non si perde certo con un ragazzo di ventun anni…»

«Ti ho chiesto del marito».

«Gagliardi ha varie rappresentanze industriali: chimica, meccanica… ha un ufficio a Milano».

Sempre espansivo il fratello!

«Ma perché vive a Reggio… e da quando?»

«Sono fatti suoi, no? E poi sua moglie vive qui, lui è più il tempo che viaggia che quello che lo si vede in giro. S’è trasferito, aspetta… direi un paio di anni fa, sì, verso la primavera del ’39, s’era sposato da poco».

«Ma perché Reggio? E della moglie che ne sai?»

«Ma perché non lo chiedi al tuo amico, l’avvocato Bottazzi?»

«Non credevo fosse un segreto o che ti rompesse tanto i coglioni…»

Al solito, il solito Guido, la solita impossibilità di scambiarsi più di tre frasi di circostanza. Nessuna complicità, fiducia, confidenza. Mai.

«Non mi rompe, semplicemente tu vuoi sfruttare le mie informazioni di lavoro e questo non è corretto, per uno nella mia posizione…»

La posizione! Eccola la parola magica! La posizione, il ruolo, come a dire „io ce l’ho“, “io conto, tu…“

Dario si alzò, gettò il tovagliolo sul tavolo:

«Grazie».

 

Che testa di cazzo. Una testa di cazzo in famiglia. Sono disgrazie. Uno magari se ne dimentica, per sopravvivere, per non rodersi il fegato. Ma non serve: le teste di cazzo sono fiumi carsici. Spariscono, magari pensi siano andate ad annegare in mare e invece te le ritrovi lì, all’improvviso, a scorrerti accanto, a bagnarti, a sporcarti.

In fondo erano solo informazioni, banali, per capire qualcosa, per avere qualcosa di diverso da pensare in quelle poche giornate da passare a casa. Solo per non pensare a quel 23.260, via Settembrini 9 e tutto il resto. Non chiedeva tanto, in fondo, solo una via di fuga, fino a domenica.

«Signorino, la cercano al telefono…» Dorina lo fermò in mezzo al corridoio, mentre stava per entrare in camera asfogare la sua ira prendendo a calci quel che capitava.

 

«Dario, scusi se la disturbo, la lezione la facciamo domani alle 11, ma oggi volevo ricambiare la gita di stamattina. Non fraintenda, le voglio far conoscere una persona…»

Era lei.

«Sempre sinceri, no?»

«Certo. È il nostro patto…»

«Bene, allora con lei andrei anche in Russia, subito…»

Rise.

«Stavolta guido io, passi da me alle tre, va bene?»

«Alle tre».

Campanelle, e trombe. Fuori con Katharine!

 

Stava per uscire quando suonò di nuovo il telefono. Cazzo! Ci aveva ripensato! No, per fortuna:

«Sono De Marchi, come sta? Le ricordo l’invito per stasera… la passo a prendere, se si fa trovare alla Chiesa del Cristo… Va bene alle nove?»

L’invito di De Marchi! Non ne aveva nessuna voglia, ma magari, visto che Guido era stato così prodigo di notizie…

«Va bene alle nove al Cristo» rispose, senza pensarci troppo.

 

Lasciò la bicicletta vicino al grande cedro nel giardino. Katharine stava uscendo dal garage con l’Aprilia grigia:

«Bravo, puntuale… chiuda il cancello e salga pure».

«Dove mi porta?» Era salito e aveva subito notato i calzoni di Katharine, calzoni leggeri che nascondevano la bellezza delle sue gambe. Peccato.

«Andiamo a Scandiano, le faccio conoscere una persona che magari può sapere di Fontana, mi ha incuriosito, sa? Contro la noia di una signora per bene…»

«Che vuole essere per bene…»

«Che deve essere per bene».

Katharine sapeva guidare, questo era poco ma sicuro: accelerava con decisione, una marcia dietro l’altra. Al Buco del Signore era già a settanta allora: superò una Topolino poco prima della scuola, poi un carretto poche decine di metri dopo.

«Le piace correre?»

«Da matti! Sa, avrei voluto fare la Mille Miglia! Si immagina,  una donna! Eppure a casa in auto battevo sempre i miei fratelli, e poi sulle nostre strade di montagna… qui sembra di essere a Monza a paragone!»

«Ma chi è questa persona che conosceva Fontana?»

«Sarà una sorpresa, vedrà…»

 

Dario si aspettava un commerciante, peggio, uno squadrista. Per questo fu così sorpreso quando l’Aprilia si fermò davanti all’ingresso del Convento dei Cappuccini.

Guardò Katharine, gustava la sorpresa che leggeva nei suoi occhi:

«Qui?»

«Allora: andiamo a parlare con Padre Tranquillo, un cappuccino che è stato anche lui in Africa».

«E lei come lo conosce?»

«Se non ride glielo dico…»

Dario fece la faccia più compunta possibile.

«È il mio… padre spirituale».

Puff! In un baleno Dario vide i suoi sogni di lussuria svanire, immagini che si era cullato fino all’eccitazione (estatica e non) finire in mille pezzetti, dispersi dal vento di quella frase.

«Ah… capisco. Be‘…»

«Deluso, vero? Ma non mi stimi una persona troppo per bene, sbaglierebbe. In fondo sono qui con lei ora… e questo mi piace, molto».

«Purché non corra a confessarsi!»

Katharine sorrise e gli battè una pacca sul ginocchio:

«Prima bisognerebbe peccare…»

Il frate li aspettava. Il tipico fratone con saio, cordone, sandali. Oltre la cinquantina, a giudicare dal grigio dei capelli e della folta barba. Occhi chiarissimi, un naso deciso e una voce da attore, seria, profonda.

Dopo aver salutato Katharine guardò Dario, attentamente. «Ecco qui il giovane» disse. «La signora mi ha spiegato… venga». E gli indicò una porta a sinistra lì nell’ingresso.

«Vi aspetto in cappella…» disse Katharine, e lasciò soli.

La stanza era stretta e lunga: un tavolino, una piccola libreria, un crocifisso con una lucina accesa davanti, una stufa Becchi a dare tepore all’ambiente.

«Allora, Dario, mi dica».

Dario esitò per un momento. Non capiva come fosse possibile che si trovasse in quella situazione, era confuso. «Padre, sono imbarazzato, la signora Gagliardi sapeva che…»

«Si tratta di Fontana, povero figliolo…»

«Sì, lei lo conosceva?»

«L’ho conosciuto in ospedale ad Addis Abeba dopo l’incidente, una vittima di guerra in un certo senso. Vittima di quella guerra stupida».

«Perché stupida? Siamo andati a portare un po’ di ordine, no?»

«Lei ci crede?»

Già, ci credeva o l’aveva detto quasi in automatico? In realtà non si era mai preoccupato di avere un’idea in merito. Forse l’aveva detto solo perche pensava che fosse corretto farlo, in quella circostanza.

«Be’, le colonie anche noi potevamo averle, no?» Peggio che peggio.

«Se gli altri sono ladri, anche noi possiamo rubare?»

«Ma la Chiesa era d’accordo, si benedivano i labari in Chiesa…»

«E le piaceva?»

«No».

«Ecco, bravo. Così va meglio. Ma non mi prenda troppo sul serio, eh, sono un frate da poco…infatti mi hanno rispedito a casa. Sono un po’… in punizione».

«Perché?» Quel frate cominciava ad essergli simpatico, già. Avevano qualcosa in comune.

«Perché mi son permesso di dire che il Vangelo non si porta sulle baionette. E poi a chi lo portavamo? A dei selvaggi, come dicevano? In Abissinia c’è la Chiesa copta, cristiani come noi, antichi quanto la chiesa di Roma o quasi. E li abbiamo massacrati».

«Noi?»

«Nel ‘37, dopo l’attentato a Graziani, hanno scatenato la caccia all’uomo: gli squadristi con le mazze per le strade a caccia dei negri. Hanno fucilato anche tutti i monaci di un monastero… portar la fede?»

«Ma non ne abbiamo saputo niente…»

«Ragazzo mio! Voi non saprete mai niente… gente uccisa chissà come, ho visto vecchi arrivare in ospedale bruciati e gonfi come otri! Mi hanno rimpatriato e devo dire grazie! Troppo dolore anche per me, che ormai ne ho viste… ero sul Carso nel diciassette…»

Ora qualcosa intuiva. Il professor Marchetti in classe, le sue parole… non aveva capito niente.

«Comunque, lei è venuto per Fontana… e i suoi amici…»

«Amici?»

«Sì, i quattro di Gondar, quelli di Reggio, erano conosciuti, diciamo così. Li ho incontrati quando vennero a trovare il poveretto in ospedale». Poi il frate si interruppe di colpo. «Le offro un goccio di alchermes». Si alzò, aprì la vetrinetta sotto la libreria e mise sul tavolino la bottiglia con due bicchierini.

«Uno morì poco dopo, lo rividi all’obitorio e poi al funerale. Pigoni si chiamava…»

«Sì, e poi c’erano Iotti e De Marchi».

«Sì, loro…»

Il frate riempì di nuovo il bicchiere a Dario.

«Là ho conosciuto anche il marito della signora».

«Gagliardi era là con loro?»

«Credo li abbia incontrati là… affari».

«Scusi, ma non sembra averne un buon ricordo».

«Per molti, troppi, l’Africa è stata una specie di… libera uscita, o peggio, non so se capisce…»

«Cioè?»

«Padroni assoluti, le leggi che non esistono se non per gli altri, i servi. Come se fossero cose, animali a disposizione».

«Mi fa pensare male…»

«Era peggio».

Prese coraggio:

«Ma solo affari poco puliti, o… anche, altro?»

«Lei ancora non è stato al fronte, e non glielo auguro, ma almeno al fronte qualche regola resta. Là era la completa anarchia morale, ecco, diciamo così».

«Ma tutta quella gente che è andata là a lavorare?»

«Non mi capisca male, c’era di tutto, bravissime persone, con le famiglie: lavoratori veri, gente che voleva farsi una vita decente dopo la miseria di casa nostra, ma c’era anche…»

«Chi se ne approfittava».

«Diciamo così».

«E i quattro?»

«Veda lei, caro ragazzo…»

 

Il frate li salutò con un cenno di benedizione. Dario e Katharine uscirono e salirono in auto. Dario non aveva mai sentito un alchermes con un gusto così amaro, eppure era lo stesso che bagnava i biscotti savoiardi della zuppa inglese di Dorina. Ma non era il liquore del frate ad essere scadente. Erano le parole reticenti, forse per misericordia, forse per vergogna, di quello strano fra Cristoforo di Scandiano.

«È stato utile?» chiese Katharine a metà del viaggio, forse solo per interrompere il silenzio.

«Lei cosa sa di suo marito in Abissinia?»

«È stato là quasi due anni, a varie riprese. Le sue ditte avevano degli appalti, qualcosa di simile».

«Ed è stato lì che ha conosciuto De Marchi e Fontana?»

«Sì, gliel’ho detto…»

«Lei quando l’ha sposato?»

«A marzo del 1939. Poi lui è tornato in luglio e nell’estate eravamo qui a Reggio».

«Perché Reggio, se suo marito ha un ufficio a Milano?»

«Ha trovato l’occasione di casa nostra. Bella, no? Allora lui sapeva che io volevo star lontana da Milano,  e Reggio è una piccola città tranquilla…»

 

Stavolta non c’era stata neppure una carezza a salutarlo. Katharine gli aveva ricordato l’appuntamento delle 11 il giorno dopo ed era salita subito in casa. Ormai era buio e Dario riprese la bicicletta verso casa. Alle nove aveva l’appuntamento con De Marchi, anche se non ne aveva nessuna voglia.

„Anarchia morale“, l’aveva chiamata così padre Tranquillo, e la prima cosa che gli era venuta in mente era stato il suo Conrad: «L’orrore, l’orrore» di quel Kurtz che aveva risalito troppo il Congo: Africa, in fondo, come l’Abissinia.

 

Per un momento aveva pensato di presentarsi in divisa, poi aveva scelto la solita mise da serata, non sapeva neppure dove sarebbe andato o a far che. Si era semplicemente sbarbato una seconda volta, dopo una doccia veloce. E alle nove in punto era davanti alla Chiesa del Cristo. Salì i due gradini per ripararsi dalla pioggerella che s’era messa a scendere, una pioggerella che quasi impediva anche di vedere, spenti la gran parte dei lampioni e azzurrati quei pochi lasciati accesi. Passò solo un’auto prima che, dieci minuti dopo, si fermasse una clamorosa Alfa Romeo turchese, una 2500. Bellissima, ruote a raggi, slanciata, una roba da più di cento cavalli. De Marchi lampeggiò accostando al marciapiede, aprì la portiera del passeggero e Dario salì.

«Complimenti, bellissima auto…» fu la prima cosa che riuscì a dire.

«Ha gusto, Lamberti. Sì, è un vizio che mi sono concesso… si lavora tanto, almeno quando ci si diverte bisogna farlo bene, no?»

Era un motore incredibile, potente e silenzioso. Altro che la sua Balilla. Il cambio, poi! Un ingranaggio perfetto, De Marchi inseriva una marcia dopo l’altra con un click secco e preciso.

A porta Castello De Marchi svoltarono sui viali a sinistra, ma solo per fermarsi cento metri dopo, davanti all’Isola Maddalena. Ancora un lampeggio dei fari e dalla locanda uscì un uomo alto, massiccio, che Dario, sceso dall’auto, fece salire sul sedile posteriore dell’auto. De Marchi fece una rapida presentazione, senza neppure la classica stretta di mano fra i due. Umberto Iotti, detto „Quartàsa“, la sigaretta in bocca, si sedette dietro e l’Alfa ripartì.

«Spegni la sigaretta che mi bruci la tappezzeria!» gli fece subito De Marchi. «Lei quando riparte, Lamberti?» chiese poi.

«Lunedì devo essere a Cameri…»

«Bene, allora si diverta finchè può. Lei è giovane, stasera stia su e non pensi ad altro che al divertimento…»

«Ma dove mi porta?»

«Niente di speciale: diciamo una cosa più allegra dell’altra sera dalla signora Gagliardi, le basta?»

Quell’Alfa era un vero portento e Dario era troppo estasiato dalla velocità e dalla tenuta di strada per pensare ad altro. Sul rettilineo di Coviolo erano ai centoventi. Passarono il paese, buio e deserto, ai cento e più, poi girarono verso San Rigo, poi per una strada bianca. Si fermarono nel cortile inghiaiato di una villetta a due piani, stile liberty, nascosta in mezzo ad abeti e due grandi quercie. Le finestre erano tutte illuminate dietro alle schermature dell‘oscuramento.

Scesero, e De Marchi fece strada. Prima ancora di bussare la porta si aprì, e una signora sulla trentina, abito lungo, una treccia bionda, li accolse:

«Rico, Iotti, e…»

«Cara Lea, ti presento il professor Lamberti».

«Quasi professore…» e strinse la mano alla donna, che lo guardò sorridendo. Aveva occhi scuri sotto il trucco forse troppo pesante.

«Venite…»

Una cameriera in nero prese la loro roba ed entrarono nella sala dove c’erano già alcune persone. Dalla stanza di fianco arrivava la musica ad alto volume e il fumo di sigaretta, sparso dagli ospiti seduti a conversare su divani e poltrone rivolti verso il caminetto acceso.

«Venga, professore, le presento qualche amica…» La signora Lea lo prese sottobraccio e lo fece passare nella stanza attigua, dove tre coppie stavano ballando al suono del Tango delle capinere.  Lea fece un cenno e si avvicinò a una ragazza sui venticinque anni, anche lei in lungo:

«Questa è Titti… ma dov’è…?» e si guardò ancora in giro. Vide quello che le interessava e spostò l’attenzione di Dario:

«Venga».

Stavolta le campanelle che udì assomigliavano a canne d’organo suonate all’unisono in una cattedrale deserta. Solo per lui.

«Giorgia, questo è il professor Lamberti, il nostro giovane ospite…»

Caschetto nero alla Louise Brooks, occhi azzurro scuro, ciglia lunghissime, spalle bianche lasciate scoperte da un’abito rosso, attillato e quasi trasparente, corto fino al ginocchio.

«Piacere…» Non sapeva dove mettere gli occhi o cosa dire.

«Vi lascio…»

Giorgia lo portò al tavolino del buffet e gli offrì una coppa di spumante:

«Un professore così giovane… ma professore di cosa?»

«Quasi professore, mi manca la tesi… comunque di lettere antiche, anche se ora sono sotto le armi».

«Esercito?»

«No, aviazione…»

«Aviazione! Perché non è venuto in divisa? A me le divise fanno un effetto… quelle dell’aeronautica, poi! Dev’essere bellissimo!» E sorrise: aveva anche denti bellissimi, piccoli,  regolari, ma avrebbe potuto averne anche soltanto sei o dodici: per le canne d’organo che Dario si sentiva risuonare dentro non sarebbe cambiato molto.

«Vuol ballare?» Sul giradischi avevano messo un lento e, non a caso, qualche luce era stata spenta.

Appena sfiorandola il concerto d’organo divenne una sarabanda, una sinfonia. La ragazza scherzava su questo o quell’altro signore nella stanza, che pure Dario non conosceva, gli sussurrava nell’orecchio, ne raccoglieva la risposta divertita e poi affondava il viso nella sua spalla e sospirava appena.

«Dario, lo sai che sei molto carino?» si sentì dire appena prima della fine della musica, quando le luci si riaccesero tutte.

Lui riuscì appena a ricambiare con un: «Anche tu, davvero…» prima che De Marchi gli venisse incontro:

«Ti rubo un’attimo il professore…»

Odioso, anche se con la sua Alfa turchese!

«Si diverte? Bel bocconcino Giorgia, vero? È la figlia di un mio caro amico, una ragazza…» e concluse la frase con una strizzata d’occhi che non era proprio il massimo dell’eleganza.

«Venga, devo presentarle un altra persona». Andarono incontro a un uomo sulla cinquantina, opulento, naso affilato, i capelli imbrillantinati, pettinati all’indietro, l‘abito scuro e la cimice all’occhiello.

«Camerata… il professor Lamberti Dario… il vice segretario federale Vianello.»

Stretta granitica dell’omone, che subito proruppe: «Eccolo qua, il piccolo di casa Lamberti! Piccolo non direi, a dire il vero, un uomo dei nostri, dei migliori… sa che non assomiglia per nulla a suo fratello, il buon Guido?» Fascista:stretta granitica, troppa brillantina. Ma non gli stava troppo antipatico. Anche un cobra, che non gli avesse parlato subito e bene di Guido, sarebbe stato quasi accettabile.

«Indovini chi mi ha parlato di lei un paio di giorni fa? Un suo nemico!» e rise mostrando due denti d’oro.

«Finasi! Il caro Ubaldo, sempre lì a scrivere, a pensare…»

«Sì, abbiamo avuto qualche disaccordo, ma è passata…» cercò di svicolare.

«Disaccordo! Un bel cazzotto sul muso! Così si fa, Lamberti: roba da uomini, mica da pederasti! Da veri camerati…e poi lei ha messo la testa a posto! Militare, ufficiale… bell’esempio: lei mi piace, Lamberti! Quando ha bisogno, si ricordi, venga in federazione! I tempi si faranno duri e ci vogliono uomini con i maroni… capisce?»

Be’, in quanto a quello poteva star tranquillo, ma gli veniva da ridere. Riabilitato dal cazzotto a Finasi! La famiglia quasi lo disconosceva e invece eccolo lì, elevato al rango di vero maschio italico che risolve i suoi problemi a cazzotti sul muso. Quello di Finasi poi, «sempre lì a scrivere, a pensare». Dalle stalle alle stelle, mica male.

«La ringrazio…» e qui gli partì una parola di cui si sarebbe vergognato almeno per i successivi venticinque anni «… camerata, la ringrazio».

Una nuova granitica stretta di mano, con tanto di semicazzotto (più che pacca virile) sulla spalla, sancì questa specie di nuova amicizia.

«Venga a trovarmi, eh, non si dimentichi!» si raccomandò, prima di girarsi verso la signora Lea per chiederle qualcosa.

Dov’era Giorgia? Temette per un attimo di vederla ballare con un altro e di dover aspettare il suo turno, invece se la trovò alle spalle all’improvviso:

«Allora, ossequiata l’autorità?»

«Me l’ha presentato De Marchi…» rispose, quasi a scusarsi.

«Non ti preoccupare, bisogna essere educati. Balliamo ancora?»

E tornarono insieme nell’altra stanza. La riprese fra le braccia per un lento e poi per un valzer. Ballare non gli era mai piaciuto, aveva sempre avuto consapevolezza della sua innata goffaggine, ma stavolta si sentiva come Fred Astaire e Ginger Rogers insieme. Solo per un istante si chiese il perché di quella sua tendenza a innamorarsi di colpo di ogni donna con cui aveva a che fare, come un cagnetto in cerca di un padrone, pronto a leccare la prima mano che si trovava davanti, a patto che fosse bella, tenera e bianca. Ma fu solo un istante, poi si lasciò prendere dal ballo.

Dopo il terzo giro si fermarono e tornarono a bere. Vicini a loro, al buffet, c‘erano un tizio in giacca bianca insieme alla ragazza di nome Titti, con la sua cascata di capelli e Iotti, con un’altra fanciulla più piccola ma molto curvilinea, capelli rosso tiziano.

«Lamberti… si diverte?» gli fece Quartàsa. Era veramente grosso, quattro dita più alto di lui ma largo forse il doppio. Un fisico da lottatore: peli dappertutto, sopracciglia folte, capelli a spazzola, il collo che s’infilava a malapena nel colletto della camicia.

«Sì, bella serata…» disse imbarazzato. E istintivamente si strinse al braccio di Giorgia, che ricambiò la stretta.

Iotti estrasse il portasigarette: «Qualcuno mi fa accendere?»

Ci sono momenti in cui il genio, nascosto, latente, magari ignoto, emerge di colpo. Quella fu la volta di Dario. Si mise la mano in tasca ed estrasse l’accendino di Furmiga:

«Ecco, prego…»

Quartàsa non riuscì a trattenere, anche se a mezza voce, una bestemmia da carrettiere padano di rara potenza: «Dio… ma è il mio…»

Dario sorrise soddisfatto:

«Ah, ecco, deve esserle caduto mentre saliva in auto. Sa, prima l’ho trovato in terra, davanti…»

«E io che pensavo di averlo perso! Era in macchina, ecco! Grazie, Lamberto, grazie…»

«Lamberti, Lamberti…»

«Mi scusi, sì, certo, professore…»

Giorgia tratteneva il riso nascondendosi dietro a Dario. Appena Iotti e la piccoletta tonda si allontanarono, gli disse:

«Gli hai fatto uno scherzo, eh, a quel bestione, lì…»

«Sì, un bello scherzo».

 

Uscirono sul terrazzino per prendere una boccata d’aria. Piovigginava ancora e le goccioline si fermarono appena sulla frangetta di Giorgia. Dario la strinse a sé e la baciò. Lei ricambiò. Solo allora si accorse che era alta, un po‘ più alta di Gio’.

Rientrarono in sala e lei lo prese per la mano: «Vieni». Dalla saletta dove si ballava tornarono nell’ingresso dove la scala portava al piano superiore. Salirono insieme.

 

Il patto di Katharine_Capitolo 4_ultima modifica: 2020-03-16T16:57:09+01:00da pelikan-55
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