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Feb 23, 2012 - Senza categoria    3 Comments

“Palazzo anonimo in una città anonima: l’oggetto chiave? Una balena asfaltata”

Reggio Emilia, 23 febbraio 2012 – «Sono intervenuto in un palazzo anonimo in una città anonima». «Reggio Emilia è una città in cui ci sono più maiali e mucche che umani». Due passaggi, scissi dal proprio contesto, di una conferenza nella quale Italo Rota illustra ad una indefinita platea il suo progetto dei Musei Civici di Reggio insieme a un altro suo intervento sul lungomare di Palermo. Il tutto è liberamente consultabile online e si trova in calce ad una intervista realizzata a Rota il 6 luglio 2010. L’architetto, pur contattato, non si è reso disponibile.

«È un progetto di un museo estremamente sofisticato — dichiara l’architetto —, una collezione scientifica perversa. Molti mostri, molti gemini, storie di ogni genere». Ci sono «veri e propri capolavori dell’arte oceanica e africana confrontati con un raccolta di pittura locale di croste. Un tema straordinario: ci sono tre sculture dell’Isola di Pasqua, capolavori assoluti che non ha nemmeno il British Museum, ma i quadri… delle croste».
La fauna reggiana. «L’altro tema era il rapporto di queste collezioni con l’ambiente. Penso che oggi tutte le cose che stiamo facendo debbano porre un tema fondamentale: come noi ci arricchiamo per sottoscrivere il nuovo contratto con la natura. Ovviamente Reggio Emilia sta nella pianura, circondata da un ambiente quasi anonimo, quasi in assenza di animali, però i più grandi numeri di abitanti sono i maiali e le mucche, in numero superiore agli umani. Un fatto abbastanza raro». 
Rota, il collega Calatrava e il tunisino. «Abbiamo però un elemento di contemporaneità straordinario. I tre grandi ponti di Calatrava che hanno posto un grosso problema alla cittadinanza ma hanno dato una consapevolezza identitaria. Senza pezzi contemporanei di grande qualità non scattano i nuovi processi identitari. Non possiamo vendere a un tunisino il nostro passato. Possiamo solo condividere con lui presente e futuro». Nel corso della conferenza, utile anche perché Rota descrive con precisione il futuro allestimento delle sale, l’architetto si sofferma anche sulla Balena Valentina. «Abbiamo alcuni oggetti feticci, il primo è una grande balena, del 1600. Il materiale per conservarla era l’asfalto, e quindi l’ingresso e tutto un piano è realizzato in asfalto. Ma l’oggetto chiave è la balena. Asfaltata».

Il processo decisionale: «Come avviene che un Comune decide di fare questo? Con una procedura democratica. Se questa cosa interessa si fa. Come avviene? Chiamano uno come me che fa un concept, prepara dei documenti comunicabili per le persone e si fanno tante riunioni nei quartieri dove si discute questa cosa. La cosa interessante è che alla gente interessa». Il video della conferenza è utilissimo per comprendere la visione retrostante la futura sistemazione dei Musei Civici. «Il massimo che possiamo sperare in un museo — afferma Rota — è che una volta che ci mostra la collezione in un certo modo faccia scattare nel visitatore un processo di conoscenza» in base al quale «vedrà tutto quello che ha visto prima in modo molto diverso».

http://www.ilrestodelcarlino.it/reggio_emilia/cronaca/2012/02/23/671709-reggio-emilia-museo.shtml

Una sera Ettore Petrolini stava recitando in teatro. Dal loggione partì un fischio. L’attore si interruppe, andò in proscenio e poi rivolto al pubblico del loggione stesso: “Non ce l’ho con te che mi fischi, ce l’ho con quello che ti sta di fianco che non ti butta di sotto!”.

Ecco, io non mi arrabbio per le cose dette dall’arch. Rota, nota archistar, (voglio anche pensare che il giornalista non sia stato del tutto fedele a quanto detto dall’illustre professionista) mi arrabbio non tanto con chi l’ha chiamato a Reggio dietro ricco compenso, ma con quelli che non hanno spiegato all’inclito cos’è Reggio, a quelli che non l’hanno preso per la manina e l’hanno portato in giro in una città che di anonimo non ha nulla. Una città e un territorio che ha una sua storia, una sua memoria, una sua identità ben precisa e riconosciuta in tutto il mondo. Avrebbe scoperto, ad esempio, che la prevalenza di animali (maiali e mucche) sugli umani non è un “fatto abbastanza raro” ma è una delle radici della nostra ricchezza (si chiama settore agroalimentare). Fosse stato magari davvero nei “quartieri” qualcuno glielo avrebbe potuto spiegare.

Quei signori non l’hanno fatto non per cattiveria, ma per banale ignoranza e relativa arroganza. Perchè non solo non ne sanno nulla, ma saperlo non interessa loro neppure una briciola del loro tempo che dedicano a meravigliose e spettacolari imprese (fallite). Non mi interessa (per ora) se il progetto che l’archistar ha partorito e che è stato contestato da un gruppo di intellettuali reggiani sia buono o no, certamente è un’occasione perduta. Una città che non ha un luogo di memoria sul novecento, che non sente (nella sua classe dirigente) la necessità di averlo è un problema politico prima che culturale. Avere la collaborazione di un professionista di fama come Rota poteva essere l’inizio di un percorso interessante e produttivo, bastava avere delle idee, proprie e/o raccolte in città e metterle in relazione con l’archistar. Invece, con una tipica operazione provinciale, di fronte al vuoto progettuale (basti leggere la relazione Farioli sull’ultimo numero di “Taccuini d’arte”) si è scelto di chiamare l’archistar che, novello demiurgo, risolvesse il problema-reale-di come ridiscutere e riprogettare il nostro Museo, e, in qualche modo, risolvesse lui le questioni con un colpo di “genio”.

Reggio ha un disperato bisogno di luoghi di memoria proprio perchè attraversa una fase di grande espansione simboleggiata dai ponti di Calatrava. Ma come spiegare ai reggiani stessi, prima che a quanti a Reggio vengono/passano, il senso di un percorso storico, civile e sociale che ha in quegli archi un punto di arrivo se proprio il secolo decisivo, il ‘900 viene bellamente ignorato? Matilde, il Tricolore, tutto bello, ma l’identità reggiana in sè e nel mondo si è formata nel secolo scorso e su questo non esiste nulla se non la narrazione orale, ostinata e ripetuta di quanti credono sia indispensabile ragionare proprio sul secolo scorso. Certo la gran Contessa e l’epopea tricolore sono miti facili, semplici e rassicuranti, ragionare sul novecento è problematico ma assolutamente più stimolante e produttivo per il nostro futuro.

Abbiamo luoghi storici originali e sopravissuti, come le Reggiane, il carcere di S.Tommaso, il Poligono di tiro che sono destinati al degrado defintivo o, peggio, alla “valorizzazione” edilizia. Ma per nessuno dei nostri amministratori (che pure avremmo eletto a rappresentarci) rappresentano non solo una priorità ma neppure un valore. Preferiscono investire cifre cospicue o in eventi o in progetti che non affrontano i veri nodi del dibattito culturale. E’ anche questo un segno, non secondario, della crisi delle classi dirigenti, sempre più distaccate dai bisogni e dal sentire dei cittadini, autoreferenziali e autoriproducentesi, in assoluta rottura con la tradizione di un forte legame fra eletti ed elettori che ha costruito il senso della nostra cittadinanza negli ultimi 60 anni.

Non si tratta di essere conservatori, di rifiutare il “nuovo”, semplicemente si vuole valutare quanto quel “nuovo” risponda al bisogno di senso storico e di memoria che ancora manca alla nostra città. Il desiderio di innovazione è forte ma deve essere un vera innovazione e non la scimmiottatura di format già predisposti a scaffale dall’esperto di turno.

Ma in fondo cosa si può pretendere da una città “anonima”?

Feb 22, 2012 - Senza categoria    6 Comments

Caselli buono o cattivo? Dalla parte della legalità. (M.Travaglio)

logo-big-beta.gifFacciamo finta, per un momento, di non conoscere Gian Carlo Caselli. Di non sapere che vive sotto scorta da 40 anni, prima per le sue indagini a Torino sulle Br e poi a Palermo sulla mafia. Di ignorare che ha fatto processare uomini potentissimi come Andreotti, Contrada, Dell’Utri e che l’altro giorno era in prima fila al processo Eternit in veste di procuratore capo. Di non avere la più pallida idea di come la pensa sulla Costituzione, sulla legge uguale per tutti, sui diritti dei più deboli. Anzi, chiamiamolo Pippo.

Mesi fa il procuratore Pippo riceve dalle forze dell’ordine una chilometrica denuncia contro 42 attivisti e infiltrati No Tav per svariati episodi di violenza, veri e presunti, che hanno portato al ferimento di 211 agenti. Siccome la Procura non è la fotocopiatrice delle forze dell’ordine, esamina la denuncia vagliando caso per caso. E si convince che solo 25 di quelle persone vadano arrestate per evitare che ripetano il reato, o inquinino le prove, o si diano alla fuga, in presenza dei “gravi indizi di colpevolezza” richiesti dalla legge. Il gip condivide e la polizia giudiziaria esegue le misure.

I destinatari fanno ricorso al Riesame, che analizza caso per caso e, per alcuni, le conferma, per altri le revoca, per altri le attenua (oggi in carcere ne restano 9). Contro il Riesame c’è ancora il ricorso in Cassazione: su ogni singola misura cautelare, si pronunceranno una decina di magistrati di sedi e funzioni diverse. Si può criticare il loro operato? Certo. Si valutano a uno a uno i loro provvedimenti, si confrontano con le prove e si esprime un’opinione. Noi abbiamo criticato il rinvio a giudizio di Genchi e De Magistris per Why Not. Ma non ci siamo mai sognati di teorizzare una congiura ai loro danni.

Oggi contestiamo la sentenza del Tribunale di Torino che ha condannato la Rai e Formigli a risarcire la Fiat con la cifra spropositata di 7 milioni (5 solo per “danno morale”, cioè per il dispiacere subìto) per un servizio di 50 secondi in cui si affermava che un’auto Fiat va un po’ più lenta di altre due. Mai ci sogneremmo di dire che c’è una congiura giudiziaria per “criminalizzare il giornalismo”. Invece questo sta capitando a Pippo-Caselli: l’accusa assurda, indimostrata e indimostrabile di aver voluto, arrestando i 25, “criminalizzare il movimento No Tav”. Un movimento composto da decine di migliaia di persone che non farebbero male a una mosca, si dissociano persino da chi imbratta i muri nei cortei e hanno in tasca una sola arma: quella della ragione contro una “grande opera” irragionevole, inquinante, costosa, inutile, anzi dannosa (oggi pubblichiamo l’intervento di Mercalli con le ragioni di 250 tecnici che i “tecnici” di governo seguitano a ignorare).

Ma alcuni leader del pacifico movimento, anziché dissociarsi dai pochi violenti e ringraziare i giudici che li hanno isolati, preferiscono associarsi alla campagna contro Caselli e arrampicarsi in distinguo molto berlusconiani sul Caselli buono (quello che combatte le Br e la mafia) e il Caselli cattivo (quello che “arresta” i violenti No Tav). In realtà di Caselli ce n’è uno solo: quello che, davanti a una notizia di reato, procede come gli chiedono la Costituzione e il Codice penale senza guardare in faccia nessuno.

Il risultato di questa campagna, alimentata in certi siti e giornali addirittura da ex magistrati, è che Caselli non può più mettere il naso fuori di casa, nemmeno per presentare il suo libro: roba mai vista nemmeno negli anni plumbei della Torino anni 70 e della Palermo anni 90. Prendere le distanze dai violenti non significa dare ragione sempre e comunque alla magistratura, né tantomeno alle forze dell’ordine (quelle che a Milano fanno ritirare le bandiere tricolori per non provocare i leghisti, mentre vengono mandate da politici scriteriati a militarizzare la Valsusa provocando la popolazione). Significa restare, sempre, dalla parte della legalità. E combattere meglio la follia del Tav: cioè vincere una battaglia sacrosanta che, se passa l’equazione truffaldina “No Tav uguale violenti”, è perduta in partenza.

il Fatto quotidiano, 22 febbraio 2012

Feb 19, 2012 - Senza categoria    No Comments

Cari colleghi storici, meno lati oscuri (Sergio Luzzatto)

Bene ha fatto Filippo La Porta, sull’ultimo numero di questo supplemento domenicale, a sottolineare quanto sia criptica la “teoria critica” nostrana, lanciando un appello: Critici italiani, parlate chiaro! Ha fatto talmente bene che viene voglia di estendere il suo appello, oltre i confini della critica letteraria e filosofica, a un altro campo della nostra produzione saggistica: il campo della storia. Dove il problema dello «scrivere oscuro» (secondo i termini di una magnifica riflessione di Primo Levi) è tanto più grave in quanto non viene neppure riconosciuto per tale: dove la malattia dello scrivere oscuro è talmente diffusa da somigliare a un’inavvertita pandemia.
Ha ricordato La Porta la battuta di un grande storico del primo Novecento, Gaetano Salvemini, che, docente a Harvard, aveva interiorizzato lo scrivere chiaro degli anglosassoni e preso in uggia l’oscurità delle lettere italiane fino al punto di affermare che nulla sarebbe rimasto neppure della Scienza nuova di Vico, se soltanto la si fosse tradotta in inglese… Concedendo meno alla facezia, è da ricordare qui la battuta di un grande storico del secondo Novecento, Carlo Ginzburg, lui pure aduso all’accademia anglosassone. Il più internazionalmente noto degli storici italiani ha spiegato di sottoporsi quando scrive a un’autoverifica preventiva. Per ogni frase della sua prosa, Ginzburg si domanda se sarebbe in grado di redigerla anche in inglese e in francese. Se la risposta è positiva, procede nella scrittura in italiano. Se la risposta è negativa, preferisce lasciar perdere…
Battute a parte, il caso di Ginzburg vale a porre la questione del rapporto fra trasparenza e influenza: cioè della correlazione – almeno nel campo degli studi storici – fra una prosa letterariamente scorrevole e un profilo scientificamente autorevole. Vuoi vedere che, facendoti leggere, riesci persino a farti tradurre, e addirittura a farti riconoscere all’estero? La cosa è di particolare rilievo nell’ambito delle discipline umanistiche, per le quali (a differenza di quelle scientifiche) l’inglese non rappresenta necessariamente la lingua veicolare. Nelle humanities, il criterio della traduzione all’estero appare tendenzialmente probante. Se un editore americano o francese o tedesco o polacco o giapponese o brasiliano affronta il rischio economico di investire sulla traduzione di un saggio storico scritto in italiano, ci sono buone probabilità che quel saggio abbia un valore aggiunto per la ricerca internazionale. Se, viceversa, i libri di uno storico italiano restano confinati al Bel Paese dove il sì suona, ci sono buone probabilità che non meritino un destino migliore.
Naturalmente, come tutte le generalizzazioni, anche questa ammette eccezioni. In linea di massima, è ultrasensato supporre che i rari storici italiani tradotti all’estero valgano di più delle legioni di storici italiani la cui produzione non supera la barriera delle Alpi (a volte, in realtà, neppure la barriera degli Appennini). Ma sarebbe ultrasbagliato elevare la ragionevole supposizione sino a farne una legge universale. A fronte del caso di Carlo Ginzburg stanno numerosi controesempi di storici italiani che non hanno avuto mai o quasi mai l’onore di una traduzione, e che pure sono stati maestri della disciplina internazionalmente riconosciuti.
Limitiamoci a evocare quattro nomi e cognomi, fra i primi che vengono a mente come campioni della storiografia italiana nel Novecento: Delio Cantimori, Marino Berengo, Rosario Romeo, Renzo De Felice. È impressionante constatare come nessun libro dei primi tre autori sia mai stato tradotto né in inglese né in francese, e come gli studi di De Felice stesso siano stati tradotti poco e male. Il che, evidentemente, non ha impedito a Cantimori, Berengo, Romeo, De Felice, di influenzare in maniera decisiva il dibattito storiografico sulla storia moderna e contemporanea d’Italia: anche perché i cultori stranieri di tale storia – com’è ovvio – leggevano correntemente l’italiano.
Vale tuttavia la pena di chiedersi quanto il gusto accademico nostrano dello scrivere oscuro abbia contribuito (e contribuisca) ad alimentare un paradosso: il paradosso di una cultura storica italiana insieme felicemente cosmopolita e infelicemente provinciale. Felicemente cosmopolita, perché gli editori italiani traducono libri di storia con una generosità ben superiore a quella dei colleghi stranieri. Infelicemente provinciale, perché la storiografia italiana anche più meritevole, non circolando abbastanza all’estero, rimane spesso esclusa dal dibattito internazionale.
Anche qui saltano agli occhi esempi concreti, concretissimi. Come l’esempio del Risorgimento. È questo un campo in cui la storiografia italiana ha compiuto notevoli progressi nell’ultima dozzina d’anni, in particolare grazie agli studi di Alberto M. Banti. Ma fuori d’Italia, il tono del dibattito sul Risorgimento italiano continua a venire dettato da oltre Manica. Dopo Denis Mack Smith cinquant’anni fa, adesso sono Lucy Riall e Christopher Duggan che illustrano urbi et orbi la storia del nostro Risorgimento, senza che gli studiosi italiani riescano a farsi sentire se non quando pubblicano direttamente in inglese (il che pur càpita, per fortuna, complice la famosa fuga dei cervelli).
Dovremmo forse concludere – memori delle battute di Salvemini e di Ginzburg – che l’italiano è lingua non grata alla storia? No: dovremo concludere piuttosto che gli storici italiani restano gravemente malati, e pandemicamente malati, di scriveroscurite. «Chi parla male pensa male», protestava il Nanni Moretti di Palombella rossa. Primo Levi, lui, era stato anche più severo di così: «Chi non sa comunicare o comunica male, in un codice che è solo suo o di pochi, è infelice, e spande infelicità intorno a sé. Se comunica male deliberatamente, è un malvagio, o almeno una persona scortese, perché obbliga i suoi fruitori alla fatica, all’angoscia o alla noia».
Il Sole 24 Ore, 19.2.2012

Feb 12, 2012 - Senza categoria    No Comments

Seminario ed emergenza freddo (d.E.Landini)

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Leggo sulla “Libertà” l’intervento di don Emilio Landini (“Seminario ed emergenza freddo”) e mi sovvengono due brevi osservazioni.

La prima: i tre quarti dell’articolo sono dedicati a considerazioni tecniche circa la inadeguatezza del Seminario di viale Timavo. Nato in altri tempi e costruito come segno tangibile di una rivendicazione politica forte, oggi è sovradimensionato nelle strutture ma, nel contempo, inadatto ad accogliere le necessità della chiesa locale. Considerazione tecniche tutte corrette, fondate sul buon senso, sulle vigenti norme edilizie e sulla constatazione della mancanza di risorse per interventi risolutivi. Manca soltanto la logica e necessaria conclusione che proporrebbe ogni saggio amministratore: la struttura è del tutto inadatta e va alienata. Una scelta che andava presa già in passato, magari-come fatto in altre diocesi-vincolando la cessione del bene ad un suo uso a favore della comunità (Università, etc..).

Capisco che per una generazione di sacerdoti e laici il Seminario rappresenti il simbolo di una stagione di duri scontri ideologici ma questo non dovrebbe trattenere dalla sua sollecita dismissione a favore della comunità.

La seconda: nelle considerazioni finali l’autore (figura auterevole della chiesa reggiana) si ispira ad un “crudo realismo”, ricordando come “vengono ridotti gli ambienti” dagli immigrati e clochard, rendendo così sconsigliabile un loro utilizzo a fini assistenziali. E qui non posso che concordare: i poveri sono sporchi, puzzano, sono maleducati e danneggiano le nostre belle parrocchie (sempre più deserte e meno vitali). Abbiamo avuto un parroco che ha rifiutato un presepe, oggetto di diffusa devozione, proprio perché sottraeva spazio alle sue “attività” parrocchiali (rivolte non certo a poveri ed immigrati), ed è ormai normale che le nostre parrocchie siano chiuse all’accoglienza per “motivi igienico-sanitari” mentre volenterosi parrocchiani di quelle stesse parrocchie siano impegnati al di fuori nel volontariato, con la Caritas e le altre organizzazioni confessionali e non a mettere in pratica quel Vangelo che nelle loro chiese non trovano più.

Ho inserito questo articolo non per polemica ma per testimoniare la sofferenza di un credente “affaticato” di fronte ad una gerarchia sempre più lontana dai problemi reali, specchio doloroso della crisi delle classi dirigenti che devasta questo paese da troppi anni.

“La Libertà”, 11.2.2012

Feb 9, 2012 - Senza categoria    No Comments

Salinger, lettera a Hemingway “Sono un idiota (ma resti tra noi)”

 

Jerome David Salinger (1919-2010) e Ernest Hemingway (1899-1961)

 
Coppia improbabile nella Parigi del 1944 appena liberata dagli Alleati, quella del celebre scrittore Ernest Hemingway che offriva champagne al Ritz e si pavoneggiava come se la guerra l’avesse vinta lui, e lo schivo soldatino J. D. Salinger, scrittore anche lui ma semisconosciuto, e reduce da due durissimi anni di guerra combattuta davvero, durante i quali aveva partecipato allo sbarco in Normandia ed era stato tra i primi a subire lo shock di entrare in un campo di concentramento. Queste esperienze gli avrebbero procurato un forte esaurimento nervoso e il ricovero in un ospedale militare in Germania. Da qui il futuro autore del Giovane Holden (nome che aveva già usato in un racconto) scrisse nell’estate del 1946 la lettera ora riemersa a «Papa», il quale era stato generoso con lui, tra l’altro leggendo i suoi scritti ed essendogli prodigo di lodi, nonché certo incoraggiandolo a adottare nella corrispondenza con lui un tono amichevole se non addirittura confidenziale.

Anche Salinger ovviamente ammirava Hemingway e conosceva bene i suoi libri, vedi l’allusione a Catherine Barkley, che è l’infermiera di cui si innamora il protagonista di Addio alle armi. Tra gli altri punti della lettera che possono richiedere un’illustrazione: la madre iperprotettiva che accompagnò a scuola Salinger fino a ventiquattro anni (ma è un’ovvia esagerazione) non era ebrea di nascita come Salinger padre, però si era convertita alla religione ebraica e aveva abbracciato le tradizioni dell’etnia. Gli arresti a cui Salinger allude hanno a che fare con il suo impiego negli interrogatori durante il processo di denazificazione messo in atto dagli alleati nella Germania occupata, attività alla quale lo qualificava la sua ottima conoscenza del tedesco. Gary Cooper aveva interpretato Per chi suona la campana, discussa trasposizione del romanzo di Hemingway, il quale a differenza di altri scrittori aveva l’abitudine di disinteressarsi degli adattamenti dei suoi libri.

A Vienna Salinger era stato mandato dal padre nel quadro delle attività della sua ditta di importatore di carne; era ripartito subito prima dell’annessione dell’Austria da parte di Hitler. L’interesse di Salinger per il teatro può essere messo in rapporto anche con la sua infatuazione per Oona, la giovane figlia di Eugene O’Neill, che poi scandalosamente sposò Charlie Chaplin; Salinger le scrisse molte lunghissime lettere nel 1941. Journey’s End è la commedia dell’inglese R. C. Sheriff, probabilmente la più famosa di quelle ispirate dalla Grande Guerra. Il genuino e ben motivato giudizio su Scott Fitzgerald da parte di Salinger, e indubbiamente condiviso dal suo interlocutore, infine, mostra come due grandi scrittori americani sapessero apprezzare l’autore del Grande Gatsby, da poco scomparso, in un momento in cui le sue fortune presso la critica e il pubblico sembravano in declino.

La lettera di Salinger a Hemingway, ritrovata nella biblioteca John F. Kennedy di Boston, sarà pubblicata su www.satisfiction.me, il sito del bimestrale ideato da Gian Paolo Serino e specializzato negli inediti dei maggiori scrittori italiani e internazionali. Di Satisfiction è ora in libreria il numero 13, con inediti, tra gli altri, di Doctorow, Foucault e Vonnegut.

Caro Papa,
Ti scrivo da un ospedale di Wurmberg. Qui c’è una certa carenza di Catherine Barkley, devo dire. Mi aspetto di essere dimesso domani o dopodomani. Non avevo niente di grave, ma ero in uno stato di avvilimento quasi costante e mi sono detto che mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno di sano. Mi hanno chiesto della mia vita sessuale (che non potrebbe essere più normale – per fortuna) e della mia infanzia (normalissima: mia madre mi ha accompagnato a scuola fino ai ventiquattro anni – ma conosci le strade di New York), e alla fine mi hanno domandato se mi piaceva o no l’Esercito. Mi è sempre piaciuto l’Esercito.
Ho conosciuto Lester Hemingway prima che la Quarta Divisione tornasse negli States. È venuto nella nostra casa di Weissenburg e ha bevuto e chiacchierato con me. È un tipo a posto.
Rimangono pochissimi arresti da fare, nella nostra divisione. Adesso stiamo prendendo tutti i bambini sotto i dieci anni che hanno un’aria sprezzante. Bisogna concedere all’Esercito i suoi arresti vecchio stampo, bisogna gonfiare il Rapporto.
Il Capitano Ollie Appletton, il precedente CO del reparto, ha ottenuto il Congedo attraverso la Croce Rossa, tornando negli Stati Uniti sotto una pioggia di stelle di bronzo. Prima di andarsene, in nome dei vecchi tempi, ha passeggiato intorno alle foto dei suoi possedimenti in Scarsdale. Per molti di noi è stato un momento maledettamente toccante.
Come sta venendo il tuo romanzo? Spero che tu ci stia lavorando sodo. Non venderlo al cinema. Sei un tipo ricco. Come Presidente dei tuoi tanti fan club, so di parlare a nome di tutti quando dico Abbasso Gary Cooper. Perché stai davvero lavorando a un nuovo romanzo, no? Mi rendo conto che a Cuba le macchine non sono sicure.
Ho chiesto al CIC di mandarmi a Vienna, finora senza successo. Nel 1937 ci sono stato quasi per un anno intero, e ho voglia di mettere di nuovo un pattino da ghiaccio al piede di qualche bella ragazza viennese. Non mi sembra di chiedere troppo all’Esercito.
Ho scritto un altro paio di racconti incestuosi, diverse poesie e parte di una commedia. Se riuscirò a uscire dall’Esercito, potrei finire la commedia e chiedere a Margaret O’Brien di interpretarla con me. Con un taglio di capelli militaresco e una fossetta di Max Factor sull’ombelico, potrei recitare io stesso la parte di Holden Caulfield. Una volta ho fatto un’interpretazione molto sensibile di Raleigh, in Journey’s End. Molto sensibile.
Darei il mio braccio destro per andarmene dall’Esercito, ma non con un biglietto psichiatrico del tipo quest’uomo-non-è-adatto-alla-vita-militare. Ho in mente un romanzo molto sensibile, e non permetterò che l’autore passi per un idiota nel 1950. Io sono un idiota, ma non voglio che la gente sbagliata lo sappia.
Mi piacerebbe che mi mandassi due righe, se ci riesci. Lontano dalla scena, è molto più facile pensare chiaramente. Con il tuo lavoro, voglio dire.
La prossima volta che sarai a New York, spero di essere in giro e riuscire a vederti, se avrai tempo. I discorsi che abbiamo fatto qui sono stati gli unici momenti di speranza in tutta la faccenda.
Sinceramente,
Jerry Salinger

P.S. Se c’è qualcosa che possa fare per te, qualche messaggio da portare a qualcuno, ne sarei lieto.
Il progetto del mio libro di racconti è andato a pezzi. Il che è un gran bene, e non sto indorando la pillola. In questo momento sono ancora troppo legato da bugie e affetti, e vedere il mio nome stampato su una copertina polverosa rimanderebbe qualsiasi vero miglioramento di svariati anni.
Edmund Wilson ha pubblicato una specie di album di ritagli su F. Scott Fitzgerald (che cosa sporca), chiamandolo The Crack Up. Malcolm Cowley lo ha recensito per il New Yorker, o ha recensito Fitzgerald stesso in maniera dannatamente superiore rispetto ai critici medi che recensiscono uomini morti. È così facile scrivere una «buona» recensione di Fitzgerald. Le sue imperfezioni saltano agli occhi, e se un paio non lo fanno, è Fitzgerald stesso a puntarle col dito. È stupido da parte dei critici lamentarsi del fallimento di Fitzgerald di «sviluppare» le sue storie. Mi sembra ovvio che chiunque scriva un libro come Gatsby non potrebbe mai «sviluppare» un bel niente. La sua arte, o la sua bellezza, era applicabile soltanto alle sue debolezze, non ti sembra? Diversamente da molti critici, non penso che Gli ultimi fuochi sarebbe stato il suo libro migliore. Era lì lì per incasinare tutto. Lì lì per dare al libro un twist alla Gatsby. In effetti, è meglio che non l’abbia finito, credo.
Buone cose.
J.

MASOLINO D’AMICO
La Stampa, 8.2.2012
Feb 2, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Neve (ovvero della facile incaxatura)

2571715-foresta-frozen-neve-inverno-l-immagine-presa-alle-cadute-di-niagara-parcheggia-dove-la-foschia-che-a.jpg Notizia clamorosa: d’inverno nevica. Emergenza neve, caos nei trasporti, cittadini incaxati, le scuole chiuse/no aperte/no chiuse. Comuni giocherelloni! Una cosa utile intanto la neve l’ha fatta: ci siamo ricordati che esiste in vita la Prefettura, per gli altri 364 giorni una ghost-town degna di Dylan Dog.

Lasciamo perdere la cosiddetta informazione (stampata) che non sa altro che titolare con le tre “C” classiche di queste situazioni: “Caos, confusione, calvario..”. (A proposito: io vorrei vedere la faccia di chi, nei quotidiani, fa i titoli: deve avere una faccia speciale, deve avere come minimo un’infelice vita sessuale, una suocera impossibile e/o le emorroidi petecchiali).

Però. Sono certo che quella robina bianca che è scesa sia H2O in forma di cristalli, perché altrimenti si dovrebbe sospettare un’altra provenienza, molto più birichina. La nevicata svela le tensioni, ci rivela una marea di gente sull’orlo di una crisi di nervi che vuole, subito, adesso, tutto. Altrimenti: “è colpa di.., non si può andare avanti così.., ma io devo…”.

Eccezione fatta per quei disgraziati inchiodati sul Bologna-Taranto grazie alle meraviglie di Frenitalia e dei suoi FregaRossa (lo scrivente è rimasto fermo in galleria per 30’-motivi ignoti- dieci giorni fa) e di qualche sventurato carambolato sul lastrone assassino, mi sembra che la sotterranea nevrosi, al limite dell’isteria, abbia rivelato tutta la sua minacciosa presenza nella nostra felice terra reggiana.

“Il problema di oggi è che la gente non sa dove andare e ci vuole andare subito” (M.Beuttler): la neve esiste, è sempre esistita, spero esisterà. Certo in città è una noia per chi ha più di 12 anni ma è come il vento, la pioggia, il caldo, il freddo. Normale. Nevicate abbondanti sono nei miei ricordi di bimbo/fanciullo, ci si copriva, si mettevano gli stivali di gomma e si stava calmi e tranquilli (beh, quasi, fare le pallate non era proprio tranquillo…).

Ora, se lo spartineve non passa dopo 12 minuti dal primo fiocco il cittadino arrota la sciabola per assalire la sede di Iren, maledice sindaco e congiunti, tira fuori la mimetica dall’armadio e calza l’elmetto. Ma, san Tommaso della Brugola! Dove dovrà andare l’iroso cittadino? E’ un cardiochirurgo d’urgenza? Un sacerdote che deve amministrare oli santi a un moribondo? La moglie ha perso le acque? No. Ovviamente. Ma vuole tutto, subito e di più. Al culmine della furia-testimonianza personale-scende in strada, guarda la neve caduta e grida: “Ecco, il Comune non mi fa neppure uscire di casa!”. Davanti alla soglia della sua magione un tratto di mezzo metro coperto da dieci centimetri di soffice neve, roba che una scopata e via.

Per secoli ognuno si puliva il pezzo davanti casa sua, quando in montagna si faceva la “rotta” coi buoi o in città i poveretti aspettavano la neve per avere un po’ di lavoro. Del resto a cosa servivano quei tombini un po’ strani? Qualcuno in centro c’è ancora, con su scritto “Cacciata neve”? Era inverno, nevicava.

“Take it easy!”. Non arriveremo in orario, rimanderemo a domani, ci accorgeremo banalmente che, nonostante ciò, non-succederà-niente. Ogni giorno invece sembra l’ultimo, quello decisivo, ogni ora quella che cambia la nostra esistenza, come fossimo indispensabili, unici, insostituibili.

“Take it easy!”

Cosa dirà l’incaxato concittadino ora che il gelo in arrivo pietrificherà la neve caduta, quali minacce leverà al cielo? Si può sempre sperare nel lastrone ghiacciato giustiziere che lo attenda dietro l’angolo, ma l’incaxato è infido e fortunato, sopravviverà anche al gelo e ce lo ritroveremo lì, nella canicola estiva, pronto ad inveire perché, come dargli torto? D’estate fa’ caldo! “Con questo caldo come faccio a lavorare? In auto non si gira…asfaltano le strade..non mi lasciano uscire di casa…!”

 

 

Feb 1, 2012 - Senza categoria    1 Comment

Fiocca la neve

flocos_de_neve-4970.jpgLa neve attesa è arrivata, romantica ma scomoda, a coprire tutto. Poi arriverà il grande gelo e la coltre diventerà una sorta di sarcofago a coprire il belpaese, a congelare cose, persone e idee. Un po’ come questo ovattato post-berlusconismo: abituati all’urlo, al rutto, al peto quotidiano siamo rimasti in sospeso, alcuni sono tornati alle barricate, alle parole d‘ordine che avevano chiuso nel comò di nonna Felicita. Andavano bene trenta anni fa, che vuoi che sia? Altri, hanno cercato amici e conoscenti per iniziare a pensare insieme, a riflettere, sul futuro sulla Politica, quella con la P maiuscola, quella che manca, quella che ci vuole, quella senza la quale, etc… E non hanno trovato nulla. Oddio, le persone ci sono, per fortuna. Ma le idee, signora mia, le idee. Sommando tanti vuoti non si fa un pieno.

E intanto l’indice di gradimento del governo Monti (quello dei loden, dei tristi, dei professori, quelli della spectre bancaria) aumenta il consenso, nonostante la durezza dei tagli, mentre sondaggi affidabili (come possono essere gli strumenti della statistica applicati all’animale-uomo) ci dicono che oltre il 30% degli elettori non parteciperà al voto, prossimo o no.

Dramma, scompiglio, disperazione? No. In realtà si sta diffondendo l’idea che questo governo stia facendo il proprio lavoro, senza urla, strepiti, con ministri che nemmeno sappiamo chi siano (e poco ce ne importa). Molti si augurano che continui a lungo, anche nel 2013.

Del resto questo governo fa venire in mente una pausa in una rissa da bar, i contendenti sono usciti a picchiarsi fuori, fra poco torneranno. Intanto si rassetta l’ambiente, si raddrizzano i quadri, si spazzano i cocci. Ma poi torneranno i soliti. Ma davvero li (ri)vogliamo i soliti?

Davvero (ri)vogliamo la destra puttaniera e la lega del cerchio magico? O vogliamo arrovellarci su come fare un patto che duri almeno 45 secondi fra Bersani-Vendola e Di Pietro? Tremando perché da 3 giorni D’Alema non dice nulla o, purtroppo, perché la Melandri si fa intervistare-come ieri-dal Corriere? O scoprire che il cassiere di un partito (mica di destra, eh?) si è intascato 13 milioni di euro?

Da amici e lettori ho ricevuto frecciate sul mio ultramontismo. No problem: si nasce incendiari e si muore pompieri, è noto. In realtà la mia adesione-che confermo-nasce da due banali constatazioni: a. Non c’erano alternative (salvo pensare, come fa qualche bello spirito da affidare ad un TSO, che l’Italia dovesse andare in default); b. Questo è il meglio che l’Italia può esprimere soprattutto verso l’Europa.

Nessun governo mi rappresenterà mai al 100%, anche il Prodi 1 (probabilmente il miglior governo del dopoguerra) aveva dei limiti, quindi non mi aspetto la Befana, tanto più da un governo che deve, comunque, trovare l’approvazione di quel verminaio che è il nostro Parlamento. Ma è un governo che affronta i problemi e si muove, in un contesto ghiacciato come l’Italia di questi giorni, dove nulla sembra possibile cambiare. Persino per fare il pane la domenica ci vuole un decreto, o per liberalizzare l’orario dei negozi! Figuriamoci toccare le banche, gli ordini professionali et similia.

Ieri le Province hanno alzato le barricate: noi? Prima gli altri! E tutti i partiti uniti in un abbraccio fraterno a ripeterlo in coro. E noi (ri)vogliamo questi?

Non so, se come illustri pensatori hanno segnalato, ci si stia incamminando verso una forma di autoritarismo soft, una democrazia controllata. So però che è sempre stata la corruzione, l’incapacità delle classi dirigenti ad aprire la strada a forme politiche che hanno limitato (più o meno) la democrazia. Il rischio non è il “governo dei loden”, è il populismo , di chi spaccia la partecipazione, magari sul web, come nuova democrazia. Di chi semplifica i problemi o, peggio, addita nuovi capri espiatori, nuovi e vecchi nemici.

Intanto io mi godo questa pace, scende la neve, copre tutto ed è molto meglio così.

 

 

Feb 1, 2012 - Senza categoria    4 Comments

L’addio Usa agli F-35 e l’impatto in Italia (F.Lo Sardo)

L’austerity militare di Washington potrebbe rilanciare l’industria europea

cover-f-35_in_the_clouds_1920x10802.jpgIl Pentagono di Leon Panetta come il settimo cavalleggeri. Nelle stesse ore in cui in Italia si estendeva il fronte dei contrari tout court all’acquisto (18,1 miliardi di euro entro il 2018) o di una drastica riduzione dell’ordine all’americana Lockheed per i 131 cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter, con grande imbarazzo dei vertici della nostra difesa e del ministro Di Paola, a sorpresa arrivano gli Usa a togliere le castagne dal fuoco agli italiani. Il New York Times di ieri, riferendo indiscrezioni sui prossimi necessari tagli alla difesa americana in tempi di crisi e austerità economica, indica proprio il progetto degli F-35 come il potenziale primo obiettivo delle forbici del segretario alla difesa Panetta.
Non soltanto ci saranno riduzioni al mega-budget di 400 miliardi di dollari per l’acquisto dei previsti 2500 Jsf, ma il Pentagono si sta interrogando sulla stessa natura strategica (oltre che sulle numerose criticità funzionali evidenziate da un monumentale rapporto datato 29 novembre 2011) del velivolo studiato per poter eludere le difese radar in lunghissimi attraversamenti di spazi aerei “nemici” difesi da apparati tecnologicamente molto avanzati.
Se si pensa a una potenziale minaccia russa, con le basi Nato ormai collocate ai confini dell’Ucraina, l’F-35 si presenta in altre parole come una macchina inutilmente troppo potente: a meno di immaginare rischi di conflitti con la Cina.
L’effetto dei possibili tagli da parte del Pentagono sarà un duro, forse letale colpo per la Lockheed i cui prototipi di F-35 stanno fornendo prestazioni tutt’altro che brillanti. La produzione dell’F-35 a decollo verticale è stata interrotta, la versione dell’F-35 a decollo breve e atterraggio verticale per portaerei con ponti ridotti testata a fine ottobre ha evidenziato numerosissimi problemi tecnici.
Conclusione del rapporto del Pentagono: l’analisi combinata di tutti i fattori critici dell’F-35 ne «suggerisce una seria riconsiderazione della fornitura e della produzione». Amen.
Quale sarà l’impatto della decisione americana sul caso F-35 in Italia? L’ulteriore rallentamento, se non la morte per asfissia economica del progetto nato nel lontano 1996 e che procede con molte difficoltà, sembra cadere, in tempi di tagli e austerità anche per la nostra difesa, come pietra tombale sulla vexata quaestio dell’acquisto italiano. La conseguenza per la Marina militare (informalmente si ipotizzava l’acquisto di 20-22 Jsf per l’imbarco sulla nuova portaerei Cavour) è il possibile declassamento, per l’impossibilità di sostituire i vecchi Harrier, del gioiello della nostra marina a portaelicotteri e mezzi da sbarco. Per l’aeronautica militare, che avrebbe dovuto acquistarne 110, un ulteriore ritardo della produzione degli F-35 base potrebbe imporre una svolta. La rinuncia al progetto Jsf che non comporta penali (si perderebbero gli 1,5 miliardi già spesi per le prime fasi ideative, mentre il sito-officina da 450 milioni creato a Cameri per l’allestimento dei set alari può essere riconvertito) riapre la questione di un possibile rilancio di un progetto europeo di riconfigurazione degli attuali Eurofighter Typhoon– produzione cui Alenia partecipa al 34% – verso la quinta generazione. La forza aerea italiana da caccia e bombardamento conta oggi su 14 F-16, 75 Typhoon, 43 Amx, 76 Tornado: un parco in via di graduale pensionamento.
typhoon_06.jpgSe si abbandona il Jsf, gli unici rimpiazzi previsti per l’arma azzurra restano i 21 Typhoon già commissionati. Come fare, a quel punto, per il rinnovo del grosso della nostra forza aerea? Forse non è troppo tardi per un’iniziativa europea. Alla cui industria il flop del Jsf, in altre parole, può aprire grandi spazi e offrire enormi opportunità. Sempre che le politiche nazionali e quella europea battano un colpo.
 
Gen 19, 2012 - Senza categoria    No Comments

Capitani coraggiosi di oggi e di ieri

naufragio.jpgCapitani coraggiosi di oggi e ieri. In tempi andati, più romantici e crudeli, il comandante fellone sarebbe stato appeso all’albero di maestra della nave ammiraglia con la flotta schierata a parata. Sepolto con infamia, senza insegne, in mare.

Oggi basta una raffica di twitter e un paio di blog..

Osservazioni lombrosiane a parte (rayban incollato, ricciolo unto, italiano approssimativo), il comandante Schettino sembrava più un figurante dimenticato a bordo dalla troupe di Vanzina che l’eroico discendente di una schiatta di navigatori (di poeti e santi parleremo un’altra volta). Eppure Schettino ci appartiene, è l’epigone (sgangherato e patetico) di una storia lunga e poco nobile del nostro paese, fatta di comandanti vili e felloni che mollano la truppa per salvare la chiappa.

Rinfreschiamoci la memoria: 9 settembre 1943, sua maestà Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d’Italia e Albania, Imperatore etc…, prende armi e bagagli e fugge da Roma con la corte e l’argenteria. Roma era ben difendibile, avevamo una netta superiorità in termini di truppe e mezzi. Niente, tutti in auto e via nella notte. Direzione Pescara. Al porto attende la corvetta Baionetta per portare “Sciaboletta” e i suoi a Brindisi, al sicuro dagli alleati (nuovi, nuovi).

A parti invertite rispetto a oggi si verificò non la fuga ma l’arrembaggio alla nave. Generali, marescialli, colonnelli, attendenti, conti, baronesse, palafrenieri, ognuno a tentare di salire sulla nave, ognuno a spingere e urlare il più classico “lei non sa chi sono io!”. La scena superò talmente i limiti non solo della decenza ma dell’ordine pubblico stesso, che gli allibiti carabinieri di servizio dovettero intervenire per sedare la poco gloriosa rissa. La corvetta stracarica partì (purtroppo il mare era calmo ed il naufragio fu evitato) lasciando sul molo inviperiti generali con le decorazioni sbilenche, contessine con le trine scompigliate e carabinieri che a stento trattenevano le risa per quello che avevano visto.

Il Re aveva abbandonato non la nave ma un paese intero. Non ci fu nessuno quella notte a gridargli “Torni a Roma e faccia finta di essere un uomo!”. Il figliolino Umberto provò a pigolare qualcosa ma si arrese subito eroicamente davanti all’ordine del padre (non era il capo delle forze armate?) e si accodò all’eroico drappello verso Pescara.

Quasi un milione di militari furono lasciati al loro destino, in Croazia, Slovenia, Francia, Grecia, Italia, Albania etc…: I più fortunati arrivarono a casa, per gli altri una fucilata o il destino di IMI in Germania.

“Torni a Roma e faccia finta di essere un uomo (e un Re)!” Povero Vittorio, nessuno glielo gridò, magari avrebbe avuto un sussulto di dignità e di vergogna (non poteva sapere che suo pronipote avrebbe fatto il ballerino scemo in tv..). Ma la cosa più incredibile per chi abita oltre Chiasso è che solo tre anni dopo, quando si trattò di votare per la scelta istituzionale, al Referendum del 2 giugno, la monarchia perse di poco in sede nazionale e trionfò nel sud. Tutto dimenticato. Viva o’re! Non stupiamoci se fra un paio d’anni troveremo Schettino all'”Isola dei Famosi”, in fondo non è un uomo di mare?

E’ questa l’Italia, tutta insieme, l’Italia di chi, comandante, fugge e fa ammazzare gli altri, e poi magari cerca anche scuse (quella di “sciaboletta” fu di aver dovuto “salvare la continuità dinastica”, quella di Schettino cosa sarà? Uno scoglio nuotava in direzione contraria?) e l’Italia di chi rimane al suo posto, fa quello che semplicemente deve fare. Anche il 9 settembre fu così, fuggito il Re moltissimi lo seguirono abbandonando tutto, altri rimasero al loro posto, combattendo ove possibile (Cefalonia, Lero..) o semplicemente seguendo il destino dei propri sottoposti verso la prigionia.

Non ci sono eroi, ci siamo serviti del povero Salvo D’Acquisto per far dimenticare i suoi generali in fuga, anche il cap. De Falco non era forse al corrente degli “inchini” divenuti ormai abituali? Ma nel momento del crollo ha fatto il suo lavoro, non ha fatto finta. Semplice dovere. Ci sono queste due Italie, una migliore e una peggiore, una che fa il suo dovere e l’altra che al massimo lo fa se conviene, se non costa fatica, pronta al primo squillo d’allarme alla fuga, al tradimento, al silenzio. Sempre pronta a correre in soccorso del vincitore. L’Italia ben raffigurata da quella maschera che non ho mai tollerato che si chiamava Alberto Sordi. Ognuno valuti quale delle due è dominante, a seconda del periodo storico, delle congiunture, ricordando sempre, come diceva il poeta: “La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, ma neppure assolto o definitivamente buono.

Gen 16, 2012 - Senza categoria    No Comments

Patria? Repubblica, semmai (Massimo Raffaeli)

e_nata_la_repubblica_italiana.jpgNon credo di avere mai pronunciato la parola “Patria” se non distanziandola ironicamente e cioè utilizzandola in un senso decisamente critico e talora persino revulsivo, lo ammetto. È vero che essa compare all’inizio della Marsigliese, il solo inno nazionale che tuttora riesca a emozionarmi, ma la “Patrie” del primo verso scritto da Rouget de Lisle per l’Armata del Reno è qualcosa che non riesco ad associare al nazionalismo e cioè al sentimento di orgogliosa superiorità, di più o meno dissimulata primazia, insomma di nazione in armi che la stessa parola, se detta in italiano, evoca immediatamente.

La “Patria” da noi si riferisce non a una comunità civica ma etnica e già virtualmente belligerante, essendo un termine che il militarismo della prima guerra mondiale e il fascismo hanno reso infetto, inerte, mortuario. “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria”: il Carnefice e insieme Beccamorto del suo stesso paese che la pronunciò dal balcone di Palazzo Venezia il 10 giugno del 1940 non avrebbe potuto scegliere un’altra parola, dal suo punto di vista. Per parte mia, sono cresciuto in una famiglia di antifascisti, nessuno me ne ha mai vietato espressamente l’utilizzo ma fatto sta che in casa non l’ho mai sentita: crescendo, ho scoperto che si trattava di un tabù sia per la cultura dei Lumi sia per la tradizione marxista. Mio nonno Francesco, della classe 1898, un ciabattino giudeo con la terza elementare, mi raccontava sempre che a Trieste la mattina del 4 novembre entrando in un caffè dove si festeggiava la Vittoria non riuscì a trattenersi dal dire più o meno “… ma questi sono matti a venire in Italia…” Il fatto è che il nonno, un ragazzo di vent’anni, quella mattina aveva visto il pane bianco di farina per la prima volta in vita sua. Dunque che cos’era la Patria per lui? Il pane nero di vecce, la miseria. Lo stesso Primo Levi distingue cavillosamente fra troppe accezioni della parola “Patria” per poterla accettare d’acchito e infatti, sottotraccia, la respinge. È ovvio che chi prende le distanze dalla “Patria” non può che rigettare il ritorno (per cui oggi molti latrano, in Italia) alle Piccole Patrie pre-risorgimentali i cui segnacoli grotteschi, l’acqua del Po o il sangue di San Gennaro, rimandano direttamente alla metafisica del sangue e del suolo, insomma a una mistura postmoderna di xenofobia padana e sanfedismo meridionale. Patria? Non dovremmo mai dimenticare, specie festeggiando il centocinquantenario, che il nostro Risorgimento è stata la Resistenza: ora come allora, si dovrebbe dire solamente Repubblica.

http://www.doppiozero.com/dossier/disunita-italiana/patria-repubblica-semmai