Lug 31, 2014 - 500 parole, Storia    No Comments

Il vecchio pozzo

Lì, sotto i prunus rossi e gialli, c’è il vecchio pozzo. Una cosa senza pretese, un semplice tubo di cemento con qualche filo d’edera arrampicato. Allora un coperchio rotondo di assi di legno inchiodate, oggi un cappello pesante di metallo, di un verde un po’ stinto.

Nemmeno prima che arrivasse l’acquedotto da quel pozzo si attingeva acqua da bere, lo si usava per raccogliere l’acqua piovana che andava ad integrare quella di una piccola falda poco più a monte della casa. Non serviva per l’acqua ma più modestamente come elementare frigorifero. Il padre d’estate teneva in fresco la sua birra, che faceva arrivare chissà da dove, chiusa in bottiglie con quella cosa a scatto basculante che chiamavano “macchinetta”. La birra e qualche panetto di burro, prodotto a pochi metri da lì, nel caseificio di famiglia.

Fine estate 1944, l’Appennino brucia ancora sotto i colpi dell’Operazione Wallenstein, case bruciate, stalle svuotate, bestiame razziato. I figli più grandi, allora ragazzi poco più che ventenni, erano andati fino a Bibbiano, dove nel campo sportivo, trasformato in lager di passaggio, era stato rinchiuso anche lo zio, don Bonini, il parroco di S.Andrea del Castello di Carpineti che aveva visto la sua chiesa colpita dalle cannonate tedesche sparate da Pantano, dall’altra parte della vallata. Era andata distrutta anche la sua canonica e con essa non solo quei bei mobili antichi, lascito di fedeli devoti, ma soprattutto tutti i suoi risparmi, quel sacchetto di “marenghini” d’oro che aveva accantonato per i suoi poveri, una volta che, ormai vecchio com’era, se ne fosse andato. Erano andati a riprenderlo, lui che aveva voluto seguire a piedi nel caldo e nella polvere i suoi contadini catturati, e lo avevano riportato a casa, per consentirgli almeno da lì a poco di arrivare a quella pace che la sua vita di povertà e dedizione gli aveva ben meritato.

La montagna saccheggiata, i partigiani sbandati, il borgo attraversato da soldataglia carica di bottino. In quella casa arrivarono verso l’imbrunire, una giornata calda. Chissà se davvero erano SS, in fondo bastava anche meno per morire in quelle giornate. Qualche parola smozzicata da un ufficiale che, cosa strana in quelle giornate, bussa prima di entrare. Sudato, i capelli biondi rasati corti e un ciuffo. Si siede a tavola e chiede “aqua..”, altri due si fermano sulla porta, un mitra a tracolla, l’elmetto legato al fianco.

Silenzio in casa, le donne si stringono verso il camino, i figli sono nascosti in solaio. Classe 1915 e 1918. Renitenti. Roba da finire contro il muro, quello mezzo intonacato, lì nella piazzetta vicina al voltone.

Il padre fa un cenno, abbozza un saluto all’ufficiale, poi rivolto alla figlia: “Paolina, vai a prendere la birra..”. La ragazza è giovane, ventun anni ancora da compiere, alta, i capelli ondulati. Si muove, fa qualche passo, poi si ferma: sulla porta i due, quasi appoggiati agli stipiti. Sorridono, una parola, due, fra loro, poi si scostano lo spazio appena per farla passare, per sentire da vicino il profumo di quella ragazza. Paolina esce e corre al pozzo, scosta le assi, le bottiglie sono dentro un secchio di lamiera tenuto da un mattone legato alla corda, come contrappeso. Prende le bottiglie ma c’è un altro secchio. Non quello solito del burro, è più in basso. C’è qualcosa di lungo avvolto in tela da sacco, umida. La scosta appena. Sono due canne di fucile, lucide, scure. Due piccoli occhi che la guardano. Per un attimo non respira. Poi, quasi per automatismo, lascia ricadere il coperchio di legno.

Trovare birra in una casa di italiani, gente infida. Chissà cosa avrà pensato quell’ufficiale, ma in guerra tutto può succedere e chiama gli altri due e riempiono i bicchieri. La madre, intanto ha preso del pane dalla madia. Pane e birra, e lo mangiano di gusto e annuiscono con qualcosa sul viso che assomiglia a un sorriso. Il soldato raccoglie anche le briciole e si prendono le due bottiglie vuote. Possono sempre servire con quella chiusura ermetica.

Anche il capo s’è alzato, si riaggiusta il ciuffo e bofonchia qualcosa che sembra un ” ‘giorno”. Sono usciti da qualche minuto prima che qualcuno in casa riesca ad aprire bocca. Passa mezz’ora buona prima che scendano i figli dal solaio. Paolina è ancora nell’angolo dove era tornata, la sorella le stringe un braccio e piange in silenzio.

La madre si muove verso il tavolo, raccoglie i bicchieri e dice al padre che si è quasi accasciato su una sedia: ” Iusfin (Giuseppe), stasera farai a meno della birra..”.

Apr 24, 2014 - Senza categoria    No Comments

24 aprile

Un breve testo,  frutto di racconti e testimonianze su quel 24 aprile

Siamo arrivati correndo. Bill mi diceva: “stai giù”.

Qualche fucilata si sentiva ancora ma era più in là, verso il centro. Abbiamo girato dietro, da via Fabio Filzi, all’inizio tenevo il moschetto in mano ma facevo più fatica. Così me lo sono messo a tracolla, ma poi ho pensato che se dovevo sparare, il tempo di girarlo e sfilarlo magari ero morto. Così l’ho ripreso in mano ma non sapevo come tenerlo, era carico, e se mi partiva un colpo? Roba che Bill m’ammazzava lui prima che un fascista. Un fascista? Quelli sono già scappati domenica sera, come topi dalla nave che affonda. Li abbiamo visti, con le biciclette e i carretti lungo la via Emilia verso la Pieve. Che voglia di dargli una bella raffica, ma come si faceva, noi della squadra in Gardenia di armi ne abbiamo poche, i caricatori contati.

Nessuno spreco, ha detto Bedo, “verrà il momento di fare i conti”.

Adesso siamo piegati tutti e quattro, ognuno dietro un albero ai giardinetti. Di fronte, in mezzo, il distributore di benzina di Porta S.Stefano.

Siamo nascosti da dieci minuti. Sono sudato e ho fame, è quasi l’una. Per forza.

Di colpo sentiamo una specie di tuono, lontano ma non troppo. Sembrano canonate. E se i tedeschi si fermano e piazzano quelle bestie che abbiamo visto passare la settimana scorsa? E’ merda. Sparano delle pigne da quasi dieci centimetri, roba che ci passano due case come fosse burro.

No, noi qui stiamo fermi.

Oggi è martedì, giorno di mercato, ma nessuno ci è venuto a Reggio a fare affari. Piazza grande sarà vuota, mi piacerebbe arrivarci e vedere. Ma Bill ha detto di stare fermi, fra un po’ arriveranno anche gli altri, stanno distribuendo le armi. Potevano darmi un caricatore in più, però. Ne ho solo tre. Uno l’ho caricato e due in tasca.

Per fortuna li ho messi in quella buona, mica quella bucata che mia madre non ha fatto in tempo a cucirmi stamattina presto. “Aspetta, te la sistemo..”, mi ha detto. Figurati, aspetto che mi rammendi il buco proprio stamattina. Il 24 aprile. È due giorni che aspettiamo, forse è il giorno buono e io sto lì con mia madre con ago e filo!

Due caricatori e basta. E niente da mangiare. Dio bono, altro che cucirmi la tasca! Poteva darmi del pane e una mela, no?

Il tuono ora è meno lontano, tum tum, provo a contare, passano circa tre o quattro secondi fra un tum e l’altro. Speriamo siano gli americani che arrivano.

Questo però non è un tum. Questi sono passi, quasi cadenzati. No. Passi di marcia. Ci alziamo in piedi ancora dietro ai tronchi.

Sbircio un po’ ma non serve, Bill è più avanti.

Poi li vedo. Dio bono. Li vedo.

Uno, due, tre, quattro, sono cinque. Tedeschi. Senza elmetto, con quei berretti a visiera. L’ultimo è il più giovane, ha la giacca aperta e tiene il fucile a tracolla a rovescio, con la canna verso terra.

Sono all’altezza dell’ultima via di via Emilia. Marciano, cioè, camminano ancora un po’ in ordine, ma si vede che sono stanchi.

Guardo Bill. Guardo il mio fucile. Noi siamo quattro. Con tre fucili perché Cilloni ha solo una pistola. Dio bono. Loro sono cinque.

Quello che è in testa alla fila, si volta. Ci saranno quaranta metri. Non può non averci visti. Adesso si voltano anche gli altri. Non si fermano. Il primo ha detto qualcosa, è così vicino che vedo che parla.

Camminano e continuano a guardarci. Adesso sono esattamente di fronte a noi. Anche noi li guardiamo.

Non si fermano, ci guardano e camminano. Poi smettono di guardarci perché dovrebbero quasi voltarsi. Se ne vanno. Sono a cinquanta, sessanta metri, quasi al distributore in mezzo all’incrocio.

Adesso è facile, se Bill me lo dice punto il fucile e almeno l’ultimo, quello giovane, lo becco. Ma Bill non dice niente. Magari non gli piace sparare alle spalle.

Aspettiamo. Forse si nasconderanno dietro alle pompe di benzina e si metteranno a sparare.

Camminano. Se ne vanno.

Bill ci chiama e andiamo da lui. Ci guarda senza dire niente, poi con la testa fa un cenno verso via Emilia.

“Andiamo dentro, proviamo a entrare…”.

Ci muoviamo rasentando i muri, dopo aver passato via Monte Pasubio, Bill, che è davanti a me mi fa:

“Farsi ammazzare l’ultimo giorno..erano dei poveracci..”, quasi a giustificarsi.

Forse ha ragione e poi io, alla schiena, a quello là non avrei sparato.

C’è da liberare Reggio e ormai ci siamo.

Mar 16, 2014 - Senza categoria    No Comments

Questa è la storia di una strada e di una ragazza

Questo è il testo che è stato letto ieri nel corso della visita guidata sui luoghi della repressione fascista a Reggio Emilia, nel quadro del progetto “Oltre il settantesimo”.

Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.

La strada è una strada del centro, qui vicina. Ma poi ci arriveremo.

La ragazza nel 1945 aveva 21 anni, compiuti da poco, suo padre un artigiano, sua madre una casalinga, altri fratelli e sorelle. Il posto diciamo fra Cavriago e l’Enza.

21 anni, in quell’inverno finale della guerra, Anna era una staffetta partigiana, in bicicletta, a piedi, un biglietto, una frase, una borsa. Una consegna rapida e via, la paura in gola, sulle strade di campagna. La paura addosso ma anche il pensiero di lui, in montagna, il “moroso” come lo chiamava scherzando sua sorellina, quella piccola. Lui in montagna, a fare il partigiano. Perché era giusto, perché lui aveva coraggio.

 

Era una mattina di febbraio, in piedi alla fermata della corriera, d’improvviso una voce dietro: “lei è…?” e due mani forti a prenderla. Una macchina nera, quei due in borghese di fianco. Senza una parola. E lei senza chiedere perché.

Giusto il tempo di riconoscere Reggio, i viali, la porta verso Parma. La macchina si ferma, una villetta, un grande cedro davanti.

In piedi davanti a una scrivania, le “generalità”, i “documenti”. Adesso c’è anche gente in divisa, la camicia nera e gli stivali.

“Signorina…” la chiamano, “così giovane”, le dicono. “Non abbia paura, qualche domanda…”.

Cosa rispondere, se sai che hai ancora l’ultimo messaggio infilato in quella piega della giacca? Quasi un colpo di fortuna essere chiusa dentro un gabinetto, in piedi, incantucciata nell’angolo per lo sporco e  la puzza. Ma almeno il biglietto sparisce.

Non c’è più luce fuori quando la fortuna finisce.

La vengono a prendere e stavolta non la chiamano più “signorina”, e sorridono e la guardano in un altro modo mentre la portano giù per le scale, in cantina.

Non erano voci straniere, non erano nomi incomprensibili. Quando le hanno strappato i vestiti, quando l’hanno legata. Si chiamavano Manzini, Berti, Barozzi. Nomi delle nostre parti, gente di Reggio. Non erano stranieri quando hanno voluto divertirsi-come diceva il capo- e l’urlo nemmeno le usciva dalla gola, fra l’acqua versata e i colpi che le arrivavano addosso. Forse il tempo si ferma in certi momenti e basta cercare di non pensare. Poi quando tutto finisce il tempo riprende, normale, quasi a dire “si ricomincia a vivere”.

Tre giorni a Villa Cucchi, centro storico, Reggio Emilia, febbraio 1945. Poi la sensazione, inconsapevole che ti prende giorno per giorno, in carcere, che forse sei salva, che forse si sono scordati di te. Altre Anna, altri Giorgio, Marcello. Tu lasciata indietro, lì in un cella ai Servi. Centro storico, Reggio Emilia. Fino a un martedì pomeriggio di aprile, le porte si aprono e capisci che è finita.

 

Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.

La strada è una strada del centro, qui vicina. Adesso ci arriviamo.

Ogni martedì si viene a Reggio, c’è mercato, c’è da andare in giro a fare commissioni. In quell’ufficio Anna deve esserci alle nove, per evitare la coda. Scende dalla corriera alla Sarsa e la strada è facile. Ma non può farla.

Perché questa è anche la storia di una strada sbagliata, una strada dove Anna non può passare. Una volta l’ha fatto, la prima volta. Ora non può più. Perché in quella strada, in centro, qui vicino, c’è un negozio, una banale negozio per gli altri. Ma non per Anna. Una volta c’è passata e sulla soglia c’era lui, uno di quelli che s’erano “divertiti”, una, due, altre volte. L’ha guardata, ha sorriso, i baffetti sui denti guasti. L’ha guardata e le ha fatto quel gesto.

Per sette anni Anna non ha potuto fare quella strada, la strada sbagliata. Ha allungato il cammino, ha affrettato il passo per essere in quell’ufficio alle nove, per evitare la coda. Per sette anni è stata ancora prigioniera.

Poi un martedì mattina, lì vicino, su un muro ha visto quell’avviso funebre. Ha letto il nome, il cognome, “è serenamente spirato” c’era scritto.

Ora poteva passare in quella strada.

 

Anna mi ha raccontato la sua storia, un pomeriggio, alla fine mi ha detto:

“Sai qual’è stata la cosa peggiore?” E io ho pensato a Villa Cucchi, a quei denti guasti, agli stivali, a una ragazza di 21 anni legata a un tavolo.

“La cosa peggiore, per me, è stata che, quando ho letto quell’annuncio, non ho provato niente. Solo una gran voglia di piangere perché avevo avuto quasi un momento di felicità. Quella è stata la cosa peggiore”.

m.storchi©2009

 

 

Mar 11, 2014 - Senza categoria    No Comments

Luoghi dell’anima

Ci sono luoghi dell’anima, luoghi dove si torna sempre e non si vorrebbe mai lasciare, sono diversi nella vita, cambiano, mutano come noi. In cammino, affaticati giorno dopo giorno, tornare in quei luoghi, in quelle strade, ci da un poco di riposo. Poi si ritorna e allora come dice Montale “Un imprevisto è l’unica speranza”.

Berlino, 2014.

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Mar 3, 2014 - Senza categoria    No Comments

Storie d’Italia: pillole per non dimenticare (3). La “piemontesizzazione” dell’Italia

Vítor_Emanuel_II_Itália Vittorio Emanuele II a caccia

La Germania moderna nacque nel 1870 con gli Hohenzollern, la Prussia unificò il paese. A noi toccarono i Savoia.

Perché fu proprio il Piemonte a diventare il “motore” dell’Unità?

 Furono vari gli elementi che giocarono a suo favore: i suoi tradizionali rapporti politici con la Francia (in lotta per scalzare il dominio austriaco in Italia) e il riuscito inserimento nello scenario europeo con la guerra di Crimea; aver avviato una serie di riforme economiche moderne, di cui lo sviluppo della ferrovia era il segnale più forte. Gli altri Stati erano tutti, direttamente o meno, sotto il controllo politico e militare austriaco e l’Austria era stata l’artefice di quell’assetto geopolitico. Non dimentichiamo che il grande architetto dell’Europa dopo il congresso di Vienna del 1815, il principe di Metternich, considerava l’Italia una semplice «espressione geografica».

Lo Stato Piemontese, pur basandosi su un sistema politico censitario, era l’unico ad avere una Costituzione liberale effettivamente operante nonché un sistema parlamentare. Lo Statuto Albertino, concesso nel 1848, fu mantenuto in vigore anche dopo la sconfitta nella prima guerra d’indipendenza. L’unificazione nazionale permise di estendere le libertà costituzionali all’intero Paese. Vennero inoltre avviate importanti riforme riguardanti la sanità e l’istruzione e si mise in movimento quel lento processo di democratizzazione della vita politica che ebbe come passaggio cruciale (mai sfruttato completamente) la riforma delle amministrazioni locali.

Non si può ignorare inoltre che l’Italia rappresentava agli occhi delle grandi potenze europee una questione irrisolta e potenzialmente esplosiva (come lo è stata per tutto il Novecento e oltre la penisola balcanica): la creazione di uno Stato unitario fu a un certo punto caldeggiata a livello diplomatico per impedire esiti pericolosi (una situazione di guerra permanente oppure l’ingresso stabile della Penisola nell’orbita di una delle potenze europee concorrenti). Ciò permise al nostro Paese di raggiungere quella «massa critica» in grado di metterlo al riparo dagli appetiti dei nostri ingombranti vicini europei.

 Chi pagò il prezzo più alto dell’unificazione?

 Fu soprattutto il Sud che, paradossalmente, ne fu il “motore” decisivo: se l’impresa dei Mille fosse fallita (cosa che non sarebbe spiaciuta neppure a Cavour) non avremmo avuto un’Italia unita, ma un Piemonte allargato fino al Lazio. La crisi del Regno borbonico era invece arrivata a una fase così avanzata che “bastarono” quei Mille, velocemente accresciuti fino a diventare una moltitudine, a far crollare l’intera struttura statale. I nostalgici hanno parlato – e ridicolmente ancora oggi parlano – di complotti massonici, britannici e simili fesserie, in realtà l’intero Stato borbonico era ormai al collasso. Garibaldi riuscì a far deflagrare quella situazione.

Il Sud fu decisivo ma i Mille vennero dal Nord: erano volontari, molti erano i giovani della classe media (la fascia sociale più debole nella storia nazionale), oltre la metà era di estrazione borghese, il resto erano operai e artigiani delle città. Tre quarti erano lombardi (434 su 1089), poi veneti (151), liguri (160), emiliani e toscani (121), ma c’erano anche siciliani (42) e calabresi (21). Circa un centinaio dei volontari che partirono con Garibaldi erano artisti o scrittori 8.

Fu proprio il Sud a essere caricato del peso dell’Unità, sin dall’inizio, sia in termini di delusioni che di costi umani. Le masse rurali, i “cafoni” si erano uniti ai garibaldini nella speranza di avere finalmente la terra da coltivare, come promesso loro, ma con l’avvento del nuovo Stato italiano la situazione rimase invariata. Il tanto sognato cambiamento sociale rimase una speranza. Ne è un esempio  la famosa considerazione del principe di Salina nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». I vari Stati furono unificati con un procedimento sbrigativo: con i plebisciti, anziché con assemblee costituenti che costruissero ex novo il nuovo Stato, come chiedevano i democratici. L’Italia nacque “piemontesizzando” gli altri Stati, nessun spazio fu dato alle autonomie locali, al federalismo di Cattaneo che, non accettando la forma monarchica, se ne andò in esilio in Svizzera, dove rimase fino alla morte. Le élites temevano che un percorso troppo “democratico” avrebbe portato alla dissoluzione del nuovo Stato che stava nascendo con una carenza di legittimazione popolare o che, peggio, trovassero spazio le istanze più radicali dei garibaldini e dei mazziniani. Vittorio Emanuele non ebbe neppure l’avvedutezza e la sensibilità politica di cambiare nome all’atto di divenire re del nuovo Stato.

Feb 24, 2014 - Storia    No Comments

Storie d’Italia: pillole per non dimenticare (2). La nascita di una Nazione.

441px-Camillo_Benso_Cavour_di_Ciseri Camillo Benso Conte di Cavour (1810-1861)

Perché tanta fatica nel ricordare i centocinquant’anni dell’Unità?

L’Unità d’Italia fu un percorso accidentato e difficile, che raggiunse i propri obiettivi in tempi lunghi e differenziati e non solo grazie a una serie di vicende internazionali, ma anche in seguito a compromessi fra le diverse anime e forze che lo ispirarono, compromessi che alla fine fecero sì che ben pochi potessero rispecchiarsi nella nuova Italia con convinta soddisfazione.

L’Italia unita ebbe certamente molti padri, ma alla fine nacque orfana e con qualche nemico di troppo. Il Piemonte, convinto di raggiungere con una serie di annessioni una semplice espansione territoriale, si trovò a dover governare una nazione tanto, troppo eterogenea; i democratici alla Garibaldi e Mazzini si accontentarono, a malincuore, di un’unità al di sotto delle loro aspettative politiche e territoriali; il tutto in un Paese a maggioranza cattolica con la Chiesa come grande avversario di quel processo che si stava compiendo.

Che l’Unità nazionale sia stato un evento sottovalutato dagli stessi protagonisti lo conferma l’atteggiamento di Casa Savoia. Vittorio Emanuele II, divenuto re d’Italia, non sentì la necessità di marcare la svolta decisiva cambiando nome (diventando magari Vittorio Emanuele, re d’Italia), le legislature proseguirono la numerazione progressiva del Regno di Sardegna, una volta conquistata Roma non si pensò a costruire un Campidoglio, una sede per il parlamento del nuovo Stato, ripiegando  sull’infelice sede di Montecitorio. Lo stesso Savoia soggiornò solo per brevi periodi a Roma, risiedendo di mala voglia al Quirinale, un palazzo già appartenuto al papa. Conoscendo la sua passione per la caccia, si cercò di invogliarlo acquisendo la tenuta di Castelporziano, ma anche quello servì a poco. A parte il primo re d’Italia, che morì a Roma nel 1878, dei grandi protagonisti dell’unità nessuno morì nella “città eterna”: Cavour a Torino nel 1861, Mazzini a Pisa (da clandestino) nel 1872, Garibaldi a Caprera nel 1882. 

Perché non c’è una festa nazionale che ricordi l’Unità?

Nel 1861 si decise di festeggiare l’avvenuta unità non con una data propria, magari quella della dichiarazione d’unità (il 17 marzo), ma inglobandola nella festa dello Statuto, nata nel 1851 per ricordare la concessione dello Statuto Albertino. In quella ricorrenza si celebrò così anche l’Unità, posta significativamente in una data mobile, la prima domenica di giugno, per confonderla in qualche modo con una giornata già festiva, a evitare un’eccessiva partecipazione popolare che sarebbe potuta essere occasione di proclamazione delle diverse tendenze politiche e degli ideali che l’Unità aveva solo momentaneamente sopito. Dopo i grandi movimenti popolari del 1848-49 e del 1859-60, la folla nelle piazze faceva paura.

Altre nazioni hanno fatto scelte diverse: gli Usa, oltre al 4 luglio ricorrenza della Dichiarazione d’Indipendenza, nel 1868 decretarono il Memorial Day, per ricordare tutti soldati caduti nelle guerre, la Germania la giornata di Sedan (1871) e la Francia elevò il 14 luglio (presa della Bastiglia) al ruolo di festa nazionale nel 1880.

Mancava quella che Mazzini chiamava la «religione della Patria» e faticò a prendere l’avvio la costruzione di una simbologia nazionale. La figura dello stesso Mazzini ne è un esempio concreto: una statua in suo onore fu deliberata dal Parlamento solo nel 1890 e ci vollero altri cinquant’anni perché fosse realizzata.

Feb 21, 2014 - Storia    No Comments

Storie d’Italia: pillole per non dimenticare (1)

Inizio a pubblicare qualche “pillola” di storia patria, considerato come spesso accada di leggere notizie imprecise, luoghi comuni, banalità inutili. Le “pillole” sono tratte dal mio volume “Question Time. Cos’è l’Italia? Cento domande (e risposte) sulla storia d’Italia, Aliberti Editore 2011” (ormai felicemente esaurito).

ferdinando_iiFerdinando II di Borbone

È vero che il sud della penisola era al momento dell’Unità più sviluppato del nord ed è stato depredato dai conquistatori piemontesi?

Si tratta di una forzatura che si basa su una visione parziale della realtà economica del Regno delle Due Sicilie. Esistevano certamente manifatture di un certo livello, concentrate in poche zone e difese da una politica economica protezionista. Tuttavia la ricchezza di un paese non è data dalla ricchezza di una singola città o di una singola zona ma dal complesso della sua produzione e delle sue risorse.

In effetti Napoli era una capitale molto più grande e lussuosa di Torino ma era anche la capitale di uno Stato molto più grande del Piemonte sabaudo. Si trattava di uno Stato organizzato in maniera fortemente centralizzata e che tendeva a drenare risorse dall’intero territorio continentale per dirottarle alla capitale. Insomma il Regno delle Due Sicilie era certamente Napoli ed i suoi tanti e ricchi teatri e palazzi ma anche e soprattutto la Lucania, le zone interne dell’Abruzzo, le plaghe lunari e desolate della Calabria, le pianure malariche del Volturno etc.

La situazione dell’Istruzione, della Sanità, delle infrastrutture del Regno delle Due Sicilie era tale che, ancora oggi, alcune delle situazioni più svantaggiate non hanno trovato rimedio. A ciò va aggiunto che, al momento della Spedizione dei Mille, il Regno delle Due Sicilie viveva una gravissima crisi politica e istituzionale alimentata anche dall’indipendentismo siciliano. La crisi fu talmente repentina da sconvolgere gli stessi progetti politici di Cavour che non s’aspettava un crollo dell’intera struttura statale borbonica.

Possiamo dire che l’unificazione fu come un matrimonio, portò benefici (la gran parte) ma anche difficoltà e problemi. Resta comunque in fatto che in un’Europa già dominata dai grandi stati nazionali come Francia Germania e Gran Bretagna i sette piccoli stati italiani preunitari non avrebbero avuto avuto nessuna prospettiva futura se non quella di rimanere protettorati di qualche potenza più moderna e sviluppata. All’influenza austriaca si sarebbe sostituita quella francese (come forse Napoleone III aspirava) o quella inglese al sud, ma senza nessun peso sugli equilibri politici e l’economia continentale, moltiplicando ancora una volta il ritardo già storico nel percorso della modernità.

Ma il sud era davvero così arretrato?

Il ritardo non era solo del sud verso il nord ma anche, e soprattutto nei confronti dell’Europa. Se valutiamo lo sviluppo delle ferrovie, un parametro efficace visto che quantificava la capacità dell’industria pesante, al 1860 il Regno di Sardegna aveva attivato circa un migliaio di chilometri di linee ferroviarie, più di tutti gli altri stati italiani insieme, ma la produzione di ferro e ghisa italiana a quel momento era di sole 60.000 tonn.\anno contro gli oltre 3 milioni della Gran Bretagna, dove già alla metà dell’800 la metà della popolazione attiva era impiegata nell’industria.

Una crescita industriale italiana, possibile solo grazie all’unificazione, prese l’avvio solo a fine secolo con quasi un secolo di ritardo nei confronti dei paesi leader europei (Francia, Germania, Gran Bretagna) e con l’intervento, frequente, proprio di capitale straniero.

Gli stati italiani avevano sviluppato, in vari settori, un numero limitato di imprese che però per dimensioni non potevano competere in alcun modo con quelle francesi o tedesche. Erano imprese protette dai dazi dei singoli stati, il loro mercato era limitato. Avevano buone potenzialità che, quasi sempre, l’unità, per come venne condotta, non valorizzò, anzi  portò al fallimento. Così nel Regno delle Due Sicilie, il primo a costruire una ferrovia (la Napoli-Portici nel 1839) o a istituire un servizio di illuminazione pubblica a gas, era stata aperta una fabbrica metalmeccanica a Pietrarsa con annessa scuola per ferrovieri. E da cantieri borbonici era uscita la prima nave a vapore in servizio nel Mediterraneo. Contemporaneamente però già dal 1816 era stata data in concessione alla Gran Bretagna lo sfruttamento delle miniere di zolfo che rappresentavano il 90% della produzione mondiale (e all’epoca lo zolfo era una risorsa strategica, vista il suo impiego nella produzione di polvere da sparo).

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