Feb 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

Come abbiamo fatto a sopravvivere? (P.Coehlo)

Pur non apprezzando granchè l’autore brasiliano riconosco che queste considerazioni su noi, bambini di qualche decennio fa, hanno una loro efficacia..

1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né
airbag…
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata
speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.,,
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di
piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei
medicinali, nei bagni, alle porte.
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla
bottiglia dell’acqua minerale…
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che
avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non
avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il
problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima
del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva
rintracciarci. Impensabile….

9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il
pranzo con tutta la famiglia (si, anche con il papà).
10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di
nessuno, se non di noi stessi.
11.- Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12.- Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia
e nessuno moriva per questo.
13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi ,
televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby
surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet
… Avevamo invece tanti AMICI.
14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa
dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza
bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15.- Si! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto?
Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano
delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti
per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17.- Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità … e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?

E a crescere e diventare grandi?

(Paulo Coelho)

Feb 14, 2014 - Senza categoria    No Comments

Un paese conservatore che, pur di non spostarsi vota i Berlusconi e i Grillo

Curzio Maltese (Venerdì Repubblica, 7 febbraio 2014)

Nelle celebrazioni dei vent’anni dall discesa in campo si è tralasciato un po’ ovunque, non solo nella stampa servile, un aspetto centrale. L’Italia è un paese di destra. La grande intuizione politica, ma in realtà commerciale di Berlusconi è stata questa: colmare il vuoto a destra creato dalle conseguenze di Tangentopoli. Con tutto quel che si è detto in questi anni sul genio comunicativo del Cavaliere, il potere delle sue televisioni, la sua astuzia di venditore, la verità banale è che se un altro avesse avuto la stessa intuizione probabilmente ce lo saremmo beccato comunque per un ventennio e oltre.

Del resto, prima della nascita di Forza Italia, la Lega aveva superato il 40 per cento a Milano e in Lombardia e i post fascisti avevano sfondato in molte aree del Centro e del Sud. In Italia il rapporto tra conservatori e progressisti è fermo da sessant’anni in una proporzione 60 a 40. Con la sola eccezione dei referendum radicali degli anni settanta, nel periodo di massimo spostamento a sinistra dell’opinione pubblica, le conquista progressiste nel Paese sono sempre state imposte da minoranze alla maggioranza conservatrice. La Costituzione è figlia di una classe dirigente antifascista, le riforme degli anni sessanta varate dai governi di centrosinistra erano invise all’elettorato democristiano, in larga parte assai più reazionario dei propri dirigenti.

Strano dunque non è che Berlusconi abbia vinto tre volte le elezioni, ma che sia riuscito a perderne due contro i progressisti, sia pure guidati da un ex democristiano e per fattori sfortunati. Fra il 2008 e il 2013 ha perso dieci milioni di voti e questo basterebbe per decretare la fine politica di un leader. Non fosse che la grande astuzia del Cavaliere è sempre stata quella di crearsi molti alibi e delle finte alternative in casa. Ieri Fini o Alfano, domani Toti o magari la figlia Marina. Creando in questo modo il falso mito della propria insostituibilità.

In realtà se domani nascesse a destra un leader più consistente e credibile, vincerebbe a mani basse. Due terzi dei voti di Grillo sono in realtà voti strappati al qualunquismo di destra e ha ragione Casaleggio a preoccuparsi per il voto dei militanti contro il reato di immigrazione clandestina. La cagnara dei deputati grillini in Parlamento è a distrarre l’attenzione degli elettori anti-immigrati, la schiacciante maggioranza dei 5S.

Questo siamo, un paese di conservatori ad ogni costo, perfino al costo di doversi sorbire un clown al governo per un ventennio.

Per dirla con Crainz: “La destra in Italia è il problema ma (questa) sinistra non è la soluzione”…

 

 

Feb 12, 2014 - Storia    No Comments

E online tutti diventano storici

Vincenzo Grienti (Avvenire, 19.12.2013

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Nell’era digitale fatta di computer senza fili, tablet e smartphone intelligenti il binomio storia e web potrebbe sembrare anacronistico. Basta invece andare sui principali motori di ricerca e su centinaia di siti per capire che non è così. Il primo viaggio di Cristoforo Colombo alla scoperta dell’America del 1492, la Rivoluzione francese del 1789, la Rivoluzione industriale in Inghilterra così come l’epopea di Napoleone, l’Unità d’Italia e i due conflitti mondiali possono essere riletti, approfonditi e condivisi grazie ai nuovi strumenti del web 2.0 e ai social network.

Dall’enciclopedia online Wikipedia, che ha fatto della partecipazione collaborativa la sua bandiera, ai siti come cronologia.leonardo.it/storia, Dizionario di storia moderna e contemporanea (www.pbmstoria.it), Ars Bellica (www.arsbellica.it) alle centinaia di riviste specializzate pubblicate solo in Rete c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Su YouTube, la principale piattaforma di video sharing, è possibile inoltre visualizzare migliaia di clip, film, documentari in bianco e nero caricati da singoli utenti o da centri studi, enti, istituzioni, testate giornalistiche impegnate nella divulgazione storica. In Italia un’esperienza originale è quella dell’Istituto Luce Cinecittà (www.youtube.com/cinecittaluce) che ha stretto un accordo con Google per rendere accessibile e condivisibile l’immenso patrimonio audiovisivo mentre su www.archivioluce.it viene offerta la possibilità di consultare 200mila schede catalografiche, 4mila ore di filmati, 400mila fotografie, in libera consultazione. Una risorsa indispensabile per studiosi e cultori di storia sono poi gli archivi digitali e le riviste online.

Ne è un esempio il The National Security Archive della George Washington University fondato nel 1985 che, oltre ad essere centro di giornalismo investigativo e istituto di ricerca sulle questioni internazionali, raccoglie e pubblica documenti declassificati degli Stati Uniti. Digitando www2.gwu.edu/~nsarchiv è possibile entrare in una tra le più grandi e aggiornate collezioni non governative del mondo.

È del 4 dicembre la più recente pubblicazione della Relazione sugli archivi di polizia guatemaltechi disponibili in inglese. Scribd.com, invece, è un servizio per la condivisione di documenti e libri in vari formati (Pdf, word, txt). Basta registrarsi e accedere al suo patrimonio digitale scaricabile che mensilmente fa incontrare oltre 50 milioni di utenti per più di 50mila tra libri, relazioni, saggi di storia, articoli, sintesi storiche. Frequentato dal mondo accademico è Academia.edu, dove è possibile trovare pubblicazioni scientifiche. Lanciato nel settembre 2008, conta più di un milione di utenti registrati.

In Italia, tra le poche realtà non governative o statali a rendere disponibili libri, saggi di storia e redirect ad altre biblioteche digitalizzate è la Sism, la Società italiana di storia militare: «Tra i nostri fini statutari – dice il presidente, Virgilio Ilari – c’è quello di promuovere lo studio della storia militare e offrire ai propri soci la pubblicazione gratuita online, sia sul nostro sito sia nei siti open come Scribd, Archive, Academia di articoli e libri approvati da specialisti della materia trattata».

Su www.societaitalianadistoriamilitare.it sono anche scaricabili gratuitamente saggi, relazioni e numerosi volumi di non facile reperimento, perfino risalenti al Cinquecento. Sul fronte universitario meno di un anno fa è nata la rivista Polo Sud di recente è nato un semestrale online redatto da storici del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania «con l’intenzione di fare incontrare la grande storia con quella locale per cogliere meglio la complessità dei processi storici». spiega Giancarlo Poidomani, docente di storia contemporanea presso l’ateneo catanese. Diretta da Rosario Mangiameli, la rivista può essere sfogliata su www.editpres.it/cms/book/polo-sud-1.
Un’iniziativa nata attorno a uno dei molti periodici di storia specializzati è quella di Storia Doc (www.storiadoc.com), il primo sito italiano dedicato esclusivamente ai documentari di storia. «In streaming sono disponibili biografie, retroscena della storia dell’arte, enigmi storici e processi controversi», sottolinea Fabio Andriola, direttore del mensile Storia in Rete (www.storiainrete.com).

Sulla stessa scia ma con obiettivi più divulgativi è la rivista online InStoria(www.instoria.it), «un progetto editoriale nato per offrire ai suoi lettori alcuni approfondimenti su rilevanti tematiche del nostro presente e del nostro passato», spiega il direttore Matteo Liberti. Storia in Network (www.storiain.net) ha appena rinnovato il proprio sito. Si tratta di un mensile diretto da Alessandro Frigerio giunto al suo 203° numero e rivolto a studenti e appassionati del Novecento e dei secoli passati. Su Facebook e Twitter digitando la parola “storia” nella sezione “cerca” il risultato sono centinaia di pagine fan e microblog di mensili, riviste, canali e trasmissioni televisive e radiofoniche.
È il caso di RaiStoria e History Channel oppure di programmi come La Storia siamo noi della Rai o Quando l’Italia e I militi ignoti della fede di Tv2000.

 

Vincenzo Grienti
Feb 12, 2014 - Storia    No Comments

Operazione deresponsabilizzazione. A proposito della miniserie “Generation War”

Venerdì 7 e sabato 8 è andata in onda su Rai Tre la miniserie intitolata Generation War sulla Germania nazista.

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di pubblicato sabato, 8 febbraio 2014 ·

Quando nel 2010 si è aperta a Berlino la mostra su Hitler e i tedeschi (HitlerunddieDeutschen) sono andata a vederla: era la prima volta che in Germania si organizzava una cosa del genere. I giornali ne avevano parlato un sacco: “i tedeschi fanno i conti con il consenso”, avevano scritto, e io pensavo “alla buon’ora”. Avevo da poco scritto un documentario per Rai Tre sulla medicina nazista e mi aveva colpito notare come, a differenza dell’Italia, gli archivi audiovisivi tedeschi fossero male organizzati, sintomo anch’esso, pensavo, di una rimozione collettiva oscurata, nella consapevolezza pubblica, da decine di serie Tv autoprodotte sul Terzo Reich. Non mi aspettavo dunque granché da questa mostra ma quello che ho trovato era davvero al di qua di ogni mia aspettativa: su Unter der Linden non c’erano indicazioni esterne, il viale delle parate di Hitler doveva rimanere spoglio di ogni simbolo nazista, seppure funzionale alla mostra, che era nascosta nel seminterrato del DeutschesHistorischesMuseum. Per trovarla bisognava davvero cercarla, non c’era la possibilità di entrare nel museo per un’altra cosa e dire “toh adesso me la guardo”. Solo chi sapeva, chi aveva letto i giornali, poteva decidere di andare a vederla. La mostra era povera, quaderni, lettere, che denunciavano l’amore dei tedeschi per Hitler: bella scoperta, e in più una premessa, Hitler era amato anche perché mentiva e i tedeschi non sapevano quello che faceva, soprattutto dopo l’inizio della guerra quando le peggiori atrocità si erano spostate sul fronte orientale. Una mostra sul consenso con queste premesse, il consenso estorto con l’inganno, bel punto di arrivo dopo sessant’anni di pedagogia antinazista e ricerca storiografica, una mostra inutile dunque? Ripenso a questa domanda che mi ero fatta allora guardando le tre puntate di Generation War, in onda stasera su Rai Tre: miniserie tedesca prodotta da ZDF, diffusa in Germania nel marzo 2013 e negli Stati Uniti pochigiornifa.

Perché Generation war arriva alla stessa conclusione: Hitler ha tradito il popolo tedesco, che ha creduto in lui in buona fede; Unsere Mutter, unsere Vater, le nostre madri, i nostri padri richiamati dal titolo originale della miniserie, hanno avuto colpe, sembrano dirci gli autori, ma sono colpe che hanno espiato, e la vicenda dei cinque giovani protagonisti della serie è, in questo senso, paradigmatica.

La trama. Estate 1941. La Germania ha appena l’invaso l’Unione Sovietica, e cinque amici si incontrano per l’ultima volta in un locale di Berlino, sono Wilhelm (Volker Bruch) patriottico e convinto che la guerra finirà in un lampo; suo fratello Friedhelm (Tom Schilling), intellettuale e pacifista ma costretto a partire per il fronte. Charlotte (Miriam Stein) che non vede l’ora di raggiungere l’Unione Sovietica per prendere servizio come infermiera, rappresentando in questo suo slancio tutte le donne tedesche, come lei stessa dichiara; Greta (Katherina Schüttler) vuole diventare la nuova Marlene Dietrich, è innamorata di Viktor (Ludwig Trepte) ebreo, e per salvarlo diventerà l’amante di un nazista. Ma la storia ancora è agli inizi, e tutti sperano di ritrovarsi a Berlino per Natale. Non andrà così.

Wilhelm, Friedhelm e Charlotte sono la quintessenza di quello che per gli autori doveva essere la gioventù nazista: cresciuta a pane e Hitler eppure in grado di provare sentimenti, sono i padri e le madri richiamati nel titolo. Hanno un cuore al punto tale da avere nella loro cerchia ristrettissima un ebreo: Viktor Goldstein, figlio di un sarto reduce della prima mondiale, ancora convinto, nel 1941, che cucirsi la stella gialla sulla giacca sarà per gli ebrei un bene e non la fine.

I tre giovani “ariani” partono per il fronte, Greta e Viktor rimangono insieme a Berlino, ma per poco, la stretta antisemita si fa più feroce e Goldstein decide di fuggire negli Stati Uniti: per aiutarlo Greta diventa l’amante di un nazista che a sua volta le promette di farla diventare una cantante famosa. Ma le vite dei cinque amici continuano a incrociarsi per tutta la durata della guerra: si incontrano ogni tre per due, negli ospedali militari in Unione Sovietica, sui campi di battaglia, perfino nei boschi, come ha notato anche David Demby sul New Yorker “The Germans invaded the Soviet Union in June, 1941, with more than three million men, yet these five people keep bumping into one another on the Eastern Front as if they were crisscrossing a large fairground”. Comunque, malgrado questo ottimismo psicogeografico, niente andrà come da loro previsto o sperato, e le tre puntate (due nella versione distribuita negli Usa e in Italia) sono una lenta discesa agli inferi, da dove non c’è ritorno. Solo tre sopravviveranno, fantasmi, in una Germania distrutta, nella quale i nazisti si ricicleranno senza problemi anche grazie all’aiuto degli americani (non dimentichiamo questo punto).

Le reazioni. In Germania la serie è stata accolta con entusiasmo: i quotidiani sono tornati a discutere delle “persone normali” coinvolte, loro malgrado, nella guerra e nello sterminio degli ebrei. Il quotidiano DerSpiegel ha scritto che Unsere Mutter, unsere Vater è un punto di svolta nella rappresentazione audiovisiva della guerra poiché mostra senza alcuna reticenza scene di violenza tradizionalmente censurate dai media tedeschi: e in effetti la ferocia del conflitto sul fronte orientale è resa molto bene da un punto di vista televisivo, anche grazie al fatto che la fiction è costata 14 milioni di euro, ed è un esplicito omaggio a Spielberg e al suo Saving Private Ryan. La fattura è stata elogiata anche dalla stampa anglosassone, ma se gli inglesi sono stati per lo più entusiasti della miniserie, gli americani hanno espresso maggiori perplessità che si riassumono perfettamente nella frase di Adam Kirsch “The manipulation of sympathy, the defiance of historical realities, the insistence on showing the exception rather than the rule: these are practically requirements when it comes to making a middlebrow war movie. America has made plenty of them; but when the Germans do it, the rest of the world has a right to be concerned” (il resto dell’articolo qui). E qui sta il primo punto critico, percepito anche da molti osservatori sui social network, ovvero: possono i tedeschi romanzare il proprio passato, possono portare sullo schermo l’eccezione e non la regola? Sicuramente ci saranno stati uomini e donne simili a quelli raccontati nel film, ma narrare la loro storia insegna qualcosa, è giusto?.

LaurenceZuckerman, sul New York Times, ha scritto una lunga riflessione sulla serie tedesca GenerationWarShowsNaziMassKillersWithLoveinTheirHearts mettendo in rilievo come i personaggi protagonisti siano assolutamente poco realistici, mentre, afferma Zuckerman, ormai le ricerche hanno dimostrato che “Were there any good Germans during WWII? Over the past two decades, the odds have narrowed. “No serious scholar has attempted to argue that ordinary German men did not become mass killers,” Holocaust historian Christopher R. Browning wroterecently, “or that the Wehrmacht—the institution shaping the experience and behavior of by far the largest groups of Germans in World War II—was not heavily implicated in Nazi criminality.” Ma, aggiunge, a lui Generation war è piaciuta: “Which makes the following fact deeply uncomfortable: I enjoyed watching the series immensely. As entertainment, it is at turns enthralling, horrifying, and moving. The acting is first-rate, and the work has a very strong antiwar message. I even found myself tearing up at times”. In effetti ha ragione, anche se io non mi sono mai commossa.

Perché farla?. A questa domanda risponde la Suddeutsche Zeitung quando, all’uscita del film, nel marzo del 2013, scrive: “la fiction offre la prima e ultima possibilità per la generazione che ha oggi sui trent’anni di chiedere conto ai propri nonni delle proprie biografie reali, i loro compromessi immorali, le possibilità mancate di agire per il bene, insomma ogni singolo comportamente che, moltiplicato per milioni di persone, ha portato il paese alla catastrofe”. Il regista Philipp Kadelbach, e lo sceneggiatore, Stefan Kolditz, hanno dichiarato che loro intenzione era quella di stimolare un dibattito fra generazioni e infatti dopo la messa in onda i talk show sono stati popolati per giorni da vecchissimi sopravvissuti che hanno condiviso le loro memorie personali. Un fenomeno, questo, che l’Italia ha conosciuto nel 1994, con la messa in onda della controversa serie Combat Film: allora come oggi dare la voce a chi aveva aderito al totalitarismo suscita indignazione da un lato, pone nuovi problemi rispetto al ruolo giocato dai media nella costruzione di un senso del passato che risponde più alle esigenze del presente che non a quelle della ricerca storica, per cui in Generation war, come in Combat film, si sdogana in modo definitivo l’idea che i morti, alla fine, sono tutti uguali. Così, tornando alle intenzioni del regista e dello sceneggiatore, questo bisogno di domandare ai propri padri, ai propri nonni, è lo specchio entro il quale leggiamo oggi quel passato che non passa di cui in Germania si discute almeno dai tardi anni Settanta: e infatti era dai tempi di Holocaust e poi di Heimat che un prodotto per la Tv non suscitava un dibattito simile. E dunque come nel caso di Heimat e di ogni prodotto culturale, ci parla molto di più del tempo in cui viene prodotto che del periodo di cui parla: come ha scritto A. Scott su The New York Times: “As the Second World War slips from living memory, as Germany asserts its dominant role in Europe with increasing confidence, and as long-suppressed information emerges from the archives of former Eastern bloc countries, the war’s cultural significance for Germans has shifted” (qui)

Madri e padri. Eppure il cinema tedesco non è nuovo a questo tipo di analisi, e la “scoperta” del rapporto padri figli, la necessità di fare domande, l’urgenza di farle prima che tutta la generazione coinvolta nel nazismo scompaia per sempre, appare tristemente retorica e fuori tempo massimo se si pensa a episodi come il dialogo con la madre di Fassbinder in Germania in autunno (Deutschland im Herbst 1978), o quella di Von Trotta in Anni di piombo (Die bleierne Zeit, 1981) per citare soltanto i più eclatanti. E’ stata Renate Siebert, fra gli altri, a tematizzare il rapporto fra generazioni da un punto di vista storiografico in un’ottica soggettiva. Nei suoi racconti autobiografici racconta delle sue esperienze di militanza e di studio all’Università di Francoforte, presso l’Istituto diretto da Adorno. “La tragicità della situazione che vivevano i ragazzi e gli adolescenti in Germania negli anni ’50 e ’60, a pochi anni dalla sconfitta del nazismo, quando non c’erano punti di riferimento tra gli adulti, non si parlava degli orrori del nazismo e dell’olocausto (ci si limitava a sussurrare: “noi non lo sapevamo”). Le violentissime discussioni con gli adulti, il vergognarsi di essere tedeschi”. Tutte questioni che dovrebbero essere dunque, ormai, superate, sia dal cinema che nel dibattito pubblico. Ma evidentemente non è così. Generation War fa tabula rasa di tutto questo lavoro critico e rovescia i termini della questione: la soggettività in crisi è quella dei padri, non dei figli per i quali “comprendere” ad ogni costo diventa un imperativo categorico. La pietà che si prova verso di loro dunque, finisce per essere (quasi) la stessa che si prova verso i cittadini ebrei dell’Unione Sovietica, se non maggiore: loro infatti, i cinque protagonisti, i padri, li conosciamo bene e pure se uno di loro è ebreo la sua guerra sembra una passeggiata in confronto a quella degli amici che combattono nella Wermacht. Prevale dunque un sentimento di cristiana pietà, un universale pacifismo, che nasconde ogni specifica responsabilità nella notte in cui tutte le vacche sono nere.
La fine. Sopravvivono in tre. Uno di loro riconosce in un ufficio alleato, nella Berlino occupata del 1945, un ex comandante nazista: lavora per gli Americani. Anche il futuro, dunque, è ipotecato. Forse il momento più sincero dell’intera narrazione, quello nel quale, al bisogno di comprendere i padri, subentra l’impossibilità di giustificarli. L’unico, ma anche solo per questo la fiction merita di essere guardata e discussa, perché nelle pieghe della burocrazia statale, in Germania come in Italia, rimangono nel dopoguerra le tracce più importanti dei regimi dittatoriali. Una storia ancora troppo poco raccontata, che Generation War ha il merito di ricordare.

in: http://www.minimaetmoralia.it/wp/operazione-deresponsabilizzazione-a-proposito-della-miniserie-generazion-war/

Feb 10, 2014 - Senza categoria    No Comments

Porta Castello, anni venti

Porta Castello

Porta Castello, anni venti. Foto aerea. A destra di Viale Umberto I è ancora visibile lo Stallo del Bagno, con la grande vasca semicircolare. La campagna arrivava ancora alle porte della città e sui viali di circonvallazione non erano ancora state costruite le villette di Viale Timavo. Campo Tocci era ancora un prato, residuo degli spazi erbosi fuori le mura. Visibili le due gabelle daziarie, abbattute negli anni sessanta. Via Mameli era solo uno stradello che partiva all’angolo di casa Largader (ancor oggi esistente). Sulla circonvallazione verso S.Pietro è ben visibile il superstite baluardo cinquecentesco.

 

Nov 4, 2013 - Senza categoria    1 Comment

La lampadina (breve apologo sul cambiamento)

La lampadina

 

Negozio, interno giorno.

Entra il cliente.

 

Cliente: “Buonasera, vorrei una lampadina, a basso consumo, 60 watt”.

Negoziante: “Perché?”.

lampadina accesa.jpgC.: “La lampadina s’è bruciata…”

N.: “Quale lampadina…”

C.: “La lampadina in sala..”

N.: “Ah,..”.

C.: “Da 60 watti non ce l’ha?”.

N.: “Per chi mi prende, lei offende la mia professionalità, certo che la lampadina ce l’ho..”.

C.: “E allora?”

N.: “Allora cosa?”

C: “La lampadina me la dà o no…”

N.: “Dipende…Lei perché vuole cambiare la lampadina?”

C.: “Perché l’altra è bruciata…”

N.: “E la vuole cambiare lei?”

C.: “Sì, certo…”.

N.: “Ah…allora lei ha qualcosa contro gli elettricisti…”.

C.: “Perché dovrei?”

N.: “Perché non chiama un elettricista?”

C.: “Per una lampadina?”

N.: “Vede? Lei non apprezza la professionalità dell’elettricista..”

C.: “Che c’entra? Per una lampadina..”

N. “Bravo, si incomincia così e poi si crea una crisi occupazionale…se nessuno chiama più gli elettricisti..già ci sono quelli polacchi…”.

C.:”Dovessi fare un impianto…ma per una lampadina…”

N.:”Tante lampadine in meno fanno una crisi…lei vuole la crisi?”

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Dicono tutti così..ha sentito il delegato sindacale…?”

C.: “Chi?”

N.: “Lei arreca danno all’occupazione, deve concordare un piano con il delegato sindacali, anzi i delegati…lei è credente?”

C.: “Cosa c’entra? Io volevo cambiare la lampadina…”

N.:”Dicono tutti così, e poi succede il casino, con questa mania di cambiare…Se lei è credente deve concordare il piano occupazionale prima col sindacato e poi con l’associazione degli elettricisti cattolici…”.

C.:”Elettricisti cattolici…ma che roba è…”.

N.: “Non faccia finta: ci sono i maestri cattolici, i farmacisti cattolici, ci sono anche gli elettricisti cattolici: se lei cambia la lampadina e quella si accende e consente di leggere magari stampa contraria alla morale, eh? O lei mi spegne una lampadina e nel seguente buio lei mi fornica, eh? Ci ha pensato?”.

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N: “E lei fa bene, figurarsi, ma prima di fare cambiamenti ci vuole prudenza, si deve predisporre un percorso, mica si può fare così, zac, svita e avvita…E poi da solo! La lampadina a quale quota è?”

C.: “Quota? Ma è in casa, in sala…”

N.: “Vede? Lei vuole fare cambiamenti ma lei mi approssima…la lampadina è nel portalampada, giusto? Allora è a soffitto, a livello tavolino, mensola, sono quote diverse…ci vuole precisione, altrimenti poi succedono i casini…”

C.: “Casini?”

N.: “Questione di quote, beata ingenuità, la quota incide sul rapporto con il sindacato…”

C.:”Sindacato? Un altro?”

N.: “Certo, il SiScaC (Sindacato scalisti Cobas). Finchè la quota è ad altezza d’uomo allora basta una comunicazione e via, ma se la quota del portalampada richiede l’uso della scala per lo svita/avvitamento ehh, allora, lei deve concordare con il SiScaC. Deve giustificare perché lei non si chiama un elettricista/scalista. Vuol provocare una crisi occupazionale? Di questi tempi? Concordi tutto con il SiscaC, o vuole trovarsi un picchetto sotto casa di famigliari di scalisti in cassa integrazione? Vuole che vadano a Roma a spaccare vetrine in segno di protesta?”

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Ho capito, sa? E le do ragione, ma i cambiamenti vanno fatti a ragion veduta, che una volta fatto il cambiamento cosa fa? Si pente e mi torna indietro? Diceva che voleva una lampadina da 60 watt a basso consumo, ma attacco piccolo o attacco grosso…?”

C.: “Attacco grosso…”

N.: “Ahi, ahi, come pensavo, allora deve fare la 57bis…”.

C.: “57bis?”

N.: “Esatto, ci vuole un professionista iscritto all’albo che certifichi che la filettatura è destrorsa-come da norma di legge- e che garantisca che la lampadina esausta verrà smaltita a norma di legge, secondo la normativa 342/29 del 1990…”

C.: “Cioè?”

N.: “Che lei butta la suddetta lampadina esausta nei contenitori dei rifiuti e dichiara di non farne altro uso improprio…”

C.: “Altro uso improprio? Una lampadina bruciata?”.

N.: “Caro lei, sapesse la gente cosa s’inventa…allora basta una 57bis e lei è a posto…”

C.: “Bene, ho annotato tutto, adesso la lampadina…?”.

N.: “Beh, a posto proprio…manca la liberatoria dell’Ausl, sulla tutela dall’infortunio domestico…metti che…”

C.: “Metto cosa???..”

N.: “Metti che lei svita/avvitando le venga una sindrome rotativa infiammatoria del polso, come la mettiamo? Lei poi mi va al pronto soccorso e mi ingolfa il triage, mi mette in crisi la reception? Si rende conto? Chi la sente poi la AsOPRo (Associazione ortopedici del polso rotativo)?

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Dicono tutti così, voglio cambiare, voglio riformare…eeehh, giusto! Ma ci vuole avvedutezza, lungimiranza, rispetto delle regole. Si deve cambiare, perbacco, siamo qui per questo, ma ci vuole attenzione, rispettare i diritti acquisiti, le professionalità, l’armonico svolgersi del flusso naturale delle cose…”.

C.: “Io volevo cambiare una lampadina…”

N.: “Senta, facciamo così, lei ha una faccia simpatica e si vede che è una brava persona…Adesso lei vada a casa, ci pensi su, la notte porta consiglio e poi domani, a mente fresca, ci rivediamo e magari costituiamo una commissione di 7 saggi, un bel tavolo di discussione per individuare il percorso che possa portare, nella generale soddisfazione, a programmare il cambiamento che lei tanto desidera…”

C.: “E se stasera, in sala, al buio non vedo il bordo del tappeto, inciampo sul tavolino, cado all’indietro e mi rompo la base cranica sul portombrelli di terracotta della zia Cesira?”

N.:” Eehh, vede che mi da ragione? I cambiamenti comportano rischi, bisogna essere attenti…a casa vada piano in giro, sia prudente, anzi, stia fermo in poltrona…ci vediamo domani, buonasera!”

C.: “Ma io volevo cambiare una lampadina…”

 

Set 26, 2013 - 500 parole    No Comments

Le ore della notte

Le ore della notte sono tutte diverse, si schierano in bell’ordine ad aspettarci e, di solito, non le degniamo di uno sguardo, tutti persi nel sonno che, dicono, sia indispensabile.

Invece le ore della notte sono tutte diverse, non solo minuto dopo minuto, ma anche stagione dopo stagione: le due di gennaio non sono quelle di aprile o di luglio quando nella campagna rimane solo qualche verso e gridio di animali sconosciuti. Le quattro di agosto con il cielo che inizia appena ad essere meno scuro, impercettibilmente, non sono quelle di febbraio, con il gelo che ferma tutto e le gocce d’acqua delle pozze bloccate nel lucido oscuro del ghiaccio nel buio.

Ore diverse che di solito trascuriamo, e che conosciamo nostro malgrado quando il sonno non ci incontra o, peggio, ci abbandona all’improvviso lasciandoci sudati e con quel senso di svuotamento che ci ribalta sul cuscino. Ci vuole tempo e un pizzico di coraggio per trovare a strada giusta. I più, normale e logico, si arrotolano e tentano di riprendere quel sonno impossibile. Tattica suicida, come consegnarsi mani e piedi legati al nemico e sperare nella sua clemenza. Che non ci sarà mai.

Invece si deve avere il coraggio, quel piccolo coraggio che abbiamo imparato da tanto tempo, più per disperazione che per convinzione, ed uscire, accettare lo scontro (o l’incontro?) stando dritti, in piedi. Si accettano anche posizioni sedute. Ma non supini, mai.

E allora ci sei tu e loro, le ore della notte, e le puoi conoscere. Il sussurrìo delle tre in campagna, con la farfalla che ti viene vicina e ti gira attorno, nella luce della lampadina alle tue spalle, il lontano sibilo delle cinque di dicembre che non sai se di un auto o di una freccia scagliata tanto tempo prima. La sirena smorzata che temi s’avvicini e invece svanisce poco a poco nelle quattro di aprile.

Ma non basta ascoltare, apri anche la finestra (o la socchiudi nell’inverno padano) e cerchi un odore, un sapore che spesso non trovi. Certe ore sono senza profumo e senza suono, ma ci sono, esistono e non solo perché le vedi scritte là sul quadrante dell’orologio.

Le ore ci sono e sono lì con te, alcune ti riconoscono e ti vengono più vicine, altre sono quasi indifferenti, poche ti arrivano a pochi passi, come un cane che ti riconosce e si siede, guardandoti, in attesa. In attesa di un tuo cenno che non verrà, lo sapete entrambi. La tua testa così piena di luci, immagini e pezzetti di cose e persone, loro ferme, disciplinate, scansite dai secondi che passano, basta un niente e cedi, anche se per poco, al sonno che vorrebbe ripigliarti. Ma in piedi (o seduto) sei più difeso. Chiudi gli occhi e li riapri e già hai perso dieci minuti di quell’ora e vorresti chiedere scusa per essere stato cosi debole e inutile. Dieci minuti. Uno scampolo prezioso che  non ritroverai più.

Perché le ore della notte sono tutte diverse e sono uniche.

Set 26, 2013 - Senza categoria    No Comments

Da capo a piedi

claudio.jpgUn libro consigliato:

Claudio Franzoni, Da Capo a piedi. Racconti del corpo moderno, Guanda, 2013.

Negli ultimi anni l’attenzione quasi ossessiva per il corpo e per l’«immagine» ha contribuito a porre in una nuova luce l’ambito della gestualità, il concetto stesso di «gesto», vale a dire quella porzione di movimento che, per una ragione o per l’altra, ci appare così speciale, così eloquente. Eppure, abituati come siamo, da secoli, ad attribuire il primato alla parola, continuiamo a trascurarne la centralità. Questo libro dimostra invece l’importanza dei gesti, spesso decisiva, nei piccoli momenti della vita quotidiana e nei grandi passaggi della storia politica. Non un trattato sulla gestualità e neppure un manuale di consigli o indicazioni meccaniche, ma una ricognizione sull’uso odierno del corpo, a cominciare dai gesti del potere: agitare mani e dita per aria, incrociare le braccia, inginocchiarsi e baciare la terra, per arrivare, tra corna e linguacce, saluti romani e pugni chiusi, baci e bacini, gesti comuni e gesti desueti, a quelli che compiamo non solo nello scambio con gli altri, ma riferendoci alle cose, quando abbiamo a che fare con un telefono, una tastiera, una chitarra. Insomma l’occasione per osservare, attraverso esempi tratti dall’oggi e dal passato, come i movimenti del corpo, incluse le pose di cui facciamo il nostro «stile», siano la conseguenza di ben precise visioni del mondo e delle relazioni tra gli uomini.

Set 26, 2013 - Senza categoria    No Comments

“Ma il mito sono io”. Presentazione del volume di Laura Artioli, Roma, 21.9.2013

Presentazione a:

 

Laura Artioli, “Ma il mito sono io. Storia delle storie di Lucia Sarzi: il teatro, la Resistenza, la famiglia Cervi.” Aliberti Editore, Roma, 2012.

Palazzo Valentini, Roma, 21.9.2013

 

(testo provvisorio)

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MA_IL_MITO_SONO_IO_fronte_LOW.jpgNon è facile ricostruire-in breve tempo- un percorso ventennale che va dal 1922 al 1943, un percorso che, a differenza di una lettura “epica” che ci è stata proposta in passato, fu invece difficile, articolato e spesso contradditorio.

 

Per prima cosa definiamo l’ambito territoriale: quegli spazi di pianura emiliana-lombarda e piemontese, a cavallo del Po, dove più profonda era stata la penetrazione ideale del riformismo socialista di fine ottocento e dove più si era estesa la costruzione di un “contromondo” fatto di leghe sindacali, Camere del lavoro e Case del popolo. Il tutto sostenuto economicamente dall’organizzazione cooperativa che aveva accompagnato e sostenuto il lento processo di riscatto delle grandi masse bracciantili non solo verso condizioni di vita migliori ma anche verso il proprio ingresso nella pur incompleta cittadinanza, con l’acqusizione, attraverso l’alfabetizzazione e l’istruzione, del diritto di voto.

Un percorso lento e faticoso che culminava non nell’abbattimento delle strutture padronali ma nella conquista delle amministrazioni locali. Significativamente Reggio Emilia è il primo capoluogo di provincia ad avere un’amministrazione socialista eletta, nel dicembre 1899.

Nel giro di nemmeno vent’anni si era passati dai moti contadini del “La Boje” (che riprendevano i moti del macinato di quasi vent’anni prima) all’insediamento nei consigli comunali di maggioranze decise a cambiare, passo per passo ma dall’interno, quella società di diversi in una società di uguali. Un percorso di crescita dove, a fianco dell’affermazione crescente del movimento socialista (che agiva sulla scorta del dibattito già attivo in Francia, Germania e Belgio) trovavano spazi anche le prime organizzazioni cattoliche, nate sulla spinta della Rerum Novarum di Leone XIII ed anche, piccole per dimensioni ma dal non trascurabile influsso ideale, anche le prime comunità evangeliche.

Erano gli anni in cui si arrivò a “municipalizzare” i principali servizi  delle città padane, ancora immerse nella campagna. Acqua, gas, illuminazione ma anche farmacie e persino costruzione di linee ferroviarie (in forma cooperativa), dove lo stato, dopo la costruzione della linea Milano-Rimini, non era in grado di rispondere al bisogno di collegamenti per le prime strutture produttive protoindustriali che si stavano sviluppando nelle province.

 

Ma le pianure emiliane e lombarde a cavallo del Po furono anche la culla del fascismo quando, dopo la guerra, le borghesie agrarie si trovarono a fronteggiare non solo l’accresciuto bisogno di un nuovo ruolo sociale ed economico delle masse contadine che volevano vedere realizzate le promesse ricevute nelle trincee dopo la rotta di Caporetto, ma anche-e soprattutto-l’incubo della rivoluzione bolscevica che nel 1917 aveva travolto la Russia zarista e che stava sostituendo, soprattutto nelle masse giovanili, la progressività del processo riformista con il “tutto e subito” della rivoluzione fatta sule canne dei fucili.

La sconfitta del riformismo, già entrato in crisi alla vigilia del conflitto sulle guerre coloniali nazionali, fu anche, in quelle condizioni una crisi generazionale. Il crollo degli iscritti giovani, segnalato da Giovanni Zibordi nel 1921, ne era solo il segnale più evidente.

In quello scontro il fascismo, che fu creazione italiana, non dimentichiamolo, seppe anche introdurre un elemento devastante di modernità : l’uso della violenza nel conflitto politico, un portato decisivo della I guerra mondiale che fu, a tutti gli effetti, la vera incubatrice di tutti gli-ismi (fascismo, nazismo, comunismo) che hanno devastato l’Europa nel secolo scorso.

La vittoria del fascismo in queste terre fu inaspettatamente (per gli stessi fascisti) rapida e definitiva. Di fronte alla violenza delle squadre fasciste l’organizzazione trentennale riformista andò rapidamente in pezzi. L’analisi sulla novità-fascismo, ancora di Zibordi nel 1922, non si tradusse in azione politica. La divisione interna del partito, ulteriormente indebolito dalla nascita nel 1921 del PcdI, il rifiuto (culturale prima ancora che politico) ad utilizzare la medesima violenza dell’avversario e la frattura nel fronte antifascista impedirono la costruzione di una resistenza di fronte all’attacco squadrista e al collaborazionismo delle strutture dello stato liberale.

 

L’antifascismo socialista sconfitto scelse la via dell’esilio (il caso della comunità reggiana ad Argenteuil ne è l’esempio più concreto) o quella del silenzio e del ritiro.

La crisi  del riformismo si tradusse proprio, negli anni, in un passaggio generazionale sul fronte dell’opposizione al regime che si andava affermando dopo le Leggi speciali del 1925. Alla generazione sconfitta dei padri lentamente e faticosamente iniziò a sostituirsi quella dei figli che trovarono, inevitabilmente, nel partito comunista clandestino l’unico luogo ove iniziare il proprio percorso di formazione.

Ma non fu un passaggio facile si trattò di una rottura spesso drammatica, tanto più difficile in territori dove le figure di riformisti come Camillo Prampolini avevano assunto valenze non solo politiche ma quasi mitiche e messianiche. Il riformismo diventava, per il movimento comunista, uno dei nemici da combattere, dopo il”tradimento” operato che aveva spalancato le porte ai fascisti.

Il tutto calato in una società rurale che il regime cercava di ricondurre nuovamente ad un controllo completo da parte delle classi proprietarie con la progressiva cancellazione di tutte le conquiste che erano maturate nel “biennio rosso” del 1919-1920.

L’antifascismo si ricostruisce nelle campagne, sotto la nuova prospettiva comunista che trova però proprio nella storia di quei territori sia un elemento di forza che di contraddizione. In province dove l’industrializzazione era ancora agli albori (le Reggiane nascono solo nel 1903 e solo dopo la prima guerra mondiale assumono dimensioni rilevanti) sono i contadini ad organizzare un’azione politica di resistenza, fatta di diffusione di stampa clandestina, di aiuto ai compagni incarcerati o al confino (il “Soccorso rosso”).

E’ comprensibile e significativo, rileggendo la relazione di Teresa Noce “Estella” nel 1932 sulla sua lunga permanenza in quelle campagne emiliane, la sorpresa e quasi lo sconcerto dei dirigenti comunisti in esilio a Parigi di fronte alla situazione politica trovata. Una provincia, quella reggiana, dove gli iscritti al Pci clandestino, erano oltre un migliaio, un terzo di tutta la Regione e la federazione (clandestina) di Reggio la prima in Italia. Una relazione, quella di “Estella” che sarà poi attentamente valutata e commentata da Togliatti e che sarà una delle “fonti” per il suo discorso “Ceti medi ed Emilia rossa”, tenuto a Reggio nel settembre 1946.

Ma era un  partito clandestino quasi “di massa”, fatto di contadini (in gran parte), poco avvezzo alle regole della clandestinità e dove rimanevano aperte le porte a quelli che erano stati i giovani di Prampolini. Un Partito comunista dove la egemone classe operaia aveva ben poco ruolo e dove la socialdemocrazia non era uno dei nemici da sconfiggere ma una fase ormai trascorsa da superare.

Un Pci poco incline alla clandestinità e che per questo, pur continuando la crescita diffusiva favorita anche dalla crisi economica degli anni ‘30, venne colpito ripetutamente dagli apparati repressivi fascisti. Nei 17 anni di attività del Tribunale speciale per la difesa dello Stato furono 214 i reggiani condannati, 206 quelli inviati al confino, 260 gli ammoniti, 196 i vigilati, nella quasi totalità comunisti. La grande fabbrica Omi Reggiane, militarizzata dal 1937 con l’avvio della produzione aeronautica, fu periodicamente colpita da retate poliziesche, l’ultima delle quali proprio nella primavera 1943, a pochi mesi dalla caduta del regime.

 

In questo contesto Lucia Sarzi si muove fino all’incontro con i Cervi in quell’autunno 1941, quando a pochi chilometri da Campegine le donne di Cadelbosco svolsero la prima manifestazione di aperto dissenso contro la guerra e la mancanza di generi di prima necessità.

 

Guerrino Franzini, autore della fondamentale “Storia della Resistenza a Reggio Emilia” (1967), inizia la sua monumentale ricostruzione con una frase significativa: “La Resistenza non nacque armata dal cervello di Giove”, ma, aggiungo, fu un processo lento, doloroso e difficile, come la vicenda dei Cervi e di don Pasquino e dei suoi testimoniano drammaticamente.

Non fu facile, infatti, la transizione fra quell’antifascismo guidato dal Pci, antifascismo politico, fatto di diffusione di stampa clandestina, di aiuto alle famiglie dei carcerati, di riunioni politiche di formazione di piccolissimi gruppi, sempre agite nell’ossessione della presenza di spie ed infiltrati, a quello che la nuova situazione dopo l’8 settembre richiedeva: la lotta armata.

E se la decisione di passare alla nuova fase (con la costituzione dei cosiddetti “Gruppi sportivi”) fu immediata (con la riunione alle Scampate di Quattro Castella già il 9 settembre), la realizzazione del progetto richiese tempi bel più lunghi.

Nelle stesse settimane in cui si compiva la vicenda politica e umana dei Cervi, venne inviato a Reggio l’Ispettore “Berto” che si dovette confrontare, dieci anni dopo, con una situazione non troppo diversa da quella incontrata da “Estella”.

La lotta armata stentava ad iniziare (il primo attentato fu compiuto solo il 15 dicembre), nella grande fabbrica in primo luogo, mentre era nelle campagne che si potevano ritrovare i primi segnali concreti di una volontà di azione, come i Cervi avevano confermato seppur con troppo anticipo sulle reali condizioni di lotta e con modalità e obiettivi non del tutto coincidenti con quelle del partito.

Dopo quella visita ispettiva furono avvicendati i vertici del Pci reggiano, sostituendo figure che poi nel corso della Resistenza avrebbero svolto, altrove, ruoli decisivi come Osvaldo Poppi “Davide” e Sante Vincenzi, ma che in quel difficile contesto non erano riusciti a mettere a sistema il disperso reticolo clandestino che era sopravissuto per tutti gli anni trenta e dopo lo scoppio della guerra.

Solo con gli inizi del 1944, con i primi gruppi reggiani e modenesi sugli appennini e la grande fuga dei giovani in maggio per evitare bandi di arruolamento inizierà a svilupparsi, anche grazie alla collaborazione alleata, il movimento partigiano che riuscirà a radicarsi così profondamente nell’esperienza popolare da riuscire a diffondersi anche nelle terre dei Cervi, terre di pianura e, secondo logica, le più inadatte ad una lotta clandestina.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia…

Apr 1, 2013 - Senza categoria    1 Comment

Silenzio su Fortezza Bastiani

 

invasione-degli-ultracorpi-201x300.jpgSilenzio su Fortezza Bastiani in queste settimane passate, sotto la pioggia e il vento, dall’alto degli spalti, a guardare le poche carovane in fondo alla valle mentre risuonavano suoni di urla lontane, di gridi scomposti, echi di rutti e peti dalla pianura di un paese ormai perduto. Quindici mesi fa quando cadde il governo del vecchio maiale e si era sull’orlo del baratro, ebbi il banale buon senso di scrivere che quello che ci voleva era “rigore”, prima di tutto verso noi stessi. Una bella rilettura interiore, prima ancora che politica, per capire come tutto era potuto accadere, come un paese in vent’anni era stato divorato, macchiato, sporcato. Noi eravamo lì, certo non tutti con le stesse responsabilità, ma anche noi eravamo lì, a prendere bricioline, ad annidarci nella broda, a conservare tutti i nostri diritti, divenuti privilegi insostenibili. Rigore per tutti e per ciascuno. Nessun tribunale, nessuna spada fiammeggiante o giustizieri da avanspettacolo. Solo un esame interiore, serio.

Ma, come noto, in Italia l’unico rigore che può interessare è quello del calcio. Caduto il porco partì la giostra dei desideri, tutti volevano tutto e subito. E a nulla serviva dire che ci eravamo fermati sull’orlo del baratro e che bisognava mandar giù rospi grossi e viscidi. Ma soprattutto che il maiale non era stato trasformato in salsicce ma grufolava ancora nella fanga a condizionare ancora il paese. Un paese dove anziché rigore dilagava di nuovo l’eterno italico senso dell’arrangiarsi, di farsi i propri, schivare i doveri per urlare i propri diritti che poi fossero diventati rovesci a carico di altri, cosa importava?

Un paese bloccato, immobile, in cui nulla funziona ma in cui non si può cambiare nulla. Riforme, riformisti del nulla. Riformisti tutti purché tutto rimanga come sempre. Una destra impresentabile e orribile e una sinistra incapace di qualunque innovazione, diventata paladina di ogni privilegio, chiusa nelle sue liturgie, nei suoi apparati.

E poi fuori, confusi, urlanti, maleducati eccoli i barbari. Li abbiamo visti crescere su quel nulla che gli altri hanno lasciato, contro quelle stanze chiuse, quei walzer di seggiole e poltrone, oltre quel linguaggio vuoto e insopportabile che parlava solo a sè stesso e ai suoi adepti. Hanno trovato il nulla e sul nulla si può fare tutto, a parole, a urla, a vaffanculo. Hanno radunato ostrogoti autostradali, vandali cibernetici, calmucchi ecologisti, garagisti teosofici, hanno raccolto, come Cola di Rienzo e Masaniello, il grido della folla confusa, che come la mosca d’inverno sbatte sul vetro a casaccio cercando l’uscita, hanno raccolto i giovani usciti dalle scuole dove il sapere è divenuto un optional poco richiesto, tanto basta il diploma, la triennale e wikipedia. Hanno raccolto il rancore e la paura dei deboli travolti dalla crisi. Le fila si sono ingrossate, le abbiamo viste dall’alto degli spalti passare là in fondo come un fiume in piena a spazzare via tutto.

E come ai tempi di Romolo Augustolo buon anima mentre le mura crollavano ognuno reiterava autisticamente il proprio copione. Chi a fuggire dai giudici, chi a parlare di innovazione senza cambiarsi nemmeno i calzini di cachemire, chi ad aspettare la rivoluzione fra un mojito e un weekend nelle città d’arte.

Rigore? Nemmeno il calcio. Un paese perduto, una folla ubriaca a sbevazzare sulla tolda del Titanic, a questionare su tutto mentre la disoccupazione è aumentata del 22% e lo spread è lì a minacciare tutti. Un paese scoperto nella realtà di quello che è, un paese che sceglie al 50% o ancora il vecchio maiale o la tribù dei barbari urlanti. Un paese dove la sinistra si condanna alla futura irrilevanza, nella onanistica purezza di una conservazione dell’inesistente.

Andate sul web o in videoteca e guardatevi la miglior rappresentazione del nostro oggi: L’invasione degli ultracorpi, film del 1956 di Don Siegel, la terra invasa dagli alieni che, in silenzio, si sono presi tutti i terrestri, senza dolore, senza raggi laser, semplicemente entrando nei loro corpi e nelle loro menti.

“Sentinella a che punto è la notte?”. La notte è appena iniziata.

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