Feb 6, 2018 - Senza categoria    No Comments

“Visto? Ve l’avevamo detto!..”. Dopo Macerata.

“Visto? Ve l’avevamo detto!..”. Questo potrebbe essere il commento a quanto è accaduto nei giorni scorsi a Macerata. E chiudere tutto lì. Ma non sarebbe serio, nè-sopratutto produttivo. Perché voglio citare anch’io-come ha fatto il Direttore della Gazzetta- De Gregori, ma quando ci ricorda: “Attenzione, la storia siamo noi, nessuno si senta escluso..”.

E ripartire da lì, dalla storia, da una storia che coinvolge tutti gli italiani, antifascisti e non, senza distinzioni di appartenenza o (prossima) scelta elettorale. Coinvolge tutti perché arriva alle radici stessa della convivenza democratica, al nostro sentirci (o no) parte di questa nazione, ai nostri simboli più importanti come il Tricolore.

Si poteva prevedere l’accaduto? Sì, credo di sì. Quando si lasciano che le parole esprimano odio, divisione, vendetta, violenza, prima o poi arriva sempre un qualche sgangherato che mette in pratica quelle cattive parole, frutto di un cattivo pensiero, producendo violenza e dolore. Se si pensa che il Mein Kampf sia un libretto come un altro, che bandiere e vessilli nazisti e fascisti siano innocua paccottiglia da vendere ai mercatini, che si possa discutere se fare il saluto romano sia o no un espressione di un’idea o un reato, succede.

E’ sempre successo. Quando si finge (o si crede davvero) che tutto sia uguale, qualunque idea sia come un’altra, si perdono i punti di riferimento, quando si invitano ai talk show esponenti nazisti e fascisti come se tutto fosse normale, è chiaro che qualcosa si è già rotto e non da ora. Si dice che negli anni novanta si sia sdoganato il fascismo, si tira in ballo Berlusconi e la compagnia circense dell’epoca (e certo non fu piccolo lo shock nel vedere Fini accolto a una festa dell’Unità) ma la realtà è più semplice e più antica.

Non c’era nessun bisogno di sdoganare il fascismo perché il fascismo aveva continuato a fare parte della nostra storia e della nostra società anche dopo Piazzale Loreto. Era successo quasi subito quando, nel dicembre 1946 si era consentita la nascita del Movimento sociale (che non a caso come simbolo portava la fiamma accesa davanti alla salma del Duce), era continuato nel 1957 quando proprio di quella salma, dopo alterne vicende, era stata consentita la tumulazione della tomba di famiglia a Predappio, anzichè-come la Germania aveva insegnato-cremare quelle ossa e spargere le ceneri al vento (e ora si sta realizzando un Museo del fascismo proprio a Predappio…).

Era continuato consentendo la continuità di apparati e personale politico e amministrativo fra fascismo-RSI e Repubblica, consentendo, ad esempio, senza troppi clamori che un criminale di guerra, condannato all’ergastolo in Grecia per le azioni di strage compiute dalle nostre truppe di occupazione, continuasse in Italia la sua carriera burocratica fino a diventare Prefetto di Palermo prima e di Roma poi (si chiamava Giovanni Ravalli e tale rimase fino al 1974).

Abbiamo già scritto della debolezza dell’antifascismo italiano, del suo essere rimasto patrimonio solo di una parte del paese e non sentire diffuso, oggi ci sorprendiamo che, anche grazie ai social, si riveli questo umore fascioleghista, innervato di violenza, ignoranza (letterale) e disagio sociale.

Ci sorprendiamo che quello sgangherato che ha tentato una strage si sia coperto del simbolo nazionale per affermare un suo “diritto” alla cieca vendetta ma non siamo mai riusciti a ragionare proprio su quel simbolo che Reggio ha dato alla nazione.

Non siamo riusciti, anche in questo caso, a farlo condividere davvero. Perfino a Reggio il 7 gennaio si festeggia “soft”, scuole e negozi aperti, business as usual, come pretendere che la ricorrenza diventasse festa nazionale, festa vera per tutti gli italiani?

E poi abbiamo riflettuto su quel simbolo, che come Mario Luzi ci ricordò nel giorno del Bicentenario “Ne ha di macchie e di abusi, il Tricolore, di vergogne e di smarrimenti”?

Perché quel Tricolore fu portato e issato sul balcone del nostro Comune da Giorgio Morelli “Il solitario” il 24 aprile 1945, a segnare la sconfitta del fascismo e la liberazione della città, ma quello stesso Tricolore (nella copia donata dalla nostra città) sventolò su Addis Abeba, conquistata dalle truppe del criminale di guerra Rodolfo Graziani e quello stesso Tricolore veniva portato dalle nostre truppe nei massacri in Jugoslavia, Montenegro e Grecia nel 1941-1942.

Non esistono simboli magici, capaci di rigenerarsi miracolosamente, resta la loro storia, una storia dolorosa e complessa che la nostra società colpita da una sorta di “Alzheimer di massa” (come il prof.Melloni ha ricordato l’ultimo 7 gennaio) ha rimosso e\o rifiutato.

Si tira in ballo il sistema educativo, giusto (anche se nella scuola di fascismo, Shoah e Resistenza forse si è parlato di più negli ultimi quindici anni che nei cinquanta precedenti) si può fare certamente di più e meglio, ma una società non è solo le sue scuole, di ogni ordine e grado, è anche le famiglie, le associazioni, i “corpi intermedi” oggi così in affanno. Una società è anche, banalmente, fatta di singoli, persone, noi.

Quanti di noi hanno ascoltato in treno, per strada, dal vicino, dal conoscente il famoso incipit “io non sono razzista, però…” o la variante “Io non sono fascista, però..Mussolini ha fatto anche delle cose buone”? Dimenticando che il fascismo non è un’opinione ma è un crimine?

Cosa abbiamo fatto? Siamo rimasti tranquilli, in silenzio. Al massimo, arrivati a casa su Facebook abbiamo raccontato, sdegnati, da bravi democratici, la vergogna appena sentita, godendoci magari quel po’ di “like” che ci hanno fatto sentire meno soli.

Ecco, la prossima volta non restiamo in silenzio, con educazione ma con fermezza diciamo a quei signori che no, non è così, che il fascismo ha distrutto l’Italia, che la nostra Costituzione dichiara la uguaglianza di tutti, ma proprio tutti.

Perché questo ci riguarda uno ad uno, perché davvero “la storia siamo noi, nessuno si senta escluso.”

Gen 25, 2018 - Senza categoria    No Comments

Minima Elettoralia (4): Lo statuto iraniano del M5S (M.Taradash)

Nel novembre del 2012, quando Dario Fo, autore del Mistero Buffo, annunciò il suo voto per il M5S cominciai a definire i grillini “fascisti buffi”. Il loro modo di operare in Parlamento non me ne ha fatto pentire. Ora il nuovo Statuto del M5S dà forma a quel progetto di distruzione della democrazia parlamentare avviato col Vaffaday. In attesa, nelle aspettative di Grillo e del Clan dei Casaleggesi, di trasferirlo nella nuova Costituzione della Repubblica Democratica Diretta Italiana, come vedremo.

Una premessa: pensare che il fare, o il non fare, o il mal fare, o persino il malaffare, o persino persino il ben fare, quando capitasse, del movimento di Grillo possa spostare un solo voto in meno o in più è sbagliato. Concordo con chi invita a cercare nella politica un’alternativa, non nel corpo a corpo che spesso finisce col confondere i corpi.

In Italia è già avvenuto una volta, cento anni fa, e fu una tragedia. La seconda volta può materializzarsi anche in una sagoma comica

Accade, alle volte, nella storia

In Italia è già avvenuto una volta, cento anni fa, e fu una tragedia. La storia oggi potrebbe ripetersi. La seconda volta però non sempre assume la forma di farsa, può materializzarsi anche in una sagoma comica. Una comica avvelenata, grottesca spesso, disgustosa alle volte, ma ridicola sempre – nel doppio senso di far sorridere scetticamente i geometri politici e di divertire fino far scoppiare la pancia della brava gente, del “popolo”. Fino a condurre sulla soglia del governo di una nazione.

Per capire come questo possa accadere nell’Italia del nuovo millennio è consigliabile leggere un romanzo, il miglior romanzo civile di questo nuovo secolo, “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi. Vi si racconta come, con quotidiana ineluttabilità, ampie fasce di popolazione che si erano riconosciute nel movimento socialista poterono acclamare in Mussolini, il socialista rivoluzionario che aveva trasferito nel suo movimento – che mai doveva diventare partito e nel giro di due anni partito divenne – l’interprete delle loro speranze. Molto semplicemente allora, stanca delle frustrazioni e delle difficoltà della vita quotidiana, delle “chiacchiere” della politica, dei soprusi, la gente, e alla fine la stragrande maggioranza della gente italiana, a un certo punto aveva smesso di pensare con la sua testa e si era affidata a qualcuno che aveva un gran capoccione (e una mascella volitiva) e si dichiarava capace di trasformare in azione la volontà vera di tutti. La volontà generale.

E alla fine tutto questo gran rivolgimento di stomaco si è concentrato in una persona, un comico dalla grande capigliatura e capace di attraversare volitivamente a nuoto lo stretto di Messina, uno che al posto di Sorel e del sindacalismo rivoluzionario ha come mentore Gianroberto Casaleggio e il suo Rousseau, la sua visione fantascientifica del futuro, i suoi algoritmi, la sua dissoluzione della democrazia parlamentare, la sua rinnovata fiducia nell’intellettuale collettivo, il mediatore assolutista della “democrazia diretta”. Identificato in Grillo, in se stesso ma a distanza di sicurezza, e poi, per diritto ereditario, in suo figlio.

In un prezioso libro del 1961, ‘Le delusioni della libertà’, anticipatore in qualche misura dei monumentali studi di Renzo De Felice, Paolo Vita-Finzi scriveva che “nel primo fascismo confluivano correnti diverse e contraddittorie, in maggioranza però di sinistra (massoni, repubblicani) e anche di estrema sinistra, come i sindacalisti rivoluzionari… ma persino fra i socialisti moderati il fascismo non appariva allora con i contorni mostruosi che una falsa prospettiva tende ad attribuirgli sin dall’inizio”. Vita-Finzi invitava a rileggere grandi intellettuali e politici anche di matrice liberale e democratica sedotti, almeno per un breve periodo, dall’antiparlamentarismo che impregnava all’inizio del ‘900, in Italia e in Europa, il sentimento popolare e culturale. Si racconta di Peguy, Sorel, Prezzolini, Pareto, Croce, D’Annunzio…

Ai fascisti buffi di oggi è bastato meno, molto meno: l’eredità giustizialista di Mani Pulite e il superstite Davigo, l’Antimafia di Di Matteo, la simpatia di Dario Fo, la vanità di Stefano Rodotà. Oltre a Rousseau, ovviamente, e alla sua piattaforma-bancomat.

Torniamo allo statuto

A differenza dei politici “democratici” le cui promesse sono specchietti per le allodole, quelli autoritari vanno presi alla lettera

Perché allora indugiare sullo statuto del nuovo partito a 5 stelle, se la conoscenza dello spirito e della lettera autoritaria dei suoi articoli non influiranno sulle scelte degli elettori? Perché gli aspiranti dittatori vanno presi sul serio. A differenza dei politici “democratici” le cui promesse sono spesso specchietti per le allodole, quelli autoritari vanno presi alla lettera, anche se sembrano dei pazzoidi. La Stampa ha pubblicato la scorsa settimana un’intervista fatta da Giulio De Benedetti a Hitler nel 1923, dieci anni prima che prendesse il potere. C’è già la guerra, la soluzione finale, la liquidazione del Parlamento e della democrazia rappresentativa. Eppure vinse le elezioni.

Il M5S ha annunciato spesso che intende modificare la Costituzione una volta giunto al potere (al potere, perché il governo di coalizione non gli interessa, al massimo intende raccogliere adesioni al suo programma se non raggiungerà la maggioranza assoluta). Lo Statuto del M5S è quindi un’utile anticipazione di quali saranno i fondamenti culturali della eventuale nuova Costituzione della Repubblica Democratica Diretta Italiana.

Veniamo così informati nell’art 1 che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti … saranno quelli di cui alla cd. Piattaforma Rousseau”. E, come ci ha fatto sapere, prendendola un po’ alla lontana, un autorevole dirigente del M5S, il deputato Manlio Di Stefano, responsabile del dipartimento nazionale LEX, questa sarà la prima innovazione costituzionale dei fascistibuffi: “Norberto Bobbio diceva ‘Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia’? Sì, ma lo stesso Bobbio aggiungeva ‘a meno che non si raggiunga la capacità tecnologica di coinvolgere tutti’. Noi siamo oggettivamente l’unico movimento al mondo che ha avviato un progetto di questo tipo. Siamo in continua evoluzione. Vogliamo arrivare ad una piattaforma universale che coinvolga tutti i cittadini, non solo gli iscritti al M5S. L’idea è di inserire strumenti di democrazia diretta e partecipata in Costituzione”. La “piattaforma universale” Rousseau in Costituzione. La centralità della Piattaforma risulta chiarissima dal codice etico degli eletti. Questi si obbligano ad “accettare che l’organizzazione e la costituzione di gruppi di comunicazione spetta al Capo Politico per quanto riguarda il Parlamento Italiano ed Europeo, per quel che riguarda la Camera, il Senato, la Presidenza del Consiglio, i ministeri ed il Parlamento Europeo” (sì, è scritto così); a che “il 50 per cento delle quote stanziate dalle rispettive Camere per il funzionamento dei gruppi parlamentari sia stanziato per il sovvenzionamento dei predetti gruppi di comunicazione”; “ad utilizzare la cd. Piattaforma Rousseau come principale mezzo di comunicazione per uniformarsi agli obblighi di trasparenza e puntuale informazione dei cittadini e degli iscritti al MoVimento 5 Stelle delle proprie attività parlamentari”. E infine a versare di tasca propria 300 euro al mese per il funzionamento della piattaforma (che quindi avrà a disposizione più di 50 mila euro al mese più tutto il denaro destinato alla comunicazione).

Costruito così il partito-regime quale sarà il ruolo dei “cittadini iscritti”? Più o meno quello delle “folle oceaniche”, la grancassa. Intanto si scopre che “L’iscrizione al partito è gratuita” (art.3). Questo favorisce i maneggi, ma soltanto dal vertice, come vedremo.

L’art. 4 tratta della “democrazia diretta e partecipata”. E’ rassicurante: “Tutte le decisioni più importanti sono delegate agli iscritti: l’elezione del Garante, del Capo Politico, del Comitato di Garanzia, dei Probiviri, dei candidati alle elezioni, del programma politico”. E’ tutta fuffa, però. Continuando a leggere si scopre che in realtà gli iscritti non decidono un bel nulla, avendo soltanto il potere di ratificare le decisioni del Garante e del Capo politico.

I quali infatti, spiega l’articolo successivo (art. 5) si riservano il diritto di rimettere in discussione il voto, qualsiasi voto:

“Entro 5 (cinque) giorni, decorrenti dal giorno della pubblicazione dei risultati sul sito dell’Associazione, il Garante o il Capo Politico possono chiedere la ripetizione della consultazione, che in tal caso s’intenderà confermata solo qualora abbia partecipato alla votazione almeno la maggioranza assoluta degli iscritti ammessi al voto”.

Per il primo voto basta la maggioranza dei votanti, per la controprova è necessaria la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto. Obiettivo irraggiungibile in un partito in cui ogni iscrizione è gratuita e deve per giunta passare al filtro del Garante.

Tanto per capirci, alle elezioni che hanno sancito l’investitura del candidato unico Luigi Di Maio a “premier” gli aventi diritto al voto erano circa 140.000 e hanno votato in 37.000. Se anche il numero restasse invariato dovrebbero votare contro il veto del Garante, per impedirlo, almeno 70.000 iscritti. Facile.

L’art. 6 tratta dell’Assemblea degli iscritti, che si riunisce ogni anno in un luogo fisico e/o per via telematica. E’ l’equivalente di ciò che i partiti pre democrazia diretta chiamano Congresso. E’ il luogo della sovranità dei “cittadini’ iscritti. In apparenza. In realtà non ha nessun potere di decisione.

Infatti ad essa spetta “approvare i documenti politici proposti dal Capo Politico ovvero da almeno un terzo degli iscritti, ferme le competenze e responsabilità del Capo Politico nella determinazione ed attuazione dell’indirizzo politico del MoVimento 5 Stelle; eleggere il Tesoriere, su proposta del Garante; su iniziativa del Garante o di almeno un terzo degli iscritti, approvare le proposte di indirizzi vincolanti per l’adozione e/o modifica dei regolamenti di competenza del Comitato di Garanzia”.

Capito? I documenti politici vengono proposti dal Capo politico, e, di fatto, solo da lui. Ma l’Assemblea ha il potere di presentare un altro documento, no? Certo. Basta che sia sottoscritto da poco meno di 50.000 iscritti. Una presa di giro megagalattica.

Per l’elezione di una figura decisiva come il Tesoriere, si applica un meccanismo ancora più rigido (si fa per dire): la proposta è fatta dal Garante e non è neppure presa in considerazione la possibilità che venga rigettata.

Ora vediamo come si svolge l’Assemblea, che è presieduta dal Capo Politico, il quale “determina le modalità di svolgimento e votazione dell’assemblea” e, naturalmente, ne trae le conclusioni: “Il Presidente dell’Assemblea, tenuto eventualmente conto delle eventuali osservazioni e/o considerazioni e/o opinioni ricevute, predispone una proposta di delibera da sottoporre alla votazione dall’Assemblea”. Si noti l’iterazione: “tenuto eventualmente conto delle eventuali osservazioni…”.

Annamo bene. E se a qualcuno saltasse in mente di proporre modifiche a questo statuto ritenendolo un tantino rigido? Semplice. Prima dovrà raccogliere le firme di un terzo degli iscritti, intorno alle 50.000, poi le modifiche verranno votate ed eventualmente approvate. Naturalmente, in questo caso, il Garante potrà mettere il veto: “Entro 5 giorni, decorrenti dal giorno della pubblicazione dei risultati sul sito dell’Associazione, il Garante può chiedere la ripetizione della votazione che, in tal caso, s’intenderà confermata qualora abbiano partecipato alla votazione almeno la metà più uno degli iscritti”.

Basterà, per vedersi approvata la modifica, convincere a votare poco più di 70.000 iscritti e conquistarne la maggioranza. Tuttavia, a maggior tutela di tutti, come spiega l’art.8, “al Garante è attribuito il potere di interpretazione autentica, non sindacabile, delle norme del presente Statuto”. Me-ra-vi-glio-so.

Le violazioni che possono portare a “richiamo, sospensione o espulsione” sono molteplici e vaghe; l’iscritto grillino è sempre sotto stress

Il Capo Politico viene però eletto dall’Assemblea, questo va riconosciuto. Ma qui lo Statuto, così puntiglioso in tutti i suoi passaggi, si fa più vago. Spiega infatti che: “Il Capo Politico è eletto mediante consultazione in Rete secondo le procedure approvate dal Comitato di Garanzia (CdG), e resta in carica per 5 anni.

E’ rieleggibile per non più di due mandati consecutivi”. Quali procedure? Non si sa, le deciderà il CdG. Per giunta questo Capo può essere revocato sia dal CdG che da Garante. Decisione che che dovrà essere ratificata dagli iscritti. Come? A differenza di tutti gli altri casi di votazione non si danno i numeri. La proposta infatti dovrà essere “ratificata da una consultazione in Rete degli iscritti, in conformità a quanto previsto dal presente Statuto”.

Come abbiamo già visto spetta al Garante l’interpretazione insindacabile dello Statuto, e quindi possiamo stare tutti tranquilli. Tutti tranne uno, il Capo Politico, lo vediamo fra poco.

Il Garante modello Teheran

Per quanto tempo resta in carica il Garante? “A tempo indeterminato” recita lo statuto. A vita, quindi. A meno che non sia sfiduciato dal Comitato di Garanzia. In questo caso basterà che vada al voto la metà degli iscritti (quindi, oggi, solo 70.000) e sarà sufficiente per sradicarlo dalla carica la maggioranza assoluta. Guai però al Comitato di Garanzia se perde la partita perché in tal caso decadrà immediatamente.

Cosa ricorda? Lo statuto sembra la Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran, con al vertice la Guida Suprema (Garante) a vita

Cosa ricorda tutto questo? Lo statuto sembra modellato sulla Costituzione della repubblica islamica dell’Iran. C’è la Guida Suprema (il Garante) nominato a tempo indeterminato, c’è il Consiglio di Vigilanza (il Comitato di Garanzia) e il Presidente eletto (il Capo Politico). I poteri sono molto simili. La Guida suprema (il Garante) può tutto, anche licenziare il Capo Politico (non ancora farne arrestare uno, come è capitato di recente al ribelle Ahmadinejad, ma diamo tempo al tempo).

Ma chi elegge il Comitato di Garanzia? L’Assemblea naturalmente, siamo o non siamo nel paradiso della democrazia diretta? L’Assemblea potrà addirittura sceglierne 3, sui 6 proposti dal Garante. Dal Garante e solo da lui, a cui però è dato il compito di “tutela delle minoranze e della rappresentatività di genere” nell’ambito dei 6. State sereni.

Poteva mancare il il Collegio dei Probiviri? Naturalmente c’è, formato da 3 persone. Da chi è eletto? Dall’Assemblea. Chi può proporne i candidati? Il Garante. Ma stavolta, sorpresa, può proporne non 6 bensì 5. Perché? Sarà una cautela numerologica, non sappiamo.

Vediamo ora come si svolge la vita politica degli iscritti e dei “portavoce’ ossia degli eletti. Dovrebbero riesumare un vecchio slogan: “Noi dormiamo con la testa sullo zaino”. L’articolo più lungo dello Statuto è infatti l’art. 11, intitolato non a caso “Procedimento per l’irrogazione di sanzioni disciplinari”. Le violazioni che possono portare a “richiamo, sospensione o espulsione” sono molteplici e vaghe, per cui la vita quotidiana dell’iscritto grillino si svolge in una spiacevole situazione di stress. E’ particolarmente rilevante, sotto il profilo politico, questo capo d’imputazione: “Promozione, organizzazione o partecipazione a cordate o gruppi riservati di iscritti”. Vietati gli assembramenti, in altre parole. Non è invece specificato a che ore scatta il coprifuoco.

Nello Statuto si parla anche di “sospensione cautelare” – che inibisce la candidatura alle elezioni anche prima che il puntiglioso procedimento d’accusa venga concluso – e di “particolari circostanze attenuanti” che possono ridurre la pena che dovrebbe essere inflitta. Un testo, come si vede, che risente del lessico inquisitorio proprio di quella parte della magistratura che guarda al M5S in vista della catarsi politica. Non basta. Fra le infrazioni di cui si possono macchiare gli iscritti candidati o eletti si prevedono “mancanze che abbiano provocato o rischiato di provocare una lesione all’immagine od una perdita di consensi per il MoVimento 5 Stelle, od ostacolato la sua azione politica”. Mancanze, c’è scritto proprio così. Non poteva mancare la censura da grottesco processo staliniano: severamente punito è “il rilascio di dichiarazioni pubbliche relative al procedimento disciplinare medesimo”.

Quanto ai parlamentari l’espulsione è possibile per “violazioni dello Statuto e del Codice Etico ancorché non sfociate in un procedimento disciplinare a norma di Statuto”. Ancorché. Oppure per “comportamenti suscettibili di pregiudicare l’immagine o l’azione politica del MoVimento 5 Stelle o di avvantaggiare altri partiti”. Suscettibili di. Infine ci sono le coserelle che piacciono tanto ai giornali, tipo il controllo meticoloso sugli emolumenti dei parlamentari e il loro drastico ridimensionamento, l’obbligo di non utilizzare il titolo di onorevole (giusto, ma va via anche quello di deputato o senatore, che fa troppo democrazia rappresentativa), sostituito da “cittadina” o “cittadino”.

Infine le multe: l’eletto oggetto di una espulsione dovrà rifondere 100 mila euro per le spesa sostenute dal movimento in campagna elettorale e versare al movimento (con destinazione un ente benefico che verrà indicato dal Garante) la metà degli emolumenti annuali. Sono multe impossibili da riscuotere, visto che i parlamentari ricevono gli emolumenti direttamente dalle Camere di appartenenza, ma servono per ricordare a tutti gli eletti che che essi non rispondono alla Costituzione e all’art. 67 che vieta il vincolo di mandato in quanto rappresentanti della Nazione. No, loro rispondono del loro operato soltanto al Garante e al suo catenaccio magico. E alla Repubblica Democratica Diretta di un prossimo futuro. Possibile, improbabile? Dipende dagli elettori. Che hanno ormai esaurito la loro quota di presunta ingenuità. Scegliendo Grillo, scelgono di essere complici del suo progetto.

In: https://www.ilfoglio.it/politica/2018/01/24/news/statuto-m5s-nuove-regole-democrazia-diretta-174797/

Gen 22, 2018 - Senza categoria    No Comments

Minima Elettoralia (3): Dal meno peggio non c’è scampo (R.Tallarita)

C’è questa idea piuttosto popolare secondo cui, quando in un’elezione tutti i candidati lasciano parecchio a desiderare, ci sono due diversi modi di comportarsi. Il primo è pigro e rassegnato: accontentarsi del meno peggio. Il secondo è nobile, coraggioso, e ispirato: svincolarsi da quel ricatto e astenersi o votare un candidato simbolico con nessuna chance di farcela.

Quest’idea, però, si fonda su un equivoco, e cioè che scegliere “il meno peggio” sia una possibile filosofia del voto (e una piuttosto triste, peraltro) e che ci sia invece un’alternativa da considerare. In realtà, il meno peggio è l’unica scelta possibile. Meno peggio vuol dire semplicemente “meglio, ma insoddisfacente”. Però lo scopo del voto non è trovare soddisfazione, ma contribuire a far prevalere l’opzione migliore. Per quanto il candidato meno peggio possa essere lontano dalle nostre aspirazioni, gli altri lo sono certamente di più. E siccome qualcuno sarà eletto comunque, abbiamo solo due alternative: aiutare il migliore (o meno peggio, che dir si voglia) o aiutare quegli altri.

 Ho scritto “lo scopo del voto è”, ma ovviamente intendevo “dovrebbe essere”. Molti di noi votano anche per sentirsi bene con se stessi: per aver fatto il proprio dovere, per aver esercitato un importante diritto politico, e per aver fatto una scelta gradevole. Quando le scelte possibili sono tutte spiacevoli, votare il meno peggio è più un dovere che un piacere. Egoisticamente, ci possiamo anche permettere di rifiutare l’offerta: la probabilità che il singolo voto faccia la differenza è talmente minuscola che, se guardiamo solo al nostro interesse personale, votare (o astenersi) per titillare l’ego è probabilmente una scelta razionale.

Basta però intendersi: Non è il nobile atto politico al servizio dei più alti ideali, ma – assai più banalmente – un calcolo narciso e interessato.

L’obiezione dei più ragionevoli spesso è: Astenersi, o votare il candidato simbolico che non potrà mai farcela, manda un segnale forte. Si vuole, insomma, rifiutare la povertà dell’offerta politica per far sì che si arricchisca; negare la propria la complicità a un sistema mediocre; chiedere ai partiti di selezionare persone migliori e di formulare proposte più degne.

Tutte cose buone. Anche questo, però, ha senso solo se è il meno peggio. Cioè se il risultato che si pensa di poter ottenere per il miglioramento dell’offerta politica sia migliore (o meno peggio, insomma) del risultato elettorale che si contribuisce a causare aiutando la vittoria del peggiore.

In teoria è un ragionamento valido. Il peggior candidato potrebbe essere non così tanto peggio del meno peggio, così che una chance anche modesta di influire sull’offerta politica potrebbe valere il prezzo di un voto (indiretto) a favore dei peggiori.

L’importante però è capirsi sul linguaggio e sul calcolo che c’è dietro: Chi segue quella teoria non si sta liberando dal ricatto del meno peggio ma più semplicemente pensa che il meno peggio sia proprio aiutare il peggiore a vincere oggi per avere – forse – qualcuno molto migliore domani. Dipende da quanto peggio è il peggiore, e da quanto probabile è che i partiti accolgano il messaggio di protesta.

Quando però la differenza tra i candidati, seppur tutti parecchio difettosi, è tanta, questo calcolo a lungo termine diventa impraticabile anche per i più ottimisti. Il rischio concreto è di far vincere il peggiore oggi e non avere granché di meglio domani.

In ogni caso, comunque la si pensi, la scarsa qualità dei candidati credibili non basta a giustificare l’astensione o il voto simbolico. Bisogna sempre considerare se i benefici attesi di quella scelta siano davvero maggiori dei costi. Non si scappa dal calcolo delle conseguenze e dalla filosofia del meno peggio. Quando scegliete l’astensione o il voto simbolico, esattamente come quando scegliete un candidato che può vincere, c’è una sola cosa di cui volete assicurarvi: Che si tratti del meno peggio.

http://www.ilpost.it/robertotallarita/2018/01/18/dal-meno-peggio-non-ce-scampo/

Gen 19, 2018 - Senza categoria    No Comments

Minima Elettoralia (2): il “Piano Kalergi”

Che cos’è – o sarebbe – il “Piano Kalergi”

Storia della teoria del complotto cara all’estrema destra – Salvini compreso – secondo cui dietro l’immigrazione ci sarebbe un complotto organizzato dalle élite europee

Nei circoli dell’estrema destra europea e italiana circola da qualche tempo una spiegazione complottista della crisi dei migranti. Secondo questa tesi, completamente infondata, l’arrivo di centinaia di migliaia di persone in Europa sarebbe parte di un piano segreto architettato dalle élite politiche ed economiche del continente per importare milioni di potenziali lavoratori a basso costo, mischiarli con le “razze europee” e creare così un meticciato debole e facilmente manipolabile. A ideare questo piano sarebbe stato un eccentrico filosofo aristocratico austro-giapponese del primo Novecento: Richard Nikolaus Eijiro. Più di dieci anni fa uno scrittore complottista e negazionista ne usò il titolo nobiliare (conte di Coudenhove-Kalergi) per battezzare il complotto che prevederebbe la sostituzione etnica dei bianchi europei. Nacque così il “Piano Kalergi”.

Come ha raccontato un lungo e documentato articolo di Vice, sono diversi anni che il Piano Kalergi è uscito dagli ambienti ristretti dei cospirazionisti per entrare a pieno titolo nel dibattito pubblico italiano. Di recente anche il candidato alla presidenza della Lombardia, il leghista Attilio Fontana, ha fatto riferimento a qualcosa che somiglia al Piano Kalergi. Nel corso di un’intervista a Radio Padaniaha parlato del rischio di sostituzione etnica da parte dei migranti che corre la “razza bianca” (Fontana si è poi scusato per l’utilizzo del termine). Fontana, in realtà, ha ripetuto quella che è oramai la linea non ufficiale del suo partito sull’immigrazione: non è un fenomeno economico e sociale di portata secolare, ma un preciso piano organizzato dall’alto.

A sostenere questa tesi è lo stesso segretario della Lega, Matteo Salvini, che da almeno tre anni ripete che quello in corso in Italia ed Europa non ha nulla di spontaneo. La prima volta in cui Salvini suggerì qualcosa del genere fu nel febbraio del 2015, quando disse che ci trovavamo di fronte a «un’operazione di sostituzione etnica coordinata dall’Europa». Non è chiaro se Salvini abbia preso ispirazione da un libro pubblicato da una piccola casa editrice proprio all’inizio del 2015 – “La verità sul Piano Kalergi. Europa, inganno, immigrazione” di Matteo Simonetti – che è il primo libro in italiano dedicato al tema. Da allora il segretario della Lega ha ripetuto il concetto più volte: l’immigrazione sarebbe voluta e organizzata da una misteriosa “élite europea” con lo scopo di eliminare la popolazione autoctona del continente. In alcune circostanze, Salvini ha utilizzato anche l’espressione “genocidio”.

Google Trends mostra che fu proprio nel periodo a cavallo tra 2015 e 2016 che l’interesse per il Piano Kalergi cominciò a diffondersi. Nell’estate del 2016 la storia divenne definitivamente mainstream quando la trasmissione di La7 “La Gabbia” gli dedicò alcuni servizi. Nel corso degli anni, la tesi è stata raccontata di nuovo da tutti i principali cospirazionisti italiani, come il più famoso tra loro, l’ex responsabile della comunicazione del Movimento 5 Stelle Claudio Messora.

Ironicamente, se non fosse per i cospirazionisti Kalergi sarebbe stato oramai dimenticato dal grande pubblico. Kalergi, che nacque a Tokyo nel 1894, non è infatti uno dei padri politici dell’Europa unita, come Altiero Spinelli o Konrad Adenauer. Appartiene piuttosto alla famiglia degli idealisti utopici che, nel periodo tra le due guerre mondiali, si opposero all’avanzata del fascismo e del nazionalismo con la loro difesa dell’integrazione e della pacificazione tra i popoli. Nel 1923, mentre l’Europa era in subbuglio e in Italia Mussolini aveva già preso il potere, Kalergi divenne famoso pubblicando il suo “Manifesto Pan-Europeo” in cui proponeva la creazione degli Stati Uniti d’Europa, un superstato dove le differenze tra i singoli popoli europei sarebbero state messe da parte in nome della reciproca collaborazione. Kalergi ottenne fondi con cui creare un giornale, raccolse alcune adesioni di personaggi importanti, ma non riuscì mai a creare un movimento popolare. A raccogliere voti e a guidare il dibattito dell’epoca erano i partiti nazionalisti di estrema destra e quelli socialisti e comunisti dell’estrema sinistra. Gli aderenti al “Manifesto Pan-Europeo” rimasero sempre un piccolo gruppo di utopisti e intellettuali, molto noti nell’alta società, ma praticamente ininfluenti sul piano concreto.

Per le sue idee Kalergi era osteggiato dai nazisti e Hitler gli dedicò alcune righe sprezzanti nel suo “Secondo libro” (mai pubblicato), definendolo «quel bastardo di Coudenhove-Kalergi». Negli anni Trenta, Kalergi divenne uno dei bersagli favoriti della loro propaganda. Fu accusato di essere ebreo, di essere un massone (in realtà aveva lasciato la loggia di Vienna nel 1926) e di voler “annacquare” la purezza delle razze europee, indebolendole così di fronte ai loro nemici: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Quando i nazisti occuparono l’Austria, nel 1938, Kalergi fu costretto a fuggire in Francia e dovette fuggire nuovamente due anni dopo, nel 1940, durante l’invasione nazista. Secondo alcuni, la sua fuga rocambolesca attraverso Svizzera e Portogallo per arrivare negli Stati Uniti ha fornito l’ispirazione del personaggio di Victor Laszlo che nel film Casablanca è il leader politico idealista che i nazisti vogliono arrestare.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con l’inizio del processo di integrazione europea, Kalergi fu celebrato come uno dei grandi padri ideali dell’Europa e ricevette il primo premio “Carlo Magno”, da allora assegnato ogni anno dalla città di Aachen a coloro che contribuiscono alla creazione di un’Europa unita. Senza una carriera politica o amministrativa alle sue spalle, Kalergi fu però lasciato sostanzialmente fuori dai processi politici e decisionali che portarono alla creazione di quella che oggi si chiama Unione Europea. Nel 1955, per esempio, suggerì di adottare l’Inno alla gioia di Beethoven come inno ufficiale europeo, ma la sua idea fu accolta solo 16 anni dopo, poco prima della sua morte nel 1972. Oggi non ci sono palazzi dell’Unione a suo nome (come invece ci sono per Schumann, Spinelli e Adenauer), i suoi libri e il suo manifesto sono stati in gran parte dimenticati e, a parte la recente fama, il suo nome è ricordato soprattutto dagli storici dell’integrazione europea.

Le ragioni per cui Kalergi è tornato a essere uno spauracchio dell’estrema destra sono abbastanza evidenti rileggendo cosa scriveva Hitler di lui più di 80 anni fa. Kalergi sosteneva la necessità di stemperare le differenze tra i popoli in nome di una comunità collettiva, più ampia del singolo stato, una ricetta che non può che essere accolta con fastidio dai nazionalisti degli anni Trenta come da quelli degli anni Duemila. Kalergi, inoltre, è stato un massone e ha ricevuto finanziamenti dalla famiglia Rothschild, due dei nemici scelti con più frequenza dai teorici del complotto. Ma il motivo per cui, tra tutte le colpe, gli è stata attribuita proprio quella specifica della “sostituzione etnica” degli europei con i migranti è probabilmente dovuto al caso.

Kalergi non ha mai fatto sostanzialmente alcun cenno alle migrazioni extra-europee che alla sua epoca, sostanzialmente, non esistevano: erano semmai gli europei a migrare all’interno del continente o verso gli Stati Uniti. L’aggiunta dell’immigrazione alle idee di Kalergi si deve a Gerd Honsik, il neonazista e negazionista austriaco che con il suo libro del 2005 ha sostanzialmente inventato il “Piano Kalergi”. Honsik mise insieme diversi libri di Kalergi e ci aggiunse del suo. Da un testo prese l’idea di Kalergi secondo cui l’uomo di città, cosmopolita e meticcio, sarebbe superiore per spirito ma inferiore per volontà all’uomo di campagna. Da questo trasse la conclusione che l’uomo di città fosse debole e facile da governare.

Kalergi, sostenne quindi Honsik, voleva che gli uomini di città si diffondessero per rendere la popolazione più facile da governare. Ma come era possibile creare questi uomini meticci di città? Per Kalergi era necessario aumentare gli scambi, le comunicazioni e gli spostamenti all’interno dell’Europa. Honsik, invece, che scrisse il suo libro quando in Austria si parlava molto della potenziale immigrazione dai paesi balcanici, scrisse che Kalergi e i suoi alleati avevano in mente un altro mezzo: l’immigrazione di massa. Così le idee utopiche e probabilmente ingenue di un eccentrico aristocratico del Novecento si sono fatte strada nel dibattito interno all’estrema destra europea per anni. Da lì sono arrivate in Italia e, negli ultimi giorni, sono riuscite a sfiorare persino la campagna elettorale per la regione Lombardia.

in: http://www.ilpost.it/2018/01/16/piano-kalergi/

Gen 17, 2018 - Senza categoria    No Comments

Minima elettoralia (1)

Siamo in campagna elettorale e, visto che alcuni dei 25 lettori di questo blog me lo hanno chiesto, mi sembra opportuno intervenire, nei modi e tempi dovuti, sulle questioni che emergeranno in questa campagna che si annuncia fra le più sgradevoli e limacciose degli ultimi anni.

Per sgombrare il campo sin dall’inizio dichiaro che voterò PD, convintamente, come votai, altrettanto convintamente, “SI” al referendum del 2016. Se qualcuno dei miei 25 lettori abbandonerà, a questo punto disgustato, la lettura me ne farò una ragione e amici come prima.

Aggiungo che nelle mie tasche l’unica tessera che sopravvive è quella dell’ACI.

Ciò detto, il 4 marzo voterò PD perché è l’unica forza politica capace, con tutti i limiti della umana politica, di governare un paese portandolo faticosamente fuori da una crisi storica, come hanno dimostrato i governi Renzi e Gentiloni.

Voterò PD perché credo che la sinistra sia l’unica in grado di modernizzare questa Italia, congelata, ammuffita, corporativa e, culturalmente e sociologicamente, di destra. Se perde il PD non perde la sinistra, ma consegnamo il paese alla peggiore destra o ad una setta di fanatici incompetenti.

Perché il vero avversario sono loro: la destra e il M5S.

Dopo questo intervento non troverete, fino al 4 marzo, una riga contro chi ha preferito uscire dal PD, spaccando e indebolendo la principale forza politica progressista per ideologico calcolo politico, per rancore, per malinteso senso della democrazia, per ritardi e conservatorismi culturali e politici.

Ogni confronto è benefico e benvenuto ma quello che ho trovato, e trovo, irritante è che, anche questo nel solco della peggior tradizione storica della sinistra, qualcuno si attribuisca la potestà di distribuire (o no) patenti di “sinistrità” a questo o quello. Un po’ come quando, in occasione del referendum, qualcuno mi venne a tenere lezioni di “antifascismo”. Qualcuno che poi votò come la Lega e Forza Nuova.

Ogni volta che la sinistra si è divisa, dal secolo scorso ad oggi, ha vinto la destra. Questo per quel poco che so di storia.

De hoc satis.

Perché il vero avversario sono loro: la destra e il M5S.

Dic 22, 2017 - Senza categoria    No Comments

Gita a Predappio

Gita a Predappio

La solita (e prevista) tempestina mediatica sul ritorno della coppia reale sul patrio suolo, nel corso della quale abbiamo sentito di tutto e di più, mi ha lasciato perplesso, per usare un eufemismo.

Si è dibattuto su chi sosterrà i costi del volo di Stato (lo Stato, visto che trattavasi di atto dovuto), sul rifiuto logico a tumulare le loro maestà al Pantheon (ci mancherebbe), sulla liceità dell’intera operazione (dopo l’abolizione della XII norma transitoria solo un grillino avrebbe potuto trovare qualche fantasioso appiglio per impedirla).

Siamo stati deliziati da interviste al principe ballerino e al padre sparatore imbolsito, abbiamo appreso con comprensibile preoccupazione del conflitto interno ai Savoia fra Emanuele e Gabriella. Con tutto ciò abbiamo acceso un cero al Padreterno (o chi per esso) che il 2 giugno ci diede la Repubblica.

Ma tutto questo ha concorso in minima parte alla mia perplessità.

Abbiamo perso giorni a discettare su cosa? Sul concedere la sepoltura ha chi ha portato l’Italia al disastro, a chi ha rotto il patto di cittadinanza su cui si fonda ogni Stato moderno firmando le leggi razziste del 1938, a chi è fuggito abbandonando il proprio posto di comando, configurando così il reato di alto tradimento l’8 settembre 1943?

E allora? Per dirla in modo educato: quisquilie, bazzecole.Tutto qui?

Nel 2017 si poteva festeggiare un anniversario significativo: il sessantesimo della restituzione della salma di Benito Mussolini alla vedova, la sua tumulazione nel cimitero di S.Cassiano a Predappio e l’inizio dell’omaggio al corpo e alla memoria del dittatore.

Sono sessant’anni che consentiamo che quella tomba sia luogo di pellegrinaggio, di adunate, di turismo politico-gastronomico e ora solleviamo questioni per il ritorno delle loro maestà?

Vi immaginate in Austria, a Braunau, la cappella della famiglia Hitler che accoglie le spoglie del caro estinto?

Quando nel 1988 l’ultimo dei gerarchi nazisti Rudolph Hess morì nel carcere di Spandau si pose il problema della sua sepoltura. I gerarchi impiccati a Norimberga nel 1946 erano stati cremati e le loro ceneri disperse, lo stesso trattamento era stato riservato in Israele ad Adolf Eichmann. Il sacello di Reinhard Heydrich nel cimitero degli Invalides a Berlino era stato ruspato dai sovietici.

Un parroco caritatevole accolse le spoglie di Hess nel cimitero di Wunsiedel in Baviera, ma nel 2011 non rinnovò l’atto di carità chiedendo che gli eredi ritirassero i resti del congiunto, visto che il cimitero era divenuto meta di pellegrinaggio per i neonazisti. Gli eredi fecero cremare le ossa e disperdere le ceneri in mare.

Anche in Italia ci è stata data una lezione di come la memoria non possa essere taciuta e rimossa. Nel cimitero militare tedesco di Costermano (VR) sono sepolti 22.000 caduti tedeschi, Wehrmacht e SS. Fra essi alcuni criminali di guerra: Christian Wirth (operazione T4, inventore delle camera a gas al monossido di carbonio, organizzatore di campi di sterminio nell’est e comandante della Risiera di San Sabba), Franz Reichleitner (Operazione T4, comandante di Sobibor e persecutore di ebrei e partigiani in Istria), Gottfried Schwarz (aiutante di Wirth a Bełzec, Majdanek e Udine). Nel 2004 si costituì la “Iniziativa italo-tedesca per la memoria a Costermano” che richiedeva che fossero tolti i “Libri dell’onore” (Erhenbücher) in cui, su bronzo, erano riportati tutti i nomi dei sepolti nel cimitero e che fosse posta una targa che ricordasse i crimini commessi dai nazisti e ne ricordasse le vittime, visto che in quel luogo, oltre i tre più noti, erano tumulati ufficiali e sottoufficiali responsabili (secondo gli atti della Magistratura italiana) delle stragi di civili di Monte Sole, S.Anna Stazzema, Valla, Vinca. Sepolti accanto a militari che avevano svolto il loro dovere di uomini di coscienza, come i cinque di Albinea, fucilati per avere tentato di cooperare con la Resistenza nell’agosto 1944. Carnefici e vittime insieme.

Già dal 1992 quei tre nomi erano stati cancellati dagli Erhenbücher, ma le richieste furono accolte sia dal Volksbund (Lega per la cura dei cimiteri tedeschi di guerra) e, in\direttamente dal Governo Federale che, dopo aver incaricato una commissione di storici di elaborare il testo dei pannelli introduttivi, nel novembre 2006 inaugurarono la nuova sistemazione del cimitero militare, nel corso di una breve cerimonia che vide, all’esterno del luogo, la presenza di Forza nuova presente a difendere l’”onore” dei camerati nazisti.

Nel 1998 Sergio Luzzatto nel suo bel saggio “Il corpo del Duce” ha raccontato e analizzato le vicende che hanno condotto a consentirne la tumulazione e l’avvio delle pratiche che ben conosciamo. Con quella salma (il “salmone” come fu definito all’epoca del suo trafugamento) l’Italia repubblicana ha convissuto, infarcita di un miscuglio maleodorante di pietismo, complicità e rimpianto, sovrapponendo la propria storia a quel “non fatto” che avrebbe dovuto essere la distruzione di quell’oggetto, perché gli italiani se per una volta hanno ucciso il tiranno non hanno avuto poi il coraggio di andare fino in fondo, scambiando misericordia per giustizia, generosità per scelta di civiltà. Una fragile e decomposta identità nazionale non poteva forse compiere l’intero processo necessario, così una Repubblica nata dall’antifascismo ha consentito il paradosso di piazze (sempre più vuote) inneggianti alla Resistenza accanto a luoghi di memoria fascista, testimoniando scandalosamente la mancanza di una resa dei conti con la propria storia.

Ora si sta lavorando per realizzare a Predappio un Museo sul fascismo, troppo poco e troppo tardi, continuando oltretutto a fare di quel luogo un punto preciso di attrazione perché, sono convinto, che nella debolezza e superficialità etica e culturale nazionale, fra qualche hanno leggeremo in qualche programma di gita scolastica o di qualche tour operator: “Gita a Predappio. Programma: mattina visita al Museo del fascismo, pranzo, visita al cimitero di S.Cassiano”.

Viva l’Italia.

Dic 2, 2017 - Senza categoria    No Comments

Appello ai lettori renziani e non: sopportiamoci (Michele Serra)

Tante lettere accusano “ Repubblica” di essere anti-Pd. Ma così la base litiga come i capi

Può un renziano sopportare Zagrebelsky, o Giannini, o Tomaso Montanari? E può un antirenziano sopportare Recalcati, o Scalfari quando esprime opinioni favorevoli al governo? La domanda, nel suo banale schematismo “bipolare”, una volta tanto non riguarda i rissosi, suscettibili esponenti dell’establishment del centrosinistra. Riguarda noi, comunità di Repubblica. Giornalisti e lettori, commentatori e opinione pubblica di sinistra, o democratico-repubblicana, o progressista: quella che, grosso modo, questo giornale ha raccolto, lungo più di trent’anni, attorno a sé, cercando di rappresentarne le idee, le opinioni, i sentimenti di speranza o di sconforto. Se mi permetto di porre a tutti noi, scriventi e leggenti, questa domanda, è perché nelle ultime settimane la mia rubrica delle lettere sul Venerdì (che ho ereditato, e ne sento la responsabilità, da Eugenio Scalfari) è destinataria di un numero impressionante di lettere amareggiate o irate nei confronti del giornale: accusato di essere anti-governativo per partito preso, e troppo critico nei confronti del Pd. “Vi leggo dalla fondazione – scrivono alcuni – e per la prima volta sto pensando di non leggervi più”. Alcune sono state pubblicate; moltissime, per ragioni di spazio, no. Tutte quante lette con attenzione. In nessun giornale, e specialmente in un giornale di forte impronta politica, vocato alla discussione e alla disputa perché così vuole la tradizione dialettica della sinistra, mancano le lettere di critica. Questo non fa eccezione: per rimanere solo all’ultimo scorcio della nostra storia, la polemica tra i fautori del nuovo corso del Pd e coloro che considerano Renzi un invasore alieno è sempre stata molto vivace: ed entrambe le fazioni lamentavano che il giornale non desse sufficiente spazio al loro punto di vista. La mia rubrica sul Venerdì, negli ultimi anni, ne è lo specchio fedele e, spero, imparziale. Ma ora si registra un salto di qualità, e anche di quantità. Una vera e propria bordata da parte di lettori, diciamo così, della sinistra moderata, legati al Pd, che considerano Repubblica “casa loro” e non si riconoscono nelle voci critiche (secondo loro, troppe) nei confronti di Renzi e del governo in carica. In assenza (per fortuna) di una contabilità attendibile delle opinioni “pro”, di quelle “contro” e di quelle “così così”; preso atto che, in questo specifico momento, la critica “renziana” al giornale è nettamente prevalente su quella “antirenziana”; e detto che un giornale è tenuto a dare conto di quanto accade nel Paese – opinioni comprese – e non di “dare la linea”; mi sento di rivolgere ai lettori – che sono una comunità certamente difforme, ma con riconoscibili assonanze culturali, biografiche e politiche – una specie di contro-lamentela, che mi verrà concessa, diciamo così, in ragione del mio stato di servizio, dopo quasi vent’anni che abito in queste pagine. Si usa imputare il settarismo e la litigiosità a sinistra all’ego ipertrofico e alla suscettibilità dei Capi. Sarebbe meglio, dunque, non imitarli. Cercando, come dire, di dare il buon esempio dal basso. Le ragioni altrui sono sempre difficili da ascoltare, ma il loro manifestarsi, ancorché irritante, è semplicemente inevitabile. I lettori renziani (mi scuso per la definizione secca secca, ma è per capirci) non possono non tenere conto degli effetti divisivi che non solamente il carattere, ma anche gli atti politici di Renzi hanno prodotto nel vasto corpo dell’opinione pubblica di centrosinistra. Per fare l’esempio più ovvio, una riforma del lavoro “lib-lab” come quella in atto può piacere, ma anche no, e non per pregiudizio politico, ma perché ha indubbiamente rotto con la tradizione sindacale e ideologica di molta sinistra. Se Repubblica non desse atto anche dei traumi prodotti, e del dissenso in campo, farebbe male il proprio mestiere di giornale. Quanto agli antirenziani, l’idea che il nuovo corso del Pd sia il frutto di una sorta di trama aliena, di usurpazione di un corpo reso inabitabile dai nuovi occupanti, non ha solamente il torto di rassomigliare da vicino alle paranoie complottiste così in voga. Distorce la realtà, perché la “scalata” di Renzi al Pd si è avvalsa, gradino dopo gradino, del voto di milioni di elettori che vengono dalla stessa storia, e in buona parte vogliono le stesse cose, di chi per Renzi non ha votato e mai voterà. Sono i lettori-elettori che oggi scrivono a Repubblica per dire “guardate che questo giornale, da sempre, è anche casa nostra”. E però accettano con qualche difficoltà che sia, questa, anche la casa dei tanti che, a sinistra, non la pensano come loro, e nel Pd vedono un problema più che una risorsa. Scusandomi per la sintesi, certo non da politologo ferrato, e assicurando che non è per ecumenismo sciocco, e men che meno per ruffianeria commerciale, che mi rivolgo ai lettori irrequieti, torno a chiedere: può un renziano sopportare Zagrebelsky? Può un antirenziano sopportare Recalcati? E potrebbe mai un giornale degno di questo nome rinunciare a dare voce, e pagine, e repliche, al coro animatissimo della cosiddetta sinistra? Serve tolleranza e serve volontà di ascolto. La pretendiamo dai leader politici, cominciamo a fornirne piccoli esempi quotidiani. Se il giornale non desse conto dei traumi e del dissenso in campo a sinistra, farebbe male il proprio mestiere Divisivo

Nov 29, 2017 - Senza categoria    No Comments

Cara sinistra, per guarire rileggi Turati (Massimo Recalcati)

La Repubblica, 28 novembre 2017

La malattia della sinistra italiana pare cronica e rivela radici antiche. Uno dei suoi sintomi maggiori è la spinta alla frammentazione, alla litigiosità interna che porta le sue diverse componenti a entrare in competizione tra loro e a lottare ottenendo l’esito fatale di indebolire la propria forza. La sua matrice non è tanto psicopatologica, ma pienamente politica: ” Noi siamo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, serviamo le forze della reazione ” . Chi parla così? Da dove provengono queste parole che sembrano scritte da un commentatore della crisi attuale della sinistra? Sono le parole che Filippo Turati pronuncia in occasione del congresso socialista del 1921, svoltosi a Livorno, dove si consumò la scissione dalla quale nacquero i comunisti italiani.
Il discorso di Turati andrebbe oggi riletto per intero e meditato profondamente. Non tanto e non solo per la diagnosi e prognosi che esso formula con vera lucidità anticonformista sul destino fatalmente nefasto della rivoluzione d’ottobre, ma per l’elogio che egli compie dell’anima riformista della sinistra italiana in quel momento storico messa sotto accusa dalla tendenziale prevalenza dell’anima massimalista. Secondo Turati se si sceglie la via del riformismo si deve rinunciare alla violenza della rivoluzione.
Traduco e attualizzo a mio modo: l’opzione riformista per essere tale implica la castrazione di ogni miraggio utopico. Una delle ragioni che impedisce la costituzione di un campo unitario della sinistra non è forse dovuta alla prevalenza di una componente ideologicamente neo-massimalista che non riesce a cogliere il carattere necessariamente imperfetto, provvisorio e sempre migliorabile dell’azione riformista? La critica implacabile delle riforme varate dai governi Renzi e Gentiloni e la necessità di un cambio di rotta radicale e, ovviamente, inconciliabile con la direzione di quelle riforme sostenuta dalla sinistra radicale, ricalcano tutti i limiti politici del massimalismo. La storia è sempre la stessa: essere contro se stessi e lavorare per il nemico. Con l’aggravante, se posso esprimermi così, che il neo-massimalismo appare geneticamente imparentato con un profondo conservatorismo. Essere di sinistra significherebbe coltivare una concezione immobilista della propria identità, ribadire il valore di concetti, categorie, principi che appartengono al secolo scorso.
Il circolo è vizioso: il neo-massimalismo si nutre del conservatorismo e, a sua volta, il conservatorismo diventa una manifestazione estrema del neo-massimalismo. Si tratta, insomma, di un mostro a due teste. La rigidità politica del neo- massimalismo che considera ogni riforma inadeguata, incerta, compromissoria e ambigua deriva direttamente dal conservatorismo ideologico a sua volta combinato, non a caso, con un certo odioso paternalismo. È una combinazione micidiale (conservatorismo=paternalismo=massimalismo) che genera effetti altrettanto micidiali: l’utopia diventa una galera che impedisce di intervenire nella trasformazione effettiva della realtà. L’idealismo neo-massimalista implica sempre e unicamente la testimonianza della sua sconfitta. Non a caso il frazionamento politico a sinistra del Pd rivela il carattere elitario del narcisismo delle piccole differenze; ciascuno rivendica la propria maggiore coerenza ideale senza tener conto che nel frattempo il mondo è cambiato. Perché accade? Perché lo scissionismo è una malattia che affligge sempre più la Sinistra della Destra? Perché, appunto, la sua matrice è l’idealismo o, se si preferisce, la vocazione utopica del massimalismo. Nel nostro caso si tratta di una sinistra che resta agganciata a un paradigma teorico superato, che utilizza categorie che il tempo storico ha svuotato di senso e ha reso simili a carcasse spiaggiate.
La difficoltà per ogni uomo di sinistra – quale io stesso sono – è quella di elaborare un lutto compiuto di quel paradigma. Ma perché è così difficile? Perché la sinistra italiana ha avuto lo straordinario merito nella storia del nostro Paese di elevare la politica alla dignità di un poema collettivo. Esistono una simbologia e un immaginario densissimi che resistono al loro necessario superamento: l’eroismo e l’intelligenza di Gramsci, la bandiera rossa, la lotta di classe, la resistenza, l’antifascismo, le grandi conquiste sindacali, la contestazione del ‘ 68, la battaglia contro il terrorismo e la difesa dello Stato democratico, il volto di Berlinguer e la sua testimonianza morale. Per l’uomo di sinistra questo patrimonio non può essere svenduto, né semplicemente liquidato. Esso mantiene una tale forza attrattiva che però può, purtroppo, far scordare che quella narrazione del mondo si è definitivamente esaurita perché il nostro mondo non è più il mondo del Novecento. Quando Matteo Renzi dichiara che il punto il riferimento ideale della sinistra oggi non è più Gramsci, Togliatti o Berlinguer, ma Obama non ci invita a cancellare il passato ma a incorporarlo per guardare avanti.
Lo strappo è forte: in gioco è la realizzazione di un lavoro compiuto del lutto. Non si tratta di cancellare la memoria di ciò che la sinistra è stata, del suo poema collettivo, ma di incorporare quella memoria senza volgere più il nostro sguardo all’indietro. Bisogna lasciare che i morti seppelliscano i morti. Fintanto che la sinistra non compirà questa operazione simbolica sarà destinata a ripetere la sua antica malattia diagnosticata lucidamente da Turati: ” essere contro se stessi, lavorare per i nemici, alimentare le forze della reazione “.
Nov 23, 2017 - Storia    No Comments

Un fragile antifascismo.

Periodicamente riemergono gesti, comportamenti, affermazioni che testimoniano quanto l’antifascismo sia un fragile e indifeso fiore nelle italiche praterie. Saluti romani, mausolei per generali felloni, magliette saloine e quant’altro provocano brevi fiammate di indignazione e accorate chiamata alle armi di schiere sempre più disperse e divise, piuttosto impegnate a preparare la nuova, inevitabile, vittoria delle destra o del dilettantismo politico stellato.

Antifascismo fragile. Perché. Propongo qualche elemento di riflessione che, spero, sia di qualche utilità.

Il primo è quasi banale. L’antifascismo in Italia è fragile perché…l’Italia è stata fascista.

Fascista per opportunistica convenienza, certo (Longanesi diceva che “Essere fascisti è obbligatorio, ma non è impegnativo”), ma anche per convinzione, perché il fascismo era stato espressione dei tanti difetti e limiti di una nazione ancora giovane e nata su tante contraddizioni (frattura nord-sud, distacco fra Stato e Nazione, una monarchia certo non all’altezza del compito storico di costruire uno Stato moderno, la presenza ostile della Chiesa).

Un’Italia (fascista) che ha vissuto la transizione verso la democrazia sulla base di una sostanziale continuità di apparati dello Stato, istituzioni e uomini.

Un secondo elemento investe direttamente il fenomeno Resistenza. Defunto l’antifascismo degli anni anni trenta, con la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, l’antifascismo che è alla base della lotta degli anni 1943-45 viene in qualche modo “reinventato” dagli alleati e facilitato, nello scenario italiano, dall’atteggiamento di collaborazione dell’Urss tradotto nella cosiddetta “svolta di Salerno”. Antifascismo per la prima volta unitario, il contributo degli italiani allo sforzo alleato contro il III Reich.

Ma la Resistenza non fu un fenomeno nazionale, l’avanzata degli alleati nella penisola, se evitò le tragedie dell’occupazione nazista, paradossalmente ebbe un effetto negativo sulla costruzione democratica in quelle zone del paese dove non si ebbe nessuna rottura fascismo\democrazia ma una quasi completa continuità di classi dirigenti, inclusi i rapporti fra Stato-chiesa e criminalità organizzata.

La durata della Resistenza fu quindi, com’era logico attendersi, vincolata all’andamento della campagna d’Italia combattuta dagli alleati. La cronologia rende bene questo dato di fatto. Napoli è liberata alla fine del settembre 1943, Roma il 4 giugno 1944, Firenze nell’agosto, Milano il 25 aprile 1945.

Ampie zone d’Italia che erano state fasciste fino al giorno prima non ebbero la Resistenza a sovvertire l’ordine sociale e politico pre-esistente, a fornire una nuova classe dirigente. L’Italia del “prima” si riversò nel “dopo” come i risultati del referendum del 2 giugno 1946 confermarono, con l’Italia spaccata in due, con un sud ancora monarchico e il nord repubblicano. Per questa parte d’Italia l’antifascismo rimase un fenomeno di minoranze politicizzate, un’eco lontana di fronte al potere reale e presente sul territorio.

Quando poi, nell’Italia della ricostruzione e della guerra fredda, l’antifascismo fu preso-e a buon diritto- come collante identitario dal solo partito comunista (la DC che avrebbe avuto altrettanto diritto di rivendicare la sua attiva partecipazione alla Resistenza scelse la via dell’atlantismo e dell’anticomunismo) si innescò il processo che vediamo oggi giungere alle estreme conseguenze.

Antifascismo come ideologia di parte, geograficamente vincolata e limitata.

Il post 1989 ha poi fatto il resto, la sinistra post-comunista trasformista e incapace di arrivare alla sua Bad Godesberg per ridefinire, finalmente, l’antifascismo nella categoria dell’antitotalitarismo, rialzava bandiere sempre più stanche e sfilacciate di fronte alle vecchie correnti sotterranee che potevano riemergere nel berlusconismo prima e nella polverizzazione degli schieramenti che stiamo vivendo.

Avrebbe potuto essere diversa questa storia dell’antifascismo nazionale? Senza entrare in narrazioni distopiche penso siano state perse varie occasioni per dare qualche possibilità a qualche migliaia di italiani (se non milioni) di sentirsi parte della vicenda storica che ha liberato l’Italia dal fascismo.

Dopo l’8 settembre oltre 600.000 militari italiani finirono prigionieri nei lager in Germania come IMI (Internati militari italiani). Di essi meno del 15% accettò di rientrare in patria aderendo alla RSI (e di questi una percentuale non trascurabile disertò per unirsi ai partigiani). Gli altri rimasero prigionieri. Dissero no. Almeno un 15% di loro morì per le condizioni durissime dell’internamento.

Furono partigiani? No, ma furono resistenti, i primi resistenti. Preferirono la fame, l’odio (per essere nella prospettiva dei tedeschi dei “traditori”) e le botte a proseguire a combattere coi nazisti e fascisti.

Dissero “no” come potevano fare. E lo fecero. Erano ragazzi di tutta Italia, soldati di un esercito nazionale. Quando tornarono in Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria dopo la fine del conflitto, non furono riconosciuti per quello che avevano fatto. Non furono considerati anche loro parte attiva di quella costruzione di una democrazia. Tornarono da sconfitti, vissero in pieno quella “solitudine del sopravissuto nel mondo del ritorno” descritta da Anna Bravo, reduci in un’Italia che voleva dimenticare e ripartire. E il loro fu il silenzio, per quasi tutti durato fino alla loro morte. Storie ritrovate da figli e nipoti, recuperate in solaio dentro a zaini e valigie abbandonate per 60 anni. Ognuno di loro avrebbe potuto essere un elemento attivo di democrazia in tanti parti d’Italia che, oggi lo vediamo, mostrano tutti i loro limiti di consapevolezza culturale ed etica, prima ancora che democratica in senso ampio. Una grande occasione perduta.

La Resistenza armata, l’icona del partigiano armato che scende a liberare le città (tutto vero ma non sufficiente) negli anni della guerra fredda e della monumentalizzazione della guerra di Liberazione poi, ha schiacciato la feconda complessità del fenomeno Resistenza (anzi delle tante Resistenze) che furono il nostro contributo alla vittoria alleata in Italia. Ha relegato sullo sfondo il ruolo femminile, l’azione di salvataggio degli ebrei dalla Shoah, le tante azioni singole e collettive di resistenza civile senza le quali proprio la celebrata resistenza armata non avrebbe potuto attecchire così in profondità in tante zone dell’Italia occupata.

Occasioni perdute in un’Italia che ha dovuto attendere il 24 aprile 1964 perché “Se questo è un uomo” fosse trasmesso per la prima volta alla Radio nazionale, mentre già nel 1957 Gaetano Azzariti (che era stato presidente del cosiddetto “tribunale della razza”, istituita presso il dipartimento di Demografia e razza del ministero dell’Interno nel 1938) diventava presidente della Corte Costituzionale.

E oggi siamo a raccogliere i pezzi, ad accorgerci di quanto sia diventato brutto un paese dove, scomparsi i partiti (che facevano azione se non di educazione almeno di limitazione dei danni) ci attacchiamo a ritornelli un po’ logori, seppur in buona fede.

La scuola…”, vero, bene. Da anni parliamo con gli studenti, ma che fatica qualche decennio fa convincere il partigiano che quello che doveva raccontare in classe non era la storia della seconda guerra mondiale (lui che era arrivato, non per colpa, alla terza elementare) ma la sua vita di ragazzo di 20 in montagna, con la paura, la fame, le speranze di allora. Svolgere a pieno il proprio ruolo di testimone e non di inadeguato insegnante.

E che fatica convincere tanti che “se uno cosa era successa bisognava raccontarla” per superare i silenzi sulla violenza agìta nella resistenza, silenzi che tanto sono costati in termini di percezione diffusa della lotta partigiana.

La scuola. Vero, bene. Ma la famiglia? Che ruolo ha avuto nel formare questa diffusa mancanza di coscienza antitotalitaria? Chi ha formato i genitori ad evitare ragionamenti e pensieri razzisti poi trasferiti sui figli? Paradossalmente sono più “formati” i giovani di vent’anni che i loro padri e madri di quaranta o cinquanta. In oltre quindici anni abbiamo lavorato con migliaia di giovani portandoli nei “Viaggi della memoria” sui luoghi della Shoah e della Resistenza europea. Sono diventati spesso loro i formatori dei loro genitori, spesso consapevoli di quanto non fosse stato loro trasmesso negli anni.

Abbiamo detto della scomparsa dei partiti, o meglio della loro nebulizzazione, conseguenza diretta di non-scelte compiute quando il novecento, “secolo breve”, si concluse con la caduta del muro di Berlino.

Né in mondo dell’associazionismo gode di migliore salute. La stessa Anpi da depositaria di valori con la progressiva scomparsa dei protagonisti si è avviata a divenire una “normale” associazione politico-culturale dove trovano spazio istanze antagoniste, residui di anacronismi storici (come dirsi antifascisti e comunisti oggi?), assumendo ruoli politici nel dibattito nazionale, anziché rimanere la casa di tutti coloro che credono nell’antitotalitarismo di dimensioni almeno europee.

Nessuna conquista è per sempre” si ricorda tante volte e anche l’antifascismo, leggibile oggi solo come antitotalitarismo, deve ritrovare la sua strada, in una foresta sempre più oscura.

Nov 10, 2017 - Senza categoria    No Comments

Il PCI a Reggio: un partito “speciale”

Il PCI a Reggio: un partito “speciale”

M.Storchi

Il socialismo si prospettava come soluzione di qualsiasi problema e ci sembrava talmente vicino che non ci preoccupavamo di stipendio pensione, mutua..si lavorava alla garibaldina perché il socialismo, panacea di tutti i mali, era dietro l’angolo, non avrebbe tardato ad apparire”, nel ricordo di Ermes Grappi, giovane partigiano e poi funzionario di partito (uscito bruscamente nel 1958) c’è la sintesi di tante vite spese per il “partito”. Un partito vissuto quasi 70 anni esatti che ha dato un contributo decisivo alla democrazia italiana, in un paese che ebbe la fortuna “di avere i comunisti senza avere il comunismo”.

Un partito che dal primo segretario, Angelo Curti, all’ultimo, Fausto Giovannelli ha segnato la storia del novecento nel reggiano, qualcosa di più di un’organizzazione politica: una chiesa laica, una speranza, un’utopia, un ricordo.

Un partito “speciale” soprattutto a Reggio Emilia, già dagli anni trenta quando, una incredula Teresa Noce, inviata dalla direzione estera del PCI a verificare forza e strutture del partito clandestino nel reggiano, si trovò di fronte non solo oltre 1000 iscritti (più di Torino), ma un movimento dove i contadini (e non gli operai come previsto dall’ortodossia comunista) erano la maggioranza e ancora con forti legami con la  predicazione di Prampolini, in anni in cui il >socialfascismo> era uno dei principali avversari del movimento comunista internazionale.

Un partito “speciale” per il prezzo pagato prima con 1200 anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale a 190 militanti reggiani e poi, dopo l’8 settembre, con le decine di caduti nelle fila partigiane, non solo i Cervi e i Manfredi, ma i tanti giovani uccisi da tedeschi e fascisti (uno per tutti: Marcello Bigliardi, massacrato a Villa Cucchi il 13 aprile 1945 a diciotto anni). Una Resistenza pagata anche a caro prezzo dai dirigenti: il segretario “Toti” Saltini, Paolo Davoli, Angelo Zanti e Sante Vincenzi cadono prima della Liberazione e la loro assenza avrà un grande peso nei mesi difficili del post-liberazione fino a quando dovette intervenire direttamente Togliatti nel settembre 1946 -non solo con il famoso discorso “Ceti medi ed Emilia Rossa” che rilancia le basi della via italiana al socialismo con una visione interclassista dell’azione politica- ma anche con un severo richiamo al rispetto delle direttive politiche nazionali al di fuori di smanie giustizialiste  e rivoluzionarie.

Un partito “speciale” per il terremoto provocato da Valdo Magnani nel gennaio 1951, un partito meno “speciale” negli anni successivi, gli anni della chiusura della segreteria Boni che ritardò l’avvio della destalinizzazione fino al 1959 (ultima federazione emiliana a giungere alla svolta) nonostante l’annus terribilis 1956.

E poi un partito capace di portare alla democrazie masse operaie e contadine e a progettare e pianificare la ricostruzione non solo economica ma anche etica e culturale, contribuendo in buona misura a realizzare quel modello emiliano fatto di “comunismo ideale e socialdemocrazia reale”.

Un partito “speciale” a Reggio dove il PCI era il potere, e dovette gestire la nascita interna di un estremismo che rivendicava, proprio contro quello stesso partito, ancora più purezza e ortodossia rivoluzionaria.

Che cosa rimane di quel “partito “speciale” 26 anni dopo la sua morte?

Rimangono “orfani e vedove” inconsolabili che raccontano, proprio come nel caso del caro estinto, solo i suoi lati positivi, rimuovendo tutti quegli aspetti conflittuali e problematici (ma che erano parte della ricchezza di quell’esperienza) per non dovere confrontare il loro agire di oggi con quello che l’appartenenza a quella chiesa laica allora non avrebbe mai consentito.

Rimangono sempre più sparute schiere di quel personale politico che è stato capace di attraversare le varie fasi di evoluzione di quel partito (se non di semplice cambiamento nominale della ragione sociale) più per umana autoconservazione che per capacità di pensiero politico.

Rimane il vuoto di riflessione e di approfondimento che caratterizza ormai ogni struttura-partito dopo che, come è stato detto, “si sono chiusi gli uffici-studi e si sono aperti gli uffici-stampa”.

Rimane l’occasione persa di una Bad Godesberg italiana che, impossibile nel 1959 (considerato ancora il radicamento stalinista nella base e in parte della dirigenza), poteva essere colta almeno nel 1989 quando il mondo davvero iniziò a cambiare.

Si riuscì solo a convocare alla Bolognina una riunione di ex-partigiani e militanti, era il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino. Troppo tardi e troppo poco.

 

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