Dic 2, 2017 - Senza categoria    No Comments

Appello ai lettori renziani e non: sopportiamoci (Michele Serra)

Tante lettere accusano “ Repubblica” di essere anti-Pd. Ma così la base litiga come i capi

Può un renziano sopportare Zagrebelsky, o Giannini, o Tomaso Montanari? E può un antirenziano sopportare Recalcati, o Scalfari quando esprime opinioni favorevoli al governo? La domanda, nel suo banale schematismo “bipolare”, una volta tanto non riguarda i rissosi, suscettibili esponenti dell’establishment del centrosinistra. Riguarda noi, comunità di Repubblica. Giornalisti e lettori, commentatori e opinione pubblica di sinistra, o democratico-repubblicana, o progressista: quella che, grosso modo, questo giornale ha raccolto, lungo più di trent’anni, attorno a sé, cercando di rappresentarne le idee, le opinioni, i sentimenti di speranza o di sconforto. Se mi permetto di porre a tutti noi, scriventi e leggenti, questa domanda, è perché nelle ultime settimane la mia rubrica delle lettere sul Venerdì (che ho ereditato, e ne sento la responsabilità, da Eugenio Scalfari) è destinataria di un numero impressionante di lettere amareggiate o irate nei confronti del giornale: accusato di essere anti-governativo per partito preso, e troppo critico nei confronti del Pd. “Vi leggo dalla fondazione – scrivono alcuni – e per la prima volta sto pensando di non leggervi più”. Alcune sono state pubblicate; moltissime, per ragioni di spazio, no. Tutte quante lette con attenzione. In nessun giornale, e specialmente in un giornale di forte impronta politica, vocato alla discussione e alla disputa perché così vuole la tradizione dialettica della sinistra, mancano le lettere di critica. Questo non fa eccezione: per rimanere solo all’ultimo scorcio della nostra storia, la polemica tra i fautori del nuovo corso del Pd e coloro che considerano Renzi un invasore alieno è sempre stata molto vivace: ed entrambe le fazioni lamentavano che il giornale non desse sufficiente spazio al loro punto di vista. La mia rubrica sul Venerdì, negli ultimi anni, ne è lo specchio fedele e, spero, imparziale. Ma ora si registra un salto di qualità, e anche di quantità. Una vera e propria bordata da parte di lettori, diciamo così, della sinistra moderata, legati al Pd, che considerano Repubblica “casa loro” e non si riconoscono nelle voci critiche (secondo loro, troppe) nei confronti di Renzi e del governo in carica. In assenza (per fortuna) di una contabilità attendibile delle opinioni “pro”, di quelle “contro” e di quelle “così così”; preso atto che, in questo specifico momento, la critica “renziana” al giornale è nettamente prevalente su quella “antirenziana”; e detto che un giornale è tenuto a dare conto di quanto accade nel Paese – opinioni comprese – e non di “dare la linea”; mi sento di rivolgere ai lettori – che sono una comunità certamente difforme, ma con riconoscibili assonanze culturali, biografiche e politiche – una specie di contro-lamentela, che mi verrà concessa, diciamo così, in ragione del mio stato di servizio, dopo quasi vent’anni che abito in queste pagine. Si usa imputare il settarismo e la litigiosità a sinistra all’ego ipertrofico e alla suscettibilità dei Capi. Sarebbe meglio, dunque, non imitarli. Cercando, come dire, di dare il buon esempio dal basso. Le ragioni altrui sono sempre difficili da ascoltare, ma il loro manifestarsi, ancorché irritante, è semplicemente inevitabile. I lettori renziani (mi scuso per la definizione secca secca, ma è per capirci) non possono non tenere conto degli effetti divisivi che non solamente il carattere, ma anche gli atti politici di Renzi hanno prodotto nel vasto corpo dell’opinione pubblica di centrosinistra. Per fare l’esempio più ovvio, una riforma del lavoro “lib-lab” come quella in atto può piacere, ma anche no, e non per pregiudizio politico, ma perché ha indubbiamente rotto con la tradizione sindacale e ideologica di molta sinistra. Se Repubblica non desse atto anche dei traumi prodotti, e del dissenso in campo, farebbe male il proprio mestiere di giornale. Quanto agli antirenziani, l’idea che il nuovo corso del Pd sia il frutto di una sorta di trama aliena, di usurpazione di un corpo reso inabitabile dai nuovi occupanti, non ha solamente il torto di rassomigliare da vicino alle paranoie complottiste così in voga. Distorce la realtà, perché la “scalata” di Renzi al Pd si è avvalsa, gradino dopo gradino, del voto di milioni di elettori che vengono dalla stessa storia, e in buona parte vogliono le stesse cose, di chi per Renzi non ha votato e mai voterà. Sono i lettori-elettori che oggi scrivono a Repubblica per dire “guardate che questo giornale, da sempre, è anche casa nostra”. E però accettano con qualche difficoltà che sia, questa, anche la casa dei tanti che, a sinistra, non la pensano come loro, e nel Pd vedono un problema più che una risorsa. Scusandomi per la sintesi, certo non da politologo ferrato, e assicurando che non è per ecumenismo sciocco, e men che meno per ruffianeria commerciale, che mi rivolgo ai lettori irrequieti, torno a chiedere: può un renziano sopportare Zagrebelsky? Può un antirenziano sopportare Recalcati? E potrebbe mai un giornale degno di questo nome rinunciare a dare voce, e pagine, e repliche, al coro animatissimo della cosiddetta sinistra? Serve tolleranza e serve volontà di ascolto. La pretendiamo dai leader politici, cominciamo a fornirne piccoli esempi quotidiani. Se il giornale non desse conto dei traumi e del dissenso in campo a sinistra, farebbe male il proprio mestiere Divisivo

Nov 29, 2017 - Senza categoria    No Comments

Cara sinistra, per guarire rileggi Turati (Massimo Recalcati)

La Repubblica, 28 novembre 2017

La malattia della sinistra italiana pare cronica e rivela radici antiche. Uno dei suoi sintomi maggiori è la spinta alla frammentazione, alla litigiosità interna che porta le sue diverse componenti a entrare in competizione tra loro e a lottare ottenendo l’esito fatale di indebolire la propria forza. La sua matrice non è tanto psicopatologica, ma pienamente politica: ” Noi siamo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, serviamo le forze della reazione ” . Chi parla così? Da dove provengono queste parole che sembrano scritte da un commentatore della crisi attuale della sinistra? Sono le parole che Filippo Turati pronuncia in occasione del congresso socialista del 1921, svoltosi a Livorno, dove si consumò la scissione dalla quale nacquero i comunisti italiani.
Il discorso di Turati andrebbe oggi riletto per intero e meditato profondamente. Non tanto e non solo per la diagnosi e prognosi che esso formula con vera lucidità anticonformista sul destino fatalmente nefasto della rivoluzione d’ottobre, ma per l’elogio che egli compie dell’anima riformista della sinistra italiana in quel momento storico messa sotto accusa dalla tendenziale prevalenza dell’anima massimalista. Secondo Turati se si sceglie la via del riformismo si deve rinunciare alla violenza della rivoluzione.
Traduco e attualizzo a mio modo: l’opzione riformista per essere tale implica la castrazione di ogni miraggio utopico. Una delle ragioni che impedisce la costituzione di un campo unitario della sinistra non è forse dovuta alla prevalenza di una componente ideologicamente neo-massimalista che non riesce a cogliere il carattere necessariamente imperfetto, provvisorio e sempre migliorabile dell’azione riformista? La critica implacabile delle riforme varate dai governi Renzi e Gentiloni e la necessità di un cambio di rotta radicale e, ovviamente, inconciliabile con la direzione di quelle riforme sostenuta dalla sinistra radicale, ricalcano tutti i limiti politici del massimalismo. La storia è sempre la stessa: essere contro se stessi e lavorare per il nemico. Con l’aggravante, se posso esprimermi così, che il neo-massimalismo appare geneticamente imparentato con un profondo conservatorismo. Essere di sinistra significherebbe coltivare una concezione immobilista della propria identità, ribadire il valore di concetti, categorie, principi che appartengono al secolo scorso.
Il circolo è vizioso: il neo-massimalismo si nutre del conservatorismo e, a sua volta, il conservatorismo diventa una manifestazione estrema del neo-massimalismo. Si tratta, insomma, di un mostro a due teste. La rigidità politica del neo- massimalismo che considera ogni riforma inadeguata, incerta, compromissoria e ambigua deriva direttamente dal conservatorismo ideologico a sua volta combinato, non a caso, con un certo odioso paternalismo. È una combinazione micidiale (conservatorismo=paternalismo=massimalismo) che genera effetti altrettanto micidiali: l’utopia diventa una galera che impedisce di intervenire nella trasformazione effettiva della realtà. L’idealismo neo-massimalista implica sempre e unicamente la testimonianza della sua sconfitta. Non a caso il frazionamento politico a sinistra del Pd rivela il carattere elitario del narcisismo delle piccole differenze; ciascuno rivendica la propria maggiore coerenza ideale senza tener conto che nel frattempo il mondo è cambiato. Perché accade? Perché lo scissionismo è una malattia che affligge sempre più la Sinistra della Destra? Perché, appunto, la sua matrice è l’idealismo o, se si preferisce, la vocazione utopica del massimalismo. Nel nostro caso si tratta di una sinistra che resta agganciata a un paradigma teorico superato, che utilizza categorie che il tempo storico ha svuotato di senso e ha reso simili a carcasse spiaggiate.
La difficoltà per ogni uomo di sinistra – quale io stesso sono – è quella di elaborare un lutto compiuto di quel paradigma. Ma perché è così difficile? Perché la sinistra italiana ha avuto lo straordinario merito nella storia del nostro Paese di elevare la politica alla dignità di un poema collettivo. Esistono una simbologia e un immaginario densissimi che resistono al loro necessario superamento: l’eroismo e l’intelligenza di Gramsci, la bandiera rossa, la lotta di classe, la resistenza, l’antifascismo, le grandi conquiste sindacali, la contestazione del ‘ 68, la battaglia contro il terrorismo e la difesa dello Stato democratico, il volto di Berlinguer e la sua testimonianza morale. Per l’uomo di sinistra questo patrimonio non può essere svenduto, né semplicemente liquidato. Esso mantiene una tale forza attrattiva che però può, purtroppo, far scordare che quella narrazione del mondo si è definitivamente esaurita perché il nostro mondo non è più il mondo del Novecento. Quando Matteo Renzi dichiara che il punto il riferimento ideale della sinistra oggi non è più Gramsci, Togliatti o Berlinguer, ma Obama non ci invita a cancellare il passato ma a incorporarlo per guardare avanti.
Lo strappo è forte: in gioco è la realizzazione di un lavoro compiuto del lutto. Non si tratta di cancellare la memoria di ciò che la sinistra è stata, del suo poema collettivo, ma di incorporare quella memoria senza volgere più il nostro sguardo all’indietro. Bisogna lasciare che i morti seppelliscano i morti. Fintanto che la sinistra non compirà questa operazione simbolica sarà destinata a ripetere la sua antica malattia diagnosticata lucidamente da Turati: ” essere contro se stessi, lavorare per i nemici, alimentare le forze della reazione “.
Nov 23, 2017 - Storia    No Comments

Un fragile antifascismo.

Periodicamente riemergono gesti, comportamenti, affermazioni che testimoniano quanto l’antifascismo sia un fragile e indifeso fiore nelle italiche praterie. Saluti romani, mausolei per generali felloni, magliette saloine e quant’altro provocano brevi fiammate di indignazione e accorate chiamata alle armi di schiere sempre più disperse e divise, piuttosto impegnate a preparare la nuova, inevitabile, vittoria delle destra o del dilettantismo politico stellato.

Antifascismo fragile. Perché. Propongo qualche elemento di riflessione che, spero, sia di qualche utilità.

Il primo è quasi banale. L’antifascismo in Italia è fragile perché…l’Italia è stata fascista.

Fascista per opportunistica convenienza, certo (Longanesi diceva che “Essere fascisti è obbligatorio, ma non è impegnativo”), ma anche per convinzione, perché il fascismo era stato espressione dei tanti difetti e limiti di una nazione ancora giovane e nata su tante contraddizioni (frattura nord-sud, distacco fra Stato e Nazione, una monarchia certo non all’altezza del compito storico di costruire uno Stato moderno, la presenza ostile della Chiesa).

Un’Italia (fascista) che ha vissuto la transizione verso la democrazia sulla base di una sostanziale continuità di apparati dello Stato, istituzioni e uomini.

Un secondo elemento investe direttamente il fenomeno Resistenza. Defunto l’antifascismo degli anni anni trenta, con la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, l’antifascismo che è alla base della lotta degli anni 1943-45 viene in qualche modo “reinventato” dagli alleati e facilitato, nello scenario italiano, dall’atteggiamento di collaborazione dell’Urss tradotto nella cosiddetta “svolta di Salerno”. Antifascismo per la prima volta unitario, il contributo degli italiani allo sforzo alleato contro il III Reich.

Ma la Resistenza non fu un fenomeno nazionale, l’avanzata degli alleati nella penisola, se evitò le tragedie dell’occupazione nazista, paradossalmente ebbe un effetto negativo sulla costruzione democratica in quelle zone del paese dove non si ebbe nessuna rottura fascismo\democrazia ma una quasi completa continuità di classi dirigenti, inclusi i rapporti fra Stato-chiesa e criminalità organizzata.

La durata della Resistenza fu quindi, com’era logico attendersi, vincolata all’andamento della campagna d’Italia combattuta dagli alleati. La cronologia rende bene questo dato di fatto. Napoli è liberata alla fine del settembre 1943, Roma il 4 giugno 1944, Firenze nell’agosto, Milano il 25 aprile 1945.

Ampie zone d’Italia che erano state fasciste fino al giorno prima non ebbero la Resistenza a sovvertire l’ordine sociale e politico pre-esistente, a fornire una nuova classe dirigente. L’Italia del “prima” si riversò nel “dopo” come i risultati del referendum del 2 giugno 1946 confermarono, con l’Italia spaccata in due, con un sud ancora monarchico e il nord repubblicano. Per questa parte d’Italia l’antifascismo rimase un fenomeno di minoranze politicizzate, un’eco lontana di fronte al potere reale e presente sul territorio.

Quando poi, nell’Italia della ricostruzione e della guerra fredda, l’antifascismo fu preso-e a buon diritto- come collante identitario dal solo partito comunista (la DC che avrebbe avuto altrettanto diritto di rivendicare la sua attiva partecipazione alla Resistenza scelse la via dell’atlantismo e dell’anticomunismo) si innescò il processo che vediamo oggi giungere alle estreme conseguenze.

Antifascismo come ideologia di parte, geograficamente vincolata e limitata.

Il post 1989 ha poi fatto il resto, la sinistra post-comunista trasformista e incapace di arrivare alla sua Bad Godesberg per ridefinire, finalmente, l’antifascismo nella categoria dell’antitotalitarismo, rialzava bandiere sempre più stanche e sfilacciate di fronte alle vecchie correnti sotterranee che potevano riemergere nel berlusconismo prima e nella polverizzazione degli schieramenti che stiamo vivendo.

Avrebbe potuto essere diversa questa storia dell’antifascismo nazionale? Senza entrare in narrazioni distopiche penso siano state perse varie occasioni per dare qualche possibilità a qualche migliaia di italiani (se non milioni) di sentirsi parte della vicenda storica che ha liberato l’Italia dal fascismo.

Dopo l’8 settembre oltre 600.000 militari italiani finirono prigionieri nei lager in Germania come IMI (Internati militari italiani). Di essi meno del 15% accettò di rientrare in patria aderendo alla RSI (e di questi una percentuale non trascurabile disertò per unirsi ai partigiani). Gli altri rimasero prigionieri. Dissero no. Almeno un 15% di loro morì per le condizioni durissime dell’internamento.

Furono partigiani? No, ma furono resistenti, i primi resistenti. Preferirono la fame, l’odio (per essere nella prospettiva dei tedeschi dei “traditori”) e le botte a proseguire a combattere coi nazisti e fascisti.

Dissero “no” come potevano fare. E lo fecero. Erano ragazzi di tutta Italia, soldati di un esercito nazionale. Quando tornarono in Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria dopo la fine del conflitto, non furono riconosciuti per quello che avevano fatto. Non furono considerati anche loro parte attiva di quella costruzione di una democrazia. Tornarono da sconfitti, vissero in pieno quella “solitudine del sopravissuto nel mondo del ritorno” descritta da Anna Bravo, reduci in un’Italia che voleva dimenticare e ripartire. E il loro fu il silenzio, per quasi tutti durato fino alla loro morte. Storie ritrovate da figli e nipoti, recuperate in solaio dentro a zaini e valigie abbandonate per 60 anni. Ognuno di loro avrebbe potuto essere un elemento attivo di democrazia in tanti parti d’Italia che, oggi lo vediamo, mostrano tutti i loro limiti di consapevolezza culturale ed etica, prima ancora che democratica in senso ampio. Una grande occasione perduta.

La Resistenza armata, l’icona del partigiano armato che scende a liberare le città (tutto vero ma non sufficiente) negli anni della guerra fredda e della monumentalizzazione della guerra di Liberazione poi, ha schiacciato la feconda complessità del fenomeno Resistenza (anzi delle tante Resistenze) che furono il nostro contributo alla vittoria alleata in Italia. Ha relegato sullo sfondo il ruolo femminile, l’azione di salvataggio degli ebrei dalla Shoah, le tante azioni singole e collettive di resistenza civile senza le quali proprio la celebrata resistenza armata non avrebbe potuto attecchire così in profondità in tante zone dell’Italia occupata.

Occasioni perdute in un’Italia che ha dovuto attendere il 24 aprile 1964 perché “Se questo è un uomo” fosse trasmesso per la prima volta alla Radio nazionale, mentre già nel 1957 Gaetano Azzariti (che era stato presidente del cosiddetto “tribunale della razza”, istituita presso il dipartimento di Demografia e razza del ministero dell’Interno nel 1938) diventava presidente della Corte Costituzionale.

E oggi siamo a raccogliere i pezzi, ad accorgerci di quanto sia diventato brutto un paese dove, scomparsi i partiti (che facevano azione se non di educazione almeno di limitazione dei danni) ci attacchiamo a ritornelli un po’ logori, seppur in buona fede.

La scuola…”, vero, bene. Da anni parliamo con gli studenti, ma che fatica qualche decennio fa convincere il partigiano che quello che doveva raccontare in classe non era la storia della seconda guerra mondiale (lui che era arrivato, non per colpa, alla terza elementare) ma la sua vita di ragazzo di 20 in montagna, con la paura, la fame, le speranze di allora. Svolgere a pieno il proprio ruolo di testimone e non di inadeguato insegnante.

E che fatica convincere tanti che “se uno cosa era successa bisognava raccontarla” per superare i silenzi sulla violenza agìta nella resistenza, silenzi che tanto sono costati in termini di percezione diffusa della lotta partigiana.

La scuola. Vero, bene. Ma la famiglia? Che ruolo ha avuto nel formare questa diffusa mancanza di coscienza antitotalitaria? Chi ha formato i genitori ad evitare ragionamenti e pensieri razzisti poi trasferiti sui figli? Paradossalmente sono più “formati” i giovani di vent’anni che i loro padri e madri di quaranta o cinquanta. In oltre quindici anni abbiamo lavorato con migliaia di giovani portandoli nei “Viaggi della memoria” sui luoghi della Shoah e della Resistenza europea. Sono diventati spesso loro i formatori dei loro genitori, spesso consapevoli di quanto non fosse stato loro trasmesso negli anni.

Abbiamo detto della scomparsa dei partiti, o meglio della loro nebulizzazione, conseguenza diretta di non-scelte compiute quando il novecento, “secolo breve”, si concluse con la caduta del muro di Berlino.

Né in mondo dell’associazionismo gode di migliore salute. La stessa Anpi da depositaria di valori con la progressiva scomparsa dei protagonisti si è avviata a divenire una “normale” associazione politico-culturale dove trovano spazio istanze antagoniste, residui di anacronismi storici (come dirsi antifascisti e comunisti oggi?), assumendo ruoli politici nel dibattito nazionale, anziché rimanere la casa di tutti coloro che credono nell’antitotalitarismo di dimensioni almeno europee.

Nessuna conquista è per sempre” si ricorda tante volte e anche l’antifascismo, leggibile oggi solo come antitotalitarismo, deve ritrovare la sua strada, in una foresta sempre più oscura.

Nov 10, 2017 - Senza categoria    No Comments

Il PCI a Reggio: un partito “speciale”

Il PCI a Reggio: un partito “speciale”

M.Storchi

Il socialismo si prospettava come soluzione di qualsiasi problema e ci sembrava talmente vicino che non ci preoccupavamo di stipendio pensione, mutua..si lavorava alla garibaldina perché il socialismo, panacea di tutti i mali, era dietro l’angolo, non avrebbe tardato ad apparire”, nel ricordo di Ermes Grappi, giovane partigiano e poi funzionario di partito (uscito bruscamente nel 1958) c’è la sintesi di tante vite spese per il “partito”. Un partito vissuto quasi 70 anni esatti che ha dato un contributo decisivo alla democrazia italiana, in un paese che ebbe la fortuna “di avere i comunisti senza avere il comunismo”.

Un partito che dal primo segretario, Angelo Curti, all’ultimo, Fausto Giovannelli ha segnato la storia del novecento nel reggiano, qualcosa di più di un’organizzazione politica: una chiesa laica, una speranza, un’utopia, un ricordo.

Un partito “speciale” soprattutto a Reggio Emilia, già dagli anni trenta quando, una incredula Teresa Noce, inviata dalla direzione estera del PCI a verificare forza e strutture del partito clandestino nel reggiano, si trovò di fronte non solo oltre 1000 iscritti (più di Torino), ma un movimento dove i contadini (e non gli operai come previsto dall’ortodossia comunista) erano la maggioranza e ancora con forti legami con la  predicazione di Prampolini, in anni in cui il >socialfascismo> era uno dei principali avversari del movimento comunista internazionale.

Un partito “speciale” per il prezzo pagato prima con 1200 anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale a 190 militanti reggiani e poi, dopo l’8 settembre, con le decine di caduti nelle fila partigiane, non solo i Cervi e i Manfredi, ma i tanti giovani uccisi da tedeschi e fascisti (uno per tutti: Marcello Bigliardi, massacrato a Villa Cucchi il 13 aprile 1945 a diciotto anni). Una Resistenza pagata anche a caro prezzo dai dirigenti: il segretario “Toti” Saltini, Paolo Davoli, Angelo Zanti e Sante Vincenzi cadono prima della Liberazione e la loro assenza avrà un grande peso nei mesi difficili del post-liberazione fino a quando dovette intervenire direttamente Togliatti nel settembre 1946 -non solo con il famoso discorso “Ceti medi ed Emilia Rossa” che rilancia le basi della via italiana al socialismo con una visione interclassista dell’azione politica- ma anche con un severo richiamo al rispetto delle direttive politiche nazionali al di fuori di smanie giustizialiste  e rivoluzionarie.

Un partito “speciale” per il terremoto provocato da Valdo Magnani nel gennaio 1951, un partito meno “speciale” negli anni successivi, gli anni della chiusura della segreteria Boni che ritardò l’avvio della destalinizzazione fino al 1959 (ultima federazione emiliana a giungere alla svolta) nonostante l’annus terribilis 1956.

E poi un partito capace di portare alla democrazie masse operaie e contadine e a progettare e pianificare la ricostruzione non solo economica ma anche etica e culturale, contribuendo in buona misura a realizzare quel modello emiliano fatto di “comunismo ideale e socialdemocrazia reale”.

Un partito “speciale” a Reggio dove il PCI era il potere, e dovette gestire la nascita interna di un estremismo che rivendicava, proprio contro quello stesso partito, ancora più purezza e ortodossia rivoluzionaria.

Che cosa rimane di quel “partito “speciale” 26 anni dopo la sua morte?

Rimangono “orfani e vedove” inconsolabili che raccontano, proprio come nel caso del caro estinto, solo i suoi lati positivi, rimuovendo tutti quegli aspetti conflittuali e problematici (ma che erano parte della ricchezza di quell’esperienza) per non dovere confrontare il loro agire di oggi con quello che l’appartenenza a quella chiesa laica allora non avrebbe mai consentito.

Rimangono sempre più sparute schiere di quel personale politico che è stato capace di attraversare le varie fasi di evoluzione di quel partito (se non di semplice cambiamento nominale della ragione sociale) più per umana autoconservazione che per capacità di pensiero politico.

Rimane il vuoto di riflessione e di approfondimento che caratterizza ormai ogni struttura-partito dopo che, come è stato detto, “si sono chiusi gli uffici-studi e si sono aperti gli uffici-stampa”.

Rimane l’occasione persa di una Bad Godesberg italiana che, impossibile nel 1959 (considerato ancora il radicamento stalinista nella base e in parte della dirigenza), poteva essere colta almeno nel 1989 quando il mondo davvero iniziò a cambiare.

Si riuscì solo a convocare alla Bolognina una riunione di ex-partigiani e militanti, era il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino. Troppo tardi e troppo poco.

 

Dic 6, 2016 - Senza categoria    No Comments

Perché ha vinto l’Italia di Matteo (Salvini) di Guido Moltedo

Negli ultimi giorni, prima del referendum, il mio vecchio amico e compagno Samir mi ha tempestato via whatsapp di immagini e video in un crescendo di scherno anti-renziano. Che votasse no e che pensasse che anch’io votassi no, ok, ma che pensasse di poter condividere con me un servizio tv del fascio-leghista Gianluigi Paragone, solo perché antirenziano, be’ mi è sembrato un po’ troppo. Specie, poi, quando l’ho visto, quel servizio tv. E sì, era la solita storia della JP Morgan, la grande banca d’affari, “la vera autrice della riforma costituzionale renziana”. Sì la banca della plutocrazia (mondiale ebraica), come diceva il sottotesto, non dichiarato ma neppure tanto.

Caro Samir, so che hai avversato con limpida convinzione la riforma bocciata, anche con la rabbia di chi immagina Renzi come un pupazzo in una rete internazionale di poteri forti, gli stessi che, dal tuo punto di vista, danno sostegno a Israele contro il tuo popolo. In quest’idea ti sei trovato in numerosa e variegata compagnia. La storia della JP Morgan e dei poteri forti è stata uno dei Leitmotiv della campagna del no, inclusi i suoi evidenti brutti non detti. D’Alema ci ha molto insistito su, anche insinuando incongruamente un’amicizia di Renzi con Benjamin Netanyahu, e perfino facendo sapere in giro, con nonchalance, che dietro Matteo c’è il Mossad.

Pure questo è servito per mandare a casa il premier. Ma, caro Samir, devi sapere che la causa dei popoli oppressi, come il tuo, non conviene consegnarla alla cricca Salvini-Berlusconi-Grillo-Casa Pound, i veri vincitori del referendum uniti dal comune odio verso gli oppressi, specie quelli in fuga da altri paesi, Medio Oriente e Africa.

Su questo hanno costruito la loro vittoria. Sulla paura. Sull’avversione agli immigrati. Sulcombinato disposto, questo sì, vero, di crisi economico-sociale e immigrati.

In un tweet nella notte dei risultati referendari, il politologo americano Chris Cillizza riassumeva così il senso dclle notizie provenienti dall’Italia. Trumpism is everywhere. Il trumpismo è ovunque.

Il trumpismo è americano e l’America influenza il mondo, ma dell’attuale versione italiana del trumpismo parte importante è il precursore riconosciuto di Trump, il Cavaliere. A esso s’aggiungono un pezzo rinnovato della prima coalizione berlusconiana (Salvini che salda il leghismo estremista con il neofascismo) e il movimento 5 Stelle. Una coalizione populista che non aveva certo bisogno di The Donald per mettersi in luce, ma che grazie alla concomitanza con l’avvento di Trump trova triste notorietà oltre confine, come parte di un movimento euro-americano e non solo, teso a imporre un nuovo ordine mondiale fondato sul ritorno alla superiorità e all’egemonia dell’uomo bianco, messe in discussione dalla rivoluzione demografica globale unita a una trasformazione economica anch’essa globale che corrode i tradizionali fondamenti della prosperità medio-borghese occidentale.

Che ci possano riuscire, queste forze reazionarie, è da vedere. Ma che questo tentativo sia in atto, è sotto gli occhi di tutti. Anche in Italia.

Alla globalizzazione reagisce insomma un fronte nazionalista internazionalista che intende portare indietro le lancette dell’orologio della storia, con la demagogia e la manipolazione.

I dati dell’affluenza al referendum di domenica ci parlano di una grande mobilitazione popolare, che con il merito della consultazione aveva poco a che fare, e quel poco era anche subalterno alla voglia di dare una sberla al governo e al suo presidente, che non ferma gli immigrati e neppure la disoccupazione.

Se fosse andata secondo le aspettative, se cioè ci fosse stata un’affluenza ben minore con un risultato vicino al pareggio, la quota di elettorato di sinistra avrebbe potuto essere l’ago della bilancia e giustamente rivendicare il peso dei suoi voti per far vincere il no. L’esito dice invece che la componente di sinistra è stata del tutto ininfluente ai fini del successo del no, un no a valanga giustamente rivendicato da grillini, Salvini e Berlusconi, su una piattaforma di avversione alle politiche del governo, proprio quelle più sociali e aperte.

In un contesto così, che adesso appare più chiaro, in cui si stagliano più nitide le ragioni di uno scontento e di una paura diffuse che hanno fatto da carburante della rivolta elettorale, Matteo Renzi ha compiuto un errore di portata strategica, avventurandosi su un terreno di scontro del tutto a lui socialmente sfavorevole e in un momento sfavorevole, un terreno sul quale avrebbero avuto buon gioco le forze della destra e della demagogia. Una battaglia persa in partenza.

Il quaranta per cento del sì, conquistato grazie al sostegno di Emilia e Toscana, fotografa un perimetro elettorale che nessuno nel centrosinistra è mai riuscito a espandere, vincendo, quando ha vinto, grazie alle divisioni nel fronte avverso, sia nelle consultazioni nazionali sia in molte consultazioni locali. Renzi si era illuso di avere il piglio e la popolarità personale per andare oltre quel recinto, prendendo voti nel campo avverso in nome di un rinnovamento del paese. Molti degli elettori da conquistare, non a torto, hanno interpretato la linea di  Renzi come un’apertura al mondo, alle interrelazioni, agli scambi, quando l’aria che tira è invece quella della chiusura, del ritorno al protezionismo, perfino all’autarchia, come predica Trump. È l’aria dei muri. Della flotta a cui va dato ordine di bloccare i natanti dei profughi, anche sparando.

I tempi sono quelli dell’altro Matteo, di Salvini, non di Renzi. Adesso è chiaro, ma da un talento come Renzi ci si sarebbe aspettati che l’avesse capito prima lui degli altri, e non si fosse buttato in una prova elettorale che, in ogni caso, era l’equivalente di un voto di medio termine e, dunque, per definizione sfavorevole al governo.

Poteva andare in modo diverso se avesse affrontato diversamente la partita? Sulla sua conduzione personalista e solitaria sono piovute critiche e improperi. La dimensione della sconfitta fa pensare che in ogni caso non sarebbe andata diversamente in modo significativo.

Certo, all’errore strategico della battaglia referendaria s’aggiunge quello di aver impegnato gran parte delle risorse in un confronto tutto interno al suo partito, come se l’esito del referendum dipendesse dal regolamento di conti con D’Alema e Bersani, quando tutte le energie avrebbero dovuto essere impiegate fuori del partito, contro Grillo, Salvini e Berlusconi, con nessuno dei quali peraltro ha sostenuto un confronto televisivo (furbescamente si sono sottratti lasciando che si dilaniassero a sinistra). Lo scontro nel Pd è stato ovviamente dilatato dai media, a tutto vantaggio dei più temibili avversari di Renzi.

Adesso che Matteo è ko, i “vincitori” interni del Pd devono spiegare agli elettori del centrosinistra le ragioni politiche più di fondo della loro opposizione, non tanto al referendum, ovviamente legittima. Devono piuttosto dar contro della loro persistente critica a ogni atto e azione del governo Renzi, un’avversione intransigente e incessante – in una fase estremamente delicata per il nostro paese – che si è sommata a quella dell’opposizione parlamentare del centrodestra e grillina. Mai si era visto un presidente del consiglio del centrosinistra – l’unico governo di centrosinistra rimasto in piedi in Europa – così sistematicamente preso di mira da una parte consistente del suo stesso partito, capeggiata da due ex-segretari del partito stesso.

Una guerra civile che adesso rende difficile, se non impossibile, la ricostruzione di un senso di direzione condiviso. E questa è la vera sconfitta.

https://ytali.com/2016/12/05/perche-ha-vinto-litalia-di-matteo-salvini/

Dic 5, 2016 - Senza categoria    No Comments

Serenamente deluso

Questa notte\mattina ho postato su FB l’espressione del mio stato d’animo dopo la sconfitta referendaria: “Serenamente deluso”. Come sapevamo, ed abbiamo visto in maniera spesso grottesca in queste settimane, FB non è il luogo per riflessioni che vadano oltre le dieci righe (c’è chi ci affligge con articolesse infinite, ma questo è un altro discorso), così provo-in breve perché le sensazioni sono ancora troppo recenti-a chiarire il mio punto di vista. Non mi soffermo sul “deluso” perché è abbastanza ovvio. Speravo che il SI vincesse, ho portato quanti più voti sono stato capace di raccogliere e motivare ma le cose sono andate come sappiamo (anche se a Reggio il NO è stato sconfitto).

Mi interessa quell’avverbio che ho usato: “serenamente” che viene in buona parte, come esprimevo nel mio post, dalla consapevolezza di aver votato con la “parte migliore” del paese. Subito mi è stata contestata questa convinzione “ecco la solita presunta superiorità morale…per quello avete perso..blabla”. Io credo che esista un’Italia migliore di quella che ha scelto di non cambiare nulla, per paura, protesta, ideologia o calcolo. Uno sguardo al risultato del voto provincia per provincia me ne da una prima conferma: le poche isolette di verde (SI) nel mare di un’Italia rossa (NO) restano fra le terre dell’Emilia e della Toscana, proprio dove la Resistenza che la Costituzione fece ed ispirò pagò i prezzi più alti (oltre alle province europee di Trento e Bolzano).

E questo è il primo, e forse più solido, motivo di serenità: io non ho votato come i fascisti e i leghisti, questione di storia, di storie, di idee e di principi.

L’antifascismo come punto di riferimento in una campagna elettorale dove, proprio su questo tema, la rottura è stata netta e, per quanto mi riguarda, definitiva.

Un antifascismo che  a 27 anni dalla caduta del Muro non è stato ancora in grado di esprimere e affermare la sua anima di antitotalitarismo non ha futuro. Un antifascismo che piange sulla morte di un dittatore, che rimpiange il sovietismo, che si inchina al primo capataz sudamericano, che innalza ancora nomi e simboli che per decenni hanno significato oppressione e negazione dei diritti, è una semplice autonegazione dei principi su cui dovrebbe fondarsi. Un antifascismo i cui esponenti, istituzionali e non, mostrano, nel dibattito, gli stessi toni della destra, gli stessi schemi settari e infantili vecchi ormai di 80 anni fa, non mi riguarda né può essere elemento positivo per nessuna costruzione politica futura.

Serenità perché, abituato per mestiere e passione a ricorrere alle “fonti”, ho raccolto parecchie centinaia di “mega” di materiale uscito sulla stampa e\o sul web in questa brutta campagna elettorale e quindi posso dimostrare “de facto” non solo quanto vado ora accennando ma anche quanto, in fondo, sia stato utile questo scontro. Ho scritto più volte “Oportet ut scandala eveniant” e lo confermo. Perché è stata una sorta di epifania politica, culturale e sociale. Tutto il carico di settarismo predetto, infantilismo, estremismo parolaio e qualunquismo era già presente, latente ma radicato, aspettava solo l’occasione per emergere ed in questo senso i social ne sono stati lo strumento più efficace. E tutto ciò nella parte politica, la <sinistra> cui io ho fatto (e faccio) riferimento. Il resto non mi interessa-per ora-sia la setta grillina o la galassia di una destra esplosa\implosa da tempo.

Serenità perché osservo come ancora una volta, dopo il 1998, sia stata parte della <sinistra> a giocare contro un’altra parte della <sinistra>. Nel 1998 chiusi i rapporti con quella <sinistra> massimalista e parolaia, nel 2016 procederò nello stesso senso con questa altra <sinistra>, divenuta ormai semplice conservazione dei privilegi, dello status quo, di piccole nicchie di gestione del potere, ben rappresentata da ex-leader concentrati sul proprio ego e interesse personale politico. Incapace a produrre alcuna progettualità, estasiata nella contemplazione di un passato (in parte) glorioso, cieca alla crisi generale del concetto stesso di <sinistra> come si sta rivelando in tutta Europa. Una <sinistra>che non ha voluto capire che il 1989 è stata la fine di un mondo e ha semplicemente rincorso l’oggi, il mantenimento del potere, con un affannoso mutare di sigle e organigrammi, anziché sedersi e riflettere per progettare un futuro adeguato. Una <sinistra>che non ha capito quanto l’evoluzione del lavoro degli ultimi 20 anni avesse modificato totalmente il suo rapporto con la società e la democrazia ed ha insistito in schemi e strutture che il tempo aveva reso obsolete, un po’ come ostinarsi nella nobile arte del maniscalco ai primi del 900, quando le auto ormai stavano diffondendosi ovunque.

Serenità perché la chiarezza è sempre meglio di una taciuta disapprovazione. In queste settimane ho visto\letto amici e conoscenti, che stimavo da anni, abbandonarsi a polemiche puerili, ad insulti, dileggi, battute degne del peggior bar Sport di Benniana memoria. Travolti da un furore ideologico che rivelava un disagio, una frustrazione che, forse per colpa mia, non avevo mai recepito, o almeno non in queste dimensioni e intensità. Epifania personale, quindi, e questo è un altro elemento positivo anche se doloroso.

Serenità infine perché questa sconfitta (cui in fondo sono elettoralmente abituato) è servita a rileggere tanti passaggi della storia italiana europea, arricchendo così il mio esiguo bagaglio di conoscenze e aumentando, lo dico con un pizzico di presunzione, la mia capacità di correlarmi ad una realtà che comunque esiste e procede. Il sole infatti, stamattina, è sorto regolarmente.

Nov 28, 2016 - Senza categoria    2 Comments

Fidel. Notarelle dopo una morte: qualche domanda

La morte di Fidel Castro offre l’occasione per un paio di riflessioni buttate così, a caso, nella grande confusione di questo tempo di pre-referendum.

Potremmo chiudere tutto con una delle tante battute fulminanti che il web ci offre “E dal comunismo è tutto. A voi XXI secolo”.

Ma le tante reazioni, fra il commosso, il poetico e l’artistico per la morte del “Lider Maximo” (quello vero, non quello taroccato di Gallipoli), apparse sul web e sulla stampa, fanno sospettare che ci si dia di più sotto. La domanda è chiara: ma davvero qualcuno rimpiange Fidel Castro? Certo-come si dice-la storia darà il suo giudizio- ma nel frattempo qualche anticipazione magari possiamo permettercela e allora torniamo a quella battuta fulminante “A voi XXI secolo”, perché siamo nel 2016, non nel 1961 con la crisi dei missili, Kennedy e Papa Giovanni e Castro sembra ormai davvero un personaggio consegnato alla storia, un altro caso residuale di fallimento di quell’utopia globale (già allora) che, diventata realtà, ha significato una delle tragedie del XX secolo.

Eppure il sospetto che Castro rimanga ancora oggi un simbolo, un’icona (non come quella ben pubblicizzata del Che ma poco ci manca) nel Pantheon di quella che continua definirsi <sinistra>, c’è ed è forte. E qui nasce il problema.

Banalizzando si può sintetizzare: si può essere di <sinistra<, <antifascisti> e poi ammirare\rimpiangere\sognare Cuba e Fidel Castro nel 2016?

Il problema non è nuovo, anzi, e qui sta un’ulteriore aggravante.

Io lo ricordo vecchio di almeno 30 anni. All’epoca (1987) lavoravo al Museo Cervi, Pantheon dell’antifascismo italiano e non solo. Accoglievamo delegazioni internazionali nella casa dei sette fratelli, fra esse delegazioni sovietiche che arrivavano con la solennità e la pompa che ci si poteva aspettare anche in quegli anni ormai di declino.

Arrivavano, portavano doni (ho ancora un’invidiabile collezione di spille, spillette e gadget vari originali soviet) e pronunciavano commossi discorsi sulla libertà, l’antifascismo, la fratellanza fra i popoli.

Poi andavano e io restavo lì a farmi domande strane: discorsi sulla libertà fatti da chi rappresentava una dittatura che usava manicomi e gulag per reprimere il dissenso? Da chi aveva costruito muri e usato carri armati per affermare un potere imperialista e nazionalista? Da chi aveva accolto quei partigiani che con i Cervi avevano combattuto, al loro ritorno in patria, non con gli onori o almeno con una stretta di mano riconoscente, ma li aveva spediti in gulag per anni (come era stato il caso di Anatoli Tarassov?). Qualcosa non tornava, ma ero giovane e le risposte rimanevano sospese nell’aria.

Ma le domande sono rimaste quelle: si può essere antifascisti e proclamarsi, a vario titolo, oggi nel 2016 <comunisti>? Si può ascrivere un dittatore come Castro nel Pantheon di una <sinistra> del XXI secolo? So bene le osservazioni sui livelli della sanità e dell’istruzione che Cuba oggi può vantare o del dolore popolare che la scomparsa del capo fa emergere. Ma sono argomenti insostenibili, non faccio similitudini con l’Italia fascista o nazista solo per non far torto alle altrui intelligenze.

Rimane il problema del rapporto fra un passato (che non passa) e un presente che sembra non solo non produrre nulla ma che procede comunque con la sguardo rivolto all’indietro senza però alcuna capacità critica o di analisi.

Questa grottesca campagna elettorale, come un’ondata sul bagnasciuga, ha fatto riemergere relitti e  rottami che sembravano sepolti nel tempo ma che ora restano lì, in secca. Il futuro dirà se a marcire definitivamente o a essere raccolti e portati in trionfo (verso la prossima sconfitta).

 

 

Nov 17, 2016 - Senza categoria    No Comments

In fuga dalla retorica (Marco Simoni)

L’ultimo editoriale di Walter Veltroni mi ha suscitato alcune domande, ma parto da una convinzione: ormai è chiaro che nel 2008 è finita un’epoca, senza che una nuova sia arrivata

Nel suo editoriale di domenica scorsa, Walter Veltroni incita la sinistra a non indugiare, a riscoprire l’importanza dell’innovazione politica e del riformismo per dare risposte a quella parte impaurita della classe media che sembra trovare rifugio nei messaggi dei demagoghi contemporanei. Veltroni, si sarebbe detto, storicizza il tema, identificando tre spartiacque: il 1989, il 2001, e il 2008, tappe in cui è nato un nuovo mondo, che è poi entrato in crisi. Il suo pezzo mi ha suscitato alcune domande, ma parto da una convinzione: ormai è chiaro che nel 2008 è finita un’epoca, senza che una nuova sia arrivata.

Ricordiamo che dopo la crisi finanziaria, paesi e governi, che avevano esaltato per t re n t ’anni il libero mercato come panacea, dovettero rapidamente far intervenire lo Stato per salvare banche (dunque risparmi: no facili populismi), fabbriche di automobili, altre istituzioni economiche. Quell’anno fu distrutto il mito dello Stato minimo che aveva sorretto i trent’anni precedenti. Con esso ne distrusse un altro: quello che nel mercato chi sbaglia paga sempre. Perché se alcune banche in quanto tali furono cancellate dal panorama, il senso che rimase a tutti fu di un fallimento collettivo in cui non c’erano responsabilità personali: eppure molte condizioni personali, dopo quell’anno, peggiorarono. Si è rotto di colpo un paradigma politico e un vincolo di fiducia nel sistema che ha aperto gli argini al mare di sfiducia che oggi sembra invadere le nostre città.

Attenzione: i trent’anni fino al 2008 videro l’espandersi della democrazia nel mondo, l’uscita di un miliardo di persone dalla povertà, progressi tecnologici, culturali ed economici (meno in Italia per ragioni che ho discusso altrove, e per questo Grillo arrivò prima degli altri). Ma nel 2008, l’equilibrio di quel tempo è finito, inutile (politicamente) spiegarne i successi, giusto cercarne i limiti. Tuttavia, il pensiero e la politica progressista si pongono oggi contro una alternativa che ora sembra davvero chiara.

È troppo presto per sapere nel dettaglio cosa farà l’amministrazione Trump, quello che sappiamo è che ha messo su finora una squadra reazionaria in campo economico, sociale, culturale, come non se ne erano mai viste.

Sempre sbagliato, anche con gli avversari, dare giudizi sulle persone: bisogna far parlare i fatti. Ma le parole sentite finora non lasciano presagire nulla di positivo. Una cosa però abbiamo imparato, spero definitivamente. Gli elementi di «novità» che i demagoghi mostrano nel loro stile, da Trump a Grillo passando per Farage, Le Pen, eccetera, fatti di insulti, menzogne, e paranoie complottiste, sono solo cortina fumogena per una politica di chiusura reazionaria che non è nuova affatto, ma storicamente l’istinto di tante persone nei momenti di incertezza.

Questo si vede in tutti i luoghi, dagli Usa, alla Gran Bretagna, fino a Roma o Torino, dove i demagoghi sono andati al potere. Si è tanto parlato in questi giorni, come nei giorni dopo la Brexit, di «rivolta contro le élite», o contro «l’establishment». Così facendo, i commentatori specialmente quelli progressisti, stanno semplicemente arrendendosi alla stessa retorica e alla stessa logica traditrice propugnata dai demagogici che, al contrario, sono parte consustanziale delle élite più trite. Infatti, come giustamente richiamato da Veltroni: la classe più ricca ha votato soprattutto Trump mentre la più povera soprattutto Hillary.

Inoltre, Hillary ha preso molti più voti di Trump e dunque bisogna sapere di essere dentro una sfida che stavolta è stata persa di un soffio, non di esser stati «sopraffatti dalla rivolta» (si è persa per il voto dello 0.03% degli americani, concentrato in alcuni stati chiave, come rileva Luca Sofri sul Post).

Sicuramente esistono nuove disuguaglianze che vanno messi sistematicamente al centro delle politiche progressiste. Disuguaglianze non solo economiche, ma soprattutto sociali, di legami, geografia e strumenti: i meno istruiti e chi vive lontano dalle città sono i principali gruppi ad aver votato Trump o per la Brexit. Esistono prudenze riformiste e pigrizie nostalgiche, ovvero vizi di entrambe le due facce storiche della sinistra occidentale, che hanno fatto nel passato danni rilevanti nutrendo la sfiducia. Resta il fatto tuttavia che l’onda demagogica è soprattutto una reazione culturale, da combattere dal punto di vista politico e sociale, contro il valore di sinistra oggi più vivo di tutti: l’internazionalismo –paradossalmente: l’unico che non si cita mai, con un nome vintage, ma il più egemonico di tutti. Infatti, mentre fanno finta di prendersela con qualche «potere forte» immaginario, e mentre poi si appoggiano sui poteri più vecchi e cupi, i demagogici combattono soprattutto le facce normali delle persone che vivono e lavorano sentendosi naturalmente parte di un mondo più ampio del tinello della loro cucina.

Ci sono quelle che per una parte lunga o breve della vita vanno all’estero a vivere, una minoranza di qualche decina milioni di persone che –vi assicuro –si sobbarca un percorso che tutto è tranne che elitario nel senso di privilegiato. Ma ce ne sono assai di più che pur rimanendo tutta la vita nel loro quartiere praticano ogni giorno valori di solidarietà, apertura, curiosità, condivisione, fiducia nella scienza e nel sapere, fiducia nel lavoro e nell’impegno, umiltà che non è sottomissione, rigetto di pratiche patriarcali, sessiste e razziste, persone il cui amore per il proprio Paese non diventa neanche per scherzo nazionalismo, ma la base su cui costruire la propria identità di cittadini del mondo. Allora queste persone oggi, sotto chiaro attacco, devono anche sentirsi parte di un’immaginaria «élite», snob e distante, che ha permesso la vittoria di Trump? Onestamente mi pare troppo. Certo è importante, quando emergono, riconoscere i limiti dei leader politici progressisti, sforzarsi di operare per far prevalere il senso collettivo sull’opportunismo individuale, e cercare di promuovere nuove politiche per ridurre disuguaglianze che sono state trascurate, oltre che la credibilità di chi si candida.

Ma bisogna anche avere presente che lo scopo è quello di battere questi miliardari senza scrupoli, che usano i mezzi più scorretti, a partire da Grillo e i suoi seguaci. Uno di loro purtroppo ha vinto in un posto importante mercoledì scorso, ricordiamo: grazie allo 0,03% del voto degli americani.

http://www.unita.tv/opinioni/in-fuga-dalla-retorica/

Nov 4, 2016 - Senza categoria    No Comments

I Cavalieri Del Nulla. L’Ordine e la Regola (di Martino Branca)

L’Ordine dei Cavalieri Del Nulla è una Regola, non una struttura. Prende forma definita e concreta a periodi, con geometria variabile. Si incarna, assumendo la veste e la consistenza di un esercito multiforme, ogni volta che l’accenno di un movimento o addirittura un segno di vita in un punto qualsiasi dello suo spazio geografico segnalino l’urgenza di un intervento repressivo. Tuttavia di norma l’Ordine è dormiente, vive in sonno allo stato potenziale, disaggregato nelle sue componenti: le Confraternite del Nulla. Queste viceversa hanno carattere stabile, continuità e organizzazione; all’interno si articolano in diete, comitati, organi fiduciari, funzioni condottiere. Per evidenziare la durata e la quadratura culturale del proprio impegno esse assumono quasi sempre nomi riferiti all’universo scientifico: l’astronomia (“Cinque Stelle”), la botanica (“Sinistra Radicale”), la ginecologia (“Travaglio”) eccetera.

Le Confraternite non sono uguali né equipollenti. Pur nell’osservanza rigorosa della Regola, esse si differenziano per l’indole, la taglia e soprattutto quanto ai modi dell’operare, che sono tipici di ciascuna: l’inquisizione (“Travaglio”), l’ostruzione (“Cinque Stelle”), il deragliamento (per i radicalisti c’è sempre, di lato, qualche altra priorità), il rinvio ad una palingenesi cosmica futura (tutti).

Unità operativa di ogni Confraternita, e attraverso questa dell’Ordine, sono i Cavalieri Del Nulla, insieme opliti ed eroi, materia e simbolo.

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L’orizzonte dell’Ordine Del Nulla è la quiete assoluta, l’assenza di quantità di moto. L’Ordine esiste in funzione dell’esistente. Il suo imperativo è la preservazione dell’immobilità dell’essere, perciò esso combatte ogni possibile divenire del contesto di cui è parte. Tocca ai suoi organi costitutivi, le Confraternite, il compito di segnalare accenni anche minimi di cambiamenti, embrioni di processi evolutivi, focolai di movimento. Non appena percepita una vibrazione, una Confraternita si attiva e sollecita le altre a fare squadra, a destare l’Ordine dalla sonnolenza, per incarnare tutte insieme attivamente – s’intende pro tempore –  il verbo della Regola.

All’interno di ogni Confraternita i Cavalieri riproducono il dispositivo che governa la relazione tra l’Ordine e il mondo. Essi sono votati a preservare la Confraternita dal divenire, a mantenerla per sempre uguale a sé stessa. Accade raramente che un Cavaliere, violando la Regola, colto da una inopinata pulsione vitale tenti di modificare lo statuto o lo stile della sua Confraternita, ovvero che, assurto per combinazione a responsabilità di governo, dispieghi un progetto ambizioso, diverso dal Nulla. In quei casi un Campione o una Cerchia cavalleresca si ergono,  disarcionano il traditore, lo espellono o lo inviano in un paese lontano.

Come alle Confraternite anche ai Cavalieri è imposto il vincolo dell’eterna uguaglianza a sé stessi. Ad esempio, se all’atto dell’Ordinamento e dell’assunzione del Voto di fedeltà un Cavaliere indossa i baffetti, quello sarà il suo vessillo fino al termine dei suoi giorni.

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Ogni Cavaliere del Nulla dispiega la sua opera su tre livelli – la nazione, la Confraternita, la persona – ma con metodi differenti. Nella dimensione più ampia egli non ostacola la formazione di governi esterni all’Ordine, altrimenti non vi sarebbe stabilità né stasi. Simula ostilità e assalti ma osserva attentamente i governanti: purchè non causino alcun tipo di cambiamento egli nel suo cuore li ama e li rispetta, e senza apparire spende la sua indole generosa per aiutarli a superare le loro crisi.

Diverso è il portamento del Cavaliere all’interno della sua Confraternita di pertinenza. Qui egli è inflessibile nell’impedire che la Confraternita dia vita o prenda parte all’amministrazione della nazione o di un segmento di essa. Qualora per un capriccio del popolo o per una sfortunata combinazione astrale la sua Confraternita sia indotta a governare, il Cavaliere del Nulla attacca quella compagine esecutiva fino a provocarne la caduta e procede contro i responsabili affinché siano sfiduciati per sempre. Se si è distinto nella battaglia gli vengono tributate ovazioni, poi viene dimenticato. Non è escluso tuttavia, benché accada raramente, che un Cavaliere dall’intelligenza spregiudicata partecipi, per astuzia tattica, ad un’attività di governo. In quel caso egli trasgredisce in apparenza, allo scopo di procurarsi un’occasione più alta di diniego. Ad esempio, la mattina partecipa all’attività del consiglio dei ministri, il pomeriggio scende nell’Arengo e da lì marcia in massa contro il proprio Ministero. Per questa via il Cavaliere, reprimendo nel medesimo tempo la Confraternita e sé stesso,  raggiunge la condizione del Sublime.

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La storia procede, in un modo o nell’altro. Il Cavaliere Del Nulla è ben conscio di non poterne fermare il corso. Tuttavia resta tranquillo perché sa che la logica è dalla sua parte. Egli non perde mai di vista la Regola e difende con tutta le sue capacità lo stato di cose esistente. È il Campione del Presente e il nemico implacabile del Futuro e del Passato: si impegna con pari energia tanto per bloccare qualunque moto di avanzamento quanto per impedire ogni tentativo di ripristino. Quando le circostanze avverse o la preponderante forza del nemico producono, nonostante i suoi sforzi, una innovazione qualsiasi Il Cavaliere De Nulla non si scoraggia. Egli sa attendere che il cambiamento si affermi e si consolidi, e perciò stesso termini di prefigurare Futuro e diventi attualità. A quel punto il Cavaliere lo riconosce come Presente e si dispone a difenderlo, anzi  diventa il suo Campione. E così via.

In forza del medesimo logos, Il Cavaliere Del Nulla si oppone sempre alla riparazione di guasti prodotti da attività pubbliche pregresse, perché le ritiene ormai legittimate dal tempo trascorso. In generale egli non cade mai in contraddizione perché è attento alle circostanze. Lo spirito della Regola gli consente, anzi gli impone, di colpire duramente iniziative e intenzioni oggi pericolose per la quiete, incluse quelle che in passato aveva sostenuto quando un diverso contesto le rendeva innocue.

Il Cavaliere agisce sempre in funzione del Principio Superiore del Nulla e non indulge alle categorie della morale comune, quali il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.

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IL Cavaliere Del Nulla combatte strenuamente contro la vita, ispirato dalla Regola dell’Ordine. In generale egli agisce come oplita dell’alleanza delle Confraternite, nel rispetto delle disposizioni statutarie che sono parte inevitabile delle condizioni al contorno. Ma è all’interno della sua Confraternita che egli da il meglio di sé, dimostrando di saper coniugare il rigore con la licenza, la creatività con la norma.

Egli non dimentica mai la scala dei valori autentici, che pone il Nulla al disopra di tutto, perciò non si lascia influenzare da ricatti ideologici. Dentro la Confraternita accetta il gioco democratico, ma con riserva, solo  finchè questo gli garantisce spazio nella maggioranza degli adepti. Ma non appena si accorge di trovarsi ai margini della partita egli ripudia la democrazia, riconosce la maggioranza come forza nemica della Regola e la combatte. Se la battaglia volge a suo sfavore il Cavaliere è colto da un sospetto crescente. Ha motivo di credere che la sua Confraternita sia in contrasto con l’Ordine, perciò la abbandona senza rimpianti. E con i compagni ed i seguaci ne fonda immediatamente una nuova, più piccola ma più aderente alla Regola.

Non sempre l’atto rifondativo risolve la contraddizione. Può darsi che nella nuova Confraternita il Cavaliere si ritrovi nello stato di minoranza che lo aveva indotto a lasciare quella originaria. Egli non si avvilisce per questo. Sa dalla logica che lo spazio politico è divisibile all’infinito, e provvede ad una ulteriore scissione. Sicché avviene che esistano Confraternite talmente numerose che solo la rete di interconnessione globale può governarle, accanto ad altre piccolissime, consistenti in una sola persona (“Travaglio”, “Civati”).

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Così come combatte e si ingegna per mantenere il Tempo in un eterno Presente, allo stesso modo il Cavaliere Del Nulla difende la forma dello Spazio da ogni tentativo di alterazione. E poiché l’Architettura è l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane, essa è il principe dei suoi nemici. Esperto di comunicazione e arte retorica, il Cavaliere non la nomina mai, ma vi allude con disprezzo, usando i nomi dei materiali ordinari da costruzione: “Il Mattone”, “Il Cemento”. L’astuzia gli consiglia di evitare, nella sineddoche, parole altrettanto pertinenti (Pietra, Acciaio, Vetro, Titanio) ma pericolosamente suggestive per la semplice psicologia del popolo. Egli sa di essere il custode dell’inerzia delle sue città e dei suoi contadi, perché lui solo è indifferente agli esempi inquietanti forniti dal resto del mondo: sviluppi impetuosi di reti, innumerevoli e monumentali opere pubbliche, torri spericolate.

Con analoga, simmetrica lucidità il Cavaliere Del Nulla si oppone all’anastilosi dei monumenti caduti. Egli è conscio del pericolo insito nel ripristino: la restituzione della forma architettonica perduta. Conservando ai ruderi la condizione attuale, mantenendoli a terra, muti e inerti, garantisce la funzione di preziosa testimonianza degli eventi banali che li hanno ridotti al silenzio: i cataclismi, i terremoti, le guerre.

https://ytali.com/2016/11/03/i-cavalieri-del-nulla-lordine-e-la-regola/

Nov 3, 2016 - Senza categoria    No Comments

La sinistra immobile e la svolta di Theresa May

29 ottobre 2016

La sinistra immobile e la svolta di Theresa May

Secondo il Washington Post la sinistra europea sta morendo. Il voto su Brexit e l’ultimo discorso della premier britannica sulla Gig Economy lo confermano

EDITORIALE

 Dal numero di pagina99 in edicola il 29 ottobre 2016
Sul Washington Post del 24 ottobre Sheri Berman, docente di Scienze politiche al Barnard College di New York, ha scritto che la sinistra tradizionale europea sta morendo. Più esattamente il titolo suonava così: Europe’s traditional left is in a death spiral. Even if you don’t like the left, this is a problem (“La sinistra europea tradizionale è in una spirale di morte. Anche se non amate la sinistra, questo è un problema”). Si può essere d’accordo o meno, ma il ragionamento merita attenzione.

Berman dice che la crisi economica, il disastro greco, la sfiducia verso le istituzioni comunitarie hanno molte origini: per esempio il neoliberismo e la scarsa credibilità dell’Europa. Ma il declino del centro-sinistra in molti Paesi è certamente una delle cause di questa crisi. La sinistra si sta consumando come una candela: i socialdemocratici tedeschi sono al 20%, i laburisti britannici sono in una crisi senza precedenti, i socialisti francesi sono al minimo storico nei sondaggi. E persino i socialdemocratici del Nord Europa hanno subito pesanti batoste elettorali.

La sinistra ha perso il ruolo di stabilizzatore sociale che aveva svolto nel Dopoguerra, quando fu il pilastro fondamentale che consentì di consolidare un mercato economico scosso dalla crisi del ’29 e dal conflitto che ne seguì. Allora aveva una visione del mondo che le consentiva di governare una società in trasformazione. Poteva tenere sotto controllo le spinte centrifughe di un capitalismo rampante e di una classe di lavoratori in cerca di benessere. Sapeva tenere insieme le esigenze della crescita economica, l’efficienza della democrazia e la stabilità sociale.

Dopo il crollo del 2008, sostiene Berman, questa capacità sembra essersi esaurita. Da allora il centro-sinistra sembra incapace di fornire nuove idee per promuovere l’economia senza compromettere il benessere dei cittadini comuni di fronte agli squilibri del libero mercato. È una difficoltà che ha le sue radici nei decenni precedenti, quando il mondo globalizzato ha imposto al fronte progressista di coniugare i tradizionali principi di solidarietà sociale nei confronti delle classi sociali meno abbienti con le idee emergenti del multiculturalismo che si sono imposte come effetto naturale delle grandi migrazioni.

Secondo Berman la crisi cominciò allora, in assenza di una sintesi che consentisse di tenere insieme i diversi gruppi sociali e le diverse culture; e questo ha portato a una frammentazione che ha indebolito la sinistra in tutta Europa. Questo declino ha lasciato spazio a forze alternative, che spesso si ispirano alla destra che vorrebbe risolvere la crisi tagliando il welfare, o addirittura alla destra xenofoba, che individua negli immigrati il nemico da combattere e nell’autarchia la soluzione ai problemi della globalizzazione.

La terza opzione – quella di Corbyn in Gran Bretagna, di Syriza in Grecia, di Podemos in Spagna – è in grado di mobilitare molti scontenti ma, dice Berman, incapace di fornire soluzioni adeguate. Tutto ciò ha portato larghi strati di popolazione, un tempo legati alla sinistra, a spostarsi verso la destra populista. È accaduto nel Regno Unito nel corso dell’ultimo referendum sulla Brexit e anche negli Stati Uniti, dove larga parte dei lavoratori bianchi sembra orientarsi su Donald Trump.

È istruttivo, da questo punto di vista, quello che ancora sta accadendo in Gran Bretagna. Negli ultimi anni l’evoluzione dell’economia digitale ha cambiato i connotati di milioni di posti di lavoro trasformandoli in occupazioni precarie e mal pagate. È quella che negli Stati Uniti è stata battezzata Gig Economy, l’economia dei lavoretti (a cui dedichiamo la copertina del numero in edicola questa settimana), dove a guadagnare sono gli azionisti di poche grandi piattaforme tecnologiche (come Uber) mentre a lavorare, per pochi soldi e senza garanzia, sono milioni di giovani sottopagati. In altri tempi ci si sarebbe aspettato che la sinistra avesse preso la guida di un movimento di protesta contro una modernità che sta peggiorando le condizioni di vita dei cittadini.

Invece niente di tutto questo è accaduto. A scendere in campo è stato invece il neo primo ministro britannico, la conservatrice Theresa May. In un discorso che molti hanno considerato storico, alcuni giorni fa la May ha detto che i diritti tradizionali dei lavoratori vanno estesi a quelli della cosiddetta Gig Economy, sostenendo che è necessario adattare le vecchie regole al mondo del lavoro che cambia, riferendosi esplicitamente ad aziende come Uber e Deliveroo. E ha affermato che è necessario aumentare la sicurezza e i diritti del lavoratori «per costruire un Paese che funzioni per tutti, non solo per pochi privilegiati», «mantenendo la flessibilità del lavoro ma garantendo la sicurezza e i diritti dei lavoratori», forse anche imponendo un loro ingresso nei board aziendali. Sono chiacchiere, certo, ma forse varrebbe la pena rifletterci.

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