Dic 6, 2016 - Senza categoria    No Comments

Perché ha vinto l’Italia di Matteo (Salvini) di Guido Moltedo

Negli ultimi giorni, prima del referendum, il mio vecchio amico e compagno Samir mi ha tempestato via whatsapp di immagini e video in un crescendo di scherno anti-renziano. Che votasse no e che pensasse che anch’io votassi no, ok, ma che pensasse di poter condividere con me un servizio tv del fascio-leghista Gianluigi Paragone, solo perché antirenziano, be’ mi è sembrato un po’ troppo. Specie, poi, quando l’ho visto, quel servizio tv. E sì, era la solita storia della JP Morgan, la grande banca d’affari, “la vera autrice della riforma costituzionale renziana”. Sì la banca della plutocrazia (mondiale ebraica), come diceva il sottotesto, non dichiarato ma neppure tanto.

Caro Samir, so che hai avversato con limpida convinzione la riforma bocciata, anche con la rabbia di chi immagina Renzi come un pupazzo in una rete internazionale di poteri forti, gli stessi che, dal tuo punto di vista, danno sostegno a Israele contro il tuo popolo. In quest’idea ti sei trovato in numerosa e variegata compagnia. La storia della JP Morgan e dei poteri forti è stata uno dei Leitmotiv della campagna del no, inclusi i suoi evidenti brutti non detti. D’Alema ci ha molto insistito su, anche insinuando incongruamente un’amicizia di Renzi con Benjamin Netanyahu, e perfino facendo sapere in giro, con nonchalance, che dietro Matteo c’è il Mossad.

Pure questo è servito per mandare a casa il premier. Ma, caro Samir, devi sapere che la causa dei popoli oppressi, come il tuo, non conviene consegnarla alla cricca Salvini-Berlusconi-Grillo-Casa Pound, i veri vincitori del referendum uniti dal comune odio verso gli oppressi, specie quelli in fuga da altri paesi, Medio Oriente e Africa.

Su questo hanno costruito la loro vittoria. Sulla paura. Sull’avversione agli immigrati. Sulcombinato disposto, questo sì, vero, di crisi economico-sociale e immigrati.

In un tweet nella notte dei risultati referendari, il politologo americano Chris Cillizza riassumeva così il senso dclle notizie provenienti dall’Italia. Trumpism is everywhere. Il trumpismo è ovunque.

Il trumpismo è americano e l’America influenza il mondo, ma dell’attuale versione italiana del trumpismo parte importante è il precursore riconosciuto di Trump, il Cavaliere. A esso s’aggiungono un pezzo rinnovato della prima coalizione berlusconiana (Salvini che salda il leghismo estremista con il neofascismo) e il movimento 5 Stelle. Una coalizione populista che non aveva certo bisogno di The Donald per mettersi in luce, ma che grazie alla concomitanza con l’avvento di Trump trova triste notorietà oltre confine, come parte di un movimento euro-americano e non solo, teso a imporre un nuovo ordine mondiale fondato sul ritorno alla superiorità e all’egemonia dell’uomo bianco, messe in discussione dalla rivoluzione demografica globale unita a una trasformazione economica anch’essa globale che corrode i tradizionali fondamenti della prosperità medio-borghese occidentale.

Che ci possano riuscire, queste forze reazionarie, è da vedere. Ma che questo tentativo sia in atto, è sotto gli occhi di tutti. Anche in Italia.

Alla globalizzazione reagisce insomma un fronte nazionalista internazionalista che intende portare indietro le lancette dell’orologio della storia, con la demagogia e la manipolazione.

I dati dell’affluenza al referendum di domenica ci parlano di una grande mobilitazione popolare, che con il merito della consultazione aveva poco a che fare, e quel poco era anche subalterno alla voglia di dare una sberla al governo e al suo presidente, che non ferma gli immigrati e neppure la disoccupazione.

Se fosse andata secondo le aspettative, se cioè ci fosse stata un’affluenza ben minore con un risultato vicino al pareggio, la quota di elettorato di sinistra avrebbe potuto essere l’ago della bilancia e giustamente rivendicare il peso dei suoi voti per far vincere il no. L’esito dice invece che la componente di sinistra è stata del tutto ininfluente ai fini del successo del no, un no a valanga giustamente rivendicato da grillini, Salvini e Berlusconi, su una piattaforma di avversione alle politiche del governo, proprio quelle più sociali e aperte.

In un contesto così, che adesso appare più chiaro, in cui si stagliano più nitide le ragioni di uno scontento e di una paura diffuse che hanno fatto da carburante della rivolta elettorale, Matteo Renzi ha compiuto un errore di portata strategica, avventurandosi su un terreno di scontro del tutto a lui socialmente sfavorevole e in un momento sfavorevole, un terreno sul quale avrebbero avuto buon gioco le forze della destra e della demagogia. Una battaglia persa in partenza.

Il quaranta per cento del sì, conquistato grazie al sostegno di Emilia e Toscana, fotografa un perimetro elettorale che nessuno nel centrosinistra è mai riuscito a espandere, vincendo, quando ha vinto, grazie alle divisioni nel fronte avverso, sia nelle consultazioni nazionali sia in molte consultazioni locali. Renzi si era illuso di avere il piglio e la popolarità personale per andare oltre quel recinto, prendendo voti nel campo avverso in nome di un rinnovamento del paese. Molti degli elettori da conquistare, non a torto, hanno interpretato la linea di  Renzi come un’apertura al mondo, alle interrelazioni, agli scambi, quando l’aria che tira è invece quella della chiusura, del ritorno al protezionismo, perfino all’autarchia, come predica Trump. È l’aria dei muri. Della flotta a cui va dato ordine di bloccare i natanti dei profughi, anche sparando.

I tempi sono quelli dell’altro Matteo, di Salvini, non di Renzi. Adesso è chiaro, ma da un talento come Renzi ci si sarebbe aspettati che l’avesse capito prima lui degli altri, e non si fosse buttato in una prova elettorale che, in ogni caso, era l’equivalente di un voto di medio termine e, dunque, per definizione sfavorevole al governo.

Poteva andare in modo diverso se avesse affrontato diversamente la partita? Sulla sua conduzione personalista e solitaria sono piovute critiche e improperi. La dimensione della sconfitta fa pensare che in ogni caso non sarebbe andata diversamente in modo significativo.

Certo, all’errore strategico della battaglia referendaria s’aggiunge quello di aver impegnato gran parte delle risorse in un confronto tutto interno al suo partito, come se l’esito del referendum dipendesse dal regolamento di conti con D’Alema e Bersani, quando tutte le energie avrebbero dovuto essere impiegate fuori del partito, contro Grillo, Salvini e Berlusconi, con nessuno dei quali peraltro ha sostenuto un confronto televisivo (furbescamente si sono sottratti lasciando che si dilaniassero a sinistra). Lo scontro nel Pd è stato ovviamente dilatato dai media, a tutto vantaggio dei più temibili avversari di Renzi.

Adesso che Matteo è ko, i “vincitori” interni del Pd devono spiegare agli elettori del centrosinistra le ragioni politiche più di fondo della loro opposizione, non tanto al referendum, ovviamente legittima. Devono piuttosto dar contro della loro persistente critica a ogni atto e azione del governo Renzi, un’avversione intransigente e incessante – in una fase estremamente delicata per il nostro paese – che si è sommata a quella dell’opposizione parlamentare del centrodestra e grillina. Mai si era visto un presidente del consiglio del centrosinistra – l’unico governo di centrosinistra rimasto in piedi in Europa – così sistematicamente preso di mira da una parte consistente del suo stesso partito, capeggiata da due ex-segretari del partito stesso.

Una guerra civile che adesso rende difficile, se non impossibile, la ricostruzione di un senso di direzione condiviso. E questa è la vera sconfitta.

https://ytali.com/2016/12/05/perche-ha-vinto-litalia-di-matteo-salvini/

Dic 5, 2016 - Senza categoria    No Comments

Serenamente deluso

Questa notte\mattina ho postato su FB l’espressione del mio stato d’animo dopo la sconfitta referendaria: “Serenamente deluso”. Come sapevamo, ed abbiamo visto in maniera spesso grottesca in queste settimane, FB non è il luogo per riflessioni che vadano oltre le dieci righe (c’è chi ci affligge con articolesse infinite, ma questo è un altro discorso), così provo-in breve perché le sensazioni sono ancora troppo recenti-a chiarire il mio punto di vista. Non mi soffermo sul “deluso” perché è abbastanza ovvio. Speravo che il SI vincesse, ho portato quanti più voti sono stato capace di raccogliere e motivare ma le cose sono andate come sappiamo (anche se a Reggio il NO è stato sconfitto).

Mi interessa quell’avverbio che ho usato: “serenamente” che viene in buona parte, come esprimevo nel mio post, dalla consapevolezza di aver votato con la “parte migliore” del paese. Subito mi è stata contestata questa convinzione “ecco la solita presunta superiorità morale…per quello avete perso..blabla”. Io credo che esista un’Italia migliore di quella che ha scelto di non cambiare nulla, per paura, protesta, ideologia o calcolo. Uno sguardo al risultato del voto provincia per provincia me ne da una prima conferma: le poche isolette di verde (SI) nel mare di un’Italia rossa (NO) restano fra le terre dell’Emilia e della Toscana, proprio dove la Resistenza che la Costituzione fece ed ispirò pagò i prezzi più alti (oltre alle province europee di Trento e Bolzano).

E questo è il primo, e forse più solido, motivo di serenità: io non ho votato come i fascisti e i leghisti, questione di storia, di storie, di idee e di principi.

L’antifascismo come punto di riferimento in una campagna elettorale dove, proprio su questo tema, la rottura è stata netta e, per quanto mi riguarda, definitiva.

Un antifascismo che  a 27 anni dalla caduta del Muro non è stato ancora in grado di esprimere e affermare la sua anima di antitotalitarismo non ha futuro. Un antifascismo che piange sulla morte di un dittatore, che rimpiange il sovietismo, che si inchina al primo capataz sudamericano, che innalza ancora nomi e simboli che per decenni hanno significato oppressione e negazione dei diritti, è una semplice autonegazione dei principi su cui dovrebbe fondarsi. Un antifascismo i cui esponenti, istituzionali e non, mostrano, nel dibattito, gli stessi toni della destra, gli stessi schemi settari e infantili vecchi ormai di 80 anni fa, non mi riguarda né può essere elemento positivo per nessuna costruzione politica futura.

Serenità perché, abituato per mestiere e passione a ricorrere alle “fonti”, ho raccolto parecchie centinaia di “mega” di materiale uscito sulla stampa e\o sul web in questa brutta campagna elettorale e quindi posso dimostrare “de facto” non solo quanto vado ora accennando ma anche quanto, in fondo, sia stato utile questo scontro. Ho scritto più volte “Oportet ut scandala eveniant” e lo confermo. Perché è stata una sorta di epifania politica, culturale e sociale. Tutto il carico di settarismo predetto, infantilismo, estremismo parolaio e qualunquismo era già presente, latente ma radicato, aspettava solo l’occasione per emergere ed in questo senso i social ne sono stati lo strumento più efficace. E tutto ciò nella parte politica, la <sinistra> cui io ho fatto (e faccio) riferimento. Il resto non mi interessa-per ora-sia la setta grillina o la galassia di una destra esplosa\implosa da tempo.

Serenità perché osservo come ancora una volta, dopo il 1998, sia stata parte della <sinistra> a giocare contro un’altra parte della <sinistra>. Nel 1998 chiusi i rapporti con quella <sinistra> massimalista e parolaia, nel 2016 procederò nello stesso senso con questa altra <sinistra>, divenuta ormai semplice conservazione dei privilegi, dello status quo, di piccole nicchie di gestione del potere, ben rappresentata da ex-leader concentrati sul proprio ego e interesse personale politico. Incapace a produrre alcuna progettualità, estasiata nella contemplazione di un passato (in parte) glorioso, cieca alla crisi generale del concetto stesso di <sinistra> come si sta rivelando in tutta Europa. Una <sinistra>che non ha voluto capire che il 1989 è stata la fine di un mondo e ha semplicemente rincorso l’oggi, il mantenimento del potere, con un affannoso mutare di sigle e organigrammi, anziché sedersi e riflettere per progettare un futuro adeguato. Una <sinistra>che non ha capito quanto l’evoluzione del lavoro degli ultimi 20 anni avesse modificato totalmente il suo rapporto con la società e la democrazia ed ha insistito in schemi e strutture che il tempo aveva reso obsolete, un po’ come ostinarsi nella nobile arte del maniscalco ai primi del 900, quando le auto ormai stavano diffondendosi ovunque.

Serenità perché la chiarezza è sempre meglio di una taciuta disapprovazione. In queste settimane ho visto\letto amici e conoscenti, che stimavo da anni, abbandonarsi a polemiche puerili, ad insulti, dileggi, battute degne del peggior bar Sport di Benniana memoria. Travolti da un furore ideologico che rivelava un disagio, una frustrazione che, forse per colpa mia, non avevo mai recepito, o almeno non in queste dimensioni e intensità. Epifania personale, quindi, e questo è un altro elemento positivo anche se doloroso.

Serenità infine perché questa sconfitta (cui in fondo sono elettoralmente abituato) è servita a rileggere tanti passaggi della storia italiana europea, arricchendo così il mio esiguo bagaglio di conoscenze e aumentando, lo dico con un pizzico di presunzione, la mia capacità di correlarmi ad una realtà che comunque esiste e procede. Il sole infatti, stamattina, è sorto regolarmente.

Nov 28, 2016 - Senza categoria    2 Comments

Fidel. Notarelle dopo una morte: qualche domanda

La morte di Fidel Castro offre l’occasione per un paio di riflessioni buttate così, a caso, nella grande confusione di questo tempo di pre-referendum.

Potremmo chiudere tutto con una delle tante battute fulminanti che il web ci offre “E dal comunismo è tutto. A voi XXI secolo”.

Ma le tante reazioni, fra il commosso, il poetico e l’artistico per la morte del “Lider Maximo” (quello vero, non quello taroccato di Gallipoli), apparse sul web e sulla stampa, fanno sospettare che ci si dia di più sotto. La domanda è chiara: ma davvero qualcuno rimpiange Fidel Castro? Certo-come si dice-la storia darà il suo giudizio- ma nel frattempo qualche anticipazione magari possiamo permettercela e allora torniamo a quella battuta fulminante “A voi XXI secolo”, perché siamo nel 2016, non nel 1961 con la crisi dei missili, Kennedy e Papa Giovanni e Castro sembra ormai davvero un personaggio consegnato alla storia, un altro caso residuale di fallimento di quell’utopia globale (già allora) che, diventata realtà, ha significato una delle tragedie del XX secolo.

Eppure il sospetto che Castro rimanga ancora oggi un simbolo, un’icona (non come quella ben pubblicizzata del Che ma poco ci manca) nel Pantheon di quella che continua definirsi <sinistra>, c’è ed è forte. E qui nasce il problema.

Banalizzando si può sintetizzare: si può essere di <sinistra<, <antifascisti> e poi ammirare\rimpiangere\sognare Cuba e Fidel Castro nel 2016?

Il problema non è nuovo, anzi, e qui sta un’ulteriore aggravante.

Io lo ricordo vecchio di almeno 30 anni. All’epoca (1987) lavoravo al Museo Cervi, Pantheon dell’antifascismo italiano e non solo. Accoglievamo delegazioni internazionali nella casa dei sette fratelli, fra esse delegazioni sovietiche che arrivavano con la solennità e la pompa che ci si poteva aspettare anche in quegli anni ormai di declino.

Arrivavano, portavano doni (ho ancora un’invidiabile collezione di spille, spillette e gadget vari originali soviet) e pronunciavano commossi discorsi sulla libertà, l’antifascismo, la fratellanza fra i popoli.

Poi andavano e io restavo lì a farmi domande strane: discorsi sulla libertà fatti da chi rappresentava una dittatura che usava manicomi e gulag per reprimere il dissenso? Da chi aveva costruito muri e usato carri armati per affermare un potere imperialista e nazionalista? Da chi aveva accolto quei partigiani che con i Cervi avevano combattuto, al loro ritorno in patria, non con gli onori o almeno con una stretta di mano riconoscente, ma li aveva spediti in gulag per anni (come era stato il caso di Anatoli Tarassov?). Qualcosa non tornava, ma ero giovane e le risposte rimanevano sospese nell’aria.

Ma le domande sono rimaste quelle: si può essere antifascisti e proclamarsi, a vario titolo, oggi nel 2016 <comunisti>? Si può ascrivere un dittatore come Castro nel Pantheon di una <sinistra> del XXI secolo? So bene le osservazioni sui livelli della sanità e dell’istruzione che Cuba oggi può vantare o del dolore popolare che la scomparsa del capo fa emergere. Ma sono argomenti insostenibili, non faccio similitudini con l’Italia fascista o nazista solo per non far torto alle altrui intelligenze.

Rimane il problema del rapporto fra un passato (che non passa) e un presente che sembra non solo non produrre nulla ma che procede comunque con la sguardo rivolto all’indietro senza però alcuna capacità critica o di analisi.

Questa grottesca campagna elettorale, come un’ondata sul bagnasciuga, ha fatto riemergere relitti e  rottami che sembravano sepolti nel tempo ma che ora restano lì, in secca. Il futuro dirà se a marcire definitivamente o a essere raccolti e portati in trionfo (verso la prossima sconfitta).

 

 

Nov 17, 2016 - Senza categoria    No Comments

In fuga dalla retorica (Marco Simoni)

L’ultimo editoriale di Walter Veltroni mi ha suscitato alcune domande, ma parto da una convinzione: ormai è chiaro che nel 2008 è finita un’epoca, senza che una nuova sia arrivata

Nel suo editoriale di domenica scorsa, Walter Veltroni incita la sinistra a non indugiare, a riscoprire l’importanza dell’innovazione politica e del riformismo per dare risposte a quella parte impaurita della classe media che sembra trovare rifugio nei messaggi dei demagoghi contemporanei. Veltroni, si sarebbe detto, storicizza il tema, identificando tre spartiacque: il 1989, il 2001, e il 2008, tappe in cui è nato un nuovo mondo, che è poi entrato in crisi. Il suo pezzo mi ha suscitato alcune domande, ma parto da una convinzione: ormai è chiaro che nel 2008 è finita un’epoca, senza che una nuova sia arrivata.

Ricordiamo che dopo la crisi finanziaria, paesi e governi, che avevano esaltato per t re n t ’anni il libero mercato come panacea, dovettero rapidamente far intervenire lo Stato per salvare banche (dunque risparmi: no facili populismi), fabbriche di automobili, altre istituzioni economiche. Quell’anno fu distrutto il mito dello Stato minimo che aveva sorretto i trent’anni precedenti. Con esso ne distrusse un altro: quello che nel mercato chi sbaglia paga sempre. Perché se alcune banche in quanto tali furono cancellate dal panorama, il senso che rimase a tutti fu di un fallimento collettivo in cui non c’erano responsabilità personali: eppure molte condizioni personali, dopo quell’anno, peggiorarono. Si è rotto di colpo un paradigma politico e un vincolo di fiducia nel sistema che ha aperto gli argini al mare di sfiducia che oggi sembra invadere le nostre città.

Attenzione: i trent’anni fino al 2008 videro l’espandersi della democrazia nel mondo, l’uscita di un miliardo di persone dalla povertà, progressi tecnologici, culturali ed economici (meno in Italia per ragioni che ho discusso altrove, e per questo Grillo arrivò prima degli altri). Ma nel 2008, l’equilibrio di quel tempo è finito, inutile (politicamente) spiegarne i successi, giusto cercarne i limiti. Tuttavia, il pensiero e la politica progressista si pongono oggi contro una alternativa che ora sembra davvero chiara.

È troppo presto per sapere nel dettaglio cosa farà l’amministrazione Trump, quello che sappiamo è che ha messo su finora una squadra reazionaria in campo economico, sociale, culturale, come non se ne erano mai viste.

Sempre sbagliato, anche con gli avversari, dare giudizi sulle persone: bisogna far parlare i fatti. Ma le parole sentite finora non lasciano presagire nulla di positivo. Una cosa però abbiamo imparato, spero definitivamente. Gli elementi di «novità» che i demagoghi mostrano nel loro stile, da Trump a Grillo passando per Farage, Le Pen, eccetera, fatti di insulti, menzogne, e paranoie complottiste, sono solo cortina fumogena per una politica di chiusura reazionaria che non è nuova affatto, ma storicamente l’istinto di tante persone nei momenti di incertezza.

Questo si vede in tutti i luoghi, dagli Usa, alla Gran Bretagna, fino a Roma o Torino, dove i demagoghi sono andati al potere. Si è tanto parlato in questi giorni, come nei giorni dopo la Brexit, di «rivolta contro le élite», o contro «l’establishment». Così facendo, i commentatori specialmente quelli progressisti, stanno semplicemente arrendendosi alla stessa retorica e alla stessa logica traditrice propugnata dai demagogici che, al contrario, sono parte consustanziale delle élite più trite. Infatti, come giustamente richiamato da Veltroni: la classe più ricca ha votato soprattutto Trump mentre la più povera soprattutto Hillary.

Inoltre, Hillary ha preso molti più voti di Trump e dunque bisogna sapere di essere dentro una sfida che stavolta è stata persa di un soffio, non di esser stati «sopraffatti dalla rivolta» (si è persa per il voto dello 0.03% degli americani, concentrato in alcuni stati chiave, come rileva Luca Sofri sul Post).

Sicuramente esistono nuove disuguaglianze che vanno messi sistematicamente al centro delle politiche progressiste. Disuguaglianze non solo economiche, ma soprattutto sociali, di legami, geografia e strumenti: i meno istruiti e chi vive lontano dalle città sono i principali gruppi ad aver votato Trump o per la Brexit. Esistono prudenze riformiste e pigrizie nostalgiche, ovvero vizi di entrambe le due facce storiche della sinistra occidentale, che hanno fatto nel passato danni rilevanti nutrendo la sfiducia. Resta il fatto tuttavia che l’onda demagogica è soprattutto una reazione culturale, da combattere dal punto di vista politico e sociale, contro il valore di sinistra oggi più vivo di tutti: l’internazionalismo –paradossalmente: l’unico che non si cita mai, con un nome vintage, ma il più egemonico di tutti. Infatti, mentre fanno finta di prendersela con qualche «potere forte» immaginario, e mentre poi si appoggiano sui poteri più vecchi e cupi, i demagogici combattono soprattutto le facce normali delle persone che vivono e lavorano sentendosi naturalmente parte di un mondo più ampio del tinello della loro cucina.

Ci sono quelle che per una parte lunga o breve della vita vanno all’estero a vivere, una minoranza di qualche decina milioni di persone che –vi assicuro –si sobbarca un percorso che tutto è tranne che elitario nel senso di privilegiato. Ma ce ne sono assai di più che pur rimanendo tutta la vita nel loro quartiere praticano ogni giorno valori di solidarietà, apertura, curiosità, condivisione, fiducia nella scienza e nel sapere, fiducia nel lavoro e nell’impegno, umiltà che non è sottomissione, rigetto di pratiche patriarcali, sessiste e razziste, persone il cui amore per il proprio Paese non diventa neanche per scherzo nazionalismo, ma la base su cui costruire la propria identità di cittadini del mondo. Allora queste persone oggi, sotto chiaro attacco, devono anche sentirsi parte di un’immaginaria «élite», snob e distante, che ha permesso la vittoria di Trump? Onestamente mi pare troppo. Certo è importante, quando emergono, riconoscere i limiti dei leader politici progressisti, sforzarsi di operare per far prevalere il senso collettivo sull’opportunismo individuale, e cercare di promuovere nuove politiche per ridurre disuguaglianze che sono state trascurate, oltre che la credibilità di chi si candida.

Ma bisogna anche avere presente che lo scopo è quello di battere questi miliardari senza scrupoli, che usano i mezzi più scorretti, a partire da Grillo e i suoi seguaci. Uno di loro purtroppo ha vinto in un posto importante mercoledì scorso, ricordiamo: grazie allo 0,03% del voto degli americani.

http://www.unita.tv/opinioni/in-fuga-dalla-retorica/

Nov 4, 2016 - Senza categoria    No Comments

I Cavalieri Del Nulla. L’Ordine e la Regola (di Martino Branca)

L’Ordine dei Cavalieri Del Nulla è una Regola, non una struttura. Prende forma definita e concreta a periodi, con geometria variabile. Si incarna, assumendo la veste e la consistenza di un esercito multiforme, ogni volta che l’accenno di un movimento o addirittura un segno di vita in un punto qualsiasi dello suo spazio geografico segnalino l’urgenza di un intervento repressivo. Tuttavia di norma l’Ordine è dormiente, vive in sonno allo stato potenziale, disaggregato nelle sue componenti: le Confraternite del Nulla. Queste viceversa hanno carattere stabile, continuità e organizzazione; all’interno si articolano in diete, comitati, organi fiduciari, funzioni condottiere. Per evidenziare la durata e la quadratura culturale del proprio impegno esse assumono quasi sempre nomi riferiti all’universo scientifico: l’astronomia (“Cinque Stelle”), la botanica (“Sinistra Radicale”), la ginecologia (“Travaglio”) eccetera.

Le Confraternite non sono uguali né equipollenti. Pur nell’osservanza rigorosa della Regola, esse si differenziano per l’indole, la taglia e soprattutto quanto ai modi dell’operare, che sono tipici di ciascuna: l’inquisizione (“Travaglio”), l’ostruzione (“Cinque Stelle”), il deragliamento (per i radicalisti c’è sempre, di lato, qualche altra priorità), il rinvio ad una palingenesi cosmica futura (tutti).

Unità operativa di ogni Confraternita, e attraverso questa dell’Ordine, sono i Cavalieri Del Nulla, insieme opliti ed eroi, materia e simbolo.

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L’orizzonte dell’Ordine Del Nulla è la quiete assoluta, l’assenza di quantità di moto. L’Ordine esiste in funzione dell’esistente. Il suo imperativo è la preservazione dell’immobilità dell’essere, perciò esso combatte ogni possibile divenire del contesto di cui è parte. Tocca ai suoi organi costitutivi, le Confraternite, il compito di segnalare accenni anche minimi di cambiamenti, embrioni di processi evolutivi, focolai di movimento. Non appena percepita una vibrazione, una Confraternita si attiva e sollecita le altre a fare squadra, a destare l’Ordine dalla sonnolenza, per incarnare tutte insieme attivamente – s’intende pro tempore –  il verbo della Regola.

All’interno di ogni Confraternita i Cavalieri riproducono il dispositivo che governa la relazione tra l’Ordine e il mondo. Essi sono votati a preservare la Confraternita dal divenire, a mantenerla per sempre uguale a sé stessa. Accade raramente che un Cavaliere, violando la Regola, colto da una inopinata pulsione vitale tenti di modificare lo statuto o lo stile della sua Confraternita, ovvero che, assurto per combinazione a responsabilità di governo, dispieghi un progetto ambizioso, diverso dal Nulla. In quei casi un Campione o una Cerchia cavalleresca si ergono,  disarcionano il traditore, lo espellono o lo inviano in un paese lontano.

Come alle Confraternite anche ai Cavalieri è imposto il vincolo dell’eterna uguaglianza a sé stessi. Ad esempio, se all’atto dell’Ordinamento e dell’assunzione del Voto di fedeltà un Cavaliere indossa i baffetti, quello sarà il suo vessillo fino al termine dei suoi giorni.

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Ogni Cavaliere del Nulla dispiega la sua opera su tre livelli – la nazione, la Confraternita, la persona – ma con metodi differenti. Nella dimensione più ampia egli non ostacola la formazione di governi esterni all’Ordine, altrimenti non vi sarebbe stabilità né stasi. Simula ostilità e assalti ma osserva attentamente i governanti: purchè non causino alcun tipo di cambiamento egli nel suo cuore li ama e li rispetta, e senza apparire spende la sua indole generosa per aiutarli a superare le loro crisi.

Diverso è il portamento del Cavaliere all’interno della sua Confraternita di pertinenza. Qui egli è inflessibile nell’impedire che la Confraternita dia vita o prenda parte all’amministrazione della nazione o di un segmento di essa. Qualora per un capriccio del popolo o per una sfortunata combinazione astrale la sua Confraternita sia indotta a governare, il Cavaliere del Nulla attacca quella compagine esecutiva fino a provocarne la caduta e procede contro i responsabili affinché siano sfiduciati per sempre. Se si è distinto nella battaglia gli vengono tributate ovazioni, poi viene dimenticato. Non è escluso tuttavia, benché accada raramente, che un Cavaliere dall’intelligenza spregiudicata partecipi, per astuzia tattica, ad un’attività di governo. In quel caso egli trasgredisce in apparenza, allo scopo di procurarsi un’occasione più alta di diniego. Ad esempio, la mattina partecipa all’attività del consiglio dei ministri, il pomeriggio scende nell’Arengo e da lì marcia in massa contro il proprio Ministero. Per questa via il Cavaliere, reprimendo nel medesimo tempo la Confraternita e sé stesso,  raggiunge la condizione del Sublime.

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La storia procede, in un modo o nell’altro. Il Cavaliere Del Nulla è ben conscio di non poterne fermare il corso. Tuttavia resta tranquillo perché sa che la logica è dalla sua parte. Egli non perde mai di vista la Regola e difende con tutta le sue capacità lo stato di cose esistente. È il Campione del Presente e il nemico implacabile del Futuro e del Passato: si impegna con pari energia tanto per bloccare qualunque moto di avanzamento quanto per impedire ogni tentativo di ripristino. Quando le circostanze avverse o la preponderante forza del nemico producono, nonostante i suoi sforzi, una innovazione qualsiasi Il Cavaliere De Nulla non si scoraggia. Egli sa attendere che il cambiamento si affermi e si consolidi, e perciò stesso termini di prefigurare Futuro e diventi attualità. A quel punto il Cavaliere lo riconosce come Presente e si dispone a difenderlo, anzi  diventa il suo Campione. E così via.

In forza del medesimo logos, Il Cavaliere Del Nulla si oppone sempre alla riparazione di guasti prodotti da attività pubbliche pregresse, perché le ritiene ormai legittimate dal tempo trascorso. In generale egli non cade mai in contraddizione perché è attento alle circostanze. Lo spirito della Regola gli consente, anzi gli impone, di colpire duramente iniziative e intenzioni oggi pericolose per la quiete, incluse quelle che in passato aveva sostenuto quando un diverso contesto le rendeva innocue.

Il Cavaliere agisce sempre in funzione del Principio Superiore del Nulla e non indulge alle categorie della morale comune, quali il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.

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IL Cavaliere Del Nulla combatte strenuamente contro la vita, ispirato dalla Regola dell’Ordine. In generale egli agisce come oplita dell’alleanza delle Confraternite, nel rispetto delle disposizioni statutarie che sono parte inevitabile delle condizioni al contorno. Ma è all’interno della sua Confraternita che egli da il meglio di sé, dimostrando di saper coniugare il rigore con la licenza, la creatività con la norma.

Egli non dimentica mai la scala dei valori autentici, che pone il Nulla al disopra di tutto, perciò non si lascia influenzare da ricatti ideologici. Dentro la Confraternita accetta il gioco democratico, ma con riserva, solo  finchè questo gli garantisce spazio nella maggioranza degli adepti. Ma non appena si accorge di trovarsi ai margini della partita egli ripudia la democrazia, riconosce la maggioranza come forza nemica della Regola e la combatte. Se la battaglia volge a suo sfavore il Cavaliere è colto da un sospetto crescente. Ha motivo di credere che la sua Confraternita sia in contrasto con l’Ordine, perciò la abbandona senza rimpianti. E con i compagni ed i seguaci ne fonda immediatamente una nuova, più piccola ma più aderente alla Regola.

Non sempre l’atto rifondativo risolve la contraddizione. Può darsi che nella nuova Confraternita il Cavaliere si ritrovi nello stato di minoranza che lo aveva indotto a lasciare quella originaria. Egli non si avvilisce per questo. Sa dalla logica che lo spazio politico è divisibile all’infinito, e provvede ad una ulteriore scissione. Sicché avviene che esistano Confraternite talmente numerose che solo la rete di interconnessione globale può governarle, accanto ad altre piccolissime, consistenti in una sola persona (“Travaglio”, “Civati”).

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Così come combatte e si ingegna per mantenere il Tempo in un eterno Presente, allo stesso modo il Cavaliere Del Nulla difende la forma dello Spazio da ogni tentativo di alterazione. E poiché l’Architettura è l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane, essa è il principe dei suoi nemici. Esperto di comunicazione e arte retorica, il Cavaliere non la nomina mai, ma vi allude con disprezzo, usando i nomi dei materiali ordinari da costruzione: “Il Mattone”, “Il Cemento”. L’astuzia gli consiglia di evitare, nella sineddoche, parole altrettanto pertinenti (Pietra, Acciaio, Vetro, Titanio) ma pericolosamente suggestive per la semplice psicologia del popolo. Egli sa di essere il custode dell’inerzia delle sue città e dei suoi contadi, perché lui solo è indifferente agli esempi inquietanti forniti dal resto del mondo: sviluppi impetuosi di reti, innumerevoli e monumentali opere pubbliche, torri spericolate.

Con analoga, simmetrica lucidità il Cavaliere Del Nulla si oppone all’anastilosi dei monumenti caduti. Egli è conscio del pericolo insito nel ripristino: la restituzione della forma architettonica perduta. Conservando ai ruderi la condizione attuale, mantenendoli a terra, muti e inerti, garantisce la funzione di preziosa testimonianza degli eventi banali che li hanno ridotti al silenzio: i cataclismi, i terremoti, le guerre.

https://ytali.com/2016/11/03/i-cavalieri-del-nulla-lordine-e-la-regola/

Nov 3, 2016 - Senza categoria    No Comments

La sinistra immobile e la svolta di Theresa May

29 ottobre 2016

La sinistra immobile e la svolta di Theresa May

Secondo il Washington Post la sinistra europea sta morendo. Il voto su Brexit e l’ultimo discorso della premier britannica sulla Gig Economy lo confermano

EDITORIALE

 Dal numero di pagina99 in edicola il 29 ottobre 2016
Sul Washington Post del 24 ottobre Sheri Berman, docente di Scienze politiche al Barnard College di New York, ha scritto che la sinistra tradizionale europea sta morendo. Più esattamente il titolo suonava così: Europe’s traditional left is in a death spiral. Even if you don’t like the left, this is a problem (“La sinistra europea tradizionale è in una spirale di morte. Anche se non amate la sinistra, questo è un problema”). Si può essere d’accordo o meno, ma il ragionamento merita attenzione.

Berman dice che la crisi economica, il disastro greco, la sfiducia verso le istituzioni comunitarie hanno molte origini: per esempio il neoliberismo e la scarsa credibilità dell’Europa. Ma il declino del centro-sinistra in molti Paesi è certamente una delle cause di questa crisi. La sinistra si sta consumando come una candela: i socialdemocratici tedeschi sono al 20%, i laburisti britannici sono in una crisi senza precedenti, i socialisti francesi sono al minimo storico nei sondaggi. E persino i socialdemocratici del Nord Europa hanno subito pesanti batoste elettorali.

La sinistra ha perso il ruolo di stabilizzatore sociale che aveva svolto nel Dopoguerra, quando fu il pilastro fondamentale che consentì di consolidare un mercato economico scosso dalla crisi del ’29 e dal conflitto che ne seguì. Allora aveva una visione del mondo che le consentiva di governare una società in trasformazione. Poteva tenere sotto controllo le spinte centrifughe di un capitalismo rampante e di una classe di lavoratori in cerca di benessere. Sapeva tenere insieme le esigenze della crescita economica, l’efficienza della democrazia e la stabilità sociale.

Dopo il crollo del 2008, sostiene Berman, questa capacità sembra essersi esaurita. Da allora il centro-sinistra sembra incapace di fornire nuove idee per promuovere l’economia senza compromettere il benessere dei cittadini comuni di fronte agli squilibri del libero mercato. È una difficoltà che ha le sue radici nei decenni precedenti, quando il mondo globalizzato ha imposto al fronte progressista di coniugare i tradizionali principi di solidarietà sociale nei confronti delle classi sociali meno abbienti con le idee emergenti del multiculturalismo che si sono imposte come effetto naturale delle grandi migrazioni.

Secondo Berman la crisi cominciò allora, in assenza di una sintesi che consentisse di tenere insieme i diversi gruppi sociali e le diverse culture; e questo ha portato a una frammentazione che ha indebolito la sinistra in tutta Europa. Questo declino ha lasciato spazio a forze alternative, che spesso si ispirano alla destra che vorrebbe risolvere la crisi tagliando il welfare, o addirittura alla destra xenofoba, che individua negli immigrati il nemico da combattere e nell’autarchia la soluzione ai problemi della globalizzazione.

La terza opzione – quella di Corbyn in Gran Bretagna, di Syriza in Grecia, di Podemos in Spagna – è in grado di mobilitare molti scontenti ma, dice Berman, incapace di fornire soluzioni adeguate. Tutto ciò ha portato larghi strati di popolazione, un tempo legati alla sinistra, a spostarsi verso la destra populista. È accaduto nel Regno Unito nel corso dell’ultimo referendum sulla Brexit e anche negli Stati Uniti, dove larga parte dei lavoratori bianchi sembra orientarsi su Donald Trump.

È istruttivo, da questo punto di vista, quello che ancora sta accadendo in Gran Bretagna. Negli ultimi anni l’evoluzione dell’economia digitale ha cambiato i connotati di milioni di posti di lavoro trasformandoli in occupazioni precarie e mal pagate. È quella che negli Stati Uniti è stata battezzata Gig Economy, l’economia dei lavoretti (a cui dedichiamo la copertina del numero in edicola questa settimana), dove a guadagnare sono gli azionisti di poche grandi piattaforme tecnologiche (come Uber) mentre a lavorare, per pochi soldi e senza garanzia, sono milioni di giovani sottopagati. In altri tempi ci si sarebbe aspettato che la sinistra avesse preso la guida di un movimento di protesta contro una modernità che sta peggiorando le condizioni di vita dei cittadini.

Invece niente di tutto questo è accaduto. A scendere in campo è stato invece il neo primo ministro britannico, la conservatrice Theresa May. In un discorso che molti hanno considerato storico, alcuni giorni fa la May ha detto che i diritti tradizionali dei lavoratori vanno estesi a quelli della cosiddetta Gig Economy, sostenendo che è necessario adattare le vecchie regole al mondo del lavoro che cambia, riferendosi esplicitamente ad aziende come Uber e Deliveroo. E ha affermato che è necessario aumentare la sicurezza e i diritti del lavoratori «per costruire un Paese che funzioni per tutti, non solo per pochi privilegiati», «mantenendo la flessibilità del lavoro ma garantendo la sicurezza e i diritti dei lavoratori», forse anche imponendo un loro ingresso nei board aziendali. Sono chiacchiere, certo, ma forse varrebbe la pena rifletterci.

Ott 27, 2016 - Senza categoria    No Comments

La crisi della sinistra mette a rischio la democrazia (Aldo Schiavone)

Le nuove forme di lavoro sono diverse dal passato: attraverso di esse spesso non passa più alcuna strada verso eguaglianza ed emancipazione

di Aldo Schiavone

C’ era una volta la sinistra italiana. Ora, sono rimaste solo le sue lacerazioni e i suoi contrasti. Ma dove più le idee, i progetti, le interpretazioni nutrite di analisi e di previsione? La campagna per il referendum si sta rivelando per entrambi gli schieramenti (nonostante le molte ragioni del sì) la rivelazione spietata di una condizione penosa: con i rancori e le divisioni invece del pensiero. Certo, si potrebbe dire che quando rifletteva la sinistra non vinceva: e vi sarebbe persino qualcosa di tragicamente vero nella battuta; e però, chi ha stabilito che per governare bisogna smettere di pensare?

Fuori d’Italia, tuttavia, le cose non vanno meglio. Dov’è la socialdemocrazia tedesca, che in un momento cruciale per il suo Paese — di nuovo, dopo settant’anni, proiettato sulla scena del mondo — sembra ridotta al silenzio, e non ha una proposta, un’alternativa, una critica? E cosa ne è dei socialisti francesi, che balbettano senza uno straccio di riflessione su cosa stia diventando la Francia? Per non dire (sorvolando sugli spagnoli e gli inglesi) dei democratici americani, alle prese, anche se non solo per colpa loro, con la peggiore campagna elettorale che si ricordi, in cui non viene sollevato un tema, o indicato un orizzonte, né politico né sociale, davvero all’altezza di una leadership globale — altro che presidenza del pianeta!

La verità è che siamo di fronte a un problema che coinvolge le sinistre dell’intero Occidente: alle prese con una crisi di identità e un deficit di pensiero che sono probabilmente i più gravi di tutta la loro storia, dalla Rivoluzione francese in poi. Ma denunciare questo vuoto ormai non basta più. Bisogna scoprirne la causa, e cercare di porvi rimedio. Non è in questione solo il destino di una parte politica (che potrebbe anche non stare a cuore). Senza una sinistra degna di questo nome, o di qualcosa che ne prenda il posto, è l’intera democrazia dell’Occidente, se non addirittura l’idea stessa di politica, a ritrovarsi in pericolo: come infatti dovunque sta puntualmente avvenendo.

La causa, innanzitutto. Il pensiero democratico moderno — sia nella versioneliberalamericana, sia in quella europea, di impronta socialista — è rimasto fondamentalmente una cultura legata al mondo industriale; al mondo, cioè, che lo aveva prodotto. Presupponeva un tessuto sociale centrato sulla grande industria manifatturiera e sul lavoro intellettuale che ne era premessa e conseguenza — classe operaia e professioni «borghesi» o di middle class.

Quando quell’universo si è polverizzato nell’impatto con la rivoluzione tecnologica, alla fine del ventesimo secolo, la tradizione democratica e socialista non è stata capace di analizzare la profondità sconvolgente della trasformazione, né tantomeno di adeguarvisi. È rimasta aggrappata ai molti relitti del vecchio mondo, ed è diventata, suo malgrado, obbiettivamente conservatrice: vorrebbe parlare del futuro, ma non fa che evocare i fantasmi del suo passato; non sa più rivolgersi ai popoli, ma riproduce solo élite. I rimedi. Non c’è speranza senza ricostruire in modo radicale le categorie fondamentali del pensiero democratico-socialista (questo vale anche per l’America), a cominciare dalla coppia fatale che regge tutto il resto: il lavoro e l’eguaglianza.

La modernità si è formata intorno alla forza di socializzazione e di eguagliamento del lavoro di massa produttore di merci, e del suo contraltare intellettuale. Il lavoro come straordinario motore di emancipazione e di legame sociale. Quel lavoro, oggi, è in via di estinzione, almeno in Occidente: le sue nuove forme sono completamente diverse, e attraverso di esse spesso non passa più alcuna strada verso l’eguaglianza e l’emancipazione, ma solo frantumazione e competitività. Come rispondiamo? E di quanta — e soprattutto di quale — eguaglianza ha bisogno una democrazia, perché continui a funzionare? Siamo perduti, se non rispondiamo.

Ott 22, 2016 - Senza categoria    No Comments

Referendum. Il sì di Obama. E perché no? (di Guido Moltedo)

Scrive Ida Dominijanni sul suo profilo facebook, a proposito delle dichiarazioni di appoggio a Renzi da parte di Obama, nel discorso di benvenuto al presidente del consiglio alla Casa Bianca martedì.

Certo che se uno va negli Usa preceduto da una mega campagna che spaccia la riforma della Costituzione (escludo che Obama o chi per lui ne abbia letto l’articolato) per una bacchetta magica che elimina la burocrazia, rilancia la crescita e dà sprint all’Europa intera, il Presidente americano lo prende in parola. Specialmente se gli serve a dare una botta a Merkel – di cui gli Usa diffidano profondissimamente – e a Putin. Il che non toglie che sarebbe stato quantomeno più saggio, per Obama, esporsi di meno e magari informarsi di più. L’unica cosa certa tuttavia è che lo spot è fatto a uso dei soli italiani. Ero negli Usa per la visita di Berlusconi a Bush e a Obama medesimo e i giornali e le televisioni americane non si sono accorti né della prima né della seconda.

Successivamente si è sviluppato un dibattito, come accade su fb, e Ida è intervenuta più volte, che si può seguire sul profilo di Ida Dominijanni. Pubblico qui il mio commento che appare nella discussione che segue:

Credo che una visita di stato vada osservata e valutata con una visione un po’ diversa da quella che tu proponi, specie se si tratta di un incontro in pompa magna tra due alleati di vecchia data (o, come qualcuno ritiene, dell’incontro tra un re e un suo vassallo, una cornice però – sarai d’accordo – che a mio avviso non s’attaglia ai tempi attuali, né ai due protagonisti, per tantissime ragioni, molte delle quali evidenti. Chi lo dice è semplicemente orfano degli schemi della guerra fredda, schemi che – già, neppure quelli, forse! – non spiegavano la realtà, come si riteneva a quei tempi).

Chiunque osservi l’Italia in questo momento, occupando un posto di leadership, come Barack Obama, o come Merkel, o come Putin, ha lo sguardo rivolto al 5 dicembre molto più che al 4 dicembre. Ogni cancelleria valuta, secondo il proprio metro, le conseguenze del referendum, il day after. E che cosa vedono da fuori? Quale scenario considerano migliore?

Può darsi che sbaglino tutti, da Washington a Berlino, che sbagli anche il Pse, certo è che colpisce la comune percezione di un’Italia messa molto peggio dopo la vittoria del no rispetto a un’Italia, il giorno dopo un successo del sì. Merito della propaganda del sì. Chapeau! Se è così, la macchina di Renzi funziona in modo eccellente, non altrettanto quella di chi s’oppone al presidente del consiglio.

Ma non sarebbe forse più facile e semplice considerare che i media stranieri che lavorano in Italia, le sedi diplomatiche, le filiali della imprese internazionali che operano nel nostro paese non si lascino incantare da una propaganda governativa, per quanto ben fatta e martellante, ma s’attengano soprattutto ai risultati di proprie indagini e valutazioni? Non hanno antenne proprie? E anche se un po’ acciaccati, non sono attivi anche i servizi d’intelligence?

Con l’uscita del Regno Unito dalla Ue, con la crisi profonda della Turchia, con il protrarsi dei problemi in Grecia, con l’instabilità politica senza fine della Spagna, basta dare un’occhiata alla carta geografica per capire l’importanza geopolitica che ha l’Italia. L’ha sempre avuta, non l’ha mai sfruttata (diversamente dalla Turchia di Erdoğan e direi, in tempi ormai remoti, dalla Grecia di George Papandreou senior e Andreas), ma oggi è evidente anche a un bambino, con il dramma infinito dei profughi, con i focolai mediorientali, il ribollire dell’Africa, la nuova conflittualità nei Balcani, che la nostra Penisola è il perno forte di qualsiasi politica mediterranea e mediorientale. A condizione, dicono, gli alleati dell’Italia, che a Roma ci sai un governo che governi. Renzi è considerato il leader più adatto a governare l’Italia in questa fase, anche in riferimento a quest’ordine di problemi. Su questo si discute anche in Italia, non si vede perché non debba esserci una risonanza all’estero.

S’aggiunga poi che, dal punto di vista americano (del “sistema” americano, non di Obama), l’uscita del Regno Unito dalla Ue può consegnare all’Italia il ruolo di partner “speciale” finora avuto da Londra, non solo per la sua posizione geopolitica ma anche per essere con Germania e Francia l’unico paese di rilievo nell’Unione Europea, un’Unione europea che l’America oggi vuole più solida, più coesa, più dinamica, e non un’Europa fragile, nei nuovi equilibri planetari, determinati dal protagonismo di Cina, Russia e India (oltre che Corea, Indonesia e, in parte ormai minore, dall’America latina).

Di fronte allo scenario che ho molto schematicamente tratteggiato, e che merita altri tasselli per essere completo e ben altro approfondimento, Obama avrebbe dunque dovuto riservare a Renzi un’accoglienza di minore profilo? Avrebbe dovuto prendere in considerazione il testo della riforma costituzionale prima di esporsi in un endorsement a Renzi e al sì? Certo, avrebbe fatto meglio a non dire la sua. Ma non perché Obama, o qualsiasi altro leader straniero, possa considerare non conforme a parametri di democrazia il testo proposto agli elettori il 4 dicembre, come fosse partorito da un Erdogan o da un Sisi! Un testo già approvato dal parlamento italiano!

Non credo neppure – più in generale – che sia prova di buon senso indignarsi se il mondo osserva con interesse, facendo le sue valutazioni, quanto accade in Italia. Non fosse così, ne sarei molto preoccupato, significherebbe semplicemente che siamo fuori del mondo, e a me non piace un’Italia – lo è già troppo – fuori del mondo. Un simile destino per l’Italia mi preoccupa molto, molto più delle immaginarie derive autoritarie attribuite a Renzi, queste sì, eventualmente, propiziate da una nostra estraneità al mondo, da un’orgogliosa autosufficienza nel mondo interconnesso. Un’Italia politicamente, culturalmente autarchica, sì, questa sì mi spaventa.

Del discorso di Obama, in riferimento ai fatti italiani, a me ha infatti colpito un altro passaggio, nel quale sottolinea la centralità di internet, dell’interconnessione, che caratterizza il nostro tempo, e che implica una velocità molto maggiore dei processi, compresi quelli democratici: “in un mondo globale guidato da internet un governo dovrebbe potersi muovere in modo veloce e trasparente” (in a global internet driven world a government ought to move quickly and transparently)

Senza ficcarsi in un falso, sterile e fuorviante dilemma – idealizzare o demonizzare la rete (similmente come si è fatto e si fa con la globalizzazione) – è un fatto che il mondo di oggi è un altro mondo rispetto a quello novecentesco, e sempre più lo sarà, sempre più rapidamente, innanzitutto per via della rapidità dei processi in ogni campo, politica compresa, ovviamente, e della continua interazione tra loro. Chiunque si occupi di “regole di gioco” nella politica, nella rappresentatività, nei processi di decisione di governo, deve dare la massima priorità, nelle sue considerazioni, al nuovo “ambiente” in cui viviamo. A me personalmente, interessa molto di più entrare in una grande conversazione su quest’ordine di problemi che intrappolarmi in una discussione dai contorni continuamente cangianti, tra politica immediata e assetto istituzionale, secondo i modi e i tempi del secolo scorso, con in più l’immancabile contorno del Grande Fratello americano – un gigante oggi molto piccolo – che ci dice cosa dobbiamo fare.

 

https://ytali.com/2016/10/19/referendum-il-si-di-obama-e-perche-no/
 19 ottobre 2016
Ott 15, 2016 - Senza categoria    No Comments

Referendum. I “due” Pd a un punto di non ritorno (Patrizia Rettori)

Da qualunque prospettiva la si guardi, la direzione Pd di lunedì 10 ottobre appare un punto di non ritorno. La frattura tra le due parti in conflitto non potrà più essere composta, neppure nel caso di un’improbabile tregua pre-referendaria, quale sarebbe la costituzione in tempi rapidissimi della “commissione” proposta da Renzi per indagare la possibilità di riformare l’Italicum. E allora davvero il referendum si trasforma in una specie di giudizio di Dio, da cui dipende non solo la sorte della Costituzione, ma anche il destino del partito democratico e, per ovvia ricaduta, anche quello di tutti gli altri attori politici del momento.

Inutile affannarsi nella ricerca dei colpevoli. Come insegna il buon senso, le responsabilità sono distribuite. Magari non equamente, perché un leader, per definizione, è sempre più responsabile degli altri, ma certo i suoi avversari non sono innocenti. In ogni caso, si tratta ormai di un esercizio improduttivo. È più utile riflettere su quel che potrà accadere d’ora in poi, e cioè dopo il referendum.

Se vincesse il Sì, è difficile che Renzi usi clemenza verso gli sconfitti. Non l’ha fatto quando avrebbe potuto tornargli utile, figuriamoci se lo farà gratis. Tanto per fare un esempio: quando si liberò la poltrona del ministero delle Infrastrutture il premier avrebbe potuto offrirla a Bersani, e la storia del Pd sarebbe stata diversa. Non è successo perché Renzi non procede così e magari il tempo gli darà ragione. Ma sta di fatto che, se uscirà vittorioso dal referendum, la minoranza sarà annichilita dentro il partito e non avrà altra strada che uscirne. Bersani, per quel che se ne sa, non vuole, ma non si vede quale scelta alternativa abbia, tranne che ritirarsi a vita privata.

A quel punto si formerebbe, a sinistra del Pd, una formazione con qualche speranza di ottenere una percentuale elettorale a due cifre. Che tuttavia, per il meccanismo dell’Italicum, difficilmente riuscirebbe ad essere in partita. Ma ci sono due incognite, e la prima è nel giudizio della Consulta sull’Italicum: se infatti alcune parti della nuova legge elettorale fossero bocciate i giochi si riaprirebbero e per Renzi potrebbe essere necessario coalizzarsi proprio con i suoi ex avversari interni.

La seconda incognita deriva dalla presenza in campo del M5S. È vero che l’eventuale vittoria del Sì potrebbe segnare l’inizio del declino anche per i grillini, ma è altrettanto vero che l’Italicum in un sistema multipolare rischia di avere una funzione punitiva per il partito più forte, e cioè il Pd. Col risultato che, in caso di vittoria del M5S alle elezioni politiche, Renzi sarebbe spazzato via, e il Pd dovrebbe rifondarsi su nuove basi. Destino che toccherebbe anche alla destra. Se invece Renzi vincesse alle politiche, il suo Pd finirebbe per assomigliare molto all’antica Dc e renderebbe marginali sia la sinistra che la destra, tanto estrema quanto berlusconiana.

Se invece vincesse il No, ipotesi tutt’altro che peregrina visti gli schieramenti in campo, è evidente che Renzi, pur non obbligato alle dimissioni, sarebbe giunto al capolinea. In ogni caso non si potrebbe andare subito alle elezioni perché saremmo di fronte ad un sistema elettorale paradossale: l’Italicum, legge già approvata, è in vigore solo per la Camera, mentre il Senato, salvato appunto dal No, dovrebbe essere eletto con il proporzionale, derivante dal cosiddetto Consultellum, ovvero ciò che rimane del vecchio Porcellum dopo la sentenza della Corte costituzionale. Sarebbe dunque giocoforza rimettere mano alla legge elettorale: compito da far tremare le vene e i polsi visto il tasso di litigiosità tra i partiti e dentro i partiti. E nel frattempo bisogna governare, cioè fronteggiare una crisi economica che non accenna a diminuire. Oneri che peserebbero tutti sulle spalle dell’attuale minoranza Pd, alla quale la vittoria del No regalerebbe un futuro denso di possibilità ma anche di trappole micidiali.

Entrambi gli scenari sono poco piacevoli. Poteva andare diversamente? Certo che sì, ma ormai la frittata è fatta e i rimpianti sono fuori tempo massimo.

https://ytali.com/2016/10/11/referendum-i-due-pd-a-un-punto-di-non-ritorno/

Ott 12, 2016 - Senza categoria    No Comments

La Repubblica Ceca ha dei problemi con Oskar Schindler

Il progetto di trasformare l’ex campo di concentramento ed ex fabbrica di Oskar Schindler, vicino a Praga, in un memoriale per l’Olocausto sta incontrando diverse difficoltà: finanziarie, innanzitutto. Ma c’è anche una certa resistenza in Repubblica Ceca nei confronti dell’ex industriale che lì era nato e che da molti è ancora oggi considerato come un traditore e un truffatore.

La storia di Schindler è diventata famosa grazie al romanzo dello scrittore australiano Thomas Keneally intitolato “La lista di Schindler”, a cui nel 1993 Steven Spielberg si ispirò per il film Schindler’s List, che vinse diversi Oscar. Nel 1939, all’inizio della Seconda guerra mondiale, Oskar Schindler si trasferì a Cracovia, in Polonia, dove acquistò una fabbrica che all’inizio produsse pentole e in seguito munizioni. Nel 1944, quando l’Armata Rossa cominciò ad aprirsi la strada verso Berlino, i nazisti di Cracovia intensificarono i rastrellamenti. Schindler, con il pretesto di non perdere i suoi 1.200 operai, abili specialisti nella produzione di materiale bellico utile alla Germania, riuscì a trasferirli in una fabbrica in Cecoslovacchia, a Brněnec, a nord-est di Praga: e dunque, di fatto, a salvarli.

Fabbrica SchindlerL’ex fabbrica tessile – che risale al 1840 e che oggi è fatiscente – è il principale progetto dell’Endowment Fund for the Memorial of the Shoah and Oskar Schindler, associazione creata dallo scrittore Jaroslav Novák, che dopo una lunga battaglia legale è riuscita a ottenere a un prezzo simbolico la proprietà degli edifici per trasformali in un memoriale dell’Olocausto e dedicarlo alla storia di Oskar Schindler. Novák sta cercando di avere i finanziamenti necessari dall’Unione Europea e da altre fondazioni nel mondo. Ha raccontato al Guardian di aver ottenuto la promessa di un impegno economico anche dal governo regionale e di essere a buon punto con le trattative con il ministero della Cultura della Repubblica Ceca. L’obiettivo sarebbe ricostruire le strutture originali del campo di concentramento, comprese le torri di guardia, la fabbrica, il lazzaretto e il campo dei prigionieri. I costi della ristrutturazione sono stati stimati intorno ai 140 milioni di corone ceche, circa 5 milioni di euro. La situazione è però critica a causa del pessimo stato degli stabili, che avrebbero bisogno di interventi profondi e immediati.

Oltre ai problemi finanziari il progetto deve superare anche un altro ostacolo, e cioè i sentimenti contrastanti nei confronti di Oskar Schindler. Schindler era nato nel 1908 a Svitavy, nei Sudeti, le regioni di confine nel nord e nell’ovest della Cecoslovacchia, dove viveva una popolazione prevalentemente di lingua tedesca. Diventato membro del Partito tedesco dei Sudeti, legato al Partito Nazista di Hitler, Schindler accettò di lavorare per l’Abwehr, il servizio di intelligence militare della Germania. Prima del film pochi cechi conoscevano Schindler per la storia della sua celebre lista, e in molti hanno continuato ad associarlo alla reputazione che aveva prima della guerra o alla descrizione che ne viene fatta nella storiografia marxista, che non era molto positiva: era considerato un truffatore, un uomo a cui piacevano la bella vita, le donne e il gioco d’azzardo, e un imprenditore che ebbe successo sfruttando il lavoro dei prigionieri ebrei.

L’attuale proprietario della casa dove Schindler è nato, per esempio, si è rifiutato di permettere che venisse affissa una targa in suo onore. Un piccolo monumento dedicato a lui in un parco vicino è stato imbrattato con una svastica pochi giorni dopo la sua inaugurazione, nel 1994. Jitka Gruntová, ex deputata e autrice di un libro molto critico su Schindler, lo descrive come «un traditore e un criminale di guerra» la cui fama di salvatore è basata solamente su «una leggenda falsata». Gruntová sostiene che Schindler fosse un collaborazionista del nazismo e che a un certo punto decise di fare quello per cui è diventato famoso solo per salvare se stesso e i suoi affari. Lo storico locale Radoslav Fikejz è invece più cauto: «Sì, Schindler era un nazista, un criminale di guerra e una spia. Ma ho incontrato 150 ebrei che erano nella sua lista, che sono stati trasferiti nel campo di Brněnec e che dicono di essere vivi solo grazie a quel trasferimento».

Alla fine della guerra Schindler venne accusato di collaborazionismo, riuscì a emigrare in Argentina, ma tornò in Germania nel 1958. Tentò di risollevarsi economicamente avviando alcune attività, ma senza successo. All’inizio degli anni Sessanta visitò per la prima volta Israele, dove venne accolto con entusiasmo e dove il 18 luglio 1967 venne riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” dall’apposita commissione dello Yad Vashem. Quella di “Giusto tra le Nazioni” è un’onorificenza concessa ai non-ebrei che agirono in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista. Schindler morì il 9 ottobre del 1974 ad Hildesheim, in Germania, a causa di un infarto; per suo volere venne sepolto in un cimitero di Gerusalemme.

http://www.ilpost.it/2016/10/12/repubblica-ceca-schindler/

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