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Lech lechà!

Fra i tanti “dibattiti” in corso, magari effimeri su cose proprio non utilissime (il ritorno della minigonna, la dieta mediterranea, i video hard della mussolini), ha preso qualche spazio la lettera di Celli al figlio, uscita su Repubblica di qualche giorno fa, con l’esortazione a lasciare il belpaese per (ri)farsi una vita (inciso: se un grand commìs di Stato come Celli ammette il fallimento della sua generazione, non sarebbe meglio che lui e tutti quelli come lui se ne andassero loro all’estero?). La cosa, in qualche modo, mi interessa, mia figlia non sì è iscritta all’università per andarsene in Germania a studiare tedesco in vista di un futuro accesso a facoltà internazionali. Da Berlino, dove si trova ormai da tre mesi, l’invito è caloroso: “Mollate tutto e venite anche voi”. La risposta è la solita: “Avessi vent’anni in meno…”. Lo so, se ce ne andassimo tutti lasceremmo questo povero paese in mano ai leghisti e ai fedeli del vecchio satiro. Negli anni della mia giovinezza girava il motto “Chi si estranea dalla lotta è un gran figlio di mign..”, però…
Però una cosa non esclude l’altra. Come racconta Gad Lerner nelle pagine del suo bellissimo “Scintille”, quando la voce di Dio si fa sentire per la prima volta ad Abramo è per dirgli “Vattene dalla tua terra natale e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti mostrerò”. Lech lechà! Frase in ebraico che può anche scomporsi in Lech le-cha “vai verso te stesso!” L’esperienza dell’abbandono della casa è importante, la nascita dell’Università a Reggio ha avuto questo solo lato negativo, di consentire a tanti ragazzi di non lasciare mai la casetta natale, di continuare a vivere nella facilità quotidiana. Lech lechà! Vattene, esci, impara che fuori c’è un mondo in cui dovrai vivere e da cui potrai, se vuoi imparare. Vattene, magari per tornare, se ne varrà la pena.
Andarsene all’estero non è fuggire, andare all’estero non è un esilio. Ma come fermare un figlio di fronte alla putrefazione quotidiana che abbiamo davanti agli occhi? I figli non appartengono ai genitori, ai genitori il compito di offrire loro il massimo delle possibilità. Ho aperto questo blog anche per rispondere alla domanda che mi fece allora proprio mia figlia: “Papà, quando tutto questo sarà finito, cosa diremo di aver fatto, noi?”. Lei se n’è andata-per ora-all’estero, a scoprire che ci possono essere paesi normali, io resto qui a Fortezza Bastiani a guardarmi attorno e chiedermi “Sentinella, a che punto è la notte?”.

Nov 29, 2009 - Italia, Europa, mondo    No Comments

Perché gli operai votano a destra?

La destra sociale da Salò a Tremonti.

Intervista a Guido Caldiron
Perché gli operai votano a destra? Quali sono le ragioni del successo della “destra plurale” italiana negli insediamenti sociali tradizionali della sinistra? Intervista a Guido Caldiron, autore di “La destra sociale. Da Salò a Tremonti” (Manifestolibri).
di Emilio Carnevali

Lo scorso 14 maggio Il Sole 24 Ore pubblicava un articolo intitolato: “Da Marx a Bossi. I nuovi operai”. L’ironico incipit di quel testo si soffermava sull’homepage del sito toscano della Lega Nord: il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo con il lavoratori ritoccati in camicia verde e la scritta “la classe operaia va col Carroccio…”.
Negli ultimi anni articoli come questo si sono susseguiti sempre più numerosi sulla stampa italiana, registrando il fenomeno della trasmigrazione a destra di cospicui settori sociali che fin dagli albori delle democrazie moderne avevano costituito la base elettorale dei partiti di sinistra, legati al movimento operaio e socialista.
Cosa c’è dietro questo epocale mutamento della geografia politica e delle culture sociali del nostro Paese? In realtà – come testimoniano anche le recenti elezioni europee, che hanno visto la considerevole affermazione di forze politiche di ispirazione populista e xenofoba un po’ in tutto il Continente – il fenomeno non interessa solo l’Italia. Tuttavia nel nostro Paese la dinamica sintesi fra varie e talvolta assai diverse “anime” della destra dà vita ad un “laboratorio politico”, la cui indagine può certamente essere utile per una comprensione più generale del pericolo neoautoritario a livello globale.
Nel suo La destra sociale. Da Salò a Tremonti (appena pubblicato da Manifestolibri) Guido Caldiron affronta proprio questa analisi, andando a rintracciare le radici culturali della moderna destra nelle esperienze storiche del novecento per poi individuare i tratti di continuità/discontinuità con i movimenti contemporanei e le loro traiettorie di sviluppo. Una analisi tanto più utile quanto più il disagio sociale legato alla crisi economica nella quale siamo immersi non sembra affatto avvantaggiare le opposizioni di sinistra (e le risposte tradizionalmente riconducibili alla categoria della “classe”), quanto piuttosto il territorialismo difensivo bandito dall’asse Tremonti-Lega.
Giornalista di Liberazione, Caldiron ha pubblicato in passato diversi ed interessanti saggi sulle nuove destre, come Gli squadristi del 2000 e Lessico postfascista (entrambi editi da Manifestolibri).

Caldiron, quali sono secondo lei le principali cause di questo sfondamento della destra in larghi settori popolari del nostro Paese?
I motivi del successo delle destre tra i lavoratori italiani credo vadano ricercati nell’incrociarsi di diversi fenomeni, di natura politica come anche sociale e economica. Mi spiego. Da un lato le destre hanno saputo sfruttare paure e ansie emerse nei settori sociali un tempo tradizionalmente vicini ai partiti della sinistra, hanno saputo indirizzare il timore della globalizzazione prima e della crisi poi verso i temi della “sicurezza” e dell’immigrazione, facendo sì che per molti lavoratori che vedono messo in discussione il proprio posto ci sia un “colpevole” da indicare facilmente: lo straniero, colui che ha comportamenti ritenuti socialmente devianti e via dicendo. Non c’è però solo questa costruzione del capro espiatorio nel repertorio delle destre italiane. In alcune aree del paese, e penso in questo caso soprattutto al settentrione, la destra, soprattutto quei suoi segmenti più innovativi in termini di culture politiche, perché meno legati alla storia del Novecento, hanno saputo tradurre in rappresentanza politica le grandi ristrutturazioni produttive degli ultimi vent’anni: al capitalismo che mutava diventando sempre più diffuso sul territorio la destra ha saputo proporre una sorta di politicizzazione del territorio stesso, con tanto di invenzioni identitarie ad hoc.

La destra italiana è però tutt’altro che un corpo omogeneo di culture ed interessi. Pensiamo alla considerevole distanza tra il neoterritorialismo della piccola borghesia leghista e al neostatalismo corporativo delle burocrazie meridionali postfasciste. Come è stato possibile attuare una sintesi così stabile ed “efficace”?
Le destre, che in Italia hanno saputo trarre profitto da una stagione del tutto particolare quale è quella che è sorta con la caduta del vecchio sistema di potere inghiottito in gran parte da Tangentopoli, si sono andate definendo attraverso un profilo “plurale”. Culture tra loro anche molto diverse hanno saputo trovare una sintesi secondo due traiettorie: una politica e una culturale. Sul piano politico, è grazie all’emergere di una figura nuova, come è quella incarnata dal modello populista di Berlusconi – protagonista di un capitalismo che crea sogni e stili di vita quale è quello della televisione e dello spettacolo – che il vecchio mondo neofascista del Msi e la nuova destra del territorio della Lega si sono potuti incontrare. Quanto alla cultura, si è proceduto dapprima attraverso la ricerca di temi forti, dal ritorno di attenzione per l’“identità” e la “comunità”, variamente declinati, parole guida da contrapporre all’immigrazione “invasione”, usata per capitalizzare paure nuove cresciute nella società: l’esito è stato la trasformazione in termini di “sicurezza” di ogni dibattito sulla vita nelle città e più in generale sulla vita sociale. Via via sono cresciuti però anche elementi di sintesi tra i vari settori delle destre che all’inizio rappresentavano soltanto una coalizione elettorale. Il fatto che oggi si possa parlare dell’esistenza di un asse politico e culturale tra un ministro (ex) ultraliberista come Giulio Tremonti, già vicino ai socialisti, e il sindaco di Roma Gianni Alemanno, per anni punto di riferimento dei settori giovanili radicali del Msi, indica come si sia andati oltre la semplice giustapposizione di temi e simboli. Ciò detto, la crisi tra Fini e Berlusconi, che affonda anche nella ricerca del presidente della Camera di immaginare una destra che possa sopravvivere al pensionamento del Cavaliere, fa intravedere tutta la fragilità di una costruzione politica che, non va dimenticato, si è imposta in Italia a partire da una condizione di crisi delle istituzioni e di ristrutturazione economica di grande portata.

Quali sono – se ci sono – le responsabilità della sinistra (moderata e radicale) in questa avanzata della destra all’interno di territori sociali tradizionalmente presidiati da culture inclusive e solidaristiche?
Le responsabilità delle sinistre sono di diversi tipi. Su quella moderata pesa il fatto di aver cercato un’improbabile legittimazione tra ex o post, chi veniva dal Pci con chi veniva dall’Msi, – condita di aperture di credito a un revisionismo storico che nella vulgata popolare, più frutto di Porta a porta che di un vero dibattito storico, ha finito per descrivere le vittime alla stregua dei carnefici – non capendo che sarebbe dovuto essere sul terreno degli atti concreti che si misurava o meno l’approdo democratico di una forza politica: l’Msi entrò nel I governo Berlusconi del 1994 prima di dar vita alla nascita di An, tanto per citare un dato. In modo più rilevante su tutte le sinistre pesa però l’incapacità di aver saputo leggere sia le trasformazioni del lavoro che quelle della società. Sul terreno del lavoro si sono consegnati tutti i nuovi soggetti emersi dalla ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta alle destre: non si è visto come fuori dalla condizione di lavoratore dipendente non vi fossero solo “padroncini” ma anche tanti nuovi proletari, magari legati, anche se non solo, a produzioni immateriali, di senso o all’industria della comunicazione in senso lato. Stessa cosa si può dire di fronte all’irrompere dell’immigrazione nella società italiana: invece di interrogarsi sulla natura della propria cultura, cercando di darsi un profilo cosmopolita e di apertura al nuovo, le sinistre hanno o scimmiottato la destra sull’allarme “sicurezza” o visto i nuovi arrivati come membri di una “classe operaia di riserva” da organizzare secondo la tradizione del movimento operaio. In entrambi i casi buona parte della vita sociale cresciuta anche attraverso la presenza dei migranti, non solo nelle grandi città, è rimasta lontana e estranea a questi schemi.


(…) L’intervista completa è in: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-destra-sociale-da-salo-a-tremonti-intervista-a-guido-caldiron/

Nov 21, 2009 - Italia, Europa, mondo    No Comments

«Il dopo Berlusconi è lontano»

Intervista a Paul Ginsborg «Il dopo Berlusconi è lontano»
di Pietro Spataro


Il dopo Berlusconi? Ancora non lo vedo all’orizzonte…». Paul Ginsborg conosce bene l’Italia e da storico non trova elementi per dire che è iniziato il tramonto del berlusconismo. «Non illudiamoci ancora, l’uomo sa resistere», spiega. Ritiene importante la forte partecipazione alle primarie del Pd ma invita la sinistra a «tornare a studiare» per capire la società. Il «No Berlusconi day»? «Diamo una mano a questi ragazzi».

Professore, assistiamo da mesi a forti tensioni istituzionali: prima gli attacchi al Capo dello Stato e alla magistratura, poi i tentativi pericolosi di salvare il premier dai processi. La nostra democrazia sta proprio male?
«Sono molto allarmato sullo stato della democrazia, perché ormai stiamo assistendo a uno svuotamento delle istituzioni e a un continuo attacco al sistema di bilanciamento dei poteri. I pilastri classici delle democrazie sono sotto tiro. Sì, in Italia c’è una emergenza democratica: questa destra sta tentando di imboccare la via populista».

Però c’è qualcuno che sostiene che siamo agli ultimi giorni del berlusconismo…
«Sarei molto cauto, provo una certa difficoltà a dire che Berlusconi è in crisi. Certo, dentro la maggioranza ci sono fibrillazioni e rissosità. Ma penso ci siano ancora interessi forti che spingono i protagonisti del centrodestra a restare uniti fino alla fine della legislatura».

Le fibrillazioni però stanno facendo emergere tre destre dentro la destra: quella dei fedelissimi del premier, quella Tremonti-Bossi e quella di Fini…
«A me pare che vadano delineandosi fondamentalmente due destre. Quella di Fini che è più rispettosa delle strutture democratiche e più aperta su alcuni temi come l’immigrazione. È un tentativo interessante perché, per dirla con una battuta, credo che sia quasi più importante in Italia avere una destra decente che non una sinistra decente. Ma Fini non mi pare sia maggioritario, anzi. L’altra destra che emerge è quella di Bossi, Tremonti, Formigoni che credo sia quella maggioritaria».

Tutti personaggi in cerca del dopo Berlusconi?
«Molte volte abbiamo dato per morto politicamente Berlusconi. Oggi però siamo ancora qui. Voglio che sia chiaro: il dopo Berlusconi non è affatto vicino, ancora non ci rendiamo conto di quanto l’uomo sia tenace. E poi anche se lui uscisse di scena resterebbe questa formidabile costruzione culturale che condiziona l’Italia. Vede, il problema è che a sinistra manca proprio un’analisi approfondita del berlusconismo».

Soffermiamoci su questo: come ha fatto Berlusconi negli anni ’90 a conquistare gli italiani?
«Berlusconi ha cambiato gli italiani. Ha offerto loro un modello di libertà negativa: tutti liberi da ogni interferenza, dallo Stato, dalle tasse. Lui ha parlato al familismo e all’individualismo, con la tv commerciale ha coltivato l’idea forte di perseguire la via del consumo e della ricchezza. Questo modello non va via domani mattina perché è radicato ed è la versione estremizzata di un trend che è presente in gran parte dell’Europa».

Lei insiste sul ruolo della società civile. Sette anni fa fu uno degli animatori dei girotondi: quel movimento che effetti ha prodotto sulla sinistra?
«È stato un grande movimento. Ma non è durato. È stato significativo riuscire a portare 800 mila persone a Piazza San Giovanni. Si è tentato allora di lanciare un messaggio: frenare Berlusconi e fare un’opposizione di massa. Se lo ricorda? Sembrava che l’opposizione fosse scomparsa. Quella spinta però non è durata perché i partiti non hanno trovato il modo di sostenerla. La società civile da sola non ce la fa».

Tre milioni di persone hanno partecipato alle primarie per la scelta del segretario del Pd. Una partecipazione straordinaria no?
«Sì, lo valuto molto positivamente. Il Pd, unico partito in Italia e anche in Europa, non solo ha chiesto agli iscritti ma a tutti i simpatizzanti di votare. Anche io, che non sono iscritto, sono andato. È stata una prova di grande apertura. Però attenzione: c’è una differenza tra un voto e un impegno continuo. Si può anche votare e poi non fare più nulla. Società civile vuol dire una rete di associazioni, mobilitazioni, proposte, crescita culturale con le quali fare i conti tutti i giorni».

Come giudica il Pd di Bersani dai suoi primi passi?
«È presto per dirlo. Ma non sono convintissimo che Bersani sia l’uomo più adatto in questa fase di emergenza democratica. Vorrei sbagliarmi ma credo che di fronte alla tracotanza di Berlusconi e agli elementi eversivi dei suoi comportamenti ci voglia una risposta di grande fermezza e chiarezza».

E perché, Bersani secondo lei non è in grado di dare questa risposta?
«Vedremo».

Il 5 dicembre si svolgerà la manifestazione «No Berlusconi day». Lei ci sarà?
«Certo, la ritengo importante. Quando ci fu il movimento dei girotondi pensai di vedere una cosa nuova nella storia italiana: li chiamai i ceti medi riflessivi. Anche se con qualche cautela penso che quel fiume, che è rimasto per anni sottoterra, oggi può riemergere nelle persone che hanno organizzato la manifestazione del 5. Vedo una connessione forte tra i girotondi e questa mobilitazione: hanno la stessa idea di difesa della democrazia e della Costituzione».

Professore come farà l’Italia a uscire da questa pesante anomalia che la avvolge? C’è qualche speranza?
«C’è più di una speranza. Credo che la parte migliore della destra e tutto il centrosinistra debbano avere la capacità di vedere bene i pericoli e le vie di uscita. Se le forze migliori della società trovano i veicoli giusti per agire e la smettono di guardare la tv con le facce depresse forse possiamo vedere qualcosa di nuovo. Ognuno di noi deve fare di tutto affinché si esprima finalmente la parte più bella del Paese».

21 novembre 2009

http://www.unita.it/news/italia/91576/intervista_a_paul_ginsborg_il_dopo_berlusconi_lontano

Nov 20, 2009 - Italia, Europa, mondo    No Comments

Notiziole italiote..

Il nostro generale Aureliano Buendia di Gallipoli ha perso un’altra battaglia. L’Europa non ha riconosciuto l’occasione storica di avere la sua politica estera guidata da un simile geniale stratega della sconfitta. Il genio è stato silurato dallo stesso PSE, per voce del buon Schultz (quello definito kapo dal nostro satiro plastificato). Peggio per l’Europa, tiè! Oddio, è adesso il generale torna in Italia….

Geografia. Esiste la Comunità Montana Murgia Tarantina. 40 metri sul livello del mare. Il governo Prodi ne aveva decretato lo scioglimento ma gli 11 impiegati e i 34 fra assessori e consiglieri sono ancora lì. Prima hanno creato L’Unione dei Comuni della Murgia tarantina, poi nel 2009 la legge regionale che scioglieva gli enti inutili fu dichiarata anticostituzionale. “La comunità così com’è non è una cosa bella-ha dichiarato il presidente Arcangelo Rizzi-io non ho mai condiviso l’impianto che le è stato dato”. Perchè non si è dimesso? Saperlo…

Perfetto! Come ogni mistero italiano che si rispetti nella questione marrazzo-trans mancava solo il morto. Fatto. Il poveretto/a Brenda è stata trovata cadavere in casa sua. Siamo sempre il paese dei veleni e dei pugnali, delle cortigiane e dei servizi (deviati o no). In realtà il nostro miglior storico è stato Giuseppe Verdi (e si suoi librettisti). Rileggetevi Rigoletto, Un ballo in maschera, la Forza del destino e poi se ne riparla (si fa per dire).

BrunettoGridolo ha colpito ancora. Per migliorare il funzionamento degli uffici giudiziari il dirigente (digerente) del personale del Tribunale di Genova ha vietato l’esposizione negli uffici di calendari di George Clooney e di Beckham. Ohh! Era ora, signora mia, un po’ di severità a questa gente! Che poi manchi il personale, i bagni siano da terzo mondo, i fili elettrici siano scoperti sono particolari. Mi ricorda quel suicida timoroso che, deciso a saltare dal 15° piano, si mise un paio di scarpe con la suola di gomma “così quando arrivo mi faccio meno male” disse. Ma in fondo c’è anche un limite culturale, a questi buffoni, centrali o periferici, nessuno ha mai insegnato un po’ di senso dell’umorismo, (o del ridicolo) se non l’intelligenza che, come noto già per il coraggio di don Abbondio “uno se non ce l’ha, non se la dà”.

Roma, ore 12.10 Notizia Ansa

Giustizia: Berlusconi, occorre parità accusa-difesa

“E’ ‘indispensabile’ una ‘riforma costituzionale della giustizia che porra’ in condizioni di effettiva parita’ l’accusa e la difesa nel processo’. E’ quanto si legge nel messaggio inviato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla Conferenza nazionale dell’Avvocatura.” Giusto: è già pronto un decreto legge: nei prossimi processi l’avvocatoghedinik (scusate la parolaccia) sosterrà sia l’accusa che la difesa del vecchio satiro plastificato. Più semplice di così…


Nov 16, 2009 - Italia, Europa, mondo    1 Comment

La Bolognina reggiana (II)

Caro Giannifotografo,
ho apprezzato molto la tua testimonianza. Come detto nel mio pezzullo volevo lasciare da parte la giacca dello storico e rimanere sul ricordo. Il ricordo di chi il pci lo vedeva da fuori, lo percepiva nei militanti, nelle manifestazioni di massa, nelle tante iniziative che portava avanti e alle quali magari anch’io aderivo ma sempre rimanendo, per mia precisa scelta, fuori. Fuori perché mi sembrava, pensa un po’, poco di sinistra, troppo burocratico, troppo legato al potere. Ancora dai tempi del liceo quando avevo visto un’occupazione scolastica trasformarsi da iniziativa “rivoluzionaria” a operazione politica gestita da apparati(1971). Da credente laico mi irritava a morte la proclamata attenzione al “mondo cattolico” che si risolveva invece nell’attenzione a pezzi della Dc con cui gestire il potere, fino al compromesso storico. Continuavo a non capire come si potesse parlare di antifascismo e poi rimanere attaccati ad una dittatura come quella sovietica che, sono convinto, rimaneva il riferimento di tanti compagni, la speranza, l’utopia di una rivoluzione. Accetto e riconosco la buona fede dei tanti militanti-come storico mi capita sempre più spesso, da non comunista, di dover difendere la storia del Pci dai tanti excomunisti divenuti destri orrendi-ma credo davvero che la “fine fosse nota”. La fine del pci era nella sua stessa, nobile, storia.
Si impiegarono anni per discutere, come dici, ma non si arrivò mai alla Bad Godesberg italiana perché non era possibile. Troppo legata la storia del Pci con quella dell’Urss per riuscire a scendere dal treno in corsa, seppur sempre più lento e stanco. Se nel 1989 circa il 40% fu contrario alla svolta, figuriamoci cosa sarebbe accaduto nel 1956 o nel 1968.
Questa è la mia esperienza, che non è quella di chi “ha vinto”. Tutto il contrario. Appartengo a una schiera eletta di esclusi. Tranquillamente esclusi. Era l’esperienza di tante persone che avrebbero potuto dare un piccolo contributo a una forza politica democratica, di sinistra europea e non poterono farlo. Da quella frattura nacque un partito/i che mentre non accettò forze nuove dall’esterno, progressivamente emarginò anche quei militanti che, al suo interno, conducevano da anni una battaglia interessante e potenzialmente utile. Rimasero i gestori del potere, oltretutto giovani anagraficamente a gestire fino ad oggi il progressivo vuoto.

Nov 15, 2009 - Italia, Europa, mondo    1 Comment

La Bolognina reggiana

Ricordi di vent’anni fa, da cittadino che lascia lo storico a sonnecchiare nel grigio domenicale. Autunno 1989, l’Europa era lì lì per cambiare ma sembrava che tutto fosse normale, tanto più nella felice Reggio. In quel novembre si tenne all’ancora Municipale (l’indimenticabile Romolo Valli sarebbe morto l’anno dopo) il Convegno sui “Magnacucchi”. Vennero tanti, quasi tutti, Paletta incluso. Un convegno politico, dove gli storici erano quasi invitati a consegnare la loro relazione e starsene lì ad ascoltare. Ad ascoltare i “protagonisti”, pronti a concordare, gli uni con gli altri, cosa dire, dieci minuti prima di salire al microfono. Il mondo stava cambiando, il loro mondo era finito, ma tutto continuava come prima. Il comunismo era lì, nella miglior variante possibile, forse, quella italiana, ma tale era. Immutabile nella coscienza e nei sogni dei tanti che avevano creduto, con fede, contro ogni logica e speranza (ed evidenza).
Solo due anni prima la mia vicina di casa, la signora Giulia, era partita per l’Urss con un viaggio organizzato dalla sua sezione. Al ritorno, malignamente, le avevo chiesto: “Allora,come si sta in Urss?” e lei, convinta, aveva risposto: “Che bello! Hanno proprio tutto…no, anzi, non ci sono i jeans…”.
Il comunismo era quello, una fede, immutabile. Una fede anche nobile, come ci ricorda Gaber, ma una fede.
Poi il muro venne giù e fu il panico. Qualcuno si inventò che l’Italia era diversa. Ma non lo era stata nel 1956, nel 1968. I dirigenti del Pci andavano in vacanza sul Mar Nero, non a Lisbona o a Oxford. Era la storia, la cultura, i loro sogni, il loro lavoro. Immutabili. La guerra fredda ancora nelle ossa e nel cervello.
Poi la Bolognina, 12 novembre 1989. Giusto, inevitabile. Inutile. 3 giorni troppo tardi. 72 ore e la storia ti frega. E poi ognuno cerca di salvare la scrivania, la sedia, il parcheggio. Umano, figurarsi. Quando poi si è classe dirigente. La storia non ci racconta di una classe dirigente che, pur di fronte alla fine di un percorso storico, abbia levato le tende. Salvo carestie, epidemie, invasioni. Ma qui non arrivarono gli Hyksos, figurarsi l’Armata Rossa testè defunta. E così partì la giostra delle chiacchiere, delle assemblee di 100 persone. La fede era fede prima e lo diventava ora. Per quegli stessi militanti, come la signora Giulia, ora era arrivato il “contrordine”, giù il Muro, abbasso il Muro.
Finito il Pci iniziava la “Cosa”. Venite, facciamo il partito nuovo. Si ricomincia. C’ero anch’io fra i tanti che, in qualche modo, credettero che anche in Italia fosse possibile una forza politica laica, di sinistra. Non avevo bisogno di fedi.
Ho partecipato, invitato a quegli incontri, seppur la mia inesperienza (e poca pazienza) mi esponesse a solenni imborsature di fronte alla querula e logorroica capacità dei tanti maestrini che annaspavano alla ricerca di novi orizzonti, risolti nel vuoto incomprensibile che mi trovavo ad ascoltare.
Mi affacciai anch’io alla nuova “casa”, ma mi trovai come semplice invitato, a casa altrui. Come quando si fa entrare l’ospite ma lo si tiene nell’ingresso, mentre la “famiglia” siede in salotto a discutere. Eravamo tanti con storie diverse, senza esperienze e con esperienze, soprattutto “intellettuali”. Nessuno offrì mai più che un bicchier d’acqua. Ora che i posti si riducevano, figurarsi.
La fine è nota. Il Pci rimase quello che era, sotto mutate spoglie. L’occupazione del potere non consentiva scelte creative. Non consentiva una riflessione laica sulla storia, sui valori. Si cambiò la ragione sociale, una, due volte. Finirono le visite in Urss. Mi sono sempre chiesto perché sotto la quercia, nel nuovo simbolo, insieme al garofano, non ci fosse anche il gattopardo.
Dieci anni dopo quando il terzo o quarto partito succeduto si schierò su 3 mozioni andai a vedere quegli elenchi di candidati reggiani: su 29, 27 erano nel 1989 nel Pci.
Tutto normale. Nessuno scandalo, il potere richiede questo e altro, figuriamoci poi un potere dolce e funzionale come quello emiliano. Ma, senza rendersene conto, il morbo di Zelig si era impadronito di quel corpaccione ormai svuotato. E iniziò la lotta per bande e fazioni, senza più un progetto ci si nascose dietro ad un tourbillon di “idee” (altrui): ecologisti, blairiani, clintoniani, giddensiani, terzavisti, kleiniani, amerikani, maistaticomunisti, obamiani che hanno contribuito a 15 anni di destra trionfante.
E mai essersi fermati a riflettere, su quel muro che era caduto, mai a chiedersi cosa dovevamo portare oltre e cosa gettare via, dopo quel muro, nella storia della nostra Europa e del’Italietta ormai tinta di azzurro.

Se la sinistra imita Guareschi

Per completare il “dibbattito”, come si diceva una volta, aggiungo la risposta di Orazio Licandro (oogi sull’Unità) al pezzo di Vincenzo Cerami che ha suscitato varie reazioni, compresa la censura dell’amico Gianni-fotografo

di Orazio Licandro
Ieri, sfogliando “l’Unità”, mi imbattevo in una strana epistola, avente come bersaglio alcuni leader della sinistra, ma come principale Oliviero Diliberto. Destinatario della stessa era il neo segretario del Pd Pier Luigi Bersani scongiurato di evitare ogni contatto, quasi rischiasse un pericoloso contagio in tempi di virus influenzali, con il segretario del Pdci. Insomma un libello di quelli che solitamente si ascrivono al “genus” della polemica più dura. Almeno così pensavo dalle prime righe, senza peraltro soffermarmi sull’autore. Poi continuando a scorrerlo mi accorgevo che in realtà andava ben oltre quegli argini e riversarsi nel campo vasto e privo di confini dell’insulto da bettola o, se si preferisce, da trivio. Il motivo dell’aspra invettiva sarebbe la disponibilità di Bersani al dialogo con le forze di sinistra. Una valutazione politica, si direbbe, circa il tema delle alleanze; un legittimo, seppure poco condivisibile, punto di vista. Ma in realtà, proseguendo nella lettura la politica lì si fatica a trovarla, anzi non se ne trova traccia. «Non ritirare fuori i fantasmi, le mummie sovietiche. … La più grande carità che si può fare ai morti è di non resuscitarli… Diliberto… quello che odia Fellini e ama le barzellette di Pierino e i film carta igienica… che invece di Padre Pio, sul cruscotto della macchina ha incollato l’immaginetta di Stalin», e così via (e pure di peggio) dicendo. Che razza di argomenti per sostenere idee e visioni diverse!
Trovo davvero singolare e doloroso che un quotidiano di grande storia come “l’Unità” dia spazio a pensieri tanto insulsi quanto offensivi quantomeno verso il milione e 200mila votanti della lista comunista. Se guardiamo alle condizioni di un Paese in pieno degrado morale e civile per il sovvertimento della scala dei valori, stremato dalla crisi economica, con un tasso di disoccupazione impressionante, attraversato da pericolosi disegni di disgregazione dell’unità nazionale e di destrutturazione, a volte eversiva, della costituzione repubblicana, credo che i lettori de “l’Unità” non trovino affatto interessanti certe “opinioni”. E credo pure che non preferirebbero affatto né Mastella né Dini, fossero pure accompagnati dalla santa benevolenza di Padre Pio.

p.s.
Ad un certo momento istintivamente ho ritenuto che l’estensore di quelle livide righe fosse Guareschi, il Guareschi nella versione anticomunista più acre, ma dedicando per mestiere sempre cura e attenzione ai testi mi sono presto accorto che si trattava nel migliore dei casi di un Guareschi non genuino, interpolato, guasto, anzi un falso: insomma uno pseudo-Guareschi. Perché quello autentico era certamente un anticomunista ma almeno era un solido scrittore che comprendeva la politica.

http://www.unita.it/news/orazio_licandro/90836/se_la_sinistra_imita_guareschi

Un solo commento: ma siamo certi che 1,2 milioni di voti seguano Diliberto e company?  Io sono ottimista e non posso crederci.

La banalizzazione di un simbolo

dal Blog.Europe

Premetto due cose, non necessariamente collegate tra loro. La prima è che non sono credente. La seconda è che trovo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contraria all’obbligo del crocifisso nelle aule un segno di civiltà giuridica e culturale. Ancora una volta, parafrasando la canzoncina dei berlusconiani, mi viene da dire: “per fortuna che l’Europa c’è”.
Fatte queste dovute premesse, mi stupisco un po’ della reazione scomposta delle gerarchie cattoliche. Per un cristiano, il crocifisso dovrebbe essere, ancora di più che per un ateo come me, un simbolo sublime e terribile. La sua banalizzazione come soprammobile, confuso con i banchi, la lavagna e le altre suppellettili scolastiche, dovrebbe essere, quello sì, un sacrilegio. E la giustificazione del crocifisso nelle scuole come una fatto consuetudinario dovrebbe suonare alle orecchie dei buoni cristiani come una vera e propria bestemmia.
Vietando la imposizione fuori contesto del Cristo, e del suo supplizio, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto la sua piena e terribile dignità ad un simbolo religioso. Quella stessa dignità che la Chiesa gli nega difendendone la banalizzazione quotidiana e obbligatoria.

Andrea Bonanni

http://bonanni.blogautore.repubblica.it/?ref=hpblog

Crocifisso a scuola, una battaglia persa

Crocifisso a scuola, una battaglia persa (di Nicola Fangareggi)

Non ne posso più di sentirmi collocato nella categoria dei cosiddetti “laicisti” se penso che la sentenza della Corte Europea che boccia l’esposizione forzata del crocifisso nelle scuole italiane sia una sentenza logica, corretta e pienamente accettabile anche da chi si consideri credente.
E trovo deludente che il neo segretario del principale partito di opposizione non riesca a trovare il coraggio di affermare lo stesso, interpretando così la sensibilità di milioni di cittadini italiani, credenti e non, i quali sono adulti a sufficienza per comprendere che le faccende che riguardano la fede sono distanti anni luce dalla pretesa di indottrinare gli scolari appendendo al muro il Gesù crocifisso.
La croce esibita nelle scuole appartiene a un retaggio storico del passato in cui l’universo psicologico dei fanciulli non era investito dal bombardamento di immagini e di simboli prodotti dalla società mediatica contemporanea. Per questa ragione quella battaglia va considerata perduta da tempo immemore.
I bambini di oggi devono fare i conti con l’aggressività delle immagini simboliche trasmesse a getto continuo da televisione, computer, videogiochi.
Non è necessaria una laurea in antropologia culturale per ricordare quanto il significato religioso del totem disponesse l’ordine dei valori nelle società primitive. L’umanità ha adorato di tutto, dagli idoli pagani ai santi di romana chiesa.
Oggi il sentimento religioso non è inferiore al passato, ma è sottoposto a prove ben più complesse. Hai voglia di contrapporre la storia di Gesù di Nazareth agli eroi della playstation. Col crocifisso a scuola è come se si pretendesse di combattere una guerra a mani nude contro un nemico che agisce a forza di bombe atomiche. E’ una guerra persa da più di mezzo secolo, e sarebbe ora di accorgersene.
Consapevolezza vorrebbe che anche la gerarchia cattolica acquisisse gli strumenti di interpretazione della realtà adatti a riflettere il senso della propria missione. Che è missione terrena, ricordiamolo, in un’epoca storica in cui la comunicazione globale ha reso disponibile un oceano di conoscenza a ogni angolo del pianeta.
Il tentativo di forzare la mano ai paesi dell’Unione Europea inserendo nel Trattato un riferimento esplicito alle radici cristiane del continente venne inevitabilmente sconfitto non tanto dagli effetti di una perfida congiura pluto-giudaico-massonica quanto dalla consapevolezza maggioritaria di un principio di laicità che sovrintende necessariamente alla stesura dei codici e delle leggi in un consesso civile (figuriamoci in un agglomerato sociale di mezzo miliardo di persone).
Ed è paradossale e in fondo anche meschino osservare come l’impegno a tutela del sentimento religioso dei cittadini europei venga derubricato a lotta per l’affermazione di un potere di controllo superiore, quasi che il cattolicesimo nutrisse inveterate nostalgie di ambizioni statuali.
Non giova alla chiesa questa polemica. Men che meno giova ai credenti, costretti a fare i conti con battaglie di retroguardia delle gerarchie vaticane e, allo stesso tempo, tenuti a occuparsi dell’educazione dei propri figli affinché cresca e fiorisca in loro il desiderio del sacro.
Ma quel che davvero rattrista è il comportamento della quasi totalità della politica italiana, codarda e imbelle di fronte al rischio di scontentare i mandarini delle battaglie perdute di oltre Tevere.
Il laico Fini si è sciolto nel calderone, il libertino Berlusconi ha troppi peccati da farsi perdonare, l’ex mangiapreti Bossi libera i suoi dobermann a caccia di musulmani. E perfino Bersani, l’emiliano pragmatico Bersani, non trova di meglio che appellarsi al “buon senso” per salvare la croce appesa al muro di scuola, quasi che la grandezza del messaggio cristiano avesse bisogno di esibizioni forzute per racchiudersi nei cuori delle persone di buona volontà.

in: http://www.reggio24ore.com/Sezione.jsp?idSezione=7345

Alda

Ho una nave segreta dentro al corpo

una nave dai mille usi

ora zattera ora campana

e ora solo filigrana.

È la mano di Fatima verde di colli,

la rosa del deserto già dura,

e una perla nel cuore:

la mia paura.

Alda Merini


Per conoscere qualcosa di Alda Merini:

A.M., Io dormo sola, Acquaviva 2005

A.M., La famosa altra verità, Acquaviva 2005

A.M., Le briglie d’oro. Poesie per Marina 1984-2004, Libri Scheiwiller 2005

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