Articolo 18. Per saperne qualcosa di più.

DISEGNO DI LEGGE N. 2000
d’iniziativa dei senatori NEROZZI, MARINI, ZANDA, CHITI, CASSON, ICHINO, AMATI, BAIO, BASSOLI, BASTICO, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BUBBICO, CAROFIGLIO, CECCANTI, CHIAROMONTE, COSENTINO, DE LUCA, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FERRANTE, FIORONI, Mariapia GARAVAGLIA, GASBARRI, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, MARCENARO, MARCUCCI, Ignazio MARINO, Mauro Maria MARINO, MORANDO, NEGRI, Nicola ROSSI, SANGALLI, SCANU, Anna Maria SERAFINI, SERRA, SOLIANI, STRADIOTTO, TONINI, VITA, VITALI e ZAVOLI

Istituzione del contratto unico di ingresso

Presentato alla Presidenza del Senato il 5 febbraio 2010

testo in: http://www.pietroichino.it/?p=7306

Che cos’è l’articolo 18

testo in: http://www.ilpost.it/2011/12/19/che-cose-articolo-18/

L’articolo 18 parlandone seriamente (Francesco Costa)

testo in: http://www.francescocosta.net/2011/12/20/larticolo-18-parlandone-seriamente/

Il totalitarismo (videointervista a Giovanni De Luna)

Tra le priorità didattiche che la società contemporanea impone alla scuola, al primo posto si colloca la necessità di colmare la separazione tra i ragazzi, con la loro cultura di ‘nativi digitali’, e i docenti, la cui cultura alta è incentrata sulla lettoscrittura tradizionale. Benché oscurata dai troppi problemi economici e politici che investono l’educazione, la qualità di un insegnamento multimediale è un obiettivo importante che si raggiungerà creando competenze che cominciano ora a diffondersi.
 
Muovendosi in questa direzione il gruppo editoriale Pearson (al quale appartengono marchi storici come Paravia e Bruno Mondadori) sta promuovendo le versioni digitali di alcuni testi scolastici molto diffusi di letteratura italiana, filosofia e storia, come il Baldi, l’Abbagnano-Fornero, il De Bernardi-Guarracino e il De Luna, con un progetto di formazione che coinvolge i docenti. Si tratta di un ciclo di Convegni dal titolo La forza delle idee, che tra novembre e febbraio propone quaranta incontri di approfondimento disciplinare e di introduzione all’uso delle nuove tecnologie nella didattica. Un passo importante verso un sistema culturale che vive in una concezione cartacea del libro e resiste a una cultura visuale con cui ci si deve confrontare, pena l’incomunicabilità con le nuove generazioni.
 
L’intervista di Loredana Lipperini a Giovanni De Luna è un ottimo esempio delle potenzialità di uno strumento visuale che, usando il linguaggio dei media di qualità, possa andare incontro alla comunicazione del sapere nel mondo scolastico. E forse non è casuale che si inizi parlando di totalitarismo e del controllo della società attraverso la scuola e la comunicazione di massa.
 
Enrico Manera

Videointervista in:

http://www.doppiozero.com/materiali/videointerviste/de-luna-e-il-totalitarismo

Nemico del popolo 2. Senza vendetta

01 azione reggiane grandew472003123922.jpgUn amico mi ha dato una tirata d’orecchi: “Non trattare troppo male la CGIL”. Siamo in un paese dove è ancora è ammesso tutto (meglio, molto) ma non invitare gli amici a fare qualche riflessione, dove prevale una logica di eterno conflittoe, si sa, sotto il fuoco nemico non si può stare tanto a sottilizzare. I miei 25 lettori si ricorderanno che le mie riflessioni non andavano tanto ai contenuti (di economia non ne capisco molto) quanto agli strumenti che venivano utilizzati per difendere/contrastare quei contenuti. Mi colpiva (e mi colpisce) come continuassimo ad usare nel XXI secolo tattiche e strumenti di lotta obsoleti e ormai autolesionisti. Non me la “prendo” con la CGIL, come non dimentico che CISL e UIL hanno mandato giù le peggio cose con il governo del satiro plastificato e di Sakkoni e si mettono a fare sciopero oggi che c’è il buon Monti.

Il mio mestiere mi costringe a guardare i tempi lunghi anche nella storia sindacale/politica e non posso fingere che sempre tutto sia stato fatto bene e che le “meravigliose e progressive sorti” abbiano sempre segnato lo scenario nazionale e locale. Non santifico Santa Romana Chiesa, figurarsi organizzazioni politiche e sindacali. Così (tanto per farmi qualche altro nemico) non posso dimenticare che la lotta delle Reggiane fu un’operazione politica (legittima) costruita su una lotta sindacale persa in partenza. La citazione mi viene dall’aver vissuto qualche ora in questi giorni proprio nelle defunte Reggiane, ridotte ad una ghost factory ad un non luogo per chissà quanto tempo. Propongo di fare ora un “open day” delle Reggiane per mostrare ai reggiani come può finire un luogo di lavoro, storia e identità.

Taccio per carità di parte le pensioni baby, la teoria del salario come “variabile indipendente” o la caduta del governo Prodi per la questione delle 36 ore. Credo che si debba essere rigorosi se vogliamo ripartire e lo si deve essere in primo luogo con se stessi e con i “propri”, non condivido il motto “Right or wrong my country”.

Ironicamente ho ricordato che Di Vittorio o Togliatti sarebbero inorriditi a sentire dire che “…non si tratta!”. Si ricordavano bene di Menotti Serrati e del massimalismo degli anni venti che fu il primo alleato del cavaliere di Predappio. Sempre si deve trattare e trattare significa ascoltare le proposte e proporne delle proprie, ma le nostre proposte non possono essere la litania “i diritti acquisiti non si toccano”, perchè con questa litania abbiamo già perso in partenza. Intanto perchè, comunque, le cose andranno avanti, con o senza di noi (Marchionne docet) e poi perchè dovremmo chiederci quanti di quei “diritti acquisiti” nel tempo si siano trasformati in “privilegi”. Si tratta, si negozia e poi, magari, si rompe, ma dopo e non a prescindere. Quando nel 1947, per protesta contro la destituzione del prefetto Troilo a Milano, Pajetta occupò la Prefettura chiamò trionfante Togliatti per comunicargli l’evento. Il “migliore” lo gelò: “E adesso cosa intendete fare?”. Silenzio. Si narra poi che, dopo l’episodio,  incontrandolo Togliatti spesso gli chiedesse: “Allora, come va la rivoluzione?”.

Per stare ai poeti:

Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’.

I tempi sono cambiati. E’ possibile pensare che una legge fatta 41 anni fa possa essere rivista, ripensata, riscritta, rilanciata, magari proprio per favorire l’ingresso dei giovani nel lavoro, mantenendo le tutele di chi il lavoro ce l’ha già? Forse sì, forse no. Ma non è il quarto segreto di Fatima. 41 anni fa c’era Rumor al governo (con 27 ministri e 56 s/segretari), Lama diventava segretario della CGIL, in Grecia c’erano i colonnelli, in Spagna Franco, negli Usa Nixon. Nel frattempo qualcosa è successo? Degli ultimi 10 anni di lavoro ne ho passati sette come precario (coco, cocopro, chicchirichi, etc..) e nessuno mi ha mai tutelato o si è preoccupato di pensare, predisporre alcunchè. Ora sono assunto a tempo indeterminato ma so che, dovessero venire a mancare finanziamenti, tornerei nella medesima condizione senza un bao. In 41 anni qualcosa è cambiato. La vecchia strada è velocemente invecchiata, toglietevi per favore dalla nuova se non potete dare una mano perchè i tempi stanno cambiando. Pensavamo che stessero cambiando in meglio, ci siamo dovuti ricredere, ma poco importa. I tempi, comunque, non stanno (più) cambiando, sono già cambiati.

Pensieri ingenui domenicali

images.jpgDivampa la polemica sui vari aspetti della manovra del Governo Monti. Bene. Giusto. Anche se per certi aspetti mi ricorda il cameriere che sul Titanic al cliente che protestava  perchè il whisky era tiepido rispose: “Stia tranquillo, sir, fra poco avrà tutto il ghiaccio che vuole!”

In compenso-come volevasi dimostrare-lunedì ci sarà uno sciopero, inutile e patetico, al quale nessuno parteciperà.

Ma si parla anche di ICI e di ICI e beni ecclesiastici. Come sanno gli amici e frequentatori di Fortezza Bastiani io, proprio perchè cattolico (seppur affaticato), da anni devolvo il mio 8 p/mille alla Chiesa Valdese. E ne sono ben felice. Presi la decisione ai tempi del card.Ruini presidente della Cei: l’idea che anche una sola delle mie lire fosse amministrata dal suddetto mi raggricciava nervi e sangue.

Però su questa questione consentitemi un pensiero ingenuo e domenicale. Io proprio non vorrei sentirne parlare non perchè la Chiesa debba pagare le tasse come tutti ma perchè sogno che la Chiesa non debba pagar niente…perchè niente possiede. Punto e basta. Una Chiesa che creda nella provvidenza e che venga sostenuta dai suoi fedeli. Una Chiesa che lasci roba come lo IOR, gli apparati, i ministeri allo stato estero del Vaticano, del quale a me frega tanto quanto della Slovenia, Uganda o Paraguay.

Cristo non aveva un cuscino su cui posar la testa, altro che norme concordatarie, rendita catastale, percentuali e ICI versata. Sulla montagna fece un certo discorso e tutti lo capirono, altro che Capo della Sala stampa Vaticana et similia. Io sogno un giorno in cui vedrò il Papa arrivare in visita su un auto normale con il suo autista (solo perchè non è obbligatorio per il vicario di Cristo avere la patente) e basta. Niente scorta, polizia, batmobile e anziani signori vestiti come uova di Pasqua al seguito.

Sogno una Chiesa povera e vera, credibile in ogni suo gesto, che accolga e non escluda, che ami i suoi figli e che risponda ai segni dei tempi. Una Chiesa dove ognuno abbia voce, dove uomini e donne siano ugualmente responsabili e non esista una gerarchia che non sia quella decisa e riconosciuta dai fedeli.

Che ingenuo sognatore, eh?

Attenti alla memoria corta (Guglielmo Pepe)

memoria.jpgLa manovra “salva-Italia” è criticabile sotto molti punti di vista: economico, sociale, culturale…E direi anche sotto l’aspetto etico, perché i più deboli sono quelli che continuano a pagare, mentre i grandi patrimoni rimangono praticamente intonsi. Senza sottovalutare il fatto che il Vaticano resta intoccabile con i suoi privilegi (come non pagare l’Ici).

Tuttavia questo giudizio non mi porta a dimenticare quello che l’Italia ha subìto in buona parte dell’ultimo decennio. Molti commentatori – tralascio quelli e i quotidiani di destra – e parte degli italiani che sostenevano le opposizioni nel precedente governo, e che sono fortemente critici nei confronti del nuovo governo, sembrano avere memoria corta. Perciò non sarebbe male se, al termine delle doverose e necessarie critiche a Monti & company, si dicesse: «Però non dimentichiamo che le maggiori responsabilità di quanto sta accadendo oggi, le ha il governo Berlusconi…».

Perché lui e la sua maggioranza hanno portato il Paese ad una situazione drammatica. Mentre Berlusconi riceveva nelle dimore di Stato e private, ragazze compiacenti e prostitute accertate (almeno sei), mentre un gruppo ristretto di bavosetti se la spassava con giovani poco più che ventenni (e qualcuna anche minorenne) al ritmo del Bunga-Bunga, l’Italia andava allo sfascio. E lui rideva, rideva, rideva e continuava ad arricchirisi, facendo ancora “vendite” da pescivendolo (con tutto il rispetto per la categoria), prendendo in giro gli Italiani, comprando i sostenitori in Parlamento a colpi di sottosegretariato e altre prebende, sporcanco le Istituzioni con i suoi comportamenti nemmeno da basso Impero, devastando l’immagine nazionale all’estero…Questa, fino a un mese fa, è stata l’Italia di Berlusconi.

E adesso c’è qualcuno costretto a fare il lavoro sporco. Perché la riforma delle pensioni – doverosa in ogni caso, anche se perfettibile – andava realizzata da anni. E avrebbe dovuto farla il maialino che pensava invece alle sue maialate; il ritorno dell’Ici è conseguenza del fatto che lo stesso maialino l’aveva eleminata, aprendo un “buco” colossale, e perché incapace di mantenere le promesse anti-tasse (ripetute in tutte le tornate elettorali e mai mantenute e metà degli italiani gli hanno creduto grazie alla propaganda dell’informazione televisiva: bocconi, bocconi, bocconi).

Oggi paghiamo un duro prezzo. Ma per colpa di Berlusconi, di quel poveretto di Bossi (che nemmeno scandalizza più con il dito medio alzato: fa solo pena) e del gruppo di potere che ha sostenuto il peggior governo della storia d’Italia.

Si attacchi Monti, si facciano scioperi, si chiedano miglioramenti al decreto e misure più eque. Ma, per favore, attenti alla memoria corta. Che, l’abbiamo visto altre volte in passato, è sempre in agguato.

http://pepe.blogautore.repubblica.it/?ref=HREA-1

Il medico salva, non uccide (Marco Travaglio)

Io non voglio parlare di Lucio Magri, che non ho conosciuto e non mi sognerei mai di giudicare: non so come mi comporterei se cadessi nella cupa depressione in cui l’avevano precipitato la vecchiaia, il fallimento politico e la morte della moglie. So soltanto che non organizzerei una festicciola fra i miei amici a casa mia, con tanto di domestica sudamericana che prepara il rinfresco per addolcire l’attesa della telefonata dalla clinica svizzera che annuncia la mia dipartita. Una scena che personalmente trovo più volgare e urtante di quella del pubblico che assiste alle esecuzioni nella camera della morte dei penitenziari. Ma qui mi fermo, perché vorrei spersonalizzare il gesto di Magri, quello che viene chiamato con orrenda ipocrisia “suicidio assistito” e invece va chiamato col suo vero nome: “Omicidio del consenziente”. Ne vorrei parlare perché è diventato un fatto pubblico e tutti ne discutono e ne scrivono. E molti tirano in ballo l’eutanasia, Monicelli o Eluana Englaro, che non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina: era fisicamente sano e integro, anche se depresso. Altri addirittura considerano il “suicidio assistito” un “diritto” da importare quanto prima in Italia per non costringere all’ “esilio” chi vuole farsi ammazzare da un medico perché non ha il coraggio di farlo da solo. Sulla vita e sulla morte, da credente, ho le mie convinzioni, ma me le tengo per me perché, da laico, non reputo giusto imporle per legge a chi ha una fede diversa o non ce l’ha. Dunque vorrei parlarne dai soli punti di vista che ci accomunano tutti: quello logico, quello giuridico, quello deontologico e quello pratico.

Dal punto di vista logico, non si scappa: chi sostiene il diritto al “suicidio assistito” afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé.

Dal punto di vista giuridico c’è una barriera insormontabile: l’articolo 575 del Codice penale, che punisce con la reclusione da 21 anni all’ergastolo “chiunque cagiona la morte di un uomo”. Sono previste attenuanti, ma non eccezioni: nessuno può sopprimere la vita di un altro, punto. Se lo fa volontariamente, commette omicidio volontario. Anche se la vittima era consenziente, o l’ha pregato di farlo, o addirittura l’ha pagato per farlo. Non è che sia “trattato da criminale”: “È” un criminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. Se si autorizza un medico a sopprimere la vita di un innocente, come si fa a non autorizzare il boia a giustiziare un folle serial killer che magari è già riuscito ad ammazzare pure qualche compagno di cella?

Dal punto di vista deontologico, altro muro invalicabile: il “giuramento di Ippocrate” che ogni medico, odontoiatra e persino veterinario deve prestare prima di iniziare la professione: “Giuro di… perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale , ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno…; di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione”. Non occorre aggiungere altro. Come si può chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente, cioè di ribaltare di 180 gradi il suo dovere professionale di salvarla sempre e comunque? Sarebbe molto meno grave se chi vuole suicidarsi, ma non se la sente di farlo da solo, assoldasse un killer professionista per farsi sparare a distanza quando meno se l’aspetta: almeno il killer, per mestiere, ammazza la gente; il medico, per mestiere, deve salvarla. Se ti aiuta ad ammazzarti è un boia, non un medico.

Dal punto di vista pratico, gli impedimenti alla legalizzazione del “suicidio assistito” sono infiniti. Che si fa? Si va dal medico e gli si chiede un’iniezione letale perché si è stanchi di vivere? O si prevede un elenco di patologie che lo consentono? E quali sarebbero queste patologie? Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”: ti impedisce di curarti e guarire, dunque di decidere consapevolmente, cioè liberamente, della tua vita. E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all’iniezione letale senza un’esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l’infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?

Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume, che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Voglio sperare che l’istinto naturale di tutti noi sia quello di salvarlo. Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della “libertà” di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?

Il Fatto quotidiano, 2.12.2011

Sensazioni

navefolli.jpgNon sono scomparso, tranquillizzo i miei affezionati 25 lettori. Sono stato tranquillo in questi giorni, qui a Fortezza Bastiani il sole è ancora tiepido, il cielo è blu, tempo giusto per rimettersi a studiare e leggere. Ma soprattutto ho avuto spesso delle idee che non condivido e allora mi sono trattenuto dal battere tasti a caso o a (troppo) sentimento. Oggi, tornato dal funerale di Laila, una rocciosa ragazza partigiana, riprendo questo piccolo spazio per provare a condividere qualche sensazione ormai di fine anno.

Sensazione numero uno (o del senso del dopo). Un amico mi ha messo in guardia dall’usare il termine vecchio suino per il nostro EX-presidente del Consiglio. Forse per l’aggettivo vecchio? Qui in Emilia il suino è una animale nobile, anzi è “L’animale” (àl nimèl) per antonomasia. Quale insulto, dunque? No, è che il dopo-suino ci ha lasciati come svuotati, con un gusto amarognolo in bocca. Come la mattina dopo una nottata di bisboccia ci si alza intontiti, un po’ vergognosi di essersi ridotti in quello stato, vengono in mente scene della nottata che vorremmo evitare di ricordare, un mal di testa a suggello degli eccessi. Dopo anni di fango, volgarità, nani e troie non ci viene spontaneo librarci leggeri nel cieli futuri. Il fango si secca e resta appiccicato alle scarpe, ai vestiti, la volgarità è un peso che trascina in basso i pensieri. E’ stato facile sentirci grandi di fronte ai nani e puri in confronto alle troie. Adesso si tratta di altro, di rimettere in fila le priorità, di non pensare che tutto tornerà a posto, perchè l’ordine infranto si sana soltanto inventando un nuovo ordine, non rattoppando quello che è stato abbattuto, anche perchè i nani non sono cresciuti e le troie stanno solo cercando nuovi clienti.

Sensazione numero due (o della difficoltà del cambiamento). Il governo Monti era in carica da una settimana, non aveva fatto ancora nulla ed ho sentito il grido fatidico “sciopero!” Contro cosa? La Goldmansachs, la trilaterale, Pippoplutopaperino? Non importa. Sciopero. Per che cosa? Forse per giustificare l’esistenza in vita di chi lo proclama? Per solleticare l’ego di qualche leaderino? Piazze piene, urne vuote, as usual? Siamo nel XXI secolo e usiamo metodi e sistemi di due secoli prima. Compriamo l’i-Pad ma sembriamo personaggi di Pellizza di Volpedo. Lo sciopero? Il corteo? La manifestazione? Ma in 150 anni non siamo riusciti ad inventare null’altro per affermare i nostri diritti/doveri che non siano riti incartapecoriti e autolesionisti? Nelle piazze si gridava “La fantasia al potere”, finora l’abbiamo avuta nella versione oscena del berlusconismo, non riusciamo a pensare nulla di meglio? Perchè viviamo in un paese dove la paura dominante è quella di cambiare. Basta proporre la riforma dei moscerini e salta su l’Associazione dei parabrezza a dire che no, non si può, non si deve, il Sindacato dei vetrai che difende i diritti acquisiti, l’Ordine dei tergicristalli che grida all’attacco alla libertà di spazzola. A Reggio ri riorganizza la struttura scolastica e il Sindacato scende in campo a difendere i privilegi, le nicchie consolidate, le scuole di “eccellenza”. Soluzione? Fermi tutti per un anno. Poi si vedrà. Intanto ne parleremo. Stop alla vita. Entriamo tutti nella moviola e auguri.

Sensazione numero tre (o del rischio di scherzare con il fuoco). Siamo in crisi, siamo alla frutta, lo spread, il default etc.. Bene. No, anzi, mah. Leggo sulla stampa la sapida economista aperta per turno: l’Italia è fallita, torniamo alla lira. Non mi ero accorto che l’uso di sostanze dopanti fosse così diffuso. Ma ci rendiamo conto di cosa stiamo dicendo. Non siamo leghisti da Bar Sport. Tornare alla lira? E poi? Ah, ah, faremo come l’Argentina. Che bello, signora mia, quest’anno le gonne vanno corte, lei che fa? Mette l’euro o la lira? Il doblone o il sesterzio? E simili demenze non sparate dal miliardario all’estero che, tanto, a lui euro, lira o tallero cambia solo la letterina puntata prima della cifra. No, boiate cosmiche sparate dalla “sinistra” che davvero sinistra è, agghiacciante quasi. L’irresponsabilità che abbiamo vissuto/subito per 14 anni e che qualche bello spirito ha battezzato “leggerezza” ci ha fatto davvero perdere il senso delle cose. Quos vult perdere Deus dementat. Dio toglie il senno a chi vuole mandare in rovina, così mentre il Titanic farà gluglu canteremo allegri e saremo felici “finalmente tanti cubetti di ghiaccio per i nostri coktails!!”

L’inverno del mio scontento

 

gericault%20la%20zattera.jpgIl vecchio suino se n’è andato, lo spread delle escort è in caduta libera, è arrivato un governo di marziani. Non sono verdi ma non sono terrestri, o almeno italiani. Laureati, competenti, bruttini. Dopo il circo che ci ha governati per tanti anni (senza dimenticare quello che ha seppellito due volti Prodi) il salto è forte.

Ma naturalmente già si alzano i primo distinguo-mugugni-pirlate. Non parlo della leeeegha -che non merita nemmeno la maiuscola-che tenterà di far dimenticare di essere stata per 3 anni e mezzo il mangiatore di fuoco del circo Berlù (e qualche fesso ci crederà pure), o degli “artisti” del circo rimasti a spasso, ma delle teste fini(te) della cosiddetta sinistra.

Passi per i ragazzini incazzati o indignati che propongono il ritorno al baratto e l’abolizione della moneta ma anche fra i “compagni” si mugugna contro le banche, i “poteri forti”, il complotto demo-pluto-giudaico-massonico-BCE. Ma, soprattutto, -ahimè-, si scimmiotta la gerarchia vaticana e ci si trincera sui “principi non negoziabili”, tipo articolo 18 e pensioni. Come insegnava il gen.Beuttler “chi si trincera è perduto” perché, prima poi, se non sarà con un attacco frontale, il nemico ti aggirerà e tu resterai lì, col tuo fuciletto in mano, le piazze piene, gli scioperi fatti, tanti bei cortei ma con il classico cetriolo volante già arrivato a destinazione. Confesso: quando sento Cremaschi mi viene voglia di invadere (di nuovo) l’Iraq.

Non si impara mai niente: il conflitto per il conflitto è come la pippa giovanile, piacevole ma poco produttiva. O si esce dal conservatorismo in cui è caduta la sinistra in questi anni oppure i cetrioli diventeranno una pioggia. Non esistono principi non negoziabili a priori, non possiamo rifiutare ogni cambiamento solo perché non siamo stati in grado noi di proporre un cambiamento prima degli altri. Il riformismo è (stato) innovazione e le innovazioni significano cambiamento, fine di privilegi, nicchie calducce e comode, consolidate gestioni del potere. Roba scomoda per tutti, ma indispensabile.

Non ci sono trincee eterne. Le trincee eterne diventano fosse in cui verremo, giustamente, seppelliti.

Il governo Monti non commissaria la democrazia, il Parlamento esiste e vota, semplicemente si prende atto del fallimento della intera classe politica italiana e con l’acqua alla gola si cerca di trovare una via di uscita, cercando di applicare non tanto le regole della BCE quanto quelle di buona amministrazione, buon senso e rigore (parola ormai desueta a destra come a sinistra). Rigore per noi tutti. Possiamo provarci oppure possiamo scendere in piazza, fare sciopero, sentirci nuovi e rivoluzionari, auspicare anche il default nazionale, cazzeggiare allegramente sul rovesciamento del capitalismo. Si può far tutto, tanto la colpa è sempre degli altri, del complotto internazionale, dei poteri forti, delle banche, di Voldemort, basta crederci e poi-forse-si può essere anche felici…pezze al culo permettendo.

Rigore

Abbiamo aspettato tanto ed il momento è arrivato. Avevamo temuto uscite di scena stile Caimano, invece, come nei regimi ridicoli –e per fortuna-non c’è stato nessun dramma. Solo il grottesco fuggire dalla porta secondaria del Quirinale mentre una folla festante intonava l’Halleuiah di Händel. Come il 26 luglio tutti spariti i nani, le puttane, i faccendieri. Nascosti a casa magari attaccati al telefono in cerca di un nuovo protettore.

Finiscono 17 anni con Berlusconi, i peggiori mai vissuti. Certo neppure il più ottimista può pensare che questo basti, che i problemi siano risolti. E non parlo di quelli economici, quelli mi spaventano meno. Lui non è più Presidente del Consiglio, non avremo più i SacconiBrunettaLaRussaGelmini a farci nascondere il passaporto all’estero. Ma sono tutti ancora lì. Non è mai accaduto che qualcuno lasci il potere spontaneamente, viene un bel giorno e quello dica “ho fatto gli affari miei, un mucchio di craxate, scusate, arrivederci…”. Mai. Ci sono volute sempre guerre, rivoluzioni, invasioni, carestie e simili delizie. E a volte non sono bastate neppure quelle, pensiamo ai fascisti riciclati dopo il 25 aprile. E per fortuna che quelli di Dongo e Piazzale Loreto non ce l’hanno fatta.

No. Anche adesso sono tutti lì, lautamente pagati da noi, pericolosi ancora come prima. Resteranno acquattati e poi chissà.

Il cavalier Mussolini non avesse incontrato il mitra di “Valerio” (o chissà chi, l’importante è che quel mitra l’abbia incontrato) ce lo saremmo trovati negli anni cinquanta o sessanta, magari sostenuto dagli alleati. In tempi di guerra fredda, in fondo, ci si poteva fidare di lui, no? Possiamo fare ben poco in questa situazione. Certo non pensare ad elezioni (con questa legge? Ci ritroveremmo a destra come a sinistra i soliti nominati, no, grazie) ma pensare a noi, a ciascuno di noi.

Al berlusconismo che è dentro di noi, quello che ci ha corrotto tutti in questi anni. Le vergini sono finite, morte, dipartite. Anche noi abbiamo accettato il primato del denaro, dell’incompetenza fatta regola, del farsi i piccoli affari propri in attesa del luminoso avvenire. Bene, quel luminoso avvenire inizia oggi. Partendo da noi, ognuno, il percorso è semplice, difficile ma semplice. Si chiama rigore, non accettare più l’inaccettabile. Non ho formule: ognuno ci pensi e capirà di cosa sto parlando. O ripartiamo dai fondamentali etici e morali, i soli che possono selezionare una classe dirigente nuova, fatta non di santi ma di persone dignitose, serie e all’altezza, o comunque non avremo risolto nulla. Avremo tolto un vecchio porco per sostituirlo con qualcun altro, magari giovane e carino ma senza altro scopo che quello solito, vecchio come il mondo: il potere

Certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”, ci diceva il poeta che cantiamo sempre e ricordiamo come un gran genio (e lo era) ma tradiamo ogni giorno. Non ci sono poteri buoni, ma uomini che accettano di servire la propria comunità|paese non per guadagnare qualcosa ma perché quello che fanno è già il miglior premio.

Virtus ipsa premium est”, ricordiamocelo in questo inizio di luminoso avvenire.