Memorie dall’abisso dell’umanità. Il diario dai campi di sterminio nazisti di Carl Schrade

Già un caso editoriale in Francia, esce anche in Italia per Donzelli “Il veterano. Undici anni nei campi di concentramento (1934-1945)” di Carl Schrade. Come scrive Alessandro Portelli nella prefazione che qui pubblichiamo, questa straordinaria testimonianza è “uno studio su che cosa può l’umanità in condizioni estreme”.

il-veterano.jpgArrestato nel 1934 all’uscita di un caffè berlinese per aver pronunciato alcune frasi critiche sul regime hitleriano, il giovane commerciante svizzero Carl Schrade diventerà un «veterano» dei campi di concentramento nazisti, trascorrendovi undici anni della sua vita e passando per una impressionante, penosa serie di luoghi, dai nomi tristemente noti: Lichtenburg, Esterwegen, Sachsenhausen, Buchenwald, Flossenbürg. Dopo la liberazione e il processo di Dachau, nel quale si troverà a testimoniare contro i responsabili delle atrocità cui aveva assistito, in particolare quelle commesse ai danni dei malati da parte dei medici nazisti, Schrade comincia a trasferire sulla carta i suoi terribili ricordi.

Questo documento, affidato all’amico Jehan Knall-Demars, figura storica della Resistenza francese, che ospitò Schrade nella sua casa di Nizza, resterà sepolto per settant’anni, prima di vedere la luce oggi, diventando in Francia un vero e proprio caso editoriale. Nel libro Schrade segue fin dall’origine la lunga evoluzione del sistema concentrazionario, osservando in tutte le sue fasi, il cambiamento nella logica dei campi e nella provenienza dei prigionieri e degli internati. Lavori logoranti, umiliazioni, violenze gratuite, malattie, epidemie, rapporti umani retti nella maggior parte dei casi dalla negazione dell’umanità stessa: la radiografia di Schrade non risparmia niente. Come osserva acutamente Alessandro Portelli nella sua prefazione, la scrittura di Schrade, incredibilmente precisa e lucida, conserva una rara capacità di riconoscere anche nelle vittime gli effetti del degrado e della corruzione: a sottolineare come «il rischio di essere aguzzini o complici è parte di noi in quanto esseri umani».

Carl Schrade nasce nel 1896 a Zurigo. Dopo la prima guerra mondiale intraprende l’attività di commerciante, e spesso si reca in Germania per lavoro. È qui che una sera, in un locale berlinese, si lascia andare a una critica del regime nazista. Verrà arrestato e da quel momento inizierà la sua odissea, fino alla liberazione. Nel 1946 testimonia nel processo di Dachau contro il medico nazista Heinrich Schmitz, responsabile di terribili crimini nell’ospedale del campo di Flossenbürg, dove Schrade aveva lavorato mettendo a rischio la propria vita per salvare prigionieri e malati. Il ritorno in Svizzera non sarà facile, e Schrade troverà rifugio in Francia, presso gli amici con cui aveva condiviso gli anni di internamento. Schrade muore nel 1974 dopo una lunga malattia.
Per gentile concessione dell’editore proponiamo la prefazione di Alessandro Portelli a “Il veterano. Undici anni nei campi di concentramento (1934-1945)” di Carl Schrade, in questi giorni in libreria per Donzelli.

di Alessandro Portelli

Nei primi capitoli della sua autobiografia, l’ex schiavo americano Frederick Douglass descrive la gerarchia della piantagione e le figure degli overseers, i sorveglianti che la facevano funzionare: «Il signor Plummer era un miserabile ubriacone, uno spergiuro, e un mostro fatto e finito. Circolava sempre armato di uno scudiscio di pelle di bue e di un pesante bastone…». «Mr. Severe si chiamava per quello che era: un uomo crudele. L’ho visto frustare una donna da farle colare il sangue per mezz’ora». La grandezza dell’autobiografia di Douglass sta nella capacità di rovesciare lo sguardo: gli over-seers, coloro che, letteralmente, «vedono dall’alto» e sanno tutto, sono guardati dal basso e giudicati per quello che sono da chi non dovrebbe sapere niente. E il mero fatto di saper vedere e giudicare conferma quello che l’intera istituzione della schiavitù pretende di negare: la soggettività, la capacità di giudizio morale, di esseri umani trattati disumanamente come subumani.

Ubriaconi brutali armati di frusta e bastone circolano anche nei campi di concentramento nazisti dove Carl Schrade ha trascorso gli undici anni che descrive in questo libro. Anche Schrade guarda la gerarchia del campo e la descrive in termini non molto diversi da quelli di Douglass. Il comandante del campo di Flossenbürg, «il tenente-colonnello SS Karl Künstler, alto, snello ed elegante, ha due passioni: il cavallo e l’alcol»; come gli aristocratici padroni delle piantagioni, non picchia mai nessuno ma lascia fare ai suoi subalterni, il capitano SS Aumeier («un genio del male»), il sergente capo SS Schirmer («un vero e proprio bruto pieno di fiele»), il sottotenente SS Tromer («un macellaio molto rispettabile, un boia di talento»).

Parole come «schiavi» e «schiavitù» ricorrono spesso nel racconto di Carl Schrade sui suoi undici anni di prigionia nei campi di concentramento nazisti («le SS non avevano affatto bisogno di rispettare il detenuto-schiavo. Così come non rispettavano alcun essere estraneo alla loro casta e al loro “onore”»). Non è solo una metafora: il campo di concentramento prepara il campo di sterminio, anche se non ha ancora come fine la morte delle sue vittime, ma piuttosto condivide con la piantagione schiavista l’intento di estrarne il massimo di lavoro e sottoporle a una subalternità totale, mettendone in conto tranquillamente la distruzione e la morte se servono alla produzione o alla disciplina. Le gerarchie del campo, come quelle della piantagione, si legittimano con la convinzione di sentirsi esseri superiori preposti a creature senza alcun diritto («Voi, i detenuti, siete esclusi dalla comunità nazionale. Non siete più uomini», dice l’aiutante SS Reinicke, che Schrade bolla come «megalomane»).

Come vede bene Frederick Douglass, è anche per rinforzare in se stessi questa persuasione di onnipotenza che si accaniscono a disumanizzare le loro vittime e a distruggerle a casaccio: l’onnipotenza lascia libero il sadismo, il piacere in sé di fare male, di umiliare, di uccidere «per ridere». Tanto più che, a differenza degli schiavi, i detenuti del campo non hanno neppure quel valore commerciale che, nelle piantagioni, poteva indurre a pensarci due volte prima di sprecare inutilmente le vite di quegli utili e costosi animali da lavoro che erano gli schiavi. Per il regime concentrazionario del Terzo Reich, la fornitura gratuita di sempre nuovi detenuti-schiavi sembra, dall’inizio del regime fino alla fine della guerra, praticamente inesauribile.

L’acutezza dello sguardo dal basso si conferma, in Schrade come in Douglass, anche nella capacità di continuare a distinguere, di vedere i loro aguzzini come individui uno diverso dall’altro. Douglass scrive che il nuovo sorvegliante, Mr. Hopkins, era «meno crudele, meno empio, meno chiassoso… frustava, ma non pareva ci provasse gusto. Gli schiavi lo giudicavano un sorvegliante umano». E Schrade menziona l’aiutante SS Mayrl, che «non era un tipo cattivo» («n’était pas mauvais bougre»); il tenente SS Petz, «uomo calmo e corretto»; il «brav’uomo di nome Seiz, del quale non abbiamo niente di male da dire». Sia in Douglass che in Schrade, la relativa umanità di alcuni si misura non sul possesso di qualità positive, ma sulla mancanza o attenuazione dei tratti di crudeltà di tutti gli altri. L’unica vera eccezione è Max Demmel, il sottufficiale addetto alla sorveglianza nell’infermeria, che non si limita a essere meno crudele ma è positivamente buono: «ci dà il suo aiuto e il suo caritatevole appoggio. Anche lui commette furti per soccorrerci. Ma non traffica, non intasca niente. Quello di cui dispone, lo dà sinceramente e senza secondi fini […]. Tutto quello che vede qui, tutto quello che sente, gli suscita disgusto e ripugnanza. Si capisce che è sincero e onesto […], è talmente dolce e umano che i detenuti ne riconoscono la naturale bontà e lo soprannominano “l’Angelo”» – l’unico che Schrade incontra in undici anni d’inferno.

C’è ironia implicita in questa definizione, «angelo», in un luogo che è ripetutamente descritto come un «inferno». E infatti: «I collaboratori di Loritz, il capo del campo degli internati Schmitt e il Rapportführer Terrey, erano angeli devoti al padrone. Operarono talmente bene che, grazie all’unione dei loro talenti, quel campo fu chiamato l’“Inferno della foresta”». Con Frederick Douglass, infatti, Schrade condivide un altro procedimento retorico: l’uso dell’ironia, del sarcasmo, dell’ossimoro. Nel mondo alla rovescia della piantagione e del campo, ogni cosa diventa il proprio contrario e il significato delle parole si capovolge, e gli angeli sono demoni. Per Douglass, il terreno principale dell’ironia e dell’ossimoro è la «religione schiavista» dei «pii aguzzini cristiani», come Mr. Covey, «anima pia» e «domatore di schiavi»; in Schrade, i luoghi dove si verifica più stridente la contraddizione sono il patriottismo e la professionalità.

«Recht oder Unrecht, mein Vaterland», nella ragione o nel torto, è il mio paese: questo «motto stupefacente» ossessiona Schrade anche più del ben noto «Arbeit macht Frei», perché fa del «torto» una virtù patriottica. Più si accaniscono sulle proprie vittime, più inventano nuovi modi di privarle dei loro diritti, e più gli aguzzini affermano di stare servendo il loro paese. E per servire il loro paese, devono mettere a frutto tutte le loro capacità: «Meravigliosi strumenti nelle mani di un Padrone feroce, i Kaiser avevano davanti a loro un brillante avvenire: nel 1936», con i loro collaboratori, «per le eccezionali qualità dimostrate, furono assegnati al campo di Dachau, dove perseguirono fino al limite estremo il loro compito, benedetto dal Führer». Così, Koch, il comandante di Buchenwald, è descritto sarcasticamente come «un uomo integro, circondato da consiglieri virtuosi». Il campo stesso diventa la materializzazione di questo paradosso, a partire dal bucolico nome assegnato a questo inferno, «foresta di faggi». Buchenwald è il prodotto dell’ingegno e del lavoro umano: «A Buchenwald ci sarebbero volute milioni e milioni di ore di lavoro consumate da migliaia e migliaia di esseri umani per innalzare quel gigantesco monumento che in capo a qualche anno avrebbe raggiunto la perfezione quanto a ordine, armonia, solidità e resistenza».

Il dottor Schmitz, capo dell’infermeria di Flossenbürg, «un giorno dichiarò a uno di noi che 10-12 000 cadaveri in un anno erano un “bel risultato”». Il capovolgimento del senso e delle parole culmina negli ospedali dei campi: il sapere medico e scientifico non serve a curare ma a torturare e a uccidere. Il tenente SS Tromer, medico a Flossenbürg, «aveva sbagliato vocazione. Sarebbe stato un macellaio molto rispettabile, un boia di talento» che amava l’arte, la musica, i fiori e massacrava le persone. Il dottor Schmitz è l’incarnazione più estrema di questo rovesciamento del senso: «chirurgo dotato di un vero talento, quest’uomo privo di ogni senso morale, che si avvale di un’intelligenza pronta e vivace», fa dell’infermeria un regno di «terrore e follia». E niente meglio dell’implicito ossimoro di una follia retta da una viva intelligenza e da un vero talento dà conto della qualità dello sguardo che Schrade getta sulla macchina concentrazionaria e sui suoi amministratori.

In questo libro pieno di episodi drammatici e scene spaventose, forse l’episodio più «commovente», «toccante» e infine semplicemente «bello» è l’incontro con la donna che vedendo passare per il suo villaggio la colonna dei prigionieri, supplica il capo degli aguzzini di fermarsi, «per l’amor del Cielo e dei suoi figli». L’immagine che ne resta negli occhi delle vittime, di lei spinta via a forza e inginocchiata al bordo della strada, è il momento più alto di umanità. Ma proprio la compassione di questa donna diventa anche il più duro atto d’accusa nei confronti di tutti gli altri, di tutta la gente che li vede passare e non fa e non dice niente, per paura, per indifferenza, per complicità.

La donna di Hottelstedt e l’angelico infermiere Max Demmel sembrano, a prima vista, varianti della grande narrazione sul «tedesco buono» (pensiamo al Disperso di Marburg di Nuto Revelli) che spicca fra i suoi sanguinari camerati a dimostrazione del fatto che «non tutti i tedeschi erano cattivi». Spesso questa figura, in parte reale e in parte mitica, è stata evocata con funzioni assolutorie: tutto sommato le SS non erano poi così cattive, anche la piantagione manteneva tratti di umanità, e così via. In realtà, significa il contrario: il fatto che alcuni membri della gerarchia si distinguessero perché mantenevano tracce della propria umanità non fa che sottolineare le responsabilità di tutti gli altri. L’esistenza del sorvegliante caritatevole mette in risalto la malvagità del medico assassino.

Vedere le SS come individui sottolinea il fatto che le responsabilità sono anche responsabilità personali: si poteva anche provare a essere un po’ diversi. Anche per questo, oltre che per motivi di accuratezza e verificabilità storica, è importante il fatto che Schrade ci tenga a ricordare il più possibile i nomi, le storie, gli atteggiamenti: fanno tutti parte dello stesso sistema, della stessa macchina, ma non sono meri meccanismi intercambiabili, ci stanno dentro ognuno a proprio modo e con le proprie scelte.

Schrade mantiene la stessa lucidità, la stessa capacità di distinguere, anche nei confronti dei propri compagni di sofferenza: riconosce gli eroi, i santi, i martiri; e riconosce i traditori e le spie. Mostra come il campo fosse in grado di produrre degrado e corruzione anche tra le stesse vittime (il capitolo sulla sessualità è tra le pagine più insolite e tristi di tutta la letteratura concentrazionaria), e come la gerarchia nazista fosse in grado di sfruttare le loro divisioni e le loro debolezze. Ma è tutto il libro che diventa, infine, uno studio su che cosa può l’umanità in condizioni estreme: «È certo che in nessun’altra situazione ci sarà possibile studiare e comprendere meglio l’uomo, la sua natura biologica e psicologica, che in un contesto di sofferenze e di prove quale è un campo di concentramento come quello di Flossenbürg», scrive Schrade. È un altro modo di dire, con Primo Levi, che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Il rischio di essere aguzzini o complici è parte di noi in quanto esseri umani. Schrade ci chiama alla vigilanza su noi stessi.

Wunsiedel e Predappio (M.S.)

Dal Notiziario ANPI, settembre 2011:

 

In questo afoso agosto, tempo di vacanze e di riposo (crisi economica a parte) c’è stato anche il tempo di leggere con più attenzione la stampa quotidiana, così l’attenzione è stata attirata da una pagina di “Repubblica” (22 luglio) e ho così scoperto l’esistenza di una paesino della Baviera dove è accaduta una cosa interessante. Wunsiedel, ospitava nel suo camposanto le spoglie mortali di Rudolf Hess, il delfino di Hitler, fuggito in Scozia nel 1941 in una vicenda mai chiarita del tutto. Per questa sua fuga il gerarca nazista scampò la forca come i suoi colleghi al processo di Norimberga e fu condannato all’ergastolo (vero) che scontò nel carcere berlinese di Spandau fino all’agosto 1987 quando, bontà sua, decise di suicidarsi. Le spoglie mortali furono sepolte in quel cimitero bavarese e lì nacquero i problemi: ogni anno quella tomba, nella ricorrenza della morte, divenne luogo di adunata di naziskin, gentaglia in giubbotto e mimetica, rasati, eccetera, la solita paccottiglia che l’Europa ormai conosce.

Hans Jürgen Buchta, diacono evangelico di quella parrocchia, allo scadere della concessione cimiteriale, ha deciso di chiudere la questione e, nella notte del 20 luglio, insieme a sette assistenti, ha preso mazza e piccone  distruggendo la lapide e la sepoltura del caro estinto. Quello che resta del corpo sarà cremato e le ceneri sparse in mare.

Hess segue così il destino dei suoi camerati, anche i condannati di Norimberga, impiccati, furono cremati e le loro ceneri sparse in mare. Nel 1972, nel corso di lavori in un cantiere a Berlino, furono ritrovate le ossa di Martin Borman, il braccio destro del Führer, riconosciute dal DNA nel 1998. Si era favoleggiato di una sua salvezza dall’inferno di Berlino e di una sua presenza in Brasile. Bormann, invece, era morto alla fine di aprile 1945, nell’ultimo tentativo di fuga. Le ossa ritrovate, furono riconsegnate al figlio del defunto che, però, le rifiutò sdegnosamente. Lo stato tedesco provvide allora alla cremazione e decise, in linea con quanto già fatto nel 1946, a spargerle nelle fredde acque del Mare del Nord, stavolta però fuori dalle acque territoriali tedesche, a sottolineare  l’estraneità di quei resti alla sovranità del paese.

Così si è fatto (e si fa) in Germania, dove le leggi contro il nazismo sono serie e, soprattutto, vengono applicate. Quella gentaglia che andava sulla tomba di Hess si guardava bene da esporre simboli nazi, ben conscia che anche una minuscola svastica avrebbe comportato l’arresto immediato.

Noi, invece, abbiamo Predappio, dove nell’agosto 1957, su decisione dell’allora Presidente del Consiglio, il dc Odone Zoli (nativo del medesimo luogo), fu autorizzata la sepoltura nella tomba di famiglia della salma del cavalier Benito Mussolini. Da allora ogni anno centinaia (se non migliaia) di fascisti sfilano in quella cripta, lasciano messaggi appassionati sul registro d’onore, si irrigidiscono all’uscita nel saluto romano, quando poi, le foto/video sono disponibili sul web, vecchi e giovani idioti si presentano in divisa da federale, gnr, brigata nera. Come logico, intorno al cimitero di Predappio, operano lucrose bancarelle che offrono in vendita ai turisti del manganello, oggettistica relativa all’illustre defunto.

Parliamo pure di antifascismo ma risulta difficile coniugare il tema con la constatazione che noi italiani i conti con il fascismo li abbiamo chiusi nel 1957 con un bell’atto di perdono, concedendo a Mussolini l’onore di una sepoltura. Condannare quella scelta non significa mancare di rispetto a un defunto o accanirsi su povere spoglie, ma capire che quella sepoltura costituisce un palese atto di ingiustizia. Abbiamo concesso ai famigliari di un dittatore un onore e un conforto che è stato negato, nei fatti, alle migliaia di famiglie che non hanno avuto mai la possibilità di piangere sulla tomba di quei soldati mandati, ad esempio, a morire in Russia proprio ad opera di quel cavaliere di cui onoriamo le spoglie.

Sarebbe pensabile che fosse eletta al Parlamento tedesco la nipote di Hitler? Noi abbiamo l’onorevole Mussolini che, con vivacità partenopea, ci viene a raccontare in diretta tv quanto fosse buono e bravo il nonnino e quanto gli italiani siano ingrati nel suoi confronti.

Difficile parlare di antifascismo in un paese così. Ora alziamo gli scudi-giustamente-per la progettata cancellazione del 25 aprile ma siamo facili all’indignazione occasionale, dimentichi che il 25 aprile si costruisce tutto l’anno, con un serio lavoro di educazione, che non basta spargere belle parole dal palco in quella giornata e far finta di nulla per i restanti 364 giorni. Salvo poi stupirsi dell’ennesimo tentativo dei (post)fascisti di ridisegnare il calendario civile sui cui dovrebbe basarsi l’identità democratica di una nazione.

I (post) fascisti continuano a fare il loro (sporco) lavoro, non sarà che gli antifascisti hanno smesso, da troppo tempo, di fare il loro?

L’antifascismo non è un feticcio, un mitico graal che tutto salva e tutto spiega. Si deve tornare a ripensarlo, ridiscuterlo, prendere atto di una storia complessa e articolata. Chiederci perché l’antifascismo, uscito dalla guerra e dalla Resistenza, non sia divenuto un patrimonio condiviso ma sia rimasto limitato solo ad una parte culturale e politica del paese. Riflettere sulla necessità di aggiornarlo in un più corretto antitotalitarismo. Oppure possiamo fare finta di niente, alzare ancora grida e proteste, contemplare le nostre piazze piene di bandiere, fino alla prossima volta in cui ci troveremo ancora, increduli e sbigottiti, a chiederci “come mai?”, “perché?” ma, soprattutto, a porci la più ipocrita delle domande: “che fare?”.

Dove comincia e dove finisce la Padania (Marco Belpoliti)

Dove comincia e dove finisce la Padania? Dalle sorgenti del Po al Mare Adriatico, hanno risposto i creatori di questo mito che non ha mai fatto i conti né con la geografia né con la storia. Cuneo è in Padania? Udine pure? E Ravenna e Ancona sono parte della Padania? O forse la Padania è il territorio che si estende intorno a Cassano Magnago, paese di nascita di Umberto Bossi, centro d’irradiazione di una fantasia geografica che ha ammaliato per quasi vent’anni una parte della popolazione del Nord del paese, come una sorta di fuga dal reale che ora si rivela, come ha sottolineato Giorgio Napolitano, nella sua veste di Presidente della Repubblica italiana, quello che appunto è: illusione. Il re è nudo, dice il bambino della favola di Andersen, che ci fa capire come lo slogan della Lega sia prodotto, non tanto e non solo, dalla boutade del capo leghista, ma anche e soprattutto dallo risposta della folla che l’ascolta, e vi crede.
 
Claudio Franzoni, studioso dei gesti, ha fatto notare di recente come sia appunto lo sguardo della folla che rende grande il gesto che compie l’uomo politico, e che basta un punto di vista diverso per rivelarne l’assurdità o la vuotezza.
 
Cita il film di Luigi Zampa, Anni ruggenti, in cui un bambino osserva il Duce a torso nudo con i pantaloni bianchi mentre compie i gesti della trebbiatura e chiede al genitore: “Papà perché tutti ce l’hanno la camicia e il Duce no?”.
 
Perché in tanti hanno creduto all’esistenza della Padania? Gli storici e gli psicologi sociali ci daranno, prima o poi, una risposta convincente, ma intanto è stato rotto un incantesimo: la Padania è un’invenzione. Non è una constatazione nuova; era stato già detto e ridetto in molte occasioni.
 
Un illustre storico inglese, Eric J. Hobsbawm, ha spiegato come la tradizione, ogni tradizione, sia spesso il frutto di un’invenzione a posteriori; celebre il caso dei kilt scozzesi creati non più di due secoli fa.
 
Ma per restare al puro dato geografico, basterebbe seguire lo sviluppo della geografia leghista dall’inizio degli anni Novanta a oggi, quando si è trattato di definire la Padania, il suo spazio territoriale: dal Veneto alla Lombardia, e poi il Piemonte, e quindi l’Emilia e la Romagna e a seguire le regioni del versante adriatico; era l’immagine di una Padania che risaliva le valli dell’Appennino e provava a scendere verso sud. La Toscana è Padania? L’illusione geografica della Lega consiste nel posizionare il territorio secessionista intorno alla Valle del Po che in realtà, come spiegano i geografi, ha il ruolo di “grande stanza territoriale del Paese”. L’espressione “stanza” non è affatto casuale, dal momento che l’intera forma visiva dell’Italia si modella su questo. La peculiarità del nostro paese è infatti quella di essere innervata da una catena dorsale, l’Appennino, che forma insieme alle Alpi la quinta che chiude ogni paesaggio, sia a Nord come al Sud, così che la gran parte del nostro paesaggio ha una costante direzione visiva monodirezionale: dall’alto delle montagne verso il basso. A questo fa eccezione la pianura del Po che ne costituisce una sorta di sosta, o di pausa. Solo qui, e in modo non paragonabile al resto dei paesaggi europei, si può sperimentare il senso della vastità; ma è pur sempre un paesaggio coronato dalle montagne.
 
Inoltre, come si sa, si può andare da Trieste o da Milano o da Torino sino a Bari senza mai attraversare una montagna, senza valicare la dorsale appenninica che divide il paese non in Nord e Sud, bensì in Est e Ovest. Tra l’altro, la stessa Valle del Po, con i suoi insediamenti industriali e le attività commerciali, è un’entità che guarda, dal punto di vista economico, verso Nord (Francia e Germania) e dal punto di vista geografico verso Est, verso l’Adriatico, dove si getta il Po, come ha ricordato in un saggio alcuni anni fa Franco Purini. Ed è proprio la Pianura padana che permette quel movimento Est/Ovest che è l’alternativa al Nord/Sud, una delle risorse del paesaggio italiano. L’Italia si differenzia tra versante Tirrenico e versante Adriatico, ed è stata la creazione della rete autostradale, fondata su un altro mito – l’Autostrada del Sole – a sviare la visione concreta che del paesaggio italiano si aveva nel passato quando la discesa verso il Sud veniva compiuta con l’attraversamento in verticale della Pianura, per raggiungere più velocemente la Toscana e Roma.
 
Nella visione geografica della Lega, nel suo immaginario, la Liguria a cosa appartiene, alla Padania o al Regno del Sud? E tutte le regioni dell’Italia centrale, cosa sono geopoliticamente? Il paesaggio italiano ha dato per secoli ai viaggiatori l’idea di una grande varietà, di “interni” facilmente riconoscibili come tali, stanze territoriali appunto, che fornivano agli stranieri che la scendevano nel Gran Tour l’idea di osservare il paesaggio nel primo giorno della creazione.
 
Di recente Franco Farinelli ha affermato che Metternich – il ministro austroungarico nemico dell’Unità d’Italia, cui è attribuita la frase: L’Italia è solo un’espressione geografica – aveva perfettamente ragione. La geografia costituisce il collante più evidente della nostra unità: una penisola separata del resto del continente europeo da un’alta catena montuosa che si allunga dentro il Mar Mediterraneo che la circonda da tre lati, e ha una forma allungata, di cui gli Appennini costituiscono la forte continuità geologica.
 
Dopo vent’anni e più il bambino adesso può dire che il Re è nudo, che la Padania è una fantasia, la secessione una frase urlata su un prato, e che non si va impunemente contro la Storia presente e passata. Il sogno leghista è vicino a svanire e chi vi ha creduto, in buona o cattiva fede, dovrà presto aprire gli occhi e guardare la realtà per quella che è: la Padania non esiste, la pianura padana sì. Se a scuola avessero insegnato più e meglio la geografia, saremmo arrivati a questo punto? Difficile dirlo.

http://www.doppiozero.com/materiali/editoriale/dove-comincia-e-dove-finisce-la-padania

Il sangue innocente del Risorgimento (Normanna Albertini)

Sul numero di Tuttomontagna in edicola l’articolo recensione-intervista a “Question Time”

297365_2263012508054_1630737040_2305070_2091925295_n.jpgSono passati soltanto 150 anni e del Risorgimento, dopo un’iniziale ondata di partecipazione, si parla ormai con poco slancio, mentre fioriscono decine di volumi d’ogni genere: dai romanzi ai saggi storici, sociologici, di costume, alle raccolte fotografiche. Opere più o meno serie, più o meno imparziali, talune contraddittorie, altre chiaramente revisioniste. Nel filone si avventura anche Massimo Storchi, storico reggiano che ha alle spalle diverse pubblicazioni sulla Resistenza, dando alle stampe “Question time. Cos’è L’Italia – Cento domande (e risposte) sulla storia del Belpaese” (Aliberti editore, 2011), nel quale ripercorre oltre un secolo e mezzo di storia della nostra nazione tramite cento domande e relative risposte. Con spiegazioni e stimolanti punti vista, dallo Statuto Albertino del 1848 alla Seconda repubblica, Storchi invita a rivedere la storia provando anche a ridimensionare alcuni luoghi comuni. E svelando i retroscena taciuti e rimossi di un Risorgimento che è stato, comunque, una guerra, quindi un massacro. Come la carneficina del 14 agosto 1861 a Casalduni e Pontelandolfo, nel Beneventano, quando, su ordine del generale Enrico Cialdini (il cui busto troneggia oggi all’ingresso del Comune di Reggio Emilia), la colonna del maggiore Melegari e la colonna del colonnello Negri invasero i due paesi. Lo scopo deliberato era di raderli al suolo come rappresaglia per la fucilazione di pochi giorni prima di 40 militari piemontesi, avvenuta al culmine di una serie di episodi di insubordinazione. Fu un eccidio: uccisioni a sangue freddo, stupri e saccheggi ai danni della popolazione inerme. Lo scempio non è mai stato accertato dallo Stato italiano e ancora non ne sono chiari i contorni: dai 13 morti ufficialmente riconosciuti all’epoca, agli almeno 400 attribuiti da tutti gli storici moderni, agli oltre 1000 che le ultime ricerche storiografiche stanno facendo venire a galla. Una tragedia di proporzioni bibliche, per la quale lo Stato non si è mai scusato. Nel Beneventano, come nel resto del Sud Italia, quelli furono giorni difficili: il brigantaggio aveva fatto presa sui ceti popolari, delusi dai Piemontesi che trattavano i meridionali alla stregua di “terroni africani” e ne saccheggiava i territori; tutto a vantaggio dell’espansione del Nord Italia. Si ponevano le basi per quella “questione meridionale” che sopravvive anche ai nostri giorni, ma che, all’epoca, si tingeva di drammatici contorni fatti di fucilazioni, agguati e rappresaglie. Il sindaco di Reggio Emilia aveva palesato, qualche tempo fa, il suo solidale pensiero rispetto ai fatti di quel 14 agosto, così, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, aveva invitato il Sindaco di Pontelandolfo a Reggio per ricevere il Primo Tricolore. Mercoledì 3 agosto, nella Sala del Tricolore di Reggio Emilia, la cerimonia di consegna, a cui ha invece  partecipato il vicesindaco della città beneventina, Donato Addona: “Non vogliamo – ha detto Addona – che Pontelandolfo sia ricordato come un covo di briganti contrari all’Unità d’Italia, perché così non fu. Ma riteniamo giusto che a distanza di 150 anni venga finalmente alla luce la verità su un eccidio ingiustamente compiuto”. Il 14 agosto, durante la “Giornata del ricordo”, il primo vessillo nazionale donato da Reggio ha sventolato a Pontelandolfo al cospetto di alte cariche istituzionali e dell’ex premier Giuliano Amato. Questo, dunque, uno dei tanti episodi su cui Storchi si sofferma con il puntiglio e l’accuratezza dello storico che conosciamo. L’idea del libro l’ha avuta durante le presentazioni in giro per l’Italia del suo saggio “Il sangue dei vincitori”, imperniato sull’azione delle “Corti di Assise straordinaria” che dovevano perseguire i crimini compiuti dai fascisti nel corso dei venti mesi di occupazione tedesca. Ogni presentazione si chiudeva con tante domande che non riguardavano soltanto i temi trattati dal libro, ma anche tutto il novecento italiano e più. Insomma: una grande voglia di “vera storia” non snaturata e piegata a fini politici: “Ormai noi siamo, in Italia, in una situazione molto particolare, – spiega Storchi, – si allarga la forbice tra storiografia seria e quel che la gente pensa sia la storia. Una volta in televisione andavano le trasmissioni di Zavoli; oggi, in programmi come Voyager, si mettono insieme la Sindone, Hitler, i Templari, gli Alieni e gli Ufo e tutto ciò, se va bene, crea solo una grande indifferenza. Se va bene. Faccio lo storico perché sono convinto che la mia sia un’operazione etica, nobile. Un cittadino che non conosce la propria storia è dimezzato e cade facilmente nei cortocircuiti, nelle trappole della storia. In uno Stato convivono necessariamente diverse memorie, che non sono memorie condivise, ma che, in democrazia, è corretto che escano e che si confrontino nel dialogo. Tutto ciò diventa però pericoloso quando chi ha il potere politico ha anche il potere mediatico. ” Partendo dall’unificazione nazionale, il volume passa per le guerre, la Resistenza e il dopoguerra per arrivare alla contemporaneità che Storchi definisce “difficile”; l’ultima domanda verte infatti sul mito della Padania, ma ce n’è anche per il falso mito degli “italiani brava gente”.

Per uscire dai vincoli stretti dell’ambito storiografico e potenziare la comunicazione del libro, Storchi ha voluto inserire diverse illustrazioni satiriche di Gianluca Foglia (Fogliazza), autore satirico, fumettista, illustratore, autore teatrale. Foglia collabora con l’Anpi nazionale (on line ogni lunedì una vignetta in home page), con IlFattoQuotidiano.it, e narra la Resistenza a fumetti in teatro, portando a spasso per l’Italia il suo “Memoria Indifferente”, dove parla anche di cinque partigiane dell’Appennino Reggiano. “Un giorno Massimo mi scrive, – racconta Foglia, –  mi dice che ha trovato molto interessanti le vignette che settimanalmente pubblico sul sito nazionale dell’Anpi e che ha un’idea: il suo ultimo libro illustrato da una mano satirica. Per me l’onore è stato immediato: ho fatto finta di pensarci un quarto d’ora poi ho accettato (ma solo dopo che ha offerto lui il caffè). Quindi l’idea è stata di Massimo (comunicatore della memoria anch’egli alla ricerca di nuovi veicoli comunicativi) e l’editore l’ha accolto con favore da subito. Il protagonista è Massimo; l’altro, nell’idea originale, è lo studente col quale lo storico dialoga. Il libro doveva essere un dialogo tra un ragazzo perfettamente italiano, ma di genitori stranieri, che interroga Storchi. Un’idea per non rendere il libro didascalico.” Perché Massimo Storchi come protagonista delle vignette? “Serviva illustrare, impreziosire le vignette, farle diventare illustrazioni.– spiega Foglia. –  E Massimo è uno storico non solo bravo, ma atipico, brillante, tanto che bisognerebbe presentare ‘Fortezza Bastiani’, il suo blog, prima ancora dei suoi libri. L’ironia di cui è capace graffia come quella di un autore satirico, spesso è dissacrante. Volevo inoltre sorprenderlo facendolo diventare un personaggio illustrato (chissà che non ci sia un seguito…), volevo che la sua scrittura proseguisse anche nell’immagine a matita e credo che l’operazione sia riuscita. Lui si è piaciuto moltissimo e io mi son sbizzarrito!” Sfogliando il libro e soffermandosi sui disegni, ci si chiede se la loro elaborazione sia stata anche una scusa per ridere delle nostre disgrazie: “A dir la verità c’è poco da ridere! – continua Fogliazza. –  Son tutte situazioni che più che ridere inducono una riflessione, anche se questa è più impegnativa di una risata. In genere le mie vignette, la mia satira, preferisce scavare per smuovere un pensiero per non limitarsi alla battuta che lascia il tempo che trova. Le risate ce le siamo fatte guardando Massimo come si presta ad essere un vero protagonista disegnato: il primo storico che diventa un personaggio disegnato. Cavoli, se non è rivoluzionario questo! Le maledizioni e le imprecazioni ce le siamo tenute per noi, nel senso che con uno sguardo ci siamo intesi anche su quelle, ma i tempi per condividerle non conciliavano con quelli di consegna per Aliberti: abbiamo dovuto correre, ma avevamo i polmoni per farlo. Comunque adesso abbiamo tutto il tempo per imprecare con comodo: chi comincia?” Nel progetto di Gianluca Foglia, il disegno di copertina doveva avere lo stesso stile delle illustrazioni interne, ma l’editore ha deciso diversamente. Quindi: ecco una leggera prospettiva con Garibaldi (immancabile e doveroso), poi un balilla e la Repubblica Italiana. Da notare quello che sembra un errore di profondità, ma assolutamente voluto: il balilla è “dietro” la Repubblica Italiana, ma il suo moschetto si trova “avanzato” rispetto alla Repubblica. È  la nostalgia che fa capolino, è la minaccia che torna, è un passato che non è mai passato del tutto; sono le responsabilità italiane con le quali non abbiamo mai fatto i conti.

 

Abituarsi alla vergogna

 

acqua-fango_71846.jpgCi si abitua a tutto (o quasi) e ormai ci siamo abituati alla vergogna quotidiana. Ogni giorno la soglia aumenta un po’ e facciamo finta di niente. Come quando da piccoli si cade in una pozza di fango, subito ci viene da piangere, poi tratteniamo le lacrime, sentiamo che il fango non è così terribile e finiamo per rivoltarci nella melma felici e contenti, come fosse un gioco nuovo.

Quante volte abbiamo pensato “stavolta è troppo! Succederà qualcosa…” e invece nulla. Un altro splash nella fanghiglia e via. Senza trovare un’isoletta non dico linda ma almeno con meno fanghiglia. Politica e affari anche a sinistra, perché non lo sapevamo? Abbiamo assistito per lustri alla selezione al peggio della nostra classe dirigente nazionale e locale e ora ci accorgiamo che non ci sono vie di uscita.

Abbiamo assistito al massacro della cultura nazionale e locale, allo svilimento dello studio, dell’impegno, pronti all’ascolto del primo intellequale di passaggio, abbiamo dilapidato risorse mentre crollavano i tetti e i muri (e non in senso figurato, ahimè), abbiamo dovuto accettare l’inaccettabile per disciplina o perché troppo deboli per opporci davvero e adesso ci guardiamo attorno e riusciamo solo a sognare, neppure a sperare, che tutto finisca, ben sapendo che non sarà così.

Forse i cinesi compreranno i nostri debiti, forse la Gelmini sarà centrata da un meteorite, forse anche a Reggio tornerà un po’ di lucidità oltre l’arroganza di questi anni, forse…

Digital divide…

Per i miei 25 lettori: se non leggerete ogni giorno qualche mia luminosa riflessione prendetevela con la quasi assente copertura telefonica/cellulare di Fortezza Bastiani. Ho individuato un punto in mezzo al prato dove un po’ di copertura c’è (rimbalzo? riflesso?) ma con una velocità da bradipo insonnolito.

In compenso posso affidare qualche messaggio alle carovane che transitano sotto le mie mura…

Sinistra d’altri tempi…

 

1920_fronte_small.jpg
 

 

Una lettera inedita di Giuseppe Di Vittorio al conte Pavoncelli

 

Ritrovato un manoscritto inedito di Giuseppe Di Vittorio: la lettera in cui si dice costretto, a difesa della sua dignita’ politica, a rifiutare un omaggio natalizio inviatogli dal Conte Giuseppe Pavoncelli

 

“LA FALCE”


COOPERATIVA ANONIMA DI PRODUZIONE E LAVORO
Fra Contadini – Muratori ed affini smobilitati
– CERIGNOLA-

 

li 24 Dicembre 1920

Egregio Sig. Preziuso.

In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato.

Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si e’ certamente ispirato.

Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perche’ – in gran parte – e’ fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi piu’ o meno piccanti.

Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onesta’ ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onesta’.

E’ necessaria – e Lei lo intende – anche l’onesta’ esteriore.

Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa.

Si che, io, a preventiva tutela della mia dignita’ politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi e’ di pieno gradimento.

Vorrei spiegarmi piu’ lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non e’, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato gia’ chiaro. Il resto s’intuisce.

Percio’ La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.

Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.

Dev.mo

Giuseppe Di Vittorio

http://www.casadivittorio.it/lettera1920.html

Ringrazio l’amica Eugenia Valtulina per la segnalazione

 

Antropologia del conformista che fugge dalla libertà (Gustavo Zagrebelsky)

«Che cosa è questa complicità degli oppressi con l’oppressore, questo vizio mostruoso che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza spregevole?» Dalla lezione che Zagrebelsky terrà questa sera all’Auditorium di Roma nell’ambito de “Le parole della politica”.

Nel 1549 fu pubblicato un libello in cui si studiava lo spettacolo sorprendente della disponibilità degli esseri umani, in massa, a essere servi, quando sarebbe sufficiente decidere di non servire più, per essere ipso facto liberi. Che cosa è – parole di Etienne de la Boétie, amico di Montaigne – questa complicità degli oppressi con l’oppressore, questo vizio mostruoso che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza spregevole?. Il nome – apparso allora per la prima volta – è “servitù volontaria”. Un ossimoro: se è volontaria, non è serva e, se è serva, non è volontaria. Eppure, la formula ha una sua forza e una sua ragion d’essere. Indica il caso in cui, in vista di un certo risultato utile, ci s’impone da sé la rinuncia alla libertà del proprio volere o, quantomeno, ci si adatta alla rinuncia. Entrano in scena i tipi umani quali noi siamo: il conformista, l’opportunista, il gretto e il timoroso: materia per antropologi.

a) Il conformista è chi non dà valore a se stesso, se non in quanto ugualizzato agli altri; colui che si chiede non che cosa si aspetta da sé, ma cosa gli altri si aspettano da lui. L’uomo-massa è l’espressione per indicare chi solo nel “far parte” trova la sua individualità e in tal modo la perde. L’ossessione, che può diventare malattia, è sentirsi “a posto”, “accettato”.Il conformista è arrivista e formalista: vuole approdare in una terra che non è la sua, e non in quanto essere, ma in quanto apparire. Così, il desiderio di imitare si traduce nello spontaneo soggiogarsi alle opinioni, e l’autenticità della vita si sacrifica alla peggiore e più ridicola delle sudditanze: l’affettazione modaiola. La “tirannia della pubblica opinione” è stata denunciata, già a metà dell’Ottocento da John Stuart Mill, e oggi, nella società dell’immagine, è certo più pericolosa di allora. L’individuo si sente come sotto lo sguardo collettivo di una severa censura, se sgarra, o di benevola approvazione, se si conforma.
Questo sguardo è a una sorta di polizia morale. La sua forza, a differenza della “polizia” senza aggettivi, è interiore. Ma il fatto d’essere prodotta da noi stessi è forse libertà? Un uomo così è libero, o non assomiglia piuttosto a una scimmia?

b) L’opportunista è un carrierista, disposto a “mettersi al traino”. Il potere altrui è la sua occasione, quando gli passa vicino e riesce ad agganciarlo. Per ottenere favori e protezione, che cosa può dare in cambio? Piaggeria e fedeltà, cioè rinuncia alla libertà. Messosi nella disponibilità del protettore, cessa d’essere libero e si trasforma in materiale di costruzione di sistemi di potere. Così, a partire dalla libertà, si creano catene soffocanti che legano gli uni agli altri. Si può illudersi d’essere liberi. Lo capisci quando chi ti sta sopra ti chiede di pagare il prezzo dei favori che hai ricevuto. Allora, t’accorgi d’essere prigioniero d’una struttura di potere basata su favori e ricatti, che ti prende dal basso e ti solleva in alto, a misura del tuo servilismo. Quel de la Boétie, già nominato, ha descritto questo meccanismo. Il segreto del dominio sta in un sistema a scatole cinesi: un capo, circondato da pochi sodali che, distribuendo favori e cariche, a loro volta ne assoldano altri come complici in prevaricazioni e nefandezze, e questi altri a loro volta. Così la rete si estende, da poche unità, a centinaia, a migliaia, a milioni. Alla fine, il numero degli oppressori è quasi uguale a quello degli oppressi, perché appena compare una cricca, tutto il peggio, tutta la feccia degli ambiziosi fa gruppo attorno a lui per aver parte al bottino. Il tiranno genera tirannelli. Ma questi sono uomini liberi o parassiti come quelli che infestano il regno animale e vegetale?

c) L’uomo gretto è interessato solo a ciò che tocca la piccola sfera dei suoi interessi privati, indifferente o sospettoso verso la vita che si svolge al di là, che chiama spregiativamente “la politica”. Rispetto alle questioni comuni, il suo atteggiamento l’ipocrita superiorità: “certo gli uni hanno torto, ma nemmeno gli altri hanno ragione”, dunque è meglio non immischiarsi. La grettezza è incapace di pensieri generali. Al più, in comune si coltivano piccoli interessi, hobby, manie, peccatucci privati, unitamente a rancori verso la società nel suo insieme. Nell’ambiente ristretto dove si alimentano queste attività e questi umori, ci si sente sicuri di sé e aggressivi ma, appena se ne esce, si è come storditi, spersi, impotenti. La grettezza si accompagna al narcisismo e alla finta ricerca della cosiddetta “autenticità” personale che si traduce in astenia politica accompagnata dal desiderio d’esibirsi. In apparenza, è profondità esistenziale; in realtà è la vuotaggine della società dell’immagine. Il profeta della società gretta è Alexis de Tocqueville, nella sua analisi della “uguaglianza solitaria”: vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è estraneo al destino degli altri: se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia più patria. Su questa massa solitaria s’innesta la grande, terribile e celebre visione del dispotismo democratico: “al di sopra di costoro s’innalza un potere immenso e tutelare, che s’incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Ama che i cittadini siano contenti, purché non pensino che a stare contenti”. Ora, chi invoca su di sé un potere di tal genere, “immenso e tutelare”, è un uomo libero o è un bambino fissato nell’età infantile?

d) La libertà può fare paura ai timorosi. Siamo sicuri di reggere le conseguenze della libertà? Bisogna fare i conti con la nostra “costituzione psichica”, dice Freud: l’uomo civile ha barattato una parte della sua libertà per un po’ di sicurezza. Chi più di tutti e magistralmente ha descritto il conflitto tra libertà e sicurezza è Fëdor Dostoevskij, nel celebre dialogo del Grande Inquisitore. A dispetto dei discorsi degli idealisti, l’essere umano aspira solo a liberarsi della libertà e a deporla ai piedi degli inquisitori, in cambio della sicurezza del “pane terreno”, simbolo della mercificazione dell’esistenza. Il “pane terreno” che l’uomo del nostro tempo considera indispensabile si è allargato illimitatamente, fino a dare ragione al motto di spirito di Voltaire, tanto brillante quanto beffardo: “il superfluo, cosa molto necessaria”. E’ libero un uomo così ossessionato dalle cose materiali, o non assomiglia piuttosto alla pecora che fa gregge sotto la guida del pastore?

Conformismo, opportunismo, grettezza e debolezza: ecco dunque, della libertà, i nemici che l’insidiano “liberamente”, dall’interno del carattere degli esseri umani. Il conformista la sacrifica all’apparenza; l’opportunista, alla carriera; il gretto, all’egoismo; il debole, alla sicurezza. La libertà, oggi, più che dal controllo dei corpi e delle azioni, è insidiata da queste ragioni d’omologazione delle anime. Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotte per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l’amore per la diversità; l’opportunismo, con la legalità e l’uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà.

(da Repubblica, 16 giugno 2011)