Risvegli

“Le «rivelazioni» – non sappiamo quanto autentiche –, che si succedono, a disposizione di chi ha la curiosità di continuare a leggerle o ad ascoltarle, non aggiungono (probabilmente) nulla a uno scenario che già era apparso nella sua potenziale desolazione. Nel constatarlo non ci muove alcun moralismo, ma il desiderio forte e irrinunciabile che i nostri politici siamo sempre all’altezza del loro ruolo. Chiarezza per ora non è venuta, ed è un fatto evidentemente non apprezzabile, ma non è questo francamente quel che oggi ci preoccupa di più. Non ci piace che determinati comportamenti siano messi a confronto con un consenso – emergente dai sondaggi – che di per sé è qualcosa di inafferrabile, quasi che da questi possa venire l’avallo a scelte poco consone; così come non ci piace che sull’intera vertenza gravi il sospetto di una strumentalità mediatica, inevitabile forse ma non liberante, circa il punto di vista da cui si muovono le accuse. C’è davvero per la classe politica, ancor prima della decenza, un a priori etico che va salvaguardato sempre e in ogni caso? E che va fatto valere nelle situazioni ordinarie come in quelle straordinarie? Ecco, solo se una simile consapevolezza dovesse ad un certo punto emergere dal dibattito, si potrà allora dire che questa tornata ha paradossalmente avuto una sua, per quanto amara, utilità. Diversamente il Paese, che si è scoperto vieppiù attonito, potrebbe sentirsi anche leggermente raggirato.”

http://www.avvenire.it/Lettere/C+un+a+priori+etico+da+salvaguardare+sempre_200907240707197530000.htm

Il quotidano della CEI pare entrato in una fase di cauto risveglio. Pur con un linguaggio curiale, individua alcuni dei punti nevralgici della questione morale sul tappeto. Certo non possiamo pretendere la chiarezza da chi da secoli s’è scordato il precetto evangelico: “Il vostro parlare sia sì, sì, no,no. Tutto il resto appartiene al demonio” (o alla Sala Stampa vaticana…), però qualche domanda iniziano a porsela anche loro. Piuttosto che niente…

Presidi e presidi

A Vicenza maggioranza ed opposizione hanno votato un ordine del giorno perchè si dia la preferenza a presidi veneti rispetto a quelli provenienti dal sud.

“Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito”, diceva più o meno l’adagio. Il problema esiste ed è retorica radical-chic insorgere per dire che è razzismo etc. Tutti noi abbiamo esperienza di funzionari, docenti provenienti dal sud con una preparazione insufficiente (diciamo così). Vero. Non riapriamo la questione meridionale, ma rilanciamo il problema della selezione in base al merito. E qui la geografia cade penosamente.

Mia figlia è appena uscita, con la maturità, da un istituto superiore di alto livello (una volta) della città. Nonostante le aspettative e il prestigio dell’Istituto, l’offerta formativa che ha ricevuto è stata mediocre, insegnanti inadeguati, superficiali, di scarse risorse ed aperture. Coinvolti e travolti da un turnover incomprensibile e dannoso. Tutti nati al di sopra degli Appennini. La maggior parte fra Enza e Secchia. Dirigenti scolastici assenti, preoccupati solo di pararsi il deretano, incuranti del messaggio dis-educativo che è giunto spesso agli studenti dalle stesse istituzioni che essi rappresentavano.

La geografia serve per viaggiare, per colorare le cartine e per capire dove si è. Quello che conta, come sempre è il materiale umano, che sia di Barco o di Agrigento, e la selezione va fatta sulla qualità. Accettare gli standard europei di valutazione e procedere nella selezione. Chi è capace rimanga, chi non lo è (e un paio di insegnanti di mia figlia non lo erano) cambi mestiere, non continui a far danni al patrimonio più importante: i ragazzi che altro non sono che il futuro di un paese civile (si fa per dire, parlando della povera Italia).

Sport?

Per una volta parliamo di sport (si fa per dire). Hanno beccato il ciclista Danilo di Luca positivo all’EPO di III generazione. Ohh! Stupore. Indignazione! Il solito inclito cenacolo che ci ammanisce discorsetti sullo sport e la correttezza.

Ipocrisia e basta. Se l’ipocrisia fosse una disciplina olimpica il podio, tutto, sarebbe nostro. Siamo specialisti, professionisti insuperabili. In politica come in economia, nella religione come nello sport.

Per stare al turbo-De Luca. Io vivo sulla bici, faccio oltre 1700 km all’anno. Bici da pensionato, certo, in città o in campagna. Ma riesco a capire cosa vuole dire fare il 15, 20, 30 all’ora. Il problema è il “tornante di Savognatica”. Stradina di montagna sotto al castello di Carpineti, tanto duro da metterci la prima in auto. Quando il Giro d’Italia è passato di lì li ho visti gli “sportivi”, i “puri”. Avevano già fatto 130 km., ma arrivati nel tornante sono scattati! In piedi sui pedali sono scattati! In mezzo al tornante! Roba che farlo noi il femore si rompeva come un grissino! Alla fine della tappa la media era quasi dei 40 all’ora! E avevano fatto quel tornante e altri cinquanta di quella roba lì. Atleti allenati, dicono. Ehhhh! Fatti come cammelli, piuttosto.

E allora, modesta proposta: gli atleti (ciclismo o canoa non me ne frega una cippa) professionisti, in quanto maggiorenni, siano liberi e svincolati da ogni controllo. Si vogliono fare di coca-epo-vov-idraulicoliquido? Facciano. E’ una loro libera scelta. Grazie. Così ci si libera dall’ipocrisia di stracciarci le vesti dopo, quando già prima sappiamo che nessuno è pulito. E poi almeno avremo ordini di arrivo definitivi subito e libereremo i laboratori di analisi che potranno occuparsi della salute vera dei cittadini “normali”(davvero)

Santi, mignotte e baciapile

Sono una donna, non sono una santa“, precisava flautata Rosanna Fratello negli anni ’70 e noi ragazzini inesperti a chiederci quale mondo si nascondesse dietro a quel termine “donna”, che doveva essere promettente visto la sua contrapposizione alla santità.

Dopo un trentennio abbiamo un altro esponente del mondo dello spettacolo che ammette “non sono un santo..(sono un vecchio patetico satiro)“. Il cerchio si chiude: lontana la santità, prossima la umana concupiscenza. Le stelle sono lontane, rivoltoliamoci nella fanga. Cosa volete, siamo uomini. A capo. E tutti a ridere.

Sì, a ridere, perchè la cosa più rivoltante di questa vicenda penosa non sono i disperati tentativi di un ricco di opporsi alla morte, ben conscio che, per dirla all’inglese, la bara non ha le tasche, ma il parterre de merde che lo circonda. Ieri, in prima fila, chi gnignava alla battuta del vecchio satiro? Califano? Briatore? Rocco Siffredi? No. Roberto Formigoni. L’ipercattolico Formigoni, il ciellino di ghisa Formigoni, il defensor virginitatis Formigoni.

Esagero, ma quasi quasi preferisco il vecchio porcello all’ipocrita da sacrestia, il primo l’inferno ce l’ha già dentro di sè, il secondo tenterà fino all’ultimo di far fesso il Padre eterno. Ma tranquilli, anche se in gironi diversi (lussuriosi, ladri, traditori etc… il primo, ipocriti e spergiuri il secondo) si ritroveranno tutti e due e magari rideranno meno.

Questa è la storia…

Inserisco il testo narrativo da me letto ierisera alla presentazione del mio libro alla “Bottega dei briganti” a Reggio Emilia:


Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.
La strada è una strada del centro, qui vicina. Ma poi ci arriveremo.
La ragazza nel 1945 aveva 21 anni, compiuti da poco, suo padre un artigiano, sua madre una casalinga, altri fratelli e sorelle. Il posto diciamo fra Cavriago e l’Enza.
21 anni, in quell’inverno finale della guerra, Anna era una staffetta partigiana, in bicicletta, a piedi, un  biglietto, una frase, una borsa. Una consegna rapida e via, la paura in gola, sulle strade di campagna. La paura addosso ma anche il pensiero di lui, in montagna, il “moroso” come lo chiamava scherzando sua sorellina, quella piccola. Lui in montagna, a fare il partigiano. Perché era giusto, perché lui aveva coraggio.

Era una mattina di febbraio, ferma alla fermata della corriera, d’improvviso una voce dietro: “lei è…?” e due mani forti a prenderla. Una macchina nera, quei due in borghese di fianco. Senza una parola. E lei senza chiedere perché.
Giusto il tempo di riconoscere Reggio, i viali, la porta verso Parma. La macchina si ferma, una villetta, un grande cedro davanti.
In piedi davanti a una scrivania, le “generalità”, i “documenti”. Adesso c’è anche gente in divisa, la camicia nera e gli stivali.
“Signorina…” la chiamano, “così giovane”, le dicono. “Non abbia paura, qualche domanda…”.
Cosa rispondere, se sai che hai ancora l’ultimo messaggio infilato in quella piega della giacca? Quasi un colpo di fortuna essere chiusa dentro un gabinetto, in piedi, incantucciata nell’angolo per lo sporco e  la puzza. Ma almeno il biglietto sparisce.
Non c’è più luce fuori quando la fortuna finisce.
La vengono a prendere e stavolta non la chiamano più “signorina”, e sorridono e la guardano in un altro modo mentre la portano giù per le scale, in cantina.
Non erano voci straniere, non erano nomi incomprensibili. Quando le hanno strappato i vestiti, quando l’hanno legata. Si chiamavano Manzini, Berti, Barozzi. Nomi delle nostre parti, gente di Reggio. Non erano stranieri quando hanno voluto divertirsi-come diceva il capo- e l’urlo nemmeno le usciva dalla gola, fra l’acqua versata e i colpi che le arrivavano addosso. Forse il tempo si ferma in certi momenti e basta cercare di non pensare. Poi quando tutto finisce il tempo riprende, normale, quasi a dire “si ricomincia a vivere”.
Tre giorni a Villa Cucchi, centro storico, Reggio Emilia, febbraio 1945. Poi la sensazione, inconsapevole che ti prende giorno per giorno, in carcere, che forse sei salva, che forse si sono scordati di te. Altre Anna, altri Giorgio, Marcello. Tu lasciata indietro, lì in un cella ai Servi. Centro storico, Reggio Emilia. Fino a un martedì pomeriggio di aprile, le porte si aprono e capisci che è finita.

Questa è la storia di una strada e di una ragazza. Una ragazza che forse si chiamava Anna o Lucia o Silvana, il nome non ha molta importanza.
La strada è una strada del centro, qui vicina. Adesso ci arriviamo.
Ogni martedì si viene a Reggio, c’è mercato, c’è da andare in giro a fare commissioni. In quell’ufficio Anna deve esserci alle nove, per evitare la coda. Scende dalla corriera alla Sarsa e la strada è facile. Ma non può farla.
Perché questa è anche la storia di una strada sbagliata, una strada dove Anna non può passare. Una volta l’ha fatto, la prima volta. Ora non può più. Perché in quella strada, in centro, qui vicino, c’è un negozio, una banale negozio per gli altri. Ma non per Anna. Una volta c’è passata e sulla soglia c’era lui, uno di quelli che s’erano “divertiti”, una, due, altre volte. L’ha guardata, ha sorriso, i baffetti sui denti guasti. L’ha guardata e le ha fatto quel gesto.
Per sette anni Anna non ha potuto fare quella strada, la strada sbagliata. Ha allungato il cammino, ha affrettato il passo per essere in quell’ufficio alle nove, per evitare la coda. Per sette anni è stata ancora prigioniera.
Poi un martedì mattina, lì vicino, su un muro ha visto quell’avviso funebre. Ha letto il nome, il cognome, “è serenamente spirato” c’era scritto.
Ora poteva passare in quella strada.

Anna mi ha raccontato la sua storia, un pomeriggio, alla fine mi ha detto:
“Sai qual’è stata la cosa peggiore?” E io ho pensato a Villa Cucchi, a quei denti guasti, agli stivali, a una ragazza di 21 anni legata a un tavolo.
“La cosa peggiore, per me, è stata che quando ho letto quell’annuncio, non ho provato niente. Solo una gran voglia di piangere perché avevo avuto quasi un momento di felicità. Quella è stata la cosa peggiore”.

Come un videogioco…

Game over e si ricomincia! Come un videogioco ogni giorno ci gustiamo una nuova partita del successo del momento “Old pig chase” (Caccia al vecchio porcello). Continui colpi di scena, mignotte che imperversano scosciate e languide, avvocati ghignanti, giornalisti venduti. L’obiettivo è catturare il vecchio porcello ormai alle corde ma che continua, nonostante tutto, ad allungare le mani su qualunque cosa vivente di sesso femminile. Sembra spacciato. Cotto, finito. Game over!

Poi, il giorno dopo, si ricomincia. Nuove rivelazioni sempre più laide, di nuovo mignotte a volo radente, avvocati sempre più ghignanti (che si tratti di un crampo o di una paralisi facciale?), avvocati sempre più venduti e leccobardi e ancora…

Sull’altra consolle invece gira in parallelo un altro videogioco, se il primo è per le masse un po’ grossolane, questo, invece, è per palati raffinati, si chiama “History of P(s)D” (Storia del Partito|suicida|democratico). Il plot è più complicato: una tribù di excomunisti, exdemocristiani, ex socialisti, exexex.. si scanna allegramente in vista della riunione di autunno nei grandi pascoli. In quella tribù vige una simpatica usanza: si scannano i capi e capetti, mentre la gente “normale” sta chiusa fuori. Non ha diritto a dir nulla, se non alla fine ad accorrere presso strane costruzioni detti gazebo per sancire con un plebiscito la vittoria già decisa nella grande tenda chiusa.

I capi in lizza sono i più prestigiosi: Orso piacentino (che può vantare l’appoggio di Baffo del Salento), contro Puledro ferrarese (sconfitto nella battaglia della UE ma sostenuto dal mezzosangue Uolter l’americano). Una lotta fra titani.

Programma dell’Orso: “un riformismo democratico radicato nel territorio che si confronti con le esigenze della crescita che coniughi sviluppo e lavoro”.

Programma del Puledro:un riformismo democratico, radicato nel territorio, che si confronti con le esigenze della crescita che coniughi sviluppo e lavoro”.

Quelle due virgole rappresentano due mondi, due speranze, due possibilità, due p…

Ma anche per questo videogioco ogni giorno c’è una nuova avventura, una nuova svolta. Poi: “gameover” e si ricomincia.

Come si chiamava la consolle? Nintendo? Già, proprio n(on)intendo…..

Cristina e la montagna

Cristina Castagna era un alpinista. E’ morta in Pakistan, scalando il K3. Aveva lasciato un biglietto partendo dall’Italia: “Se mi accade qualcosa, lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato a sé”. Nella mia piccolissima esperienza di escursionista (in passato) e di amante della montagna (sempre) ho provato un brivido leggendo la notizia. Mi sono ricordato di un amico, caduto in montagna, il suo funerale e il coro che cantava “Signore delle cime”. Per chi ha salito, ha sofferto, ha raggiunto (o no) la cima, l’ultimo messaggio di Cristina è logico e giusto.

Nessuno può scegliere la propria morte, il come, dove e quando. Però, potendo, come non condividere? Prima di finire a parlare dell’universo con il dott. Alzheimer, di dipendere da una signora ucraina o bielorussa o di passare le giornate a Montericco (fra l’altro dove si sposarono i miei nel ’54). Come non condividere? Solo in montagna si sfiora l’infinito e la vita sembra davvero buona e giusta. Solo in montagna riesci a sentirti come forse non potresti mai essere.

L’altra sera ho ascoltato dal vivo Reinhold Messner, 65 anni e ancora la voglia di andare, di salire. Ci raccontava le sue salite, ma soprattutto cosa lo aveva spinto avanti, in alto. Non era il fisico. Era la testa. Perchè quella conta.

Ciao, Cristina, che il tuo sonno sia dolce come la neve di un pendio.

Leader, giullari e impostori

Di Umberto Galimberti (sabato 18 luglio, Repubblica):

…perché, anche in presenza di comportamenti poco esemplari, il nostro Presidente del Consiglio non perde, se non marginalmente, seguito e consenso. La risposta è molto semplice, perché è un leader carismatico. “Carisma” è una parola che usiamo di frequente, senza mai indagarne l’essenza che, come scrive il neurolinguista americano Robert Dilts, consiste nella “Capacità di creare, attraverso gesti e parole, un mondo al quale le persone desiderino appartenere”. Di solito quel mondo non è reale, gli obiettivi del leader carismatico restano sempre: la sua affermazione, il suo successo, il suo profitto, ma colorati dell’illusione che questi obiettivi possono essere realizzati da tutti coloro che accettano di seguirlo. Lo psicanalista Manfred Kets de Vries autore del libro Leader, giullari e impostori (Raffaello Cortina) così descrive i tratti che connotano la componente carismatica di un leader. A suo dire: quando il sorriso diventa una maschera e l’ottimismo una condotta, quando la comunicazione ha i toni della sicurezza propria di chi non ha paura, di chi non vede ombre, tanto meno dentro di sé, quando la complessità è semplificata fino all’indicazione di una sola via perché altre non se ne danno, quando si è persuasi che ogni branco ha bisogno di un capo e le metafore tratte dal mondo animale diventano abituali, quando lo sguardo è sempre dall’alto, proiettato nel futuro perché il presente è sotto controllo, quando la dipendenza è ciò che soprattutto so esige dagli altri, e quando negli altri si vede solo il proprio riflesso, che è poi il riflesso di una luce senza ombra, allora siamo in presenza di un leader carismatico, il cui tratto peculiare è ben individuato da Gian Piero Quaglino nella sua prefazione al libro di Manfred Kets de Vries. Tutti i leader hanno un sogno, scrive Quaglino , capace di coinvolgere chi lo segue nel suo sogno, “a sognare si è in due: il capo e i suoi gregari, tutti ugualmente coinvolti e partecipi a credere, ad alimentare, ad inseguire il sogno, tutti che si rispecchiano in esso: un sogno a due, un bi-sogno”. Siccome è una costante della natura umana quella per cui metà del mondo si aspetta che qualcuno dica cosa deve fare e l’altra metà non vede l’ora di dirlo, il leader, che appartiene a questa seconda metà, per fare del sogno un bisogno coinvolgente in cui tutti si ritrovano, è costretto a spingere i confini del sogno fino a quel punto in cui i fatti danno l’impressione, non importa se illusoria, di andare incontro ai desideri, mentre la realtà si lascia contaminare dalla sua allucinazione. Un passo ancora e il sogno può spezzarsi, e allora tutti aprono gli occhi e, come annota Quaglino, alla delusione collettiva che sempre accompagna la fine di un sogno, quasi sempre si aggiunge la violenza distruttiva del leader carismatico, che così esprime la vendetta per un sogno tradito. Senza sogni la storia non cammina, ma anche nei sogni occorre una misura se si vuole evitare un risveglio da incubo.

Emiliano (Scipione?)

Non c’è solo l’Emiliano (Scipione) che ci tediava alle elementari, noi zucconi sempre a scambiarlo con Scipione l’Africano. C’ è anche Emiliano sindaco di Bari, che ha rivinto le elezioni. Bravo.

Oggi lo leggiamo su L’Espresso (http://www.partitodemocratico.it/allegatidef/esp_emiliano83841.pdf) dire cose sensate e altre un po’ meno. Più che altro silenzi. PD partito degli amministratori, bene. Legato al territorio, bene (anche se questo è diventato un mantra un po’ frusto). Ma PD obamiano, anticomunista e moderato. Io non so bene cosa voglia dire moderato. Anticomunista neppure. Che si ritiene il comunismo realizzato un disastro? Che Cossutta deve andare a passeggiare ai giardinetti con a fianco come badanti Diliberto e Rizzo? No problem. Lasciare Bertinotti ai suoi cashmere? Yes, we can. Ma poi?

Confesso che mi hanno rotto i cabasisi tutti quei signori che vengono dal PCI e che fanno la morale a me e a tanti altri-che comunisti non siamo mai stati-sulle nefandezze del comunismo. Puzzano di opportunismo, di voltagabbana, di furbetti che al mattino nasano l’aria e poi scelgono il colore della camicia per la giornata. Hanno costruito, spesso miracolosamente visto il loro spessore, carriere e percorsi di successo e ora che fanno? Vengono a spiegarci, col ditino alzato, che bisogna essere anticomunisti, democratici, moderati. Loro. Direbbe il principe De Curtis: “Ma mi faccia il piacere!”. I fratelli Rosselli non hanno aspettato loro per criticare il comunismo realizzato.

Andiamo avanti, in questi giochetti di sponda, rimbalzo e filotto, nella gioconda ipotesi-come dice il nostro Emiliano-di catturare i voti di elettori di destra. A me questo non frega una cippa. Un elettore di destra voti a destra. Si chiama democrazia. Ma non è come me. Non lo voglio, non mi interessa. Se vota “questa” destra cosa posso dirgli? Li conosco, li vedo in faccia i lettori di “Libero”, “Padania” e simili “cacata carta” (per dirla con Catullo). E io dovrei catturare il loro voto presentandomi come loro vorrebbero? Solo un po’ meno orrendo e schifoso. Un poco più “moderato”? Penoso e ridicolo. O facciamo i conti con questa Italia volgare, ignorante e arrogante che si riconosce nel Cavaliere-satiro oppure diamoci al tombolo, all’origami o all’onanismo. Si fa meno fatica e ci si diverte di più (si fa per dire).

Ultima cosa: tutti a dichiararci anti-comunisti perchè fa fine e conviene. Yes, we can. Ma gridare forte che siamo antifascisti, no? Lo so, sarà volgare, poco alla pàge, ma per dirla con Heidegger: Chi se ne frega!